Milano superiore a Roma. E io le metto le ali»
Intervista a Vittorio Sgarbi dopo le polemiche seguite alla sua visita nel discusso centro sociale
GIANLUIGI PARAGONE
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«Posso fare l'assessore regionale in Sicilia. Ma la Moratti mi ha detto che avrebbe piacere che facessi la stessa cosa a Milano, con lei». Eravamo appena scesi dall'aereo, io e Vittorio Sgarbi. «Scegli la Sicilia», gli dico. Lui si mette a ridere: «Proprio tu, il direttore della Padania, mi dici di andare in Sicilia?!?».
Che Vittorio Sgarbi sia un talento culturale, non ho mai avuto dubbi; anche adesso che monta la polemica sul Leoncavallo. Era sulla sua voglia di lavorare duro, che ne avevo. «Al sole della Trinacria ti diverti di più e nessuno ti chiede conto di quello che fai». Sono trascorsi i fatidici cento giorni di governo e Vittorio Sgarbi sta nell'ufficio del compianto professor Mario Talamona, ex assessore al Bilancio della giunta Albertini. «Lo scelsi subito perché era il più bello. Dopo quello del sindaco, ovviamente».
Guai a toccargli Letizia Moratti. Che non chiama mai per nome, nonostante l'amicizia: «È un segno di rispetto». Gabriele Albertini, invece, non gli sta simpatico. «Roma ha Veltroni che è un grande promoter: innanzitutto di se stesso poi della città. Milano invece aveva un sindaco che se ne stava chiuso nel Palazzo. Ora, ci sono io: giro, incontro, vedo. E soprattutto metto il timbro». Cos'è questa storia del timbro? «Sì, se non timbri è come se non avessi fatto niente; si deve sapere che è merito tuo. Ci vuole il timbro, appunto. Non sopporto una Milano sotto tono; ecco perché ho accettato di venire a fare l'assessore qui, nella Grande Milano. La città mi merita». Buum!! «Non ho famiglia, non ho parenti: io mi dedico alla città tutto il tempo che lei mi chiede; in più questo dedicarmi corrisponde al mio piacere. Milano aveva bisogno di uno che credesse nella cultura e se ne occupasse totalmente. Genero un effetto virtuoso». Va beh, hai scelto Milano e non la Sicilia e questo ti fa onore, gli dico. Ma non c'è bisogno di fare il padanista con me. «Alt, Paragone. Fermati. Questo non me lo puoi rinfacciare: io ho sempre utilizzato il termine padano senza imbarazzo alcuno. Padano è un concetto culturale, di livello. Quando li incrociavo alla Camera, agli amici della Lega dicevo sempre: non limitate la padanità all'economia e alla politica. È un concetto soprattutto culturale. Bossi l'aveva capito. Sai che aveva inaugurato con me la mostra del padanissimo Guercino? Pensa che sto lavorando a un libro titolato Pietre Padane: persino la Provincia di Filippo Penati m'ha detto di sì». Beh, Penati è uno dei pochi che ha capito che la questione settentrionale ha un nome e un'identità precisi. «Il confronto porta idee. Non sono lontano dal mettere insieme gli assessorati lombardi in un comitato che collabori, a prescindere dal colore delle giunte». Anche con il Leoncavallo stai dialogando? «So che la cosa può farvi storcere il naso, ma il Leoncavallo genera cultura. È avanguardia». Attento - gli ricordo - a non dimenticare che la questione Leonka ha codazzi di sicurezza e ordine pubblico, non solo artistici. «Ho visto che ci sono esponenti della maggioranza che mi danno addosso. La cosa non mi interessa perché sono dalla parte della ragione: non sto facendo un discorso di legalità, di sicurezza e quant'altro (anche se dietro un'opera d'avanguardia c'è spesso una tensione, un conflitto, un disagio): il mio è un discorso artistico. Non ha senso che il Comune si espone per organizzare la mostra di Basquiat o che il tuo