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    Predefinito Boiardi di Stato, False Privatizzazioni, Banchieri, Prepotenze Prodinottiste

    dal quotidiano LIBERO di oggi un nuovo intervento del direttore di Finanza e Mercati sul defestramento governativo di Tronchetti Provera .....


    "Ecco chi ha costretto Marco a lasciare

    di OSCAR GIANNINO


    Caro direttore, c'è una premessa necessaria, per capire meglio gli ultimi sviluppi dell'affaire Telecom. Una considerazione che viene prima del ruolo che nell'azienda potrà rappresentare Guido Rossi al posto di Marco Tronchetti Provera, e degli sviluppi che avverranno sulla telefonia fissa e mobile nel nostro Paese. È presto detta: cento giorni e l'Italia s'è resa conto, di che cosa significhi avere un due volte ex presidente dell'Iri nuovamente presidente del Consiglio: e, questa volta, con il dente avvelenato di non consentire più a nessuno - alleato o avversario in politica, alleato o avversario nell'economia e nella finanza - di poter anche solo pensare di mettergli i bastoni tra le ruote. In tre mesi, sotto i colpi del bastone di Palazzo Chigi sono finiti gruppi imprenditoriali francamente assai più "amici" che ostili al centrosinistra, come i Benetton e Tronchetti Provera. In pochi giorni sotto ferragosto, Banca Intesa dell'"amico" Bazoli ha ingoiato in men che non si dica il Sanpaolo di Torino. Alle Ferrovie, ecco Innocenzo Cipolletta presidente, che resta però anche presidente dell'editoriale Sole 24 ore. In Alitalia, vedremo tra pochi giorni, quale sarà il prescelto fidato di turno. Il tutto in un crescendo napoleonico, colpi a segno precisi e profondi vibrati grazie alle sottili arti di un pugno di banchieri d'affari che sono gli unici ormai candidati a fare affari di rilievo, nell'Italia prodiana, perché hanno passato anni e anni nelle Goldman Sachs che all'attuale premier e ai suoi sodali ha dato interessato ricetto, e oggi se ne vede abbondantemente premiata. La mia è solo una deduzione logica, caro direttore, ma ho per te e i nostri lettori una domanda: ma se questa è la spietata e arcigna durezza di ciò che appare come un pieno e incondizionato disegno di presa del potere da parte di Prodi; se questi sono i metodi in atto persino con "amici", come imprenditori che in questi anni hanno dato una potente mano perché Confindustria e il Corriere della sera, la Stampa e il Sole 24 ore la smettessero di mettersi per traverso al centrosinistra, al suo statalismo e al suo dipendere in maniera tanto consistente dalle sue ali radicali; se questi dicevo sono i metodi con gli "amici", ma vogliamo immaginare che cosa davvero avverrà quando il governo metterà nel mirino direttamente le aziende del Cavalier Berlusconi, con la scusa magari di dover rivedere la legge Gasparri? Ci sarà da ridere, amici miei. E da piangere, per gli eredi Berlusconi. L'invasione di campo di Palazzo Chigi Ma tantè. Dopo la premessa, veniamo al dunque. Che si spiega in cinque punti, uno più grave dell'altro. Primo: Tronchetti Provera ha dovuto fare un passo indietro, ma perché? Per il peso degli errori finanziari e industriali compiuti in questi cinque anni, e che abbiamo spiegato ai lettori di Libero e Finanza&Mercati con spietata sincerità, mentre tutti gli altri tacevano? Niente affatto. Si è dovuto fare da parte perché la verità è che nemmeno il più fiero e duro tra i capitani d'industria italiani, quello che negli ultimi anni ha visto accrescere fino a livelli altissimi la stima in se stesso rispetto ai propri colleghi, nemmeno lui ha potuto permettersi di difendersi da Prodi restando al suo posto. Malgrado la gravità dell'invasione di campo avvenuta da parte di Palazzo Chigi - prima indiretta, attraverso la proposta Telecom-Sky preparata da Claudio Costamagna di Goldman Sachs, poi quella plateale, con il dossier-Rovati che neanche in un paese del Quarto Mondo sarebbe pensabile ascrivere alla sola fantasia dell'ex cestista, collettore di finanziamenti per il premier - nell'Italia di Prodi bisogna dimettersi per potersi difendere. Secondo. Tronchetti ha fatto un passo indietro, ma chi lo ha consigliato? Tra i consiglieri indipendenti che siedono nel cda Telecom, se parlate a persone per benissimo come Luigi Fausti, l'ex capo della Comit, oppure Domenico De Sole, o ancora Pasquale Pistorio, vi diranno tutti che hanno cercato con la voce rotta in gola di fargli cambiare idea. Perché si rendono conto che il passo indietro di Tronchetti poteva apparire - e di fatto appare - come una resa incondizionata alle ragioni di un governo che ha vinto le elezioni accusando Berlusconi di non aver voluto e saputo privatizzare e liberalizzare, e poi di fatto invece, da Palazzo Chigi, vuole ora ristatalizzare tutto, affiancando la rete fissa di Telecom a quella elettrica di terra, a quella del gas di Snam, e a quella autostradale. La realtà è che a non far cambiare idea a Tronchetti, rispetto alle sue dimissioni, sono stati proprio i Benetton, per aprirsi almeno in Telecom una prospettiva me no conflittuale con Prodi rispetto allo scontro già al calor bianco che devono affrontare in Autostrade. E poi sono stati diversi banchieri "autorevoli", come si suol dire, a confortare Tronchetti della bontà della sua decisione di dimettersi. Sono pochi banchieri di fiducia, il vero pilastro del potere prodiano: perché chi in Italia ha amiche le banche, ha in pugno chi realizza le operazioni sul debito e sul capitale di tutti i maggiori gruppi privati italiani, ed è detentore dunque di un potere reale incommensurabilmente superiore a quello attribuito dalla malcerte fortune del suffragio universale. Quei segreti sui bilanci delle grandi bancheTerzo. Perché Guido Rossi al posto di Tronchetti? Per almeno quattro ordini di ragioni diverse. Perché con Prodi il professor Rossi ha buoni rapporti, ma spesso in passato ha saputo anche litigarci a muso duro, proprio sulle eredità dell'Iri che l'attuale premier ha due volte guidato. Poi perché Rossi ha ottimi rapporti con le banche che contano: non perché siano rapporti personalmente "consustanziali", come quelli che il premier coltiva con presidenti che si dilettano di esegesi biblica e amministratori delegati che pensano a un futuro politico, ma perché Rossi è al corrente delle peggiori magagne non emerse che hanno carat terizzato gli ultimi vent'anni di storia dei maggiori gruppi creditizi italiani. E poiché saranno le banche, alla fine, a propendere per questo o quel progetto industriale volto a diminuire i debiti perché non siano insostenibili per la catena di controllo di Tronchetti, è di un uomo forte con le banche, che Tronchetti aveva innanzitutto bisogno. Infine, quarta ragione e mica ultima, in ordine d'importanza: perché solo Guido Rossi, può evitare che la Procura di Milano approfitti della malaparata tronchettiana, e affondi il bisturi delle richieste di rinvio a giudizio per la ormai triennale indagine in corso sulle maxi intercettazioni illecite compiute in questi anni dall'ex monopolista telefonico. Sarebbe una botta esiziale, per chi ha controllato Telecom in questi anni. La domanda ultima è un'altra. Allo stato attuale, Tronchetti è da considerarsi come un proprietario sconfitto ormai uscente, che deve accontentarsi di una buonuscita negoziata con la politica, oppure ci stupirà? I grandi giornali del poter confindustrial-prodiano scommettono sulla prima ipotesi. Per far filotto domani con Mediaset, dopodomani con una Rcs multimediale e iperulivizzata. Motivo per cui io dico invece che c'è da sperare che Tronchetti combatta come una tigre, riflettendo su tutte le cazzate che ha fatto per anni.*

