http://www.naziturk.org.tr.tc/
incredibile!![]()
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bisogna vederle tutte nella vita...
NAZİ TURK IS ARMY OF ALLAH! TURK BLOOD, ISLAMIC BELIEVE!
NAZITURK IS TURK!
NAZITURK IS ISLAMIC!
NAZITURK KNOW ALL ENEMIES OF ALLAH AND TURKISH BLOOD!
M.KEMAL AND HIS WAYS(KEMALIZM) ARE JUDAIC!
TURKISH GOVERMENT IS NOT TURKISH!
KEMAL AND HIS FRIENDS DESTROYED TURK-ISLAM EMPIRE!
OTTOMAN EMPIRE RETURN AND ALL JEWS WILL KILL WITH TURKISH SWORD!
NAZI TURK WILL DESTROY ALL JUDAIC TURKISH GOVERMENT!
FLAG OF ISLAM FALLED IN TURKEY WITH JEWISH DIRTY HANDS.
NOW TURKISH GOVERMENT ILLEGAL!IN TURKISH GOVERMENT SLAVE OF ISRAEL! BUT GREAT KHAN ABDULHAMID WILL TURN! CHILD OF ABDULHAMID RESISTANSE.AND BASTARD OF KEMAL WILL GO TO HELL!
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Leader of NazıTurk, Great Khan Abdulhamid Sultan broke to jews plans. He ıs antijewish and antizionist!


è vero che la fine dell'Impero Ottomano fu voluta dai giudei! è scritto anche nella costituzione di Hamas
la Turchia allora (I guerra mondiale) era alleata della Germania
comunque ecco le ss turche:
II. DÜNYA SAVAŞINDA'Kİ NAZİ TÜRK LEJYONLARI
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2.Dünya Savaşı sırasında, Alman Ordusu saflarında görev yapan, 38 Waffen SS Tümeni dışında, bilhassa Doğu Cephesinde görev yapan ve personeli yerli halklardan oluşan çok sayıdaki birlikten birisi de, Türk asıllı askerlerden oluşan, "Osttürkischer Waffenverband der SS" diye isimlendirilen, Türkistan Lejyonu'dur.
Alman işgalindeki Yugoslavya'da, Müslüman-Boşnak ağırlıklı, 13. Waffen-Gebirgs-Division der SS Handschar birliğinde olduğu gibi, Kudüs Müftüsü Hacı Amil El-Hüseyin'in manevi önderliğinde, Alman Ordusu'nun Rusya harekatı sırasında esir aldığı Türk asıllı Sovyet askerleriydi.
Söz konusu birlik üç taburdan oluşmaktaydı (450. 480. ve I/94. taburlar). Her ne kadar adı, tümen olarak belirtilmişse de, aslında, TSK ölçülerine göre, alay seviyesindedir. Birliğin ilk komutanı, SS Yarbayı Andreas Meyerdir (Ocak 1944 - Mart 1944). Daha sonraları, Alman asıllı yüzbaşı ve yedek subay binbaşılar tarafından idare edilen birliğin, 1944 Ekim ayı ile 1944 Aralık ayı arasındaki komutanı, SS Albayı Harun Reşit isimli Türk asıllı bir subaydır. Bu kişinin 1.Dünya Savaşı sırasında eğitim için geldiği Almanyada kalan ve 2. Dünya Savaşına SS saflarında katılan bir Türk olduğu biliniyor. Ancak Harun Reşit;, bu Türk asıllı kişinin sonradan aldığı takma bir isim de olabilir.
1944 yılı başında kuruluşu tamamlanan ( Kimi kaynaklarda, birliğin kuruluş tarihi olarak, Kasım 1943 tarihi veriliyor.) birliğin ilk görevi, 1944 yılının şubat ayında, Beyaz Rusya'ya gönderilerek, cephe gerisinde sabotaj faaliyetlerinde bulunan Sovyet partizanlarına karşı, anti-partizan yöntemler ile mücadele etmek olmuştur ( İlk olarak, 28 Mart 1944de, Minsk yakınlarında, Yuratishki de partizanlara karşı operasyon yapmıştır.). Benzer bir görev ile daha sonra Polonya'ya gönderilen (Haziran 1944) birlik burada da yine partizanlar ve Polonya Ordusu ( Cephe gerisinde faaliyet gösteren, 1939'da dağılmış olan Polonya Ordusu'ndan geriye kalan askerlerin oluşturduğu, 'Polish Home Army' isimli kuruluş.) ile mücadele etmiştir.
