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  1. #1
    Ducezio
    Ospite

    Thumbs up Socialismo ed eugenetica in Svezia.

    Vorrei postare questo interessantissimo articolo, anche perchè avendo come ideale la difesa non solo della identità culturale, ma anche genetica di un popolo, non si può essere lontani dalla Causa svedese che difendono le loro radici nordiche dal meticciaggio globale.

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    articolo interessantissimo questo qui sotto.
    A parte il tono scandalizzato che l'autore,evidentemente un egualitario di sinistra,rivolge all'analisi della politca eugenetica della democrazia scandinava,emerge un quadro positivo.
    Quello cioè di una repubblica che riconosce alla sua base il concetto di popolo nella sua realtà naturale,cioè una comunità genetica e spirituale che difende la propria identità modellandola a partire da paradigmi che le sono propri.
    leggete queste citazioni:

    "Abbiamo visto più di una volta la società chiedere ai propri migliori elementi il sacrificio della loro vita. Sarebbe strano non poter chiedere a quelli che già attentano alla forza dello Stato questi sacrifici minori, spesso non percepiti tali dagli interessati, al fine di evitare di essere sommersi dall’incapacità. È meglio per tutto il mondo che, invece di aspettare di giustiziare la progenie degenerata per la sua criminalità, o di farla morire di fame per la sua imbecillità, la società possa impedire a coloro che sono chiaramente non idonei di continuare la propria stirpe. Il principio che legittima la vaccinazione compulsiva è lo stesso che giustifica il taglio delle tube di Falloppio. Tre generazioni di imbecilli sono già abbastanza […].

    Un compito nazionale di prima importanza impone di preservare il ceppo popolare svedese dall’incrocio con elementi razziali stranieri, di qualità inferiore e di ostacolare l’accesso in Svezia di elementi estranei indesiderati […] per mantenere il nostro popolo al riparo da qualsiasi influenza degenerata.
    […] l’obiettivo principale della legislazione sugli stranieri è di difendere il mercato del lavoro svedese, così che questo rimanga al servizio della popolazione nazionale, e contemporaneamente di impedire l’insediamento nel nostro paese di elementi etnici indesiderati."


    vorrei sapere dove starebbe il male.
    La natura attua la durissima selezione naturale,che però non può essere considerata crudele perchè blocca la sofferenza in maniera veloce laddove al suo posto vi sarebbe una lenta agonia.
    La civiltà permettendo ai deboli e ai malriusciti di riprodursi perpetua solo dolore e sofferenza al termine della quale comunque ci sarà la morte.
    Un simulacro di vita di chi è costretto a vivere la vita con gli occhi,guardando gli altri più fortunati godere di salute e felicità.
    Vivere nel rancore e nel dolore è positivo solo per certe forme di religiosità degenerate che dobbiamo combattere come si combatte la lebbra e il tifo.
    Vivere significa essere forti e sani.Altrimenti è morte diluita nel tempo.E dolore che crea altro dolore,in una spirale perversa che corrode tutto,anche l'inconscio collettivo di un popolo.
    E vediamo che l'eugenetica è stata abbandonata non perchè sia stata dimostrata la sua inutilità,ma per le "pressioni internazionali"del nuovo mondo uscito vittorioso dalla seconda guerra mondiale.In cui l'genetica positiva volta a difendere stirpi e popoli è stata considerata criminale perchè giudicata sbagliata dalla nuova morale del primato dell'individuo e del meticciamento universale.


    http://www.carmillaonline.com/
    LA SOCIETA' IN MANO AI MEDICI. Socialismo ed eugenetica nell'esperienza svedese 1 / 2

    di Roberto De Caro

    SveziaInfernoeParadiso.jpg
    [La Sinistra europea è in lutto. I Socialisti svedesi, rimasti al «potere per 65 anni negli ultimi 74» ne sono stati espulsi dalle elezioni di domenica scorsa. Molti commemorano l’evento ricordando le benemerenze di quel regime, «Stato assistenziale modello per tutta Europa». Carmilla a sua volta partecipa al necrologio riprendendo un articolo dell’ultimo numero della rivista Hortus Musicus (n. 24, ottobre-dicembre 2005) su un’esperienza di pianificazione sociale volentieri rimossa dall’epopea socialdemocratica, in patria e all’estero.]

    Ciò di cui hanno urgente bisogno i paesi sottosviluppati è qualcosa che non ha precedenti sulla terra non meno della brusca caduta della mortalità grazie alla nuova tecnologia medica resa disponibile dopo la seconda guerra mondiale […]

    Prima di tutto, contro i forti pregiudizi e le credenze false e opportunistiche ma ancora largamente diffuse, un governo dev’essere fermamente deciso ad agire instaurando una vigorosa politica pubblica per imporre il controllo delle nascite. In secondo luogo, deve costruire un apparato amministrativo atto allo scopo, che raggiunga le singole famiglie nei villaggi e negli slums cittadini, e assumere un vasto personale medico e paramedico […].

    Gunnar Myrdal, «Politica demografica», in Controcorrente: realtà di oggi e teorie di ieri, Laterza, Bari-Roma, 1975, pp. 117 s., ed. or. 1973.