    vicedirettore Finanza& Mercati

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  2. #2
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    dal quotidiano LIBERO di oggi

    "I furboni del palazzo volevano imbrogliare perfino lo Stato

    di FRANCESCO FORTE


    Ai furbetti del quartierino sono succeduti i furboni del palazzo, che stanno a Palazzo Chigi. Il piano per il gruppo Telecom trapelato dalla presidenza del Consiglio ha indotto l'ad del gruppo Marco Tronchetti Provera a dimettersi, mentre pare abbia generato turbative di quotazioni dei titoli telefonici. Però non è una raffinata operazione di finanza creativa, ma un semplice e indecoroso sistema per costituire una nuova Iri e distribuire benefici a spese del contribuente. Il gioco delle tre tavolette al paragone, è un'opera pia. L'ignoto finanziere che ha suggerito il piano, stima che la rete fissa di Telecom Italia valga «al minimo 25-30 miliardi di euro». Dice che altre stime la danno a 34, mentre nei libri contabili di Telecom, (guarda un po') essa è segnata per soli 9. L'ignoto "esperto" così afferma che se Telecom vende la rete fissa per 30 miliardi alla Cassa depositi e prestiti che è dello Stato, questa fa un affare, prendendo per 30 ciò che vale 34. Telecom, continua "l'esperto", cedendo la rete allo Stato per 30 miliardi realizza una bella plusvalenza di 21 miliardi (pari ai 30 incassati meno i 9, a cui la rete è segnata in bilancio). Però Telecom pagherebbe, su tale plusvalenza, imposte per il 40%, ossia 8,4 miliardi. Lo Stato, così, non spenderebbe 30 miliardi, ma solo 21,6, in quanto il Fisco girerebbe alla Cassa depositi e prestiti (Cassa Ddpp) gli 8,4 miliardi incassati. Poi, dice l'inventore del piano, dato che questa rete fissa vale 34 e non 30 miliardi, la Cassa Ddpp, potrà cederne facilmente, al prezzo di acquisto, il 60%, a operatori che ci guadagnerebbero. Poiché il 60% di 30 è 18 miliardi, lo Stato, che aveva versato 21,6 miliardi, rimarrebbe con un esborso netto di soli 3,6 miliardi (pari ai 21,2 meno 18) e avrebbe il pacchetto di controllo della rete fissa Telecom che varrebbe il 40 per cento di 34 miliardi, cioè 13,6 miliardi. Lo Stato avrebbe, così, un guadagno netto di 10 miliardi. Meraviglioso, geniale. Lo Stato s'arricchisce di 10 miliardi, il gruppo Telecom racimola 30 miliardi e può ripagare i debiti sotto cui stava per crollare. E la collettività dispone d'una rete telefonica fissa a cui si possono allacciare tutte le compagnie operanti in Italia . Ma è un imbroglio. Tutto nasce dalla stima iniziale di 30 miliardi che sarebbero meno dei 34 di valore vero. Se queste stime fossero realistiche non ci sarebbe bisogno della Cassa Ddpp per fare l'acquisto a 30 miliardi della rete di Telecom. Essa stessa potrebbe collocare in Borsa la sua rete per questa cifra. Può darsi che Tronchetti Provera si sia dimesso perché teme che una operazione di questa natura, ove fatta da lui, subirebbe il veto governativo, magari perché fra gli acquirenti ci sarebbero degli stranieri. Ma può anche darsi che queste stime siano eccessive e che i furboni del palazzo abbiano pensato che così possono indorare la pillola per il gruppo finanziario indebitato e per lo Stato, che dovrebbe acquistare a prezzo alto, ciò che il mercato prenderebbe solo a prezzo basso. In ogni caso la Cassa Dddpp, per versare i soldi per fare questa operazione dovrebbe fare un debito di 30 miliardi, oltre 2 punti di Pil. Il fisco statale ricaverebbe al massimo il 30% della plusvalenza, non il 40 perché il resto andrebbe in tributi locali e in spese detraibili dall'imponibile del venditore, in particolare per le consulenze di finanzieri e avvocati (pomposamente si dice merchant banks e consulting) che assisterebbero Telecom Italia nell'affare. Inoltre la Cassa Ddpp non potrebbe collocare sul mercato il 60% della rete fissa acquistata, allo stesso caro prezzo a cui se l'è addossata. Ma potrebbe vendere in perdita una buona fetta ad amici. L'operazione, alla fine, può comportare un maggior debito pubblico di 20 miliardi (1,5 punti di Pil) a fronte di una quota di rete fissa che vale la metà e che lo stato può controllare mediante le autorità di vigilanza, senza spendere un soldo per possederla. "


