L'UNICA CONTRARIA E' LA EQUIZI. PARONI A CASA NOSTRA VERO STEFANI, DAL LAGO. CIAMBETTI, FILIPPI E PAOLO FRANCO
VERGOGNATEVI
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[B][/A Vicenza comanda Bush
di Roberto Di Caro
Il Pentagono vuole costruire nella città la base più importante. Da dove partirà
ogni attacco in Medio Oriente. E forse in Iran.
Il 'pugno di combattimento', come lo chiamano al Pentagono, di un ipotetico conflitto
con Teheran. Il cuore e il cervello della risposta bellica di pronto intervento
sull'intero scacchiere mediorientale, Iraq e Afghanistan inclusi. La leggenda dell'esercito
statunitense, la 173a Brigata aerotrasportata del capitano di 'Apocalypse
now', rifondata e riunificata. Dove? A Vicenza, nel cuore della città. Alla caserma
Ederle, dove già sono in 6 mila, e in un'intera nuova base da costruire entro l'area
dell'aeroporto Dal Molin, 1.300 metri da piazza dei Signori e dalla Basilica palladiana.
Prima tranche entro il 2007, a pieno regime entro il 2010.
Su scelte del genere una nazione magari si scanna, ma le fa inalberando e urlando
le ragioni del sì e del no. Da noi invece la vicenda è stata tenuta sottotraccia
per tre anni, e sulla decisione si sta ora imbastendo un delicato minuetto. Ma per
carità, caro ministro, veda lei se dare o no agli americani il Dal Molin: la decisione
le tocca per legge, e mai io anteporrei i nostri interessi locali a quelli sacri
dell'Italia. Ci mancherebbe altro, caro sindaco, decida lei: non voglio imporre
alcunché ai vicentini, mi rimetto anzi alla loro e alla sua volontà... Colombina e Mirandolina? Macché. I protagonisti
sono due tosti politici come Enrico Hüllweck, forzista, ex deputato, da due mandati primo cittadino di Vicenza,
e Arturo Mario Luigi Parisi (così si firma e così lo citiamo), ministro della Difesa dal piglio marziale, che passi in
rassegna i picchetti o annunci l''arrivano i nostri' in Libano.
Come se in ballo ci fosse giusto qualche appalto da spartire, una manciata di voti di residenti e le solite melmose
contrattazioni politiche col bilancino in seno alla maggioranza: si tratta invece, tout court, della completa riconversione
della strategia e della dislocazione delle forze armate americane in Europa. La Vicenza americana già ora
ospita, oltre ai 6 mila della Ederle, un quartiere blindato e vietato detto Villaggio della pace, vari magazzini in zona
industriale, più due siti in provincia a Tormeno e Longare, incluso il Pluto dove per vent'anni sono stati stoccati
missili in giardino a testata nucleare. Nella prevista riorganizzazione, acquisendo il
Dal Molin attualmente aeroporto militare italiano in via di dismissione e insieme
civile senza voli dopo un anno di funzionamento claudicante con i conti in rosso,
Vicenza diverrebbe la più potente base americana in Europa. Qui verrebbe costruita
la nuova 173a Brigata aerotrasportata, che triplica la forza e gli organici di
quella ora divisa tra qui e le basi tedesche di Bamberga e Schweinfurt. Rafforzata
come organico (è previsto l'arrivo di altri 1.800 militari) e come dotazioni: 55 tank
M1 Abrams, 85 veicoli corazzati da combattimento, 14 mortai pesanti semoventi,
40 jeep humvee con sistemi elettronici da ricognizione, due nuclei di aerei spia
telecomandati Predator, una sezione di intelligence con ogni diavoleria elettronica,
due batterie di artiglieria con obici semoventi i micidiali lanciarazzi multipli a lungo
raggio Mrls, quanto basta per cancellare una metropoli. A parte il nome della brigata,
cambia tutto e la forza bellica cresce a dismisura.
Nelle parole del generale James L. Jones, comandante delle forze armate Usa in Europa, pronunciate davanti al
Senato americano già nel marzo 2005, "la 173a Brigata aerotrasportata sarà ampliata in Brigade Combat Team",
cioè una sorta di maglio mobile con la potenza di fuoco di una divisione, "e rimarrà in Italia, in prossimità della
base aerea di Aviano, suo centro d'impiego primario. Usareur (U. S. Army Europe, ndr) ha piani per espandere
impianti e infrastrutture nell'area di Vicenza, includendo le strutture militari americane all'aeroporto Dal Molin favorendone
la crescita attraverso la ristrutturazione".
L'espresso
22 settembre 2006
http://espresso.repubblica.it
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Si badi alla data: marzo 2005, un anno e mezzo fa. Il generale ha già pronti tutti i piani per ristrutturare il Dal
Molin, e infatti chiede al Senato i fondi per attuarli. Una svista? Arroganza? No. L'allora premier Silvio Berlusconi
aveva dato il suo benestare, non è chiaro se con una pacca sulle spalle o con un impegno segreto, visto che nessuno
ha fino a ora esibito protocolli sottoscritti da entrambi i paesi contraenti.
