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    Predefinito An A Lezione Di Cultura Per Tornare A Vincere

    AN A LEZIONE DI CULTURA PER TORNARE A VINCERE
    Fini dopo le critiche e i consigli: abbiamo ascoltato opinioni qualificate, grazie a noi il centrodestra ha bandito l’autoreferenzialità

    Gianfranco Fini spalanca le porte e le finestre del suo partito. Si siede metaforicamente nella platea di un hotel romano. E chiede a una nutrita platea di intellettuali, liberi pensatori e giornalisti dell'area di centrodestra di dire la loro sul nuovo corso, sulla rifondazione di una creatura politica che vuole allargare le proprie frontiere elettorali e la propria capacità di penetrazione nella società.
    L'iniziativa è anomala e produce un confronto franco, stimolante, sincero, talvolta aspro ma sempre e comunque costruttivo. Un forum che si traduce in una maratona di sei ore a cui prendono parte circa centocinquanta esponenti d'area che dicono la loro sul documento presentato da Fini prima dell'estate per ripensare An in profondità. Fra i politici ci sono Andrea Ronchi, Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, Altero Matteoli, Mario Landolfi, Gianni Alemanno e Silvano Moffa. Ma a loro, per una volta, spetta solo l'esercizio dell'ascolto. I protagonisti sono gli esponenti del mondo della cultura, del giornalismo e dello spettacolo, da Luca Barbareschi a Maurizio Belpietro, da Angelo Mellone a Mauro Mazza, da Marcello De Angelis a Federico Eichberg, da Massimo Pini a Ferdinando Aiuti, da Enrico Cisnetto a Guido Paglia, da Daniela Vergara a Paolo Del Debbio. Il tutto mentre la sala resta off limits per i cronisti, a sottolineare che quella in corso non è una vetrina pubblica ma un faccia a faccia privato e allargato. Una sfida lanciata alla coalizione che vede An come «motore centrale».
    La sequenza degli interventi è serrata. E alla fine sono quasi ottanta coloro che offrono il loro contributo di idee. Luca Barbareschi, ad esempio, si lancia in un intervento vibrante con cui ammonisce la destra a non credere «che l'Italia raccontata dai giornali rappresenti la realtà». «Qualcuno anche tra di voi» attacca «ritiene che il Paese reale pensi ciò che viene scritto dai quotidiani. La verità è che quella è la realtà dei salotti romani, non quella vera che vivono gli italiani». A quel punto Barbareschi avrebbe criticato con tanto di nomi e cognomi alcune delle animatrici di questi «salotti». Critiche che non piacciono a Gianfranco Fini, che lo interrompe. Un'ovazione avrebbe invece accolto un secondo passaggio dell'intervento di Barbareschi tutto dedicato ad attaccare la Fiat: «Il più grande male di questo Paese è stato Gianni Agnelli, simbolo della grande industria assistita dallo Stato. È ora che la destra smascheri e demolisca il falso mito dell'Avvocato».
    Stimoli e critiche arrivano anche da Maurizio Belpietro, direttore del Giornale, che prima attacca la «Santa Romano Alleanza». Poi bacchetta certe timidezze dimostrate in passato dal partito di Via della Scrofa. «Devo notare che An è stata assente ogni volta che s'è vissuto uno scontro sull'assetto produttivo del Paese. Penso ad Alitalia e ad altre vicende simili. Io credo che il modello debba essere quello della signora di ferro, di Margaret Thatcher. Fu lei che quando l'industria automobilistica inglese era in crisi decise di non dare alcun aiuto a un management incapace e sconfisse gli industriali assistiti, scalfendo le rendite a 360 gradi». Un passaggio chiosato dal leader di An: «Vorrei ricordare che il nostro governo fece proprio così con la Fiat, evitando di soccorrerla con denaro pubblico». Un altro direttore, Mauro Mazza del Tg2, chiede alla destra di riprendere la provocazione lanciata qualche giorno fa da Nicolas Sarkozy: «Lui disse mi vergogno del '68. Io vorrei che anche la Cdl avviasse una riflessione profonda sugli errori e il significato di quegli anni». E ancora: Mario Bernardi Guardi, che negli anni Ottanta fu uno dei fondatori della cosiddetta «Nuova destra», chiede al partito di «non avere più sensi di colpa nei confronti del passato fascista e affrontarlo senza più rimozioni di sorta». E se Angelo Mellone invita a guardare ad An come «forza riformista» e non conservatrice, il direttore de La Destra, Fabio Torriero invita gli intellettuali a uscire «dall'era del narcisismo, eliminando gli eccessi individualistici e provocatori, estetizzanti e pessimisti» che spesso hanno impedito alle élites culturali d'area di fare squadra. Alla fine è lo stesso Fini a dare voce alla propria soddisfazione: «Oggi abbiamo ascoltato l'opinione di tanti operatori culturali del mondo giornalistico e accademico su ciò che la Cdl deve fare per rappresentare una valida alternativa al centrosinistra. È merito di An se la Cdl ha bandito l'autoreferenzialità».