    Per alcuni decenni, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, il «modello svedese» è stata la stella polare del riformismo socialdemocratico europeo, «the middle way» al capitalismo: una risposta che si pretendeva definitiva alla ferocia liberista del «paese di Dio» e alla devastante pianificazione sociale ed economica del blocco sovietico. Libertà, Giustizia, Solidarietà, la triade del nuovo Illuminismo; il Nobel specchio di progresso e monito ai potenti: garante l’Accademia delle Scienze. La Svezia contemplava dall’alto gli orrori del mondo. Dopo il crollo del Muro però, in Europa «gli eredi del socialismo e della socialdemocrazia, ossia gli odierni partiti di sinistra» (Ralf Dahrendorf, Il vuoto della sinistra e la crisi del ‘welfare’, in La Repubblica, 18 gennaio 2005) furono molto più prudenti nell’evocazione di quell’esperienza paradigmatica e anzi a poco a poco smisero di parlarne.
    Una volta al governo, liquidarono anche le ormai superflue promesse keynesiane e proseguirono senza remore le politiche thatcheriane e reaganiane che avevano segnato gli anni Ottanta: onestamente «oggi è molto difficile distinguere tra destra e sinistra. Politica estera e politica economica spesso coincidono. La differenza, come hanno evidenziato le recenti elezioni americane, è più che altro culturale, emotiva: la posizione sull’aborto, sulla pena di morte, sulla religione» (ibid.). Ma oltre al sollievo di non dover più rispondere neanche sul piano ideologico di ceti subalterni ed eccedenze di manodopera, al piacere di potersi inginocchiare en plein air sui gradini di Wall Street, sotto «l’ombrello protettivo della Nato», di costruire tutti assieme la fortezza Europa, ci fu un altro, più nascosto motivo che indusse i rampanti dell’Internazionale Socialista a dimenticare rapidamente le meraviglie dell’eden scandinavo.
    Proprio in quegli anni, cominciavano ad essere rivelati in Svezia – infrangendo l’unanime, semisecolare omertà – alcuni taciuti aspetti del modello, collasvezia.jpgche il lettore italiano può adeguatamente e doverosamente apprezzare frequentando i fondamentali studi di Piero Colla, dai quali si citerà: 1. La politica di sterilizzazione in Svezia 1934-1975 (in Rivista di Storia contemporanea, 1994/95, 3, pp. 323-348); 2. La memoria rimossa del razzismo. La Svezia fra le due guerre (in Contemporanea, II (1999), 3, pp. 411-434); 3. Per la Nazione e per la Razza. Cittadini ed esclusi nel ‘modello svedese’ (Carocci, Roma 2000). In particolare emerse quello che tutti sapevano e nessuno diceva: che in quarant’anni ininterrotti di governi socialdemocratici si diede vita a un aberrante programma, pervasivamente condiviso, di selezione sociale mediante la sterilizzazione di decine di migliaia di persone – su una popolazione di poco più di sette milioni di abitanti, 62.888 secondo le fonti ufficiali, di cui oltre il 90% donne, ma senza contare «coloro che vennero sterilizzati al di fuori del quadro previsto dalla legge (nei casi, ad esempio, che non richiedevano un’autorizzazione preventiva da parte delle autorità sanitarie nazionali)» (3, p. 36): un numero da non sottovalutare poiché la normativa permetteva la sterilizzazione dei «malati mentali» anche solo con il parere favorevole di due medici abilitati, «previo consulto reciproco» in sostituzione dell’«autorizzazione della Direzione dei servizi sanitari».
    Nel 1934, lo Sveriges Socialdemokratiska Arbetare Partiet, al governo dal 1932, si fece promotore di «misure legislative che autorizzavano – e di fatto incoraggiavano – la sterilizzazione dei malati di mente e di altri portatori di malattie ereditarie, o sospette tali», nel quadro «della cosiddetta “negative eugenics”: la teoria diffusa nella scienza di inizio secolo, che si proponeva di migliorare la qualità biologica delle generazioni future» mediante, come si diceva all’epoca, «“la prevenzione del materiale umano degenerato”» (1, pp. 324, 333). Il parlamento approvò all’unanimità. Successivamente, nel 1941, «la normativa venne estesa a tutti coloro che, indipendentemente da considerazioni prettamente eugenetiche, fossero giudicati inadatti ad assicurare la cura della propria prole: si parlava, in questo caso, di sterilizzazione su “indicazione sociale”» (3, p. 24). Nel dopoguerra, proprio nel periodo in cui si consacrava il modello e la legge si rendeva socialmente ‘invisibile’, ci fu una forte accelerazione del numero degli interventi: nel 1950 raggiunse l’apice, poi si stabilizzò, oscillando tra i 1500 e i 2500 l’anno, sino al 1975, quando la disciplina fu sensibilmente modificata, consentendo unicamente la «sterilizzazione volontaria, a fini di family planning (e fu varata anche la nuova Costituzione, datando la precedente al 1809!). Nel 1960 ci fu un tentativo politico di resipiscenza, ma «la mozione parlamentare che chiedeva la costituzione di una commissione per riesaminare la legge sulla sterilizzazione fu discussa e respinta dal Riksdag» (1, p. 345).