1944 yılının sonuna doğru Slovakya'ya gönderilen birlik, burada da, partizanlara karşı (Mareşal Titoya bağlı partizanlar!) operasyonlarda bulunmuştur. Aynı yılın aralık ayında Waffen-Gebirgs-Brigade der SS (Tatar Nr. 1 isimli Kırım Tatarlarından oluşan başka bir birlik ile birleştirilmiştir. Kurulduğu 1944 yılı başında, 3000 kişi civarında olan personel sayısı, 1945 yılının mayıs ayında, 8500 kişiye ulaşmıştır (Kırım Tatar Lejyonu dahil!).
1945 şubatında Avusturya'ya gönderilen birlik, aynı yılın mayıs başında müttefik güçlere teslim olmuştur.
Kuzey İtalya'da, esir kampında tutulan bu askerlerden bir kısmı (Sovyet yurttaşı olanlar), Sovyetler Birliği'ne iade edilmiş ve büyük bir olasılık ile bunların tamamı idam edilmiştir. Bir kısmının Türkiye'ye geldiği bilinmekte, bir kısmı ise savaş sonrası izini kaybettirmiştir. Soğuk Savaş yıllarında CIA'nın bu kişilerden faydalandığı bilinmekte.
Bu birliklerde görev yapan askerlerin, SS'lerin polis görevi yapan ve soykırıma karışan bölümü (Allgemeine SS) ile bir ilgisi yoktur. Bu askerler Nasyonal Sosyalist de değillerdi! Sadece ülkelerinin kurtuluşunun, Nazi Almanyası sayesinde gerçekleşeceğine inanıyorlardı. Tıpkı diğer SS birliklerinde görev alan, Ukraynalı, Litvanyalı, Kazak (Rus), Boşnak, Hırvat, vb. askerler gibi...
Birlik mensupları standart SS üniforması giyerlerdi; fes takan Boşnak SS'ler gibi özel bir giysileri yoktu. Sadece üzerinde "Tanrı Bizimledir" yazan rozet ve SS kol bağı takarlardı.


[quote=IsorokuYamamoto;4566877]è vero che la fine dell'Impero Ottomano fu voluta dai giudei! è scritto anche nella costituzione di Hamas
la Turchia allora (I guerra mondiale) era alleata della Germania
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L’EREDITÀ DI SABBETAY SEVI
Martin A. Schwarz
Una delle storie più affascinanti dell’influenza sotterranea esercitata nella storia umana da una setta apocalittica è quella dei seguaci del “messia apostata” nella Turchia degli ultimi 350 anni. Le origini di questa storia sono molto ben documentate e sono state presentate in maniera esauriente dal famoso ebraista Gershom Scholem, mentre il complesso delle conseguenze e degli effetti indiretti è aperto all’indagine.
Le doglie del parto del Messia
Colui che nel Novecento fu il massimo studioso di Kabbalah a livello accademico, Gershom Scholem (1898-1982), pubblicò il suo opus magnum su “Sabbetay Sevi, il messia mistico”, nel 1957 in ebraico, nel 1973 in inglese e nel 1992 in tedesco (1). Per Scholem il sabbatianismo segna l’inizio della storia moderna dell’ebraismo. “L’eresia mistica conduce, in certi gruppi di suoi seguaci, ad esiti aventi un carattere nichilistico più o meno occulto, a un anarchismo religioso sul piano mistico, svolgendo un ruolo considerevole nella preparazione interna dell’illuminismo e della riforma nel giudaismo del XIX secolo, dove essa trovò circostanze esterne corrispondenti” (2).
La Kabbalah in quanto tale e nel suo insieme è una realtà piuttosto multiforme, emersa non solo dalla tradizione orale del giudaismo, ma anche da correnti esoteriche neoplatoniche, persiane e islamiche; essa ha incorporato tecniche di illuminazione gnostica di derivazione diversa: dalle religioni misteriche dell’antichità fino allo Yoga indiano, dalla magia sessuale alla scienza delle lettere (gematria), la quale ultima costituisce uno dei più noti ed autentici prodotti dello spirito kabbalistico. Il suo valore metafisico universale venne riconosciuto e inserito nel contesto della Tradizione universale dal francese René Guénon (1886-1951), autorità insuperata nel campo della spiritualità. Non bisogna però dimenticare che la Kabbalah, al di là di tutti i suoi aspetti e di tutte le sue varietà, è indissolubilmente legata alla storia dell’ebraismo della Diaspora, il cui messianico senso del ritorno impregna la mitologia kabbalistica. Il retroterra necessario al movimento messianico di Sabbetay Sevi, del quale ci interessiamo in questa sede, si trova negli insegnamenti kabbalistici di Isaac Luria (1534-1572), il cosiddetto “Leone di Safed”. Come osserva Scholem, la sua principale novità consiste nel “trasferimento dei termini centrali dell’esilio e della salvezza dal piano storico a quello cosmico e addirittura divino” (3). Al livello di Dio Stesso, il divino Ain-Soph che tutto abbraccia (concetto che di per sé può essere paragonato con la dottrina di Ibn Arabi del wahdat al-wujud e con l’Advaita di Shankara) dà luogo alla creazione rimanendo ritirato in sestesso; in tal modo Dio non si rivela, ma si occulta.