Adesso, nel minuetto su chi debba dire di sì o di no, sembrano cadere tutti dalle nuvole. Il sindaco Hüllweck non è
contrario a cedere parte dell'area del Dal Molin: "Ma se sono io a dire di sì, poi chi me li dà i milioni di euro per il
necessario completamento della tangenziale, le altre strade, gli scavi, i sottoservizi di acqua, gas e energia elettrica?".
Il ministro Parisi preferirebbe certo sottrarsi alle ire di Oliviero Diliberto che a giugno è arrivato a Vicenza in
veste di capopopolo contro il nuovo insediamento militare yankee: ma come spiegare un rifiuto all'alleato americano
e al buon amico di Condy Rice, il ministro degli Esteri Massimo D'Alema? Fosse il Comune a dire di no gli
toglierebbe le castagne dal fuoco. Ecco allora, lo segnaliamo per il 'libro delle prime volte', che la risposta di Parisi
al sindaco inaugura la formula del silenzio-dissenso: "In assenza di un riscontro si
riterrà che il Comune di Vicenza abbia espresso parere negativo".
Come si è arrivati a un tale mirabile esempio di patafisica della politica? "Me ne
accennò la prima volta, nel marzo 2004, il consigliere politico del comando militare
Usa a Vicenza, Vincent Figliomeni, durante una rituale visita di cortesia del
comandante della Ederle", racconta il sindaco. Quando gliene riparlano, un anno
dopo nel marzo 2005, chiede perché vogliano proprio il Dal Molin. "Non intendiamo
usare la pista, i nostri soldati si sposteranno alla base aerea di Aviano in pullman
e solo di notte", gli assicurano: lo ribadiranno ufficialmente a più riprese,
anche al ministero della Difesa italiano. Affermazione plausibile in termini di procedure
e costi, ma curiosa visto che per arrivare ad Aviano in autostrada c'è di
mezzo il perenne ingorgo del passante di Mestre: ve la vedete la Brigata d'assalto di punta dell'US Army pronta a essere paracadutata d'urgenza in teatro di combattimento, traffico mestrino permettendo? Nella ricostruzione di Hüllweck, è lui a parlarne a Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che a sua volta incontra l'ambasciatore americano:
nega così, il sindaco, che l'imput gli sia venuto da Silvio Berlusconi, proprio nel marzo 2003 testimone alle sue seconde nozze. Il Comune risponde invece picche alla richiesta Usa di costruire anche un reparto ostetricia
tutto per loro, in modo che i pargoli della 173a potessero nascere in suolo americano, ancorché oltreoceano. Solo nel marzo di quest'anno cominciano a uscire le prime notizie sulla prossima rivoluzione militare americana a
Vicenza. E a formarsi i primi Comitati del No, ormai sei riuniti in un coordinamento, negli ultimi giorni presenti con cartelli e cortei, e una raccolta di 10 mila firme, dalla riunione del Consiglio comunale all'arrivo del ministro
Francesco Rutelli per il premio Eti, l'Oscar del teatro italiano, in quel gioiellino che è l'Olimpico. "Ma scherziamo? Un'altra base del genere in piena città, in un'area congestionata dove nelle ore di punta già si formano chilometri
di coda, contro il parere del comune confinante di Caldogno, distruggendo per le infrastrutture anche l'argine del fiume Bacchiglione? E i problemi di sicurezza? L'Unione non doveva ridurre le servitù militari? Vale solo per l'isola
sarda della Maddalena?", attaccano Cinzia Bottene e Viviana Varischio, presidenti di due dei sei comitati. A maggio arrivano in Consiglio comunale tre colonnelli Usa e spiattellano un malloppo di trecento pagine con tutti
i progetti delle nuove strutture previste al Dal Molin: c'è disegnato ogni muro, pilastro, pensilina, tipo di tegola, rubinetto, linea e presa elettrica, dalla caserma a otto palazzine a pettine di quattro piani più uno alla mensa per
801-1.300 persone, più due autopark di sei piani, depositi, negozi, due ristoranti, fast food, barbiere, fino ai 14 metri quadri per la pompa di benzina. Gli americani le cose le fanno così: hanno messo nero su bianco persino le
modalità con cui selezionare i dentisti italiani in considerazione delle differenze tra i nostri e i loro medicinali. L'investimento Usa è pari a 306 milioni di dollari per la sola prima fase da chiudere entro il 2007: la tabella sta
nella relazione del citato generale Jones alla Commissione Forze armate del Senato americano del 7 marzo scorso, dove si dettagliano anche 26 milioni per il Centro fitness, 52 per il mini-ospedale, 31 per la scuola elementare
americana all Ederle. Il complesso dovrebbe operare a pieno regime nel 2010, con una spesa finale sul miliardo di dollari.