  2. #2
    fumo_di_londra
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    Citazione Originariamente Scritto da Dottor Zoidberg Visualizza Messaggio
    AN A LEZIONE DI CULTURA PER TORNARE A VINCERE
    Fini dopo le critiche e i consigli: abbiamo ascoltato opinioni qualificate, grazie a noi il centrodestra ha bandito l’autoreferenzialità

    Gianfranco Fini spalanca le porte e le finestre del suo partito. Si siede metaforicamente nella platea di un hotel romano. E chiede a una nutrita platea di intellettuali, liberi pensatori e giornalisti dell'area di centrodestra di dire la loro sul nuovo corso, sulla rifondazione di una creatura politica che vuole allargare le proprie frontiere elettorali e la propria capacità di penetrazione nella società.
    L'iniziativa è anomala e produce un confronto franco, stimolante, sincero, talvolta aspro ma sempre e comunque costruttivo. Un forum che si traduce in una maratona di sei ore a cui prendono parte circa centocinquanta esponenti d'area che dicono la loro sul documento presentato da Fini prima dell'estate per ripensare An in profondità. Fra i politici ci sono Andrea Ronchi, Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, Altero Matteoli, Mario Landolfi, Gianni Alemanno e Silvano Moffa. Ma a loro, per una volta, spetta solo l'esercizio dell'ascolto. I protagonisti sono gli esponenti del mondo della cultura, del giornalismo e dello spettacolo, da Luca Barbareschi a Maurizio Belpietro, da Angelo Mellone a Mauro Mazza, da Marcello De Angelis a Federico Eichberg, da Massimo Pini a Ferdinando Aiuti, da Enrico Cisnetto a Guido Paglia, da Daniela Vergara a Paolo Del Debbio. Il tutto mentre la sala resta off limits per i cronisti, a sottolineare che quella in corso non è una vetrina pubblica ma un faccia a faccia privato e allargato. Una sfida lanciata alla coalizione che vede An come «motore centrale».
    La sequenza degli interventi è serrata. E alla fine sono quasi ottanta coloro che offrono il loro contributo di idee. Luca Barbareschi, ad esempio, si lancia in un intervento vibrante con cui ammonisce la destra a non credere «che l'Italia raccontata dai giornali rappresenti la realtà». «Qualcuno anche tra di voi» attacca «ritiene che il Paese reale pensi ciò che viene scritto dai quotidiani. La verità è che quella è la realtà dei salotti romani, non quella vera che vivono gli italiani». A quel punto Barbareschi avrebbe criticato con tanto di nomi e cognomi alcune delle animatrici di questi «salotti». Critiche che non piacciono a Gianfranco Fini, che lo interrompe. Un'ovazione avrebbe invece accolto un secondo passaggio dell'intervento di Barbareschi tutto dedicato ad attaccare la Fiat: «Il più grande male di questo Paese è stato Gianni Agnelli, simbolo della grande industria assistita dallo Stato. È ora che la destra smascheri e demolisca il falso mito dell'Avvocato».
    Stimoli e critiche arrivano anche da Maurizio Belpietro, direttore del Giornale, che prima attacca la «Santa Romano Alleanza». Poi bacchetta certe timidezze dimostrate in passato dal partito di Via della Scrofa. «Devo notare che An è stata assente ogni volta che s'è vissuto uno scontro sull'assetto produttivo del Paese. Penso ad Alitalia e ad altre vicende simili. Io credo che il modello debba essere quello della signora di ferro, di Margaret Thatcher. Fu lei che quando l'industria automobilistica inglese era in crisi decise di non dare alcun aiuto a un management incapace e sconfisse gli industriali assistiti, scalfendo le rendite a 360 gradi». Un passaggio chiosato dal leader di An: «Vorrei ricordare che il nostro governo fece proprio così con la Fiat, evitando di soccorrerla con denaro pubblico». Un altro direttore, Mauro Mazza del Tg2, chiede alla destra di riprendere la provocazione lanciata qualche giorno fa da Nicolas Sarkozy: «Lui disse mi vergogno del '68. Io vorrei che anche la Cdl avviasse una riflessione profonda sugli errori e il significato di quegli anni». E ancora: Mario Bernardi Guardi, che negli anni Ottanta fu uno dei fondatori della cosiddetta «Nuova destra», chiede al partito di «non avere più sensi di colpa nei confronti del passato fascista e affrontarlo senza più rimozioni di sorta». E se Angelo Mellone invita a guardare ad An come «forza riformista» e non conservatrice, il direttore de La Destra, Fabio Torriero invita gli intellettuali a uscire «dall'era del narcisismo, eliminando gli eccessi individualistici e provocatori, estetizzanti e pessimisti» che spesso hanno impedito alle élites culturali d'area di fare squadra. Alla fine è lo stesso Fini a dare voce alla propria soddisfazione: «Oggi abbiamo ascoltato l'opinione di tanti operatori culturali del mondo giornalistico e accademico su ciò che la Cdl deve fare per rappresentare una valida alternativa al centrosinistra. È merito di An se la Cdl ha bandito l'autoreferenzialità».
    Bene, è solo ascoltando le critiche e i rimbrotti, anche a costo di farsi male, che ci si può migliorare. L'autocompiacimento invece porta alla rovina.
    Le critiche migliori e più costruttive mi sono sembrate quelle di Belpietro.
    Invece quello che mi dispiace è che al confronto non era presente Adolfo Urso tra i politici di AN, perchè è la persona più coerente e coraggiosa del partito, che meglio di tutti saprebbe fare tesoro delle critiche.

  3. #3
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    "Angelo Mellone invita a guardare ad An come «forza riformista» e non conservatrice, il direttore de La Destra, Fabio Torriero invita gli intellettuali a uscire «dall'era del narcisismo, eliminando gli eccessi individualistici e provocatori, estetizzanti e pessimisti» che spesso hanno impedito alle élites culturali d'area di fare squadra"
    Vedo che non c'è verso di liberarsi dalle fissazioni . Se preferite il messaggio antiestetico e ottimista quello che, in breve , consente di fare squadra, non c'è nulla da cambiare. La rotta è tracciata da quel dì. E' sufficiente continuare seguirla senza deflettere con la necessaria fede . Se si tratta invece di interessato maquillage, temo che non funzioni. L'unica cosa di cui ha bisogno la destra è un poco di sincerità. Possibile che la schiettezza vi faccia così schifo?

 

 

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