“Anziché rivelarsi, Dio si ‘esilia’ e si ritira nella nascosta solitudine della sua essenza” (4). Il secondo concetto che dobbiamo tenere presente quando discutiamo della Kabbalah post-luriana è quello della “rottura dei vasi”, vasi che sono chiamati Sefiroth e contengono la luce divina come nell’atto della creazione, quando essa venne emanata. I vasi non poterono contenere la soverchiante potenza della luce divina e così esplosero; ciò venne considerato come un processo in Dio stesso! L’effetto prodottosi nel mondo creato, è che le cose non si trovano più al loro posto: questo è il significato sostanziale dell’”esilio”. La reintegrazione dell’esiliato nel posto che gli spetta è il terzo concetto, chiamato tiqqùn, cui dobbiamo far cenno adesso.
In questa restaurazione dell’ordine, tutto dipende dai mistici, che conoscono i misteri del tiqqùn. Le ultime fasi del tiqqùn sono le più difficili e si sviluppano su uno scenario catastrofico finale, che sono le doglie del parto del messia, il redentore finale che redime dall’esilio (cosmico). Questo gusto apocalittico del disastro come requisito preliminare della salvezza può, come si può facilmente dedurre, portare ad eventi storici catastrofici reali; è una paura di questo genere ad accompagnare l’osservazione degli sviluppi odierni nel Vicino Oriente. Martin Buber (1878-1965) scrisse queste parole famose: “Il mondo delle genti si è messo in agitazione e noi non possiamo volerlo fermare; infatti, solo quando il mondo esploderà nelle sue convulsioni, cominceranno le doglie del parto del messia. (…) Il corpo del mondo dovrà avere delle doglie terribili e dovrà arrivare sul punto di morte, prima che essa (la redenzione) possa nascere. (…) Noi stessi dobbiamo agire finché le lotte provochino le doglie del messia” (5).
Nei secoli successivi a Luria, la Kabbalah si diffuse in tutto il mondo ebraico. Vale la pena di notare che in Polonia la Kabbalah sviluppò un intenso interesse per l’aspetto oscuro e demonico del mondo, la Kelipa (6). Nella Polonia della prima metà del XVII secolo, il kabbalista più famoso fu Rabbi Samson bin Pesah di Ostropol, il quale fu ucciso nel corso dei “massacri chmielnicki” del 1648, originati dalle insurrezioni cosacche. I massacri furono visti come le “difficili doglie del messia” e Rabbi Samson come il “messia della casa di Giuseppe”, che perse la vita in quelle difficili doglie (7). Il 1648 era stato previsto come l’anno della resurrezione dei morti, mentre fu l’anno della morte in massa dei kabbalisti. I kabbalisti superstiti fornirono la spiegazione che la “fine dei giorni” (ebr. kes ha-jamim, aram. kes ha-jamin) può trovarsi sotto la mano destra di Dio, cioè la mano di misericordia, o sotto la Sua mano sinistra, cioè quella del rigore e del castigo. La prima ha rapporto col termine aramaico, la seconda con quello ebraico (8). Tutto il mondo ebraico, nutrito dell’aspettativa kabbalistica dell’”anno di resurrezione”, si trovò in un terribile stato di trauma, comprese le comunità ebraiche della Turchia; ivi, in quegli anni, il giovane Sabbetay Sevi stava mettendo a fuoco il senso della propria missione, sicché in breve tempo le “doglie del parto” avrebbero dato alla luce il “messia di Smirne”.