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  3. #3
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    dal quotidiano LIBERO di oggi.......

    "Fuori uno: Prodi scricchiola ma Silvio non ride

    di OSCAR GIANNINO


    Caro direttore, la vicenda Telecom è un mistero buffo, ma non sarà Dario Fo a darcene la chiave questa volta, perché Berlusconi non ne è parte in causa. Per questo è meglio che ce ne occupiamo a modo nostro e in piena libertà rispetto agli interessi dominanti, come possono fare giornali come Libero e come il mio Finanza&Mercati. Ieri sono brillati nel cielo della telefonia tre altri fuochi d'artificio. Angelo Rovati s'è dovuto dimettere da consigliere di Romano Prodi, ma il dante causa cioè il premier ha continuato a tacere, riservando le sue preziose parole al presidente dell'Iran, quel bravuomo tanto equilibrato secondo il quale la Shoah è una pura invenzione, insomma Ahmadinejad. Comunque, Prodi si becca la prima ammaccatura. Il secondo mortaretto ammacca invece la controparte: perché il nuovo presidente di Telecom, il professor Guido Rossi che Tronchetti Provera ha indicato al suo posto per poter meglio far argine alla politica e alle banche, ha dovuto far buon viso alla richiesta venutagli dalla politica di mollare la poltrona di supercommissario della Federcalcio, che oggi passerà a Vito Gamberale, ex grande manager di telefoni anche lui, che da due mesi ha mollato i Benetton in disaccordo sulla fusione italospagnola per Autostrade. La terza è solo una stella cometa ancora lontana, che forse però nei prossimi giorni potrebbe ingrandirsi in cielo e illuminare la via di Betlemme, la nascita cioè di un nuovo gruppo di controllo in Telecom. Ma andiamo per ordine. Su Rovati, è presto detto. L'uomo a me sta francamente più simpatico che antipatico. Ma il fatto che egli sia il collettore di risorse finanziarie di Prodi certo non aiuta il premier a dissipare l'atmosfera di inciucio affaristico, e a respingere l'accusa di indebita e colossale interferenza sul mercato. Rovati ha lamentato che Tronchetti Provera lo ha deluso, perché ha rivelato al Sole 24 ore i dettagli del memoriale che egli gli aveva inoltrato da Palazzo Chigi. L'accusa è francamente paradossale, visto che la nota emessa giorni prima da palazzo Chigi, direttamente dettata da Prodi, annunciava a tutto il mondo la cessione di Tim Brazil da parte di Telecom, e i particolari delle trattative private che Tronchetti aveva avuto con General Electric e Time Warner, tutte cose assolutamente sconosciute al mercato, e che non spetta certo a un governo rivelare. Il protagonismo e le critiche a sinistra Quel che conta non è il sacrificio di Rovati. Ma il fatto che Prodi inizia ad accusare le critiche a voce bassa che vengono dai Ds e dalla Margherita, insospettite dal suo protagonismo tutto personale quando si tratta di dossier aziendali, da Autostrade alla Telecom, passando per Alitalia e Ferrovie. Inizia a scricchiolare la catena tutta personale di comando che Prodi ha messo in piedi, aggirando per primi i partiti della sua maggioranza, catena incentrata su Daniele de Giovanni e su sottosegretari come Massimo Tononi, ex banchiere d'affari. Su Guido Rossi, invece, c'è molto più da dire. Formalmente, da neopresidente Telecom non era incompatibile con lacarica di castigamatti del calcio. Ma Telecom-Tim sono inserzionisti di prima grandezza del campionato, insomma non era molto elegante restare col piede in due staffe. Soprattutto quando si è passata tutta la vita a predicare contro il conflitto d'interesse endemico ed epidemico che graverebbe sul capitalismo italiano. Ma, a proposito di conflitto d'interesse, che veste ha davvero Rossi alla guida di Telecom? È lì come avvocato del principale azionista, per rappresentarlo verso le autorità, politiche, di regolazione, giudiziarie? O piuttosto è lì a nome di tutti gli azionisti a cominciare dai piccoli, bistrattati per anni con un titolo sempre più in discesa? È lì come tramite con le banche, che da sempre hanno dettato tempi e modi della vicenda Telecom? È vero per esempio, che la fusione San-Intesa obblighi i due istituti sulla via di diventare uno a rientrare dagli affidamenti a Telecom, perché