    Come il Pentagono per gli USA, i Gulag per l’URSS, Castro per Cuba, la sterilizzazione in Svezia non è una superfetazione criminale del modello: è il modello stesso. Di per sé l’idea non era originale, anche se occorre ricordare «che la sua traduzione in pratica legale e massificata resta un evento eccezionale»: nell’area scandinava fu applicata ovunque (in Finlandia dal 1935, 58.000 vittime; in Norvegia dal 1934, 40.000; in Danimarca dal 1929, 11.000, «su iniziativa di un governo socialista» e relative lamentele della stampa femminile della SPD per l’insufficiente durezza delle misure; in Islanda nel 1938 «rientra direttamente nel lancio di un programma di welfare»), nel Canton Vaud, in Svizzera, dal 1928 al 1985 (unico luogo di lingua latina in Europa, blandamente, pare: 187 vittime); in Canada, in Giappone, dove «soltanto nel 1998 ha cessato di vigere una legge “di protezione eugenetica”, introdotta nel 1947, sotto l’occupazione americana». E naturalmente negli Stati Uniti, il cui caso impone un’apparente digressione, sia per il diretto influsso su alcuni tra i massimi «ingegneri sociali» svedesi, sia per l’ineludibile apporto alla «civiltà Occidentale» – come viene chiamata, con belluina nonchalance, una cosa che non esiste – di tutto ciò che viene da lì: nel 1907 l’Indiana fu il primo paese al mondo a dotarsi di normative per sterilizzare «“idioti” e delinquenti» (3, pp. II, 14, 19), ma negli anni successivi a più riprese le norme dei singoli Stati in materia vennero giudicate incostituzionali. Fino al 1927, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti si pronunciò sul ricorso di Carrie Buck, una ragazza di diciotto anni giudicata frenastenica e condannata a salpingectomia dalla Corte Suprema di appello dello Stato della Virginia insieme alla figlia Vivian di sette mesi, in base a una legge del 1924. Il giudice Oliver Wendell Holmes (un leading progressive), a nome della Corte (otto contro uno), non solo decretò che la ragazza, per il «suo benessere e quello della società», dovesse essere sottoposta all’intervento perché feeble-minded e promiscuous al pari della madre e della figlia, ma sentenziò sulla natura della legge, lamentandone i limiti:

    Abbiamo visto più di una volta la società chiedere ai propri migliori elementi il sacrificio della loro vita. Sarebbe strano non poter chiedere a quelli che già attentano alla forza dello Stato questi sacrifici minori, spesso non percepiti tali dagli interessati, al fine di evitare di essere sommersi dall’incapacità. È meglio per tutto il mondo che, invece di aspettare di giustiziare la progenie degenerata per la sua criminalità, o di farla morire di fame per la sua imbecillità, la società possa impedire a coloro che sono chiaramente non idonei di continuare la propria stirpe. Il principio che legittima la vaccinazione compulsiva è lo stesso che giustifica il taglio delle tube di Falloppio. Tre generazioni di imbecilli sono già abbastanza […].
    Sarebbe meglio che questo ragionamento fosse applicato genericamente, perché esso è insufficiente se limitato al piccolo numero di coloro che sono nelle istituzioni e non applicato alla popolazione intera. È il fine ultimo delle ragioni costituzionali sottolineare difetti del genere. La legge fa tutto ciò che è necessario quando essa fa tutto ciò che può, indica una politica, la applica indistintamente nelle sue linee, e cerca di farlo nella maniera più veloce ed incisiva possibile. Tanto profondamente che le operazioni consentono a chi altrimenti sarebbe dovuto rimaner confinato di ritornare nella società, per aprire ad altri le porte delle istituzioni, al fine di raggiungere prima possibile l’obiettivo dell’eguaglianza.
    La Giustizia afferma.

    La sentenza fu eseguita (bimba compresa: morì a otto anni). Altri Stati adottarono leggi in materia, sicché negli anni ’30, quando la grande depressione generò milioni di ‘tarati’, il bisturi fece migliaia di vittime, nonostante i medici statunitensi sconfessassero ormai apertamente i risultati dell’eugenetica. In seguito si scoprì che Carrie Buck non era affatto ‘malata’, né lei, né la figlia, né altri parenti: un caso frequente anche tra i mutilati svedesi, essendo in questa ed altra materia giudice supremo l’Arbitrio e suo cancelliere la Scienza. Occorre però anche dire con forza che, al pari della condanna a morte di un innocente, l’errore non può e non deve essere considerato un’aggravante – come pretende certo pragmatismo umanitario, a rischio di legittimazione implicita – ma parte integrante di un delitto esecrando.
    Gli USA fecero scuola, in Germania in particolare. Se da una parte la «giustificazione per sostenere la legge della Virginia faceva presagire gli argomenti che più tardi sarebbero stati utilizzati per giustificare l’uccisione eugenica nella Germania nazista», dall’altra questa e ad altre sentenze rafforzarono la collaborazione tra scienziati dei due paesi, irrobustendo il già convinto entusiasmo della Repubblica di Weimar, durante la quale vennero fondati centri di ricerca che «diedero impulso allo sviluppo della disciplina dell’igiene della razza […] offrendo un modello per un gran numero di istituti analoghi fondati durante il periodo nazista». Attorno al 1932 in Germania si tennero oltre quaranta corsi universitari sull’igiene della razza (Henry Friedlander, Le origini del genocidio nazista, Editori Riuniti, Roma 1997, pp. 14-21). Al processo di Norimberga i nazisti, che sterilizzarono 300.000 persone, mostrarono così efficacemente di aver ricalcato la propria normativa su quella californiana che il crimine fu rapidamente derubricato.