La redenzione tramite il tradimento
Chiamato Sabbatai perché nato in un Sabato del 1626 a Smirne, dove la sua famiglia era immigrata dalla Grecia, questo giovane rabbino fu segnato da intense fasi di depressione e di esaltazione (9), che favorirono esperienze mistico-religiose. I periodici e sempre più intensi stati di illuminazione del giovane, che facevano seguito a stati di oscurità abissale, riflettevano o rappresentavano in maniera ideale sia la dottrina della Kabbalah – nella nuova forma luriana e con l’attenzione “polacca” per la Kelipa – sia il sentimento collettivo delle comunità ebraiche in quell’epoca di tribolazione. Questi tre elementi – dottrina, comunità, uomo – non possono essere separati e nessuno può dire quale sia l’origine e quale la conseguenza, ma debbono essere visti come reciproci amplificatori sulla via che portò alla catastrofe finale. Secondo le testimonianze dei seguaci di Sabbetay Sevi, nel 1648 il corpo di quest’ultimo cominciò ad emanare il piacevole profumo del Giardino dell’Eden. Ciò diede luogo a dicerie e alcuni cominciarono a disapprovare l’uso del profumo da parte dei rabbini… (10) Non possiamo seguire il cammino che Sabbetay Sevi percorse per realizzare la sua missione messianica. Come fatto importante, dobbiamo notare la sua abitudine di compiere azioni strampalate nelle fasi di euforia. C’è poi da notare che conobbe Niyazi Misri (m. 1697), esponente di rilievo dell’Ordine Bektashi, un ordine sufico fondato da Haggi Bektash (1247-1338) e considerato eretico dall’Islam ortodosso (e dalla generalità delle organizzazioni sufiche). I Bektashi, specializzati nelle speculazioni numeriche e nella scienza delle lettere alfabetiche, hanno dato l’impressione di essere stati influenzati dai seguaci di Sabbetay Sevi (11). Ma la chiave per capire il Sabbatianismo sta nella tendenza di Sabbetay a spingere fino al limite estremo, anzi, al di là del limite stesso, un’idea che fino ad allora era stata mantenuta in equilibrio a prezzo di una grande tensione: l’idea della natura duale della Torah, dell’esilio e dell’emanazione, l’idea della natura duale di Dio, con la mano destra di misericordia e la mano sinistra di distruzione. Sabbetay Sevi non poté tollerare ulteriormente questa tensione, né la poteva più tollerare la stragrande maggioranza degli ebrei. Così Sabbetay Sevi dichiarò: nel 1648 è cominciata la resurrezione dall’esilio, ragion per cui la Halacha non è più valida e l’età antinomica del Messia ha avuto inizio. La sua mancanza di riposo e la sua vita errante ebbero termine nel 1662 a Gerusalemme (quale altro luogo, se non Gerusalemme?). Qui il giovane kabbalista Nathan di Gaza ebbe una visione della funzione messianica di Sabbetay e diede il via a un movimento messianico sui generis. Diede una sua interpretazione dei misteri di Sabbetay e, ai fini della sua propaganda, arrivò a falsificare dei testi medioevali. Nathan era colui che “guida la guida” o “redime il redentore”. Il 31 maggio 1665 Sabbetay Sevi fu dichiarato Messia a Gaza, in Palestina (12). Tutta la comunità ebraica di Gaza, al completo, gli rese omaggio; la fede in Sabbetay Sevi Meshiach Elohei Jaakov (“messia del Dio di Giacobbe”) si diffuse da Gaza a Damasco a Safed a Smirne. L’era messianica aveva avuto inizio e ciò era dimostrato dalle “trasgressioni comandate”. Il Sabato veniva osservato di lunedì, le donne leggevano la Torah e Sabbetay mangiava pubblicamente il cibo interdetto. Nominò un suo fratello “re di Turchia”, un altro “imperatore di Roma”. In quel medesimo anno Sabbetay ritornò a Smirne e proclamò che avrebbe privato il Sultano dei suoi poteri, poi avrebbe sposato la figlia risorta di Mosè, Rebecca. Il giorno finale della Salvezza venne fissato al 18 giugno 1666. Smirne piombò nel caos: feste orgiastiche si alternavano a punizioni collettive. Sabbetay Sevi partì per Istanbul, accompagnato da tumulti apocalittici. Ma adesso le cose dovevano precipitare. Sabbetay fu arrestato e portato nella fortezza di Gallipoli, dove visse in relativa libertà per un breve periodo. Poteva ricevere visite e scrivere lettere. La nemesi arrivò nella persona di un kabbalista polacco, che trascorse qualche giorno con il “messia” per verificarne la qualità. Costui giunse alla conclusione che il suo antinomismo non rappresentava in alcun modo le concezioni tradizionali giudaiche, sicché denunciò Sabbetay alle autorità ottomane come sedizioso. Il 16 settembre 1666, ad Adrianopoli, fu il Sultano stesso a metterlo dinanzi all’alternativa: o la morte o la conversione all’Islam. Sabbetay Sevi fece la professione di fede islamica e assunse il nome di Aziz Muhammad Efendi. La sua scelta fu onorata col titolo di Kapici Bashi (guardiano del portone del Palazzo). La storia sarebbe finita qui, se tutti i suoi seguaci avessero condiviso l’opinione della maggioranza degli ebrei, che adesso potevano constatare la falsità delle pretese messianiche di Sabbetay, e si fossero ritirati in pace ad aspettare il prossimo messia. Ma un gruppo consistente dei suoi seguaci vide in tutto questo scandaloso comportamento, culminato nel tradimento, solo un altro requisito della salvezza, un tentativo di camminare nella tenebra del mondo malvagio, al fine di risparmiare le ultime scintille di luce in quel processo di tiqqùn cui abbiamo fatto cenno.