giornale dedica quasi una pagina alla rassegna e poi si nega la stessa dignità artistica ai murales del Leoncavallo. I graffittari del centro sociale si mettono sul solco di Basquiat. Sono, e chiudo, frutto di una trasgressione che produce creatività». Mi stai dicendo che è arte. «Arte contemporanea». «Vedi, a me interessa far uscire tutte le potenzialità di Milano. Milano è come Parigi: tutto quello che accade qui è giusto che accada, ha un senso in termini assoluti. Che me ne frega di assillarmi con Roma? Anche quando la giunta Albertini teneva un low profile, Milano era sopra Roma. Ma vuoi mettere? La Scala contro il Teatro dell'Opera? Il Piccolo contro il teatro Argentina? Palazzo Reale contro il Palazzo delle Esposizioni? La Triennale contro la Quadriennale? L'unica operazione azzeccata è stata l'Auditorium, ma poi hanno fatto l'Ara pacis e hanno rovinato tutto. Non vivo nel dualismo Milano-Roma: io vado oltre e porto la sfida con Parigi, New York, con tutte le grandi capitali... Quando non ero assessore, ho portato mostre di livello come il Caravaggio, il Guercino. Ora che sono assessore, mi scateno».
Soprattutto nelle dichiarazioni: in estate sembrava che a Milano ci fossi solo tu... «Io e i turisti, perché a luglio io che ero qui vedevo un sacco di turisti che facevano la fila al Castello Sforzesco, nonostante non vi fossero mostre particolarmente significative. Ed è un errore: Milano non può non avere una rassegna importante in luglio o in agosto». «...E comunque era giusto che io esternassi». Ah sì, e perché? «Perché Milano ha bisogno di un megafono, di un ufficio stampa. Eccomi». Non credi che possa dare fastidio la tua troppa euforia? Che possano scambiare il tuo impegno politico-istituzionale con la megalomia di Sgarbi? «A me interessa mettere le ali a un grande progetto: Milano Città d'Arte. La cultura è stata volano di crescita per Roma, Napoli, Torino. Noi dobbiamo fare di più. Occorre fare sistema, per dirla con una parola che disprezzo: uniamo gli sforzi, pubblico e privato, e facciamo viaggiare la cultura e quindi la città».
Provoco: lo fai portando via da Milano il Cristo Morto di Mantegna? «Milano neanche sapeva di avere il Cristo Morto del Mantegna. Lo sai che c'era stato un assessore mio predecessore (Salvatore Carruba, ndr) che aveva stampato un opuscolo con le cose da visitare a Milano e non aveva messo né il Cenacolo né Brera, solo perché non rientravano nello stretto circuito comunale? Quando finirà la mostra di Mantova, il Cristo Morto non tornerà a Brera ma tornerà a Milano, ai milanesi. Bruceremo sul tempo Parigi, con un evento nel 2007: “Dal Mantegna al Diamantino”. Una grande mostra, un grande evento di pittura e di scultura. Segnati questo nome: Giovanni Antonio Piatti, il Bramante della scultura; l'ho scoperto io e ne sentirai parlare parecchio». Di solito, nei grandi eventi, i milanesi rischiano di restare fuori dalla porta, esclusi dalle code e dalle prenotazioni degli stranieri. Ne è una prova “L'Ultima Cena di Leonardo”, che pochi milanesi hanno potuto vedere sia per gli orari, sia per le liste d'attesa. Non credo sia giusto "togliere" i cittadini dal loro patrimonio... «Sono d'accordo, ne abbiamo già parlato nelle nostre chiacchierate. Sto combattendo una battaglia con i sindacati per allungare il tempo di apertura dei musei. Ho anche i soldi per pagare gli straordinari ma ho capito che non è una questione di soldi. Io però vado avanti perché Milano non può chiudere i musei prima di cena; altrimenti che Grande Milano è?».
[Data pubblicazione: 24/09/2006]




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