Tra Ds e Dl corre la voglia
di commissariare Prodi
Tra una Telecom e l’altra, il centrosinistra
appare in affanno e i leader dell’Ulivo
non sembrano avere né il tempo né la possibilità
di occuparsi del cantiere del Partito
democratico, se non con le dichiarazioni
d’intenti. Del resto, come potrebbero
procedere? Prendiamo i Ds. Il segretario
della Quercia, Piero Fassino, ha già avuto
modo di confidare – prima della buriana
Telecom naturalmente – a più di un collaboratore
e ai parlamentari amici che a
marzo, dopo il congresso dei Ds che si svolgerà
in contemporanea con quello della
Margherita, di fatto verrà sancita la nascita
del nuovo partito e che quelli successivi
saranno passaggi obbligati e scontati per
arrivare alla definizione ultima del nuovo
soggetto politico.
Dunque, a marzo, sempre Telecom permettendo,
le assise dei due maggiori partiti
del centrosinistra voteranno l’atto di nascita
del Pd? Possibile. Ma tra quella che
un tempo si chiamava la base non è che si
stia morendo dalla voglia di arrivare a questo
appuntamento. Un saggio di come i militanti
dei Ds abbiano preso la faccenda si
è avuto alla Festa dell’Unità di Pesaro. Dibattito
con il segretario della Cgil Guglielmo
Epifani. Un giornalista sostiene che i
gruppi dirigenti di Ds e Margherita stanno
frenando. Un suo collega sostiene il contrario.
Epifani, naturalmente, tace. Allora il
giornalista, convinto dell’empito ulivista
della mitica base, fa la prova e invita la sala
a supportare le sue ipotesi. Ad assistere,
un migliaio di persone: il giornalista chiede
a chi è favorevole alla nascita del Pd di
alzare la mano. Le mani che si alzano sono
pochine. C’è chi giura che siano state una
trentina e chi, più magnanimo, riferisce
che arrivavano alla cinquantina. Comunque,
un test da non ripetere più.
Tra i Ds e la Margherita gira una strana
voglia: quella di commissariare Romano
Prodi. Sia Piero Fassino sia Francesco Rutelli,
forti dell’ultima gaffe di uno dei molteplici
collaboratori del presidente del
Consiglio, Angelo Rovati, vorrebbero che il
premier non decidesse più in solitudine. E,
soprattutto, vorrebbero che i suoi molteplici
collaboratori evitassero di mettere bocca
(e firma) su tutto. Sono discorsi corsi lungo
i fili del telefono, tra l’Italia e la Cina.
Ha stupito più d’uno nella Quercia la critica
che ha fatto Sergio Cofferati a proposito
della vicenda Telecom. Intervistato alla
Festa dell’Unità di Bologna, ha sottolineato
che la politica non deve condizionare le
aziende. Quel che non si è capito è a chi si
riferisse. Apparentemente sembrava un
monito a Prodi. Ma i diessini, che lo conoscono,
sostenevano che ce l’avesse con Massimo
D’Alema e che cioè si riferisse alla seconda
puntata della vicenda Telecom.
Romano Prodi e la sindrome del 1998: si
dice che il premier si sia fatto molto diffidente.
Pare che tema un ribaltone alle viste
e che non abbia preso bene l’attivismo
di D’Alema.




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