Dönme e Giovani Turchi
Ad Adrianopoli solo duecento famiglie seguirono nell’Islam il loro Messia. Anche dopo la morte di Sabbetay, dieci anni dopo che aveva avuto inizio la sua vita da musulmano, che fu interpretata semplicemente come un altro occultamento, i propagandisti del Sabbatianismo (i quali credevano nella trasmigrazione delle anime e pensavano che l’anima del Messia sarebbe ritornata come Messia) non riuscirono a convincere molti ebrei a convertirsi all’Islam; beninteso, si trattava di una conversione apparente, perché essi non avevano affatto l’intenzione di diventare dei veri musulmani, ma continuavano ad avere i medesimi obiettivi di prima. In ogni caso, furono chiamati dönme, i “convertiti”.
I dönme sono sopravvissuti fino ad oggi, grazie soprattutto alle loro abitudini endogamiche, ma sono ancora circondati da un’aura di mistero. All’epoca della Prima Guerra Mondiale in Turchia c’erano tra i 10.000 e i 15.000 dönme; oggi ce ne dovrebbero essere dai 30.000 ai 60.000 (13). Nel 1996 alcuni dönme dovevano trasferirsi nell’entità sionista in Palestina; ma, siccome il rabbino capo di Israele richiese loro l’attestato di conversione al giudaismo, non se ne fece nulla (14).
Come abbiamo accennato, uno degli scopi più terreni di Sabbetay Sevi era l’abbattimento dell’Impero Ottomano. Può essere che i dönme abbiano continuato a tener fisso questo obiettivo e che abbiano avuto a che fare con l’effettivo smantellamento del Califfato? Un’ipotesi del genere suona come una teoria complottista. In realtà, in Turchia e fuori dalla Turchia, ieri come oggi, vi sono molti teorici del complotto. “Chi levò le mani contro il Sultano Abdülhamid II Khan? I Giovani Turchi, covati nei club del secolarismo e nelle logge massoniche di Salonicco; tra loro c’era Mustafa Kemal, uomo di dubbie origini, quasi certamente un dönme, seguace del culto eretico votato al rovesciamento del Califfato” (15). Così ha scritto un dottrinario musulmano di origini scozzesi, Shaykh Abdalqadir as-Sufi (Ian Dallas). La questione del passaggio dell’eredità dönme a Mustafa Kemal setto “Atatürk” e a molti dei suoi compagni “Giovani Turchi” viene sollevata spesso in Turchia, specialmente da parte del movimento islamista, chiamato generalmente Milli Görüs. Mehmet Sevket Eygi, che è un esperto di tale questione, oltre a molti articoli di giornale ha scritto il libro Yahudi Türkler yahut Sabetaycilar (“Gli ebrei turchi ovvero i Sabbatiani”) (16). Eygi afferma: “Gli ebrei hanno fondato due Stati: Israele e la Repubblica turca” (17). Per dire la verità, il padre di Kemal è ignoto. Un documento del tribunale di Salonicco attesta che sua madre visse in un bordello con Kemal, che aveva due anni, prima di diventare la concubina di un certo Abdus, che a volte sembra essere indicato come il padre di Kemal (18). La genealogia fisica non ha comunque una grande importanza, se paragonata a quella spirituale e intellettuale, che può accompagnarsi o non accompagnarsi a quella fisica. E qui possiamo dire che non solo le connessioni personali dei Giovani Turchi con gli ambienti dönme e bektashi sono un fatto innegabile e che il retroterra dönme di Mehmet Cavid Bey (primo ministro e ministro delle Finanze) e di Mustafa Arif (ministro degli Interni) sembra essere alquanto consistente, ma anche l’ascesa al potere di Kemal dalla fogna del bordello di Salonicco ricalca esattamente lo schema sabbatiano! Il più famoso sabbatiano dopo Sabbetay Sevi, il nuovo aspirante messia Jakob Frank (1726-1791), in Polonia (19) si associò una “prostituta santa” e prefigurò la Rivoluzione Francese (20). (Scholem ha decifrato anche lui la connessione tra la rivolta irrazionale e il razionalismo “illuminato” del giudaismo dell’epoca). Le doglie del parto della rivoluzione kemalista furono costituite dalla Prima Guerra Mondiale e dalla guerra con la Grecia. Che per i kemalisti e per molti Turchi Kemal, il cosiddetto “Padre dei Turchi” (Atatürk) sia una figura di tipo messianico, è fuor di dubbio. La sua fu una conversione alla civiltà occidentale, quindi, in qualche modo, a una forma di cristianità decaduta e ridotta, ma più precisamente alla dottrina francese dello Stato laicista, originata da quella Rivoluzione Francese per la quale lottò e morì il frankista Dobruschka / von Schönfeld. Il permesso delle cose proibite e la proibizione delle cose prescritte vennero tradotti in legge secondo la forma repubblicana: ciò avvenne con la trasgressione delle norme islamiche relative al rituale e ai costumi, con la messa al bando del higiab e della scrittura araba, con l’interdizione delle confraternite sufiche e così via. Mustafa Kemal in persona mostrò apertamente la trasgressione dell’antica legge, per esempio bevendo raki in pubblico. “Amici miei, - egli disse – questo raki che ho tra le mani è stato bevuto, in passato, dai Padiscià e dai Califfi. Ma quelli lo bevevano nei loro palazzi. Io invece lo bevo in presenza della gente per bene e alla sua salute!” (21) Werner Schiffauer commenta correttamente, facendo riferimento alla prassi sabbatiana: “Mustafa Kemal è accusato di cancellare i confini tra l’interno e l’esterno” (22). La stessa cosa vale per il fatto che Kemal ballava in pubblico. Ma il perfezionamento della rivolta pseudomessianica di Kemal è dato dalla sua autodeificazione, da quella teogenesi di Atatürk che si capisce molto bene da una poesia degli anni Trenta intitolata L’ordine di Atatürk: “Tutto è con lui, egli è dappertutto, la sua opera è in ogni cielo, egli percorre ogni mare, tutto è lui, egli è tutto, Atatürk è in ogni cosa, in cielo come in terra” (23).