    Anche la Svezia dette il suo rilevante contributo al progresso della «civiltà Occidentale»: «gli studi sulla razza conquistarono un tale prestigio» nel paese che nel 1921 il Riksdag accolse una mozione presentata dal socialista Branting e dal conservatore Lindman e fondò, prima nazione al mondo, l’«Istituto di Stato per la Biologia razziale» presso l’Università di Uppsala, affidandone la direzione a Herman Lundborg, «sostenitore appassionato della superiorità delle razze nordiche». Come dichiarò il socialdemocratico Engberg durante la discussione parlamentare, ci si attendeva dall’Istituto indicazioni per la «messa in opera di una politica della razza». I rapporti con la Germania si infittirono, in specie con quelle correnti dell’eugenetica che teorizzavano la supremazia dei popoli ariani, tanto che Lundborg «approdò negli anni ’30 all’antisemitismo e al nazismo» (1, p. 327).
    Fu in questo clima di profondo e partecipato consenso agli sviluppi culturali del razzismo che la socialdemocrazia, una volta al potere, impresse un’accelerazione determinante all’atteso iter legislativo, tuttavia con una svolta significativa rispetto alle coeve politiche di «protezione della razza» che si andavano sviluppando in Germania. Tale svolta peraltro non impedì ai governi socialdemocratici di flirtare con il Terzo Reich: dapprima respingendo e osteggiando i profughi ebrei – «le 195 domande di visto presentate» nel 1934 furono descritte dalla stampa come «un’imponente invasione ebraica» e i rifugiati considerati «un fattore di turbamento del mercato del lavoro» e «un pericolo di natura sociale […] derivato sia dalla loro presenza in quanto tale, sia dal possibile “contagio” di sentimenti razzisti»; inoltre si espresse «il timore dell’“inquinamento biologico” del ceppo popolare svedese: un tema già latente negli orientamenti ufficiali della politica di immigrazione» (2, pp. 419 s.) –; poi, durante la guerra, negoziando il diritto alla neutralità, fondamento vero del lungo successo economico:
    «Non abbiamo alcuna ragione di contestare la sincerità dell’ambizione tedesca di costruire un’Europa migliore», dichiarò nel 1940 Allan Vougt, capogruppo socialdemocratico alla Camera bassa, già «direttore del più importante quotidiano operaio del sud della Svezia» e futuro ministro degli Esteri dopo il ’45. In sostanza, vennero accantonate – ma mai abbandonate – le tesi biologico-razziali per imboccare la strada dell’«igiene sociale» e del «pragmatismo utilitario puro e semplice». Il passaggio è scolpito nella legge del 1941, che non prevede più la «sterilizzazione dei soli malati di mente», ma la estende letteralmente a tutti coloro i quali «a causa di un modo di vita asociale siano ritenuti inadatti ad assicurare la cura dei propri figli » (3, pp. 91 s.; 1, p. 340). Non piu dunque le sole insufficienze patologiche da estirpare, ma ogni tipo di devianza, qualunque comportamento non conforme alla capillare pianificazione della società perfetta, turbativo del nuovo ordine che si andava costruendo in nome della folkhem – il ‘focolare del popolo’, la ‘buona casa’ –, slogan che univa «il mito populistico del folk e il razionalismo utopistico dei funzionalisti».
    Fu attorno a questa rinnovata formulazione dell’identità nazionale che si strinsero tanto i partiti conservatori quanto il movimento operaio, il quale dismise l’armamentario marxista e internazionalista («soffocato sotto una coltre di professioni di patriottismo») e rinunciò – con gli accordi di Saltsjöbadet del 1938 tra sindacati e datori di lavoro – al conflitto sociale per aderire alla lotta democratica del paese nella competizione mondiale, delegando le controversie a un’apposita amministrazione dello Stato, la «Direzione generale del mercato del lavoro». Questa «particolare propensione a riconoscere ai poteri pubblici» la capacità «di dirimere controversie di principio in virtù delle competenze tecniche e delle prerogative di sintesi in loro possesso» è alla base del «modello svedese di compromesso», che consentì, a partire dal 1933, il kohandeln, il ‘patto della mucca’, la ventennale collaborazione dei socialdemocratici con il Bondeförbundet, il Partito degli Agricoltori, dichiaratamente razzista, il cui programma recitava:

    Un compito nazionale di prima importanza impone di preservare il ceppo popolare svedese dall’incrocio con elementi razziali stranieri, di qualità inferiore e di ostacolare l’accesso in Svezia di elementi estranei indesiderati […] per mantenere il nostro popolo al riparo da qualsiasi influenza degenerata.

    Un’esigenza ripresa con surplus economicista nelle conclusioni della commisione di tecnici riunita nel ’36 per decidere in merito alla riforma della «legge sugli stranieri», a seguito di un dibattito al Riksdag che riconosceva «dimensione istituzionale al tema contingente dell’emigrazione ebraica dalla Germania»:

    […] l’obiettivo principale della legislazione sugli stranieri è di difendere il mercato del lavoro svedese, così che questo rimanga al servizio della popolazione nazionale, e contemporaneamente di impedire l’insediamento nel nostro paese di elementi etnici indesiderati.