l'esposizione sarebbe superiore al massimale di rischio per una sola banca? Non è una domanda irrilevante. La verità è che il colpo di Bazoli e di Prodi, San-Intesa appunto, è stato un sasso lanciato nello stagno italiano destinato ad alimentare ancora molte ondate. Da due settimane nessuno se ne occupa più, ma non bisogna dimenticare che i dubbi del Santander e dell'Agricole non sono risolti. Che l'Antitrust dovrà pronunciarsi, sull'eccesso eventuale di concentrazione in materia assicurativa e di asset management fatto dalla som ma di Eurizon e Generali. Che Bazoli ha un patto per il quale dovrebbe dare il 65% della Eurizon torinese ai francesi di Agricole, e che i torinesi sono pronti a insorgere con le baionette per impedirlo. Insomma l'enorme boccone di San-Intesa ha fatto aprire gli occhi a molti, banchieri e politici, che oggi non sono tanto pronti ad assistere ad un bis prodiano sul dossier telefonico. Quanto a Tronchetti, approfondiamo un po' la sua situazione. Ieri una collega di Finanza&Mercati, Sara Bennewitz, si è fatta due conti. La presidenza di Guido Rossi svela una realtà abilmente sottaciuta. Tronchetti Provera non è affatto il primo azionista di Telecom. Perché lui personalmente possiede il 61% di una scatola (la Gpi) che ha il 52% di una scatola (Camfin) che ha il 25,5% di una scatola (Pirelli) che ha l'80% di una scatola (Olimpia) che a sua volta ha il 18,6 % di Telecom. A conti fatti Tronchetti, a parte una manciata di stock option, possiede direttamente solo il 2,3% della società. Se si sottrae il debito sopportato da ognuna delle dette finanziare, la sua partecipazione scende all'1% o poco meno. I primi azionisti del gruppo di telefonia sono altri: la famiglia Benetton, che sul totale del capitaleTelecom ha il 3,72% attraverso Olimpia, e lo 0,74% attraverso Pirelli. Eppure né Gilberto Benetton né Gianni Mion hanno mai ricoperto un ruolo esecutivo nel gruppo. Perché i Benetton delegano la gestione delle società agli amministratori che fanno quello di mestiere, in Autogrill e Autostrade, ma anche nell'azienda che porta il loro nome. Rossi spianerà la strada ai Benetton Tra i predecessori di Tronchetti, Roberto Colaninno è a capo di una finanziaria, acquista nel 2002 direttamente da Marco Tronchetti Provera, che da sola capitalizza quasi quanto la Camfin. Lorenzo Pelliccioli, che guida gli investimenti della famiglia De Agostini, ha fatto della Lottomatica (un'altra ex partecipazione del gruppo di tlc) un colosso da 5 miliardi di capitalizzazione. A distanza di 5 anni dall'avvento di Tronchetti, con una Telecom che ha più debiti di allora e vale meno della metà, Colaninno e Peliccioli sono stati tanto capaci di creare valore da piccole aziende satellite dell'ex monopolista, Tronchetti Provera è andato alle corde di distruggerne per Telecom. Per questo, con ogni probabilità Guido Rossi già oggi rappresenta assai più che Tronchetti i primi azionisti veri di Telecom, cioè i Benetton. E con ogni probabilità il suo vero mandato non sarà affatto di cedere asset di Telecom, ma di provare di qui al 6 ottobre, quando le due residue banche presenti in Olimpia - tra cui Intesa di Bazoli - dovranno uscire da Olimpia - a "pilotare" in Olimpia una crescita in grande stile dei Benetton stessi, e magari dei Drago che con Pelliccioli hanno fatto di De Agostini un gigante pieno di liquidità. Alessandro Profumo e Cesare Geronzi sono molto interessati che sia la "loro" Mediobanca, a guidare la partita, non l'Intesa di Bazoli che ha ancora una bella indigestione da smaltire, e che è considerata troppo vicina alla Prodi-Bank che aspira tutto come carta assorbente. Ma è solo una previsione. Ne vedremo ancora delle belle, tra premier ex liberalizzatori a parole e di fatto statalisti, nemici dichiarati del conflitto d'interesse a cavallo però di mille selle, capitalisti indebitati che non vogliono perdere la faccia, Rcs in un angolo pronta a essere coinvolta, banchieri che diffidano della maxi banca appena nata, freschi spodestati di autostrade e vecchi protagonisti di Mani Pulite come Di Pietro. Un ultimo fischio: Berlusconi stai attento. Tra loro, son tutti divisi. Ma, contro Mediaset, son tutti uniti.
    *Vicedirettore Finanza&Mercati
    "