Ma, come ci viene spiegato da Ian Dallas, lo shaykh scozzese, l’intimo segreto dell’inversione dell’ordine califfale si trova realizzato nel mondo finanziario, dove, in maniera casuale e fortuita, ci sono stati e ci sono ebrei eccezionalmente potenti. Shaykh Abdalqadir as-Sufi scrive: “Nel diciannovesimo secolo ci fu una civiltà islamica di grado elevato, che avrebbe conosciuto uno splendido risveglio culturale sotto il grande Sultano Abdülhamid II. A quell’epoca i musulmani prosperavano nelle attività commerciali ed economiche, mentre le consistenti comunità ebraica e cristiana versavano la gizya, una tassa che li esentava dagli obblighi militari e li metteva al sicuro da ogni persecuzione religiosa. Con la ristrutturazione della società fatta dai banchieri, tutto fu rovesciato: gli ebrei e i cristiani furono i padroni, enormemente ricchi, mentre i musulmani dell’Impero ottomano – albanesi, curdi, turchi e arabi – si trovarono ridotti in uno stato di povertà che i non musulmani non avevano mai conosciuto e che da quel momento è la sorte dei musulmani” (24) Il tiqqùn rivoluzionario di quest’epoca sembra essere stato realizzato non dai mistici, bensì dai banchieri.
Ma, siccome un paradosso ne genera un altro, la matassa può essere dipanata in molte direzioni. Una è data dal fatto che l’apertura della Turchia all’Occidente ha coinciso con un’apertura dell’Occidente all’Islam. Un’altra è data dallo sviluppo della sintesi kemalista-islamista, per quanto incredibile ciò possa apparire. Ma forse i passi intrapresi da Kemal non furono tanto e non furono solo il male della sovversione; forse si trattò di un caso di tradimento della Tradizione involontariamente finalizzato al recupero di essa. Steven Wasserstrom, che nel passaggio di Scholem dalla religione alla storia delle religioni vede una mossa intesa a salvare “la religione dopo la religione”, ci presenta altri casi di sabbatianismo: “Può non essere superfluo osservare che questi studi religiosi non erano le sole espressioni sabbatianismo culturale articolate in quegli anni. La necessità di sconfiggere il male dal suo interno, infatti, fu dichiarata dal teologo politico e giurista principe del Terzo Reich, Carl Schmitt. È stato riferito che, al processo di denazificazione, egli confessò con fierezza di essersi intenzionalmente immunizzato contro l’infezione nazista: ‘Ho ingerito il bacillo nazista, ma non mi ha infettato!’ Analogamente Julius Evola, il fascista italiano amico di Eliade, asseriva che stiamo vivendo l’ultima età, l’epoca della ‘fine delle forme spirituali tradizionali’. Di conseguenza una vera élite, per combattere il male di questa età oscura, è costretta ad applicare quella tattica che egli ha definita mediante l’espressione ‘cavalcare la tigre’” (25).