    Del resto, già dal 1914 – e fino al 1954 – la «Legge sul divieto per certi stranieri di soggiornare nel Regno» impediva al popolo romanò di varcare la frontiera, con tragiche, incancellabili responsabilità quando i nazisti, a partire dalle Olimpiadi berlinesi del 1936, cominciarono a internare in massa gli Zigeuner dapprima in campi di lavoro e di concentramento, poi di sterminio (va però ricordato che nel 1942, quando cominciarono i rastrellamenti tedeschi, la Svezia aprì le frontiere a quanti erano rimasti dei 1800 ebrei norvegesi e altrettanto fece l’anno dopo con i 6500 ebrei danesi, che si salvarono quasi tutti, grazie all’eccezionale, unanime solidarietà dei compatrioti).
    Le peculiari conseguenze di tali concezioni, «in linea con quell’idea di «società-Stato, che il vocabolario svedese fatica a distinguere», furono spaventose: si consideri ad esempio che «i tribunali non disporranno, in nessuna delle fasi di cui si compone questa vicenda, di alcuno strumento per interferire con le decisioni delle amministrazioni centrali in materia di sterilizzazione», le quali rivendicheranno sempre l’insindacabilità delle proprie decisioni ‘tecniche’ (2, pp. 421, 424 s.; 3, pp. 32 s., 46, 73, 90).
    Il sincretismo era la chiave del progetto riformista. «Gli autoproclamati “ingegneri sociali”» poterono contare sul prestigio dei funzionari dell’amministrazione regia (cui si riconoscevano indiscutibili «il rigore etico, la fedeltà all’autorità, l’insensibilità alle ragioni di parte»), sull’attiva collaborazione della Chiesa luterana, sulla lealtà degli apparati repressivi, sul sostegno della Scienza, dell’Architettura, dell’Arte, della Filosofia (in particolare sul «realismo giuridico» della scuola di Uppsala); ma non c’è dubbio che sul piano politico e morale fu l’abdicazione del movimento operaio a permettere la vertiginosa e durevole affermazione del modello, i cui violenti risvolti si scaricarono, anche solo in termini di terrore, su coloro che non potevano o non volevano adeguarsi, che per palese demerito non erano accolti nella folkhem, in particolare quel 5-10% della popolazione costantemente a rischio di passare al vaglio dei medici degli enti preposti alla ‘devianza’, come quelli per l’assistenza all’infanzia e alla povertà. Tanto, per esempio, non fu possibile nella patria dell’eugenetica, l’Inghilterra, dove in quegli stessi anni «la direzione tecnocratica del Labour si era mobilitata, con argomenti analoghi a quelli utilizzati in Svezia, per “liquidare” con strumenti medici il carico imposto da malati e disadattati», ma si scontrò con l’irriducibile irragionevolezza della base, non disposta «ad accettare che i membri più indigenti della società fossero costretti a pagare, per la propria condizione, un conto più salato di quello che già pesava su di loro» (3, pp. 71,75).
    Accompagnata da quella economica, la crisi demografica che all’inizio degli anni ’30 investì la Svezia – già colpita dalla massiccia emigrazione dei decenni precedenti e ormai al primo posto al mondo per denatalità – fece da volano ai nuovi attori dell’«ingegneria sociale», che non si lasciarono sfuggire l’opportunità di affrontare «razionalmente» il problema, cioè di usare ogni mezzo per incrementare le nascite in quei settori della società che assicuravano la «protezione della stirpe» e stroncarne invece il numero tra gli «inadatti». Dagli interventi dei deputati socialdemocratici nel dibattito parlamentare sulla legge del 1941 emerge senza reticenze chi fossero gli individui la cui vita era considerata indegna di essere pienamente vissuta, i «genitori indesiderabili», la zavorra della società perfetta:

    […] abbiamo constatato con desolazione che proprio coloro che hanno i peggiori requisiti per fornire alla società dei figli sani e capaci sono spaventosamente numerosi e detengono un elevato tasso di natalità. La nuova legge sul matrimonio impedisce ad alcune categorie di malati di contrarre matrimonio, ma non impedisce loro di mettere al mondo dei figli: cosa che purtroppo avviene spesso.

    Io condivido il punto di vista della commissione, riguardo al fatto che una condotta di vita asociale si trova spesso in una certa relazione con disturbi mentali. Penso in modo particolare agli alcolizzati, ai vagabondi, agli zingari e ai delinquenti abituali: ma in queste categorie possono darsi casi di comportamento asociale senza che – almeno per i medici – sia possibile individuare segni di disturbo mentale. […] Io non capisco perché queste persone debbano mettere al mondo dei figli. Nelle città più grandi conosciamo bene quel tipo di asociale, che generazione dopo generazione vive da parassita sulla società. Persone di questo tipo hanno un sacro terrore per il lavoro, e cercano con ogni mezzo di farsi mantenere.

    […] gente che non si cura di lavorare, non si preoccupa di prendersi cura del proprio mantenimento né di quello dei bambini che ha messo al mondo […]. Per mio conto, io sono a favore della sterilizzazione forzata (1, pp. 335, 342 s.).