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  4. #4
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    " Il sogno di Romano: ricostruire l'Iri

    di ANTONIO MARTINO

    "
    Le dimissioni di Marco Tronchetti Provera da presidente della Telecom sono la conclusione di quello che temiamo sia solo il primo atto di una farsa decisamente brutta. Gli succede il professore Guido Rossi che disse del governo D'Alema che aveva trasformato palazzo Chigi nell'unica merchant bank in cui non si parlasse inglese. Le dimissioni di Tronchetti sono da imputarsi alla intromissione di Romano Prodi nelle decisioni del consiglio di amministrazione di una società privata quotata in Borsa. Prodi ha lamentato di non essere stato preventivamente informato di quanto il consiglio di amministrazione avrebbe deciso. La cosa è singolare perché non si vede proprio per quale ragione il consiglio di amministrazione di una società privata dovrebbe informare preventivamente il capo del governo di quanto intende decidere. Si ha la sensazione che Prodi ritenga di essere ancora il presidente dell'Iri e che (tutte?) le aziende italiane siano di proprietà del gruppo da lui presieduto.
    Il Vietnam del Professore.
    Questa inconsapevole nostalgia di Prodi per gli anni della sua presidenza dell'Iri non risulta comprensibile perché a giudizio di molti egli è stato di gran lunga il peggiore dei presidenti dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale. Tanto per dare un'idea, il Corriere della Sera il 25 febbraio 1996 intitolava così un articolo dedicato all'argomento: "L'Iri, il Vietnam del Professore" (la definizione è dello stesso interessato) e ricordava che dal 1982 al 1989 i debiti finanziari netti del gruppo erano passati da 32 mila a 45 mila miliardi e che lo Stato aveva dovuto versare 18 mila miliardi nelle casse del gruppo. Se si aggiunge che in quegli anni il numero degli occupati venne ridotto di ben 140 mila unità e si considera il gran numero di episodi scandalosi che li caratterizzarono, non si capisce di cosa Prodi abbia nostalgia. Si pensi solo al caso dell'Alfa Romeo, ceduta alla Fiat per 550 miliardi, dopo che l'anno prima l'Iri ne aveva investito ben 700, o alla questione Cirio, svenduta e con un contorno di intrighi assai poco edificante. La lamentela di Prodi non è soltanto incomprensibile, perché non c'era motivo per informarlo e preventivamente di quanto si sarebbe deciso nel consiglio di amministrazione di una società privata, è anche falsa. Il ruolo di Angelo Rovati Il piano adottato dal cda della Telecom, infatti, era basato su un documento inviato da Angelo Rovati, consigliere di Prodi, a Tronchetti Provera su carta intestata della presidenza del Consiglio! È quindi scarsamente credibile che Prodi non ne sapesse nulla. Quanto al contenuto del piano, è semplicemente sbalorditivo che lo scorporo della Tim dalla Telecom venisse implicitamente presentato come premessa per la "rinazionalizzazione" di quest'ultima: ci si ripromette(va) di scaricare sui contribuenti l'enorme montagna di debiti accumulatidalla Telecom, società con cui il centro-sinistra da anni si diletta a fare affari (vedi il commento del professore Rossi sopra citato). Non basta. Il nostro ineffabile presidente del Consiglio, alla comprensibile richiesta della Casa delle libertà di venire a riferire in Parlamento sull'accaduto, aggiunge un'ennesima gaffe al suo prodigioso repertorio, dichiarando, prima di cambiare idea a causa delle pressioni dei suoi alleati: «Siamo matti? Lasciamo stare le chiacchiere, ne abbiamo fatte anche troppe». Il che fornisce la misura del rispetto per il Parlamento che ispira questo fior di democratico. Non contento di ciò, aggiunge che il documento inviato dal suo consigliere Rovati a Tronchetti «è una vicenda privata». Le minacce del governo Né la storia si conclude qui. Non solo Prodi, ma anche diversi suoi ministri, stigmatizzando la mancata informazione da parte di Tronchetti, si lasciano andare a minacce non tanto velate e argomentazioni risibili. Così, qualcuno minaccia di ricorrere alla "golden share" al potere di veto del governo - ipotesi questa subito bollata come inammissibile dalla Commissione Europea - qualcun altro ipotizza la revoca della concessioni, in un crescendo di assurdità e di farneticazioni demenziali. La ciliegina sul gelato viene offerta dalla tesi ribadita a tutto spiano che bisogna tutelare l'italianità della telefonia mobile. Al riguardo si potrebbero dire molte cose, ma basta ricordare la valanga di contumelie che le stesse persone riversarono su Antonio Fazio quando questi si riprometteva di difendere l'italianità del sistema bancario per rendersi conto che non siamo in presenza di persone serie: siamo di fronte a guitti di una lugubre farsa.
    "

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    dal quotidiano LIBERO di oggi

    "STRONCHETTATO PROVERA

    di OSCAR GIANNINO


    Ora che ha perso Telecom, i giudici (benedetti da Prodi) gli presentano il conto


    Caro direttore, premetto a te e ai lettori che questo ennesimo articolo sulla vicenda Telecom è scritto frenando a fatica l'incazzatura. Ci sono tre aspetti diversi della faccenda, e su tutti e tre i lettori di Libero come del mio giornale Finanza&Mercati non hanno dovuto aspettare il post 11 settembre di Telecom, per leggere ciò che andava scritto per tempo. Non saremmo a questo punto, cioè sul ciglio di un baratro, se i giornaloni vicini a grandi banche e al vertice di Confindustria avessero fatto il loro dovere sui tre capitoli, invece che scoprirli ora quando è tardi, in una paradossale gara dell'ultimo minuto, e solo perché la Procura di Milano ha fatto esplodere col consueto tempismo la bomba a tempo che da anni si teneva in serbo. Le tre questioni sono assai diverse, e se si intrecciano ora in un unico dossier è solo perché l'Italia è malamente abituata da molta della sua informazione a errori uno più grave dell'altro. Non osare mai fare analisi serie sui criteri finanziari e industriali che i grandi gruppi pongono alla base delle proprie scelte, almeno finché chi li guida siede nell'Olimpo intoccabile di chi "conta" davvero. Da moltissimi mesi chi qui ci legge ha visto squadernata la vera priorità che da cinque anni a questa parte la Telecom di Tronchetti Provera ha considerato prioritaria, nelle proprie scelte finanziarie e industriali e nelle tre successive inversioni a U fatte a distanza di poco tempo, sul valore pazzesco pagato comprando all'origine, sull'opa Tim e oggi sul ritorno alla separazione tra fisso e mobile: la priorità è sempre stata l'estrazione di valore finalizzato a rendere via via meno impossibile il debito in capo a chi era socio di comando, non la creazione di valore nell'interesse di tutti i soci dell'azienda a partire da quelli di minoranza. Dirlo prima dell'11 settembre, tranne poche eccezioni condannava all'irrilevanza nel giornalismo "autorevole" del nostro Paese. Ieri e solo ieri, si è svegliato Eugenio Scalfari. Forse, se i grandi giornalisti economici badassero meno ai vincoli posti dai grandi inserzionisti pubblicitari e alle telefonate di banchieri e industriali soci del proprio giornale, e rischiassero di più la faccia criticando quando c'è da criticare - e in Telecom ce n'era a bizzeffe, purtroppo - lo stesso Tronchetti avrebbe evitato per tempo errori che oggi rischiano di risultargli fatali. L'essere al di sopra delle giuste critiche sconfina con l'impunità, ed è nell'impunità che si commettono gli errori peggiori. Il secondo capitolo riguarda invece l'invasione selvaggia di campo compiuta quest'estate da Romano Prodi con maggior violenza quanto più avvertiva che il nodo si stringeva intorno al collo di Tronchetti. E anche su questo, i nostri lettori hanno potuto giorno per giorno capire che cosa ne pensiamo, di un premier che fa preparare da banchieri amici - a tutt'oggi sconosciuti - piani di riassestamento societario di grandi aziende private quotate, nonché di esproprio di uno dei suoi asset più importanti come la rete fissa, poi li fa consegnare all'azienda a poche ore da scelte decisive, poi ancora dice di non saperne niente, rifiuta di risponderne in Parlamento, e finisce per fare la figura del nano sul terreno dell'onore rispetto al leale Angelo Rovati. Un premier acchiappa-tutto, banche e aziende, piegato però dai suoi stessi sodali prima con le brutte a riferire alla Camera, quando l'aveva escluso. E obbligato ieri a dire di sì anche al Senato, dopo che l'opposizione vi ha avuto la meglio, e la prima reazione di Prodi era stata di sprezzante diniego, delegando l'incolpevole ministro Gentiloni. Un plauso ai due presidenti delle Camere, che pur essendo entrambi fieri militanti dell'Unione nulla hanno concesso al premier . Anche su questo secondo capitolo, l'informazione si divide per tifo politico, invece che per merito delle questioni. E per fortuna ci ha pensato in questo caso la stampa internazionale, ad aggiungere il suo cannoneggiamento contro l'incredibile ritorno di Prodi nelle vesti di presidente dell'Iri e di cordate di amici banchieri. Indagini a orologeria Ma sul terzo capitolo, quello giudiziario, è veramente dura frenare la lingua. Chi qui scrive è garantista sempre e comunque, a prescindere dalla logica amico-nemico che avvelena l'Italia. Ed era ben per questo, che ho affermato da moltissimo tempo che era e resta uno scandalo, che la procura di Milano si sia tenuta per due anni e mezzo in canna il proiettile dell'indagine che aveva compiuto sulle intercettazioni illecite in Telecom. Riservandosi prima di utilizzarlo come bastone minaccioso per ottenere dalla stessa Telecom una piena collaborazione sulla vicenda Abu Omar, intercettando a tutto spiano e ricostruendo i tabulati di agenti della Cia e del Sismi. Per poi, oggi, ottenuto ciò che si voleva e che presto vedremo formalizzato nella conclusione dell'indagine che intende tagliare la testa al Sismi, e affermare il principio che in Italia le operazioni "coperte" d'ora in poi non si fanno se non sotto la guida e l'assenso del Palazzo di giustizia milanese - far brillare la mina che da mesi e mesi Tronchetti Provera sapeva di avere sotto i piedi. Puntualmente gli arresti per le intercettazioni illecite di Telecom avvengono ora che è aperto sul tavolo il nodo del riassetto e controllo societario, nel pieno delle polemiche politiche per le mani che Prodi ha cercato di calare sull'azienda, in modo da affermare autoritativamente ciò che dal 1992 è sempre stato il copione obbligato dei ribaltoni italiani: è la giustizia penale, a rivendicarne il timone, attraverso ordini di cattura e schiavettoni. Personalmente, ho scritto da mesi ciò che oggi ripeto: le intercettazioni di massa compiute in Telecom erano uno schifo gravissimo, e le difese aziendali visibilmente facevano acqua, come molte volte abbiamo documentato, ma la bomba a tempo della Procura non fa meno ribrezzo. Perché le violazioni della legge da parte dei privati sono ciò che la giustizia deve accertare e sanzionare, ma la decisione di farlo scegliendone discrezionalmente tempi e modi per ottenere le maggiori conseguenze sulle imprese stesse e sulla politica è il deragliamento di ogni idea di giustizia giusta. Tronchetti Provera lo sapeva, che l'attacco più duro gli sarebbe venuto ora che i suoi errori industriali e finanziari venivano al pettine, quello più pericoloso ancora rispetto allo stesso Prodi che lavora per rilanciare la mano dello Stato e di banche amiche su Telecom, gli sarebbe stato portato dai pm che da un anno e mezzo girano attorno alle decisioni che hanno assunto solo ora. E' per questo che si è dimesso dalla presidenza di Telecom: così che i pm non assumano né provvedimenti limitativi della sua libertà personale, poiché non essendo più presidente non può più inquinare le prove né reiterare eventuali reati, né interdittivi della sua qualifica di amministratore, com'è divenuta temibile abitudine dopo che la legge 231 rende i pm padroni della vita, dell'operatività e dei beni di ogni impresa nella quale chiunque - qualunque sia il suo grado - sia sospettato di aver compiuto un reato. Cattive azioni da salvare Così facendo, in questi giorni ha evitato che il titolo Telecom scendesse in Borsa sotto la soglia dei 2 euro: che è il limite oltre il quale c'è l'esplosione non più convenzionale come quella in atto, ma nucleare, poiché i covenant con le banche creditrici del gruppo sono firmati per un valore minimale dell'azione Telecom non inferiore a 1,8-1,9 euro, e se si va sotto saltano le garanzie e l'intera catena di controllo che fa capo alle scatole cinesi di Tronchetti va a farsi benedire perché nessuno le farebbe credito. Per Tronchetti, il bilancio è amarissimo. Aver dovuto leggere - solo ieri, naturalmente, ad arresti avvenuti - che il direttore di Repubblica giudica la Telecom delle intercettazioni illecite di massa un vero e proprio "cancro annidato nella vita italiana", e per sovrammercato essersi dovuto sorbire dal fondatore Eugenio Scalfari la piena interdizione dal consorzio dei presentabili in società, addirittura con un accostamento personale a Raul Gardini, deve essere stato veramente duro per Tronchetti. A maggior ragione perché il maramaldeggiare è tanto più infamante quanto più è tardivo, e giunge addirittura a indicare un colpo di pistola suicida - ma suicida davvero? - come unico rimedio per levarsi di torno con onore. Sul ruolo di Guido Rossi, come difensore dei diritti sinora violati dei soci Telecom diversi da quelli di controllo, dell'azienda di fronte alle incursioni di Prodi e di fronte ai pm che vogliono ora influenzarne l'agenda e le scelte, dico solo una cosa. A lodarlo per i suoi mille meriti è le sue straordinarie qualità, sono buoni in tanti. Io sono bastian contrario. Proprio perché ho dato addosso alla Juventus moggiana, dico allora che il professor Rossi consulente di Olimpia con Murdoch non è che si sia comportato al di sopra di ogni sospetto d'interesse improprio, quando da commissario straordinario di Federcalcio ha appuntato la stelletta dello scudetto sul petto dell'Inter del cui vicepresidente Tronchetti era ed è avvocato. *Vicedirettore Finanza%Mercati
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    Saluti liberali

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    "Stop ai dossier proibiti, ma attenti ai roghi

    di OSCAR GIANNINO


    Caro direttore, ieri Romano Prodi ha fatto in fretta, a montare sul provvidenziale intervento della Procura di Milano, che dopo anni di indagini consegna tempestivamente la bomba delle intercettazioni illecite di Telecom in modo tale da consentire al premier di tentare un salvifico giramento di frittata. Non si parli più delle indebite intromissioni del premier acchiappa-banche e acchiappaaziende, del dossier Rovati che Prodi dice di non aver mai letto, della contraddizione palese tra la versione ufficiale secondo cui il presidente del Consiglio non sapeva nulla, e la telefonata pervenuta invece ai vertici Telecom dal fido prodano Daniele de Giovanni poche ore prima del cda dell'11 settembre. Una telefonata nella quale, a nome del premier, si esternava la sua insoddisfazione profonda, perché la delibera che sarebbe stata presentata da Tronchetti con lo scorporo tra rete fissa e mobile non corrispondeva a ciò che Prodi si aspettava. Vai invece con la grancassa della gravissima minaccia rappresentata dalla banda Tavaroli-Telecom con le sue intercettazioni e predisposizione di fascicoli riservati a migliaia, su banchieri, imprenditori concorrenti del gruppo telefonico, politici e via continuando. Prodi ha fatto persino contattare l'opposizione, ieri, per averne il consenso e concordare al volo il decreto legge con cui è stata immediatamente disposta l'immediata distruzione delle migliaia di dati riservati accumulati dalla banda degli spioni in Telecom. Potete ora scommetterci che, come Prodi ha già annunciato, entro pochi giorni apprenderemo che il governo ha avviato il repulisti del Sismi, perché vedrete che alla fine la tesi di pm e prodiani sarà che era il servizio militare d'informazioni il vero capofila della ghenga che per anni da Telecom ha spiato migliaia di cittadini. Occhio, caro direttore. Cerchiamo di non farci cascare almeno i nostri lettori. Perché Prodi è padrone di cercare di salvare la sua faccia. Ma che il premier abbia ricevuto ferite profonde, in conseguenza dei suoi errori, lo testimonia il grido di dolore in cui è prorotto ieri alla festa dipietresca dell'Italia dei Valori. «Se vado a casa io, non sarò il solo», ha detto. Una minaccia evidente ai suoi stessi alleati dell'Unione, che giorno dopo giorno, increduli dei suoi errori giganteschi su Telecom, lo hanno costretto a sempre più penosi e sistematici voltafaccia e rimangi di parola. Un tempo, quando c'era la cosiddetta Prima Repubblica, se un presidente del Consiglio parlava in quei termini alla sua coalizione, era il segno più evidente che i suoi stessi alleati si accingevano ormai a mandarlo a casa. Probabilmente questa volta non avverrà, ma una cosa è certa. La bomba Telecom non ha solo coperto di fango Tronchetti e mandato in carcere tutti i suoi uomini di diretta fiducia che si sono occupati per anni della sicurezza in azienda (però chapeau a Tavaroli, che ieri ai pm ha tentato di salvare Tronchetti dicendo che riferiva all'amministratore delegato Carlo Buora, anche se la faccenda non cambia). Un fango che Guido Rossi tenterà di ridurre ai minimi termini: non sfugga che ieri ha depositato la sua "relazione" sul cda di Telecom dell'11 settembre alla Procura di Milano con cui spesso è andato a braccetto, non certo a quella di Roma che di suo aveva aperto un fascicolo rivendicando la competenza territoriale. Ma la vicenda Telecom ha anche introdotto una lancia dritta dritta nel costato di Prodi. E quella lancia continuerà a spargere sangue, c'è da contarci. Veniamo però al fatto eclatante di ieri, il decreto distruggi-fascicoli riservati accumulati in Telecom. Occhio direttore, mettiamo subito i lettori sull'avviso. Per noi che cominciamo ad avere un po' di anni, è giocoforza risalire a un'analoga vicenda, che per decenni è rimbalzata nella vita pubblica italiana fino a noi, come uno dei massimi misteri insoluti della repubblica. Vi ricordate dei fascicoli accumulati a migliaia, anch'essi illegalmente, da parte del Sifar guidato dal generale Giovanni De Lorenzo? Anche in quel caso erano non solo intercettazioni telefoniche ma vere e proprie schede informative poliziesche su politici, militari, ecclesiastici, uomini di cultura, sindacalisti e giornalisti, compilati diligentemente dal 1955 almeno fino al 1962. Non tanto in vista di un colpo di Stato, come la sinistra volle dire per anni, quanto per influenzare, ricattare, delegittimare, promuovere amici, screditare avversari: esattamente come nel caso Telecom. Si documentava la predilezione del presidente Saragat per gli alcoolici, le donnine di tanti industriali, i vizietti di tanti politici. Dopo anni e anni di smentite sulla loro esistenza, alla fine invece se ne accertò ufficialmente la sopravvivenza al generale, che ormai era stato defenestrato. E a chi toccò la loro distruzione? A un sottosegretario alla Difesa considerato di sicura fiducia per il suo partito, e di indiscussa lealtà alla Repubblica. Giulio Andreotti, proprio lui. Mistero in persona. Con che risultato? Che per decenni nessuno davvero potè essere certo, che quella massa di fango era stata distrutta. Tanto che quando a distanza di 15 anni venne sequestrato l'archivio uruguayano e quello italiano presso la villa di Castiglion Fibocchi di Licio Gelli, il venerabile capo della Loggia P2, a decine insorsero certi del fatto che Andreotti in realtà era stato lui a passarli all'"amico", perché potesse nell'ombra continuare la sua opera di indebita ingerenza nella vita pubblica italiana. Una commedia del tutto analoga si verificò in relazione alle migliaia di fascicoli riservati accumulati dal servizio sicurezza del ministero degli Interni dal prefetto Federico Umberto D'Amato. E solo 20 anni dopo il capo della Polizia Vincenzo Parisi poté garantire, che nulla restava di quei dossier. Ora domando e dico: chi ci dà davvero la sicurezza che la distruzione dell'archivio dossierato di Tavaroli e Cipriani, dopo anni e anni di spionaggio illecito sul doppino telefonico e nei nostri conti bancari, sia sul serio distrutto? A maggior ragione quando a differenza dei tempi preistorici andreottiani è oggi banalissimo replicare in pochi minuti i supporti elettronici, sui quali quelle migliaia di dati sensibili sono stati registrati? E quando si tratta di documenti, computer e dischetti che da mesi sono nella disponibilità della Procura di Milano? Occhio direttore, io non voglio beccarmi querele. Ma devo dirti una cosa fuori dai denti. Che davvero Andreotti abbia distrutto quei dossier del passato, io non lo so e non ci metto la mano sul fuoco, anche se Francesco Cossiga più volte ha ricostruito da par suo la vicenda e dato la sua parola, alla quale credo come poche altre. Ma che i signori procuratori, avvezzi da anni a usare ogni possibilità per affermare la propria centralità nella vita della politica e dell'economia italiana, siano essi la garanzia dell'avvenuta distruzione decretata ieri sul tamburo da Palazzo Chigi, ebbene ci vuole una bella dose di buona volontà per crederlo. E a noi, diffidenti per natura e due volte quando si tratta di ingerenze dei pm, la buona volontà su questo fa proprio difetto. vice-direttore di Finanza&Mercati

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    Saluti liberali

 

 

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