Per gli americani è tutto deciso, per gli italiani tutto da decidere. "Che vuole, Vicenza è il cuore della tradizione
dorotea, cioè della mediazione infinita per accontentare tutti. Oggi che i democristiani non ci sono più è anche
peggio: alla composizione degli interessi s'è sostituita la reticenza, non si sa mai chi, come e quando decide",
annota Ilvo Diamanti, vicentino, politologo, prorettore all'ateneo di Urbino.
E infatti la scelta non ha né padri né madri. "Sì, ho tenuto io i rapporti con gli americani della base, specie con i
tecnici", dice Claudio Cicero, assessore di An a mobilità, trasporti e infrastrutture, nel cui ufficio già campeggia il
tracciato della tangenziale che vorrebbe costruire coi soldi degli States, del governo italiano, della Regione, faccia-
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no loro, purché non con le casse del Comune: ma neanche lui annuncia battaglia
in caso di un 'no' del governo. Più sottilmente, insinua il dubbio che
impedire il ricongiungimento della 173a a Vicenza potrebbe spingere gli
americani a spostare tutto altrove, in Germania o magari in Romania: "Alla
Ederle lavorano oggi 750 italiani come personale civile. Se perdessero il
lavoro, solo un terzo potrebbe essere ricollocato altrove". Del resto è in quel
bacino che Cicero prende i voti, non certo tra i catilinari antiguerra e antibase.
Ma in questa sua posizione si ritrova come alleati Cisl e Uil, anima del
comitato per il 'sì' che ha anch'esso raccolto le sue brave 10 mila firme.
A sentire gli esperti, non sembra probabile che in caso di rifiuto gli americani
per ripicca dislochino la 173a in Romania o in Bulgaria, e a Vicenza smantellino
anche la Ederle. I soldati si spostano in aereo, ma tanks e rifornimenti
si muovono via nave, e ai porti di Livorno o Trieste si arriva facilmente, tra
il Mediterraneo e il Mar Nero c'è invece di mezzo il Bosforo: basterebbe allora
un colpo d'ala del premier turco Erdogan o di chi per lui a inceppare l'intera
strategia di intervento rapido in Medio Oriente. Ma le minacce più sono
velate e meglio funzionano, in casi come questo.
A margine, un piccolo italianissimo interrogativo: giacché tutta la storia
nasce con Berlusconi presidente del Consiglio, che farà per tener fede all'impegno,
ancorché informale, da lui preso con il suo amicone americano?
"L'ho sentito giovedì scorso", risponde il sindaco Hüllweck: "'Come sei
messo?', mi ha chiesto, 'so che hai dei problemi. Vuoi magari parlarne con
l'ambasciatore americano?'". Detto fatto, l'incontro ha luogo a Roma il mercoledì.
Ovvero: come un'incontenibile esuberanza, forse la nostalgia di
quando queste cose le faceva da premier, dà luogo a una diplomazia parallela
da Repubblica delle banane.
La scheda
di Gianluca Di Feo
Ricordate 'Apocalypse Now'? Ricordate
il protagonista, il capitano mandato a
stanare il colonnello Kurtz dal suo
regno nella giungla? Anche nel film,
l'ufficiale incaricato della missione
impossibile è un ufficiale della 173a brigata.
Perché il reparto vicentino destinato
a diventare 'il pugno dell'America
in Medio Oriente' incarna tutti i miti
della storia militare statunitense. Dal
1917 sono sempre i primi a entrare in
battaglia. I battaglioni ricostituiti per
potenziare la base veneta vantano
medaglie conquistate in Tunisia, in
Sicilia, in Normandia. Sono gli Sky soldiers,
che arrivano dovunque e risolvono
ogni situazione. A qualunque costo.
In realtà, in Vietnam il reparto è stato
mandato al massacro: i parà hanno
combattuto per sei anni di fila. Anche
quella volta furono i primi ad arrivare,
raccogliendo 8 mila onorificenze negli
scontri. Il prezzo? Milleseicento nomi
incisi sul Muro della memoria. Un tributo
di sangue che ha costretto il
Pentagono a sciogliere il reparto.
L'unità è risorta nel 2000, proprio a
Vicenza, per tenere sotto controllo i
Balcani. Ma l'esordio bellico è stato in
Iraq, con uno spettacolare lancio di
paracadutisti ad uso della Cnn nella
zona curda. Un volo diretto dall'Italia
che ha scavalcato il no di Ankara al
conflitto: "Siamo bastati da soli per
aprire il fronte nord", si vantano i parà.
Il resto della campagna irachena e le
operazioni afgane nella zona talebana
sono costate molte vite: almeno 40
parà vicentini sono morti. Perché già
oggi la base veneta è in prima linea. E
usa come motto la conversazione tra
terroristi intercettata a Kirkuk: "Questi
americani non sono marines: sono terribili,
sono dovunque e ci stritolano".
Peggio di Rambo.
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