1 Ebr.: Shabbtai Zwi weha-tenu ah ha-shabbethaith bi-jemei chajaw. Ingl.: Princeton University Press 1973. Ted.: Sabbatai Zwi. Der mystische Messias, Jüdischer Verlag, Frankfurt am Main 1992, 1093 pp. (Questa è l’edizione da me citata). Gershom Scholem, che negli ultimi anni della sua vita ebbe una corrispondenza epistolare con Ernst Jünger (cfr. Mirjam Triendl – Noam Zadoff, Ob mein Bruder Werner gemeint ist?, “Freitag”, 26, 18 giugno 2004), è stato presentato con Mircea Eliade e Henry Corbin come una specie di criptofascista amorale dal sempre fantasioso Steven M. Wasserstrom: Religion after Religion. Gershom Scholem, Mircea Eliade and Henry Corbin at Eranos, Princeton Press 1999. Almeno da un punto di vista, però, Wasserstrom sembra essere corretto: “Per il suo pensiero, Scholem (…) trasse notevole profitto dall’influenza tedesca, si trattasse del nazionalismo tedesco, di scrittori ebreo-tedeschi contemporanei che si sono occupati di Sabbetay Sevi, del pensiero cattolico tedesco o della fenomenologia contemporanea. Comunque, come ha osservato Mosse, la convergenza dell’ ‘esoterismo e l’interesse per il misticismo’, assieme all’identificazione della ‘rigenerazione personale e nazionale’, caratterizzarono l’ambiente intellettuale tedesco in cui egli crebbe” (p. 131).
2 G. Scholem, op. cit., risvolto di copertina.
3 G. Scholem, op. cit., p. 47.
4 G. Scholem, op. cit., p. 52. Si potrebbe notare, di sfuggita, che un ricercatore mitomane vide nello Zimzum il “messaggio nascosto” del professor Mircea Eliade (1907-1986) e del movimento romeno della Guardia di Ferro. Cfr. Furio Jesi, Cultura di destra, Garzanti, Milano 1979. Un’idea, questa, che converge con Wasserstrom e col suo “trio infernale” della storia delle religioni: Corbin, Eliade, Scholem.
5 Martin Buber, Gog und Magog, Heidelberg 1949, p. 141.
6 G. Scholem, op. cit., p. 99.
7 G. Scholem, op. cit., p. 99 s.
8 G. Scholem, op. cit., p. 107.
9 Wasserstrom fa alcune osservazioni interessanti sull’uso dei termini freudiani nelle prime versioni delle opere di Scholem sul sabbatianismo. Questo però non dimostra tanto il debito di Scholem nei confronti di Freud, che non è di grande portata, ma indica un’assunzione, da parte di Freud, dei misteri sabbatiani della tenebra. Wasserstrom, op. cit., p. 188: „(Scholem) sembrava aver esposto un concetto ‘Id’, implicito in formule quali ‘anarchia in ogni anima umana’, ‘forze libidiche’, ‘la più primitiva regione dell’anima in cui forze a lungo sopite sono capaci di una resurrezione improvvisa’, ‘gli aspetti più oscuri del rituale kabbalistico, che riflettono le paure dell’uomo e altri stati emozionali’, ‘istinti di anarchia e illegalità che giacciono profondamente sepolti in ogni anima umana’. La sua profonda intuizione del lato oscuro, per così dire, sorreggeva di fatto la sua stessa analisi del sabbatianismo come ‘redenzione attraverso il peccato’, che si può dire sia la sua fatica più importante. ‘Qui sta la base psicologica di quello spirito di rivolta… tutta quanta la psicologia sabbatiana in nuce’”.
10 G. Scholem, op. cit., p. 163.
11 Klaus M. Davidowicz, Kabbala. Geheime Traditionen im Judentum, Österreichisches Jüdisches Museum, Eisenstadt, s. d., pp. 70, 72. I rituali dei Bektashi furono rivelati da Rudolf Glauer, figlio adottivo del barone von Sebottendorf(f), nel libro Die Praxis der alten türkischen Freimaurerei, Theosophisches Verlagshaus, Leipzig1924 (ed. it. Arktos, Carmagnola 1995). Egli raccontò la storia della propria iniziazione in Der Talisman des Rosenkreuzes, Johannes Verlag, Pfullingen 1925. La sua conoscenza della Bektashiyya – sull’entità degli elementi sabbatiani si possono fare solo delle congetture – risale al periodo successivo alla sua ammissione nel Germanenorden; la sezione del Germanenorden di Monaco di Baviera, da lui fondata col nome di Thule-Gesellschaft, fu l’unità di base da cui nacque la NSDAP. (Cfr. Rudolf von Sebottendorf, Bevor Hitler kam. Urkundliches aus der Frühzeit der nationalsozialistischen Bewegung, Deukula-Verlag, München 1933). Per la biografia di Sebottendorf(f) rimane fondamentale l’opera inedita di Ellic Howe, Rudolph Freiherr von Sebottendorff, herausgegeben und mit einer Zeittafel zur Biographie Sebottendorffs und einer vorläufigen Bibliographie seiner Schriften versehen von Albrecht Götz von Olenhusen, Freiburg im Breisgau 1989. Uno dei pochi studi che dal nazionalsocialismo risalgono non solo all’Ordine bektashi, ma fino a Sabbetay Sevi, è quello di Richard Gilman, Nazis, mystics and Islam: In search of the Nazi-Muslim connection, in “Conspiracy Digest”, Dearborn, Michigan, vol. II, n. 3, estate 1977. Per la spiegazione dell’episodio Sebottendorf-Bektashi nel contesto tradizionale della chiusura del presente ciclo, fornita però in maniera alquanto azzardata e fantasiosa, cfr. Jean Robin, Hitler, l’élu du Dragon, Guy Trédaniel, Paris 1987, p. 117 ss.