    (1-CONTINUA)
    Pubblicato Settembre 21, 2006 03:22 AM
    LA SOCIETA' IN MANO AI MEDICI. Socialismo ed eugenetica nell'esperienza svedese 2/2

    di Roberto De Caro
    [ Qui la precedente puntata ]

    SveziaInfernoeParadiso2.jpgIn realtà non ci fu mai bisogno di introdurre clausole esplicitamente coercitive. Furono più che sufficienti da un lato l’elasticità con la quale si poteva essere giudicati «incapaci di intendere» – dopodiché la decisione passava ai medici –: «incapacità» che per maggior sicurezza, secondo «raccomandazioni» emanate nel 1947, era da riscontrare «automaticamente» in coloro che si rifiutavano all’intervento anche dopo che gliene fosse stata spiegata «l’utilità sociale»; dall’altro le armi di ricatto a disposizione dell’amministrazione: minaccia di revoca del sostegno economico, «condizione per consentire un matrimonio tra “minorati”», viatico al nullaosta per uscire da un istituto.

    Impressionante in tal senso la modifica, nel 1938, della legge sull’aborto – «primo esito dell’incontro tra controllo della sessualità ed utopia d’ordine» –, che aggiungeva, vincolandola alla sterilizzazione, la motivazione eugenetica ai soli motivi per i quali era consentita l’interruzione di gravidanza: il rischio per la salute della donna e lo stupro . Il legislatore impose che sterilizzazione e aborto avvenissero nel corso della stessa seduta, quadruplicando il rischio di morte per la paziente (una cinquantina i decessi tra il 1935 e il 1951, ma la clausola fu rigorosamente applicata fino al 1964 e abrogata solo dieci anni dopo). Nulla convinse le autorità sanitarie a permettere interventi separati, poiché proprio la drammaticità della scelta consentiva di «mettere alla prova la serietà delle intenzioni della donna», come spiegò Nils von Hofsten, zoologo ed eugenista, membro del Rättpsykiatriska nämnden, il ‘Comitato di psichiatria criminale’, «tra i principali responsabili del vaglio delle domande di sterilizzazione» (3, pp. 110 ss., 134 n., 143).
    Come sempre negli stermini della modernità, anche in Svezia i medici – in primis gli psichiatri – svolsero un ruolo di assoluto rilievo. Tuttavia è necessario rimarcare che il meccanismo di inclusione-esclusione, per quanto progettato dall’alto, si basava su un sistema sociale di vasi comunicanti, di entusiastica partecipazione popolare alla grande caccia al nemico interno, soprattutto alle nuove streghe. Fu così che su indicazione del maestro di scuola, del vicino di casa, di mariti, mogli e congiunti, del prete (figure, tra le altre, istituzionalmente abilitate alla delazione, come «chiunque» sapesse «qualcosa dell’interessato», secondo l’indicazione ufficiale di Medicinalstyrelsen, la «Direzione generale degli affari sanitari») nel paese «senza figli prediletti né figliastri» – come lo desiderava il padre della patria socialdemocratica, Per Albin Hansson – vennero mutilate in massa ragazze con l’accusa di «appartenere a una famiglia di zingari»; di restare «spesso a letto fino a tardi la mattina»; di consumare «chili di caramelle»; di preparare da mangiare ai bambini, ma di non essere «capace di tenere pulita la casa»; di mostrarsi «sessualmente vivace»; di avere «una mobilità molto rozza» e di parlare «volgarmente, con voce nasale e tono impertinente»; di essere «scura, tipico aspetto zingaro […] Tipica psicologia zingara: doppia, bugiarda e vigliacca». La seguente, esemplare scheda di richiesta d’intervento si riferisce ad una ragazza di 17 anni:

    La nonna e il bisnonno paterno del paziente risultano essere stati dei ladri. Il padre viene descritto come di natura perfida e come uno «spostato». La madre è irragionevole e inaffidabile. Il paz. è il n. 1 di 4 figli. L’insegnante di catechismo ha descritto i due fratelli più giovani del paziente come minorati psichici, ma nello stesso tempo scaltri e ingegnosi.

    E via delirando, sino al caso di Ellen, una sedicenne denunciata «dal parroco, dal maestro elementare e dai parenti», che non ebbe scampo perché l’autorità stabilì che «la prossimità di una caserma all’abitazione della paziente ne rende[va] consigliabile la sterilizzazione» (1, pp. 347 s.; 3, pp. 100, 112, 116).

    Tra i più aggressivi alfieri del nuovo corso socialdemocratico vanno senz’altro annoverati i coniugi Alva e Gunnar Myrdal, entrambi futuri premi Nobel (per l’Economia lui, nel 1974, insieme a Friedrich August von Hayek, in virtù del previdente ecumenismo dei Reali Accademici, cui non sfuggì la comune passione degli opposti per la Ragione e la Legge; per la Pace lei, nel 1982). Sposati nel 1924, si recarono dapprima in Inghilterra e in Germania poi, tra 1929 e 1930, un anno negli Stati Uniti, come Rockefeller Fellows: un soggiorno importante per l’elaborazione delle loro future teorie.
    Al ritorno in Svezia, culturalmente vicini ai circoli funzionalisti, si iscrissero al Partito Socialdemocratico, di cui subito divennero elementi di spicco. Gunnar, eletto alla Camera alta, guiderà il gruppo parlamentare dal 1935 al 1938. Nel 1934 pubblicano Kris i befolkningsfrågan, ‘La crisi nella questione demografica’, in cui «espongono il loro programma di politica sociale in chiave di rottura con i due approcci dominanti in quel settore: il lassez faire liberale e l’umanitarismo tradizionale, socialista e cristiano», dedicando un capitolo alle questioni eugenetiche – «Differenze qualitative tra le classi sociali». È a partire da qui «che si diffonde, in Svezia, il concetto di “materiale umano” (människomaterial) […]. Integrando, come emblema di distacco scientifico, un vocabolario derivato dalla versione più estrema del darwinismo sociale, quella tedesca, essi parleranno di individui più o meno “adatti all’esistenza”, di esseri “di valore inferiore”, di uomini “A” e “B”». Il saggio ebbe un enorme successo – in poco più di un anno si arrivò alla settima edizione, «con tirature degne della letteratura popolare» –, aprì ai Myrdal «la strada dell’impegno politico» e fu determinante per l’istituzione, nel 1935, della Commissione d’inchiesta sul problema demografico, che ebbe «l’incarico di progettare misure per risollevare la natalità, riprogrammare la politica sociale, diffondere il controllo delle nascite». Alcuni passi del libro (citati, oltre che da Colla, in uno studio di Luca Dotti, pp. 120 ss., di cui si parlerà più avanti) sono sufficienti a comprenderne il tenore:

    una ragione di più per una politica di sterilizzazione condotta senza eccessivi riguardi risulta dal fatto, sottolineato dagli studiosi, che proprio le menomazioni mentali ereditarie si ritrovano spesso […] tra persone non ricoverate negli istituti, e che quindi hanno a disposizione una libertà di riprodursi non regolata né dalla razionalità, né dalla società. Soprattutto, la società ha interesse ad intromettersi nella libertà riproduttiva dei malati mentali da un punto di vista puramente economico. Incontriamo a tutto andare ampie covate di bambini nati da donne nubili imbecilli […] Che a un certo numero di questi individui venga impedito di nascere, costituirebbe in sé e per sé un notevole sollievo sociale.

    I Myrdal quantificano gli «individui non completamente degni, che per le condizioni della società moderna hanno difficoltà a vivere e mantenersi»: sono un «decimo o addirittura [un] quinto della popolazione, che rischia di soccombere nella dura competizione per la concorrenza». Inoltre, siccome «lo sviluppo tecnico e tecnologico e di conseguenza l’uniformata organizzazione sociale della società tende ininterrottamente ad aumentare l’esigenza di intelligenza e di qualità», urgono misure drastiche. Se i più possono essere recuperati alla produzione tramite opportuni provvedimenti, per gli altri non c’è speranza, sono un peso morto:

    ad un esame più dettagliato risulta però naturale la radicale eliminazione degli individui altamente superflui, effettuabile per mezzo della sterilizzazione. […] Una richiesta proveniente sia dal punto di vista social-pedagogico che eugenetico concerne l’avvio di un’applicazione legislativa la più severa possibile. Nei casi in cui la capacità di intendere e volere non può essere smentita, nonostante le condizioni per la sterilizzazione siano evidenti, i medici e le autorità sociali dovrebbero essere efficaci nell’indurre l’interessato a sottoporsi volontariamente alla sterilizzazione. Se questa pressione non risultasse in ogni modo effettiva, allora si dovrebbe considerare la possibilità di un rafforzamento della legge sulla sterilizzazione, includendo il diritto degli organi pubblici della società a sterilizzare pure individui capaci di intendere e di volere, contro la loro volontà.

    Alva Myrdal, in un articolo, non mancò di pronunciarsi anche sulla questione dei tattare, come con disprezzo venivano chiamati gli appartenenti a «un gruppo seminomade di oscure origini (analogo ai travellers delle isole britanniche)». Si trattava di poche migliaia di individui in tutta la Svezia, cui si aggiungevano i nuovi esclusi dal ‘modello’, provenienti soprattutto dalle campagne, a causa del processo d’industrializzazione del lavoro agricolo che espelleva la manodopera in eccedenza. Erano poveri, e sufficientemente ‘diversi’ perché l’opinione pubblica potesse parlare di tattarplågan, ‘la piaga dei tattare’, in sinistra simmetria con la Zigeunerplage dei tedeschi:

    Per alcuni gruppi, neppure un accesso gratuito all’informazione può essere considerato sufficiente, e questa deve esser loro imposta. Il discorso si applica a quei gruppi che forse si vorrebbe sterilizzare, ma che non rientrano nelle condizioni previste dalla legge sulla sterilizzazione – penso ad esempio ai tattare, molti dei quali sono semi-idioti, e altri palesemente inadatti come genitori.

    In effetti, «gli eugenisti svedesi coltiveranno l’ipotesi di un collegamento tra lo stigma di tattare e un’origine etnica aliena, e cercheranno di promuoverne, negli anni Quaranta, la sterilizzazione in massa». Il problema fu demandato all’Istituto di Biologia razziale, che nel 1945 pubblicò un rapporto – rifiutato però dalle amministrazioni competenti – che sviluppava un’argomentazione squisitamente razzista:

    Da un punto di vista teorico è interessante notare la relazione di sintonia tra tattare e svedesi per quanto concerne la costituzione fisica. Ciò non di meno si consideri che i tattare costituiscono un gruppo umano con un piccolo cervello ed una costituzione fisica cosiddetta astenica, con spalle strette.

    Fortunatamente negli anni successivi studi linguistici ed analisi genealogiche stabilirono ufficialmente «l’infondatezza della presunta diversità ed inferiorità genetica» dei tattare, che finirono comunque per essere assimilati (3, pp. 51 s., 129, 140; Dotti, pp. 202 s.).

    La Befolkningskommission lavorò sino al 1938. Il suo «cervello teorico era naturalmente Gunnar Myrdal» e Alva, «accesa promotrice delle soluzioni importate dagli USA», vi prese parte come esperta dell’infanzia, intervenendo anche in inchieste sull’educazione sessuale e sulla questione abitativa. I «verbali e rapporti» della Commissione «ci offrono il quadro più interessante dello spirito peculiare della politica sociale svedese delle origini», «il tema dell’estensione dell’attività di “igiene” biologica e di un ricorso più severo alla sterilizzazione sarà fin dall’inizio all’ordine del giorno» (1, p. 337; 3, p. 143). Da tali elaborazioni scaturirono le tre fondamentali leggi eugenetiche per la politica demografica: la legge sull’aborto del 1938, quella om sterilisering del 1941 e quella sulla castrazione del 1944, ancora vigente, tutte firmate da Gustav V, «per grazia di Dio, Re di Svezia, dei Goti e dei Vendi».
    Il Rapporto Finale della Befolkningskommission, pur rifiutandone la connotazione «razziale», era assai elogiativo della coeva normativa tedesca: «Questa ideologia è, al di là di ogni giudizio, dal punto di vista storico una delle più rimarchevoli ideologie di politica demografica, fino ai nostri giorni», vi si leggeva. Gunnar Myrdal ne prese le distanze – privatamente però, in una lettera del 15 dicembre 1938 all’amica e collega di partito Disa Västberg, sottolineandone l’inopportunità politica – perché vi era «veramente troppo nel rapporto […] che noi socialdemocratici senza alcun dubbio non potremmo sottoscrivere […]. Puzza di nazismo da lontano, e la situazione in Svezia rende pericoloso che la socialdemocrazia non si ponga libera nel Rapporto da questa tendenza» (Dotti, p. 154). I socialdemocratici, che l’avevano promosso, ovviamente lo sottoscrissero.
    Al contempo, la Carnegie Corporation of New York commissionò a Myrdal uno studio sulla condizione dei neri negli Stati Uniti. Al suo ritorno, nel 1942, l’economista si fece immediatamente rieleggere alla Camera alta e dal 1945 al 1947 ricoprì la carica di ministro del Commercio. Il 7 marzo 1946, l’impareggiabile Nils von Hofsten – in aggiunta ai titoli già elencati vicepresidente dell’Istituto di Biologia razziale, membro della direzione di Medicinalstyrelsen e rector magnificus dell’Università di Uppsala dal 1943 al 1947 – pronunciò un discorso alla radio svedese dal titolo False analogie, in cui esprimeva «la sua costernazione per l’alone di sospetto che la rivelazione dei crimini nazisti in Europa avrebbe gettato sulla responsabilità dell’eugenetica “democratica”»:

    La scienza della razza è proprio pericolosa poiché fuorviante rispetto alla conoscenza scientifica, che è stata alterata e sostituita con false conclusioni in un odio politico di propaganda. Il fatto incontestabilmente corretto è che presso gli uomini esistono differenze razziali ereditarie […]. Le false teorie della razza sono nocive non solo per le gravi conseguenze tratte, ma anche per il rischio dello sviluppo della sfiducia e diffidenza nei confronti della vera ricerca razziale, dell’eugenetica e della biologia genetica umana [… In Svezia la sterilizzazione] si effettua da qualche anno in misura maggiore che in ogni altro paese al mondo. La nostra legge di sterilizzazione è molto differente da quella che i nazisti avevano in atto. Da un punto di vista fondamentale, i principi sono assolutamente gli opposti (3, p. 136; Dotti, pp. 220 s.).

    Ma una siffatta impostazione non era più sostenibile sul piano internazionale. Si procedette quindi a «una veloce inversione di rotta» e innanzitutto al «prudente abbandono del lessico razzista da parte degli attori professionali». Nel frangente, «le istituzioni scientifiche svedesi si rivelarono di eccezionale tempismo, e nessun “taglio di teste” si rese necessario». Il maquillage si concluse quando nel 1950 l’ormai celebre Gunnar Myrdal e il socialdemocratico Gunnar Dahlberg, presidente dal 1936 dell’Istituto di Biologia razziale (che durante la guerra era «sorvegliato dai servizi segreti perché considerato un covo di filotedeschi» e che solo nel 1956 si trasformò nel più discreto Istituto di Biologia medica), vennero spediti in qualità di «esperti» alla sessione dell’Unesco che bandì per sempre «l’utilizzo scientifico e politico del concetto di razza» (c’è tuttavia chi non ne è stato informato: «È la sostanza della nostra civiltà. Il fascino dell’Europa sta nel mescolamento dei sangui che produce vita: le razze che non s’incrociano producono persone malate» – Massimo D’Alema, La Repubblica, 28 agosto 2005, in risposta simmetricamente razzista al razzismo del presidente del Senato Marcello Pera, che si