12 K. M. Davidowicz, op. cit., p. 73 s.
13 K. M. Davidowicz, op. cit., p. 83.
14 K. M. Davidowicz, op. cit., p. 84.
15 Shaykh Dr. Abdalqadir as-Sufi, Letter to an Arab Muslim, Madinah Press 2002.
16 Secondo Claudia Dantschke, Islamistischer Antisemitismus, in “Bulletin” 5/2004 („VorAntisemitismus ist man nur noch auf dem Monde sicher“ Antisemitismus undAntiamerikanismus in Deutschland), Ernst Klett Schulbuchverlag, Leipzig 2004. Claudia Dantschke, antifascista di professione e sempre più antislamista, cita in aggiunta due articoli di Eygi apparsi sulla “Milli Gazette” del 24 maggio 2002 e del 29 novembre 2000; ambedue gli articoli sono stati rimossi dall’archivio informatico internazionale della “Milli Gazette”. La Dantschke denuncia l’opinione secondo cui i dönme si sarebbero convertiti solo pro forma e avrebbero inteso trasformare l’Islam dall’interno; da quanto abbiamo detto più sopra, si capirà che si tratta di una riduzione ai minimi termini di quanto è stato esposto da Gershom Scholem e da Klaus S. Davidowicz.
17 C. Dantschke, op. cit., p. 28.
18 Mustafa Kemal’in babasi kimdir?, “Ümmet”, 15 settembre 1988, in facsimile, trad. in: Werner Schiffauer, Die Gottesmänner, Suhrkamp, Frankfurt am Main 2000, pp. 116-123 (Exkurs: Atatürk – Zur Ikonographik des Bösen).
19 Su Frank, si veda l’ampia tesi di abilitazione di Klaus S. Davidowicz, Jakob Frank, der Messias aus dem Ghetto, 2 voll., Wien 1998; dovrebbe uscire presso Böhlau Verlag, Vienna, entro la fine del 2004. Frank oltrepassò i tentativi orgiastici di Sabbetay Sevi, per cui è stato chiamato “il Marcuse del suo tempo” (Salcia Landmann, Herbert Marcuse und der jüdische Sexual-Messianismus des 17. Jahrhunderts, in “Criticòn” (Weiden), n. 16, marzo-aprile 1973) ed è stato citato da un esperto della metafisica del sesso quale Julius Evola (Metafisica del sesso, Edizioni Mediterranee, Roma 1994, pp. 259-260). In seguito alla tumultuosa inaugurazione dell’era messianica, Frank inscenò la conversione in maniera analoga a Sabbetay Sevi, con la differenza che adottò la religione cattolica invece dell’Islam. Frank esercitò un considerevole influsso sul poeta nazionale polacco Adam Mickiewicz (cfr. Salcia Landmann, Die judisch-messianischen Ahnen des polnischen Nationaldichters Adam Mickiewicz, in “Staatsbriefe” (München), 3, 1990, p. 4 ss.) e successivamente su Karol Wojtyla, il papa che ha fatto ritorno alla sinagoga (cfr. Don Francesco Ricossa, Karol, Adam, Jacob, “Sodalitium” (Verrua Savoia), 48, aprile 1999).
20 La sorte del sabbatiano-frankista Moses Dobruschka, che, battezzato col nome di Franz Thomas von Schönfeld, fu cofondatore della loggia di alto grado “Fratelli Asiatici” e protagonista degli eventi della Rivoluzione Francese e morì con Danton sulla ghigliottina, è stata rievocata da Manfred Voigts, Das Ende der David-Tradition: Jakob Frank und die Französische Revolution, in: König David – biblische Schlüsselfigur und europäische Leigestalt, a cura di Walter Dietrich e Hubert Herkommer, Freiburg (Svizzera)-Stuttgart 2003. Cfr. anche K. M. Davidowicz, Kabbala, cit., p. 93 s.
21 W. Schiffauer, op. cit., p. 120.
22 W. Schiffauer, op. cit., p. 121.
23 W. Schiffauer, op. cit., p. 123.
24 Shaykh Abdalqadir as-Sufi, Technique of the Coup de Banque, Kutubia Mayurqa, Palma de Mallorca 2000, p. 105.
S. M. Wasserstrom, op. cit., p. 124.
Da: "Eurasia", a. I, n.1 (ott.-dic. 2004)


perchè non parti per la turchia e vai a militari nel naziturk![]()
invece di star diero la tastiera a farti pippe sui guerrieri dell'islam......


mi correggo.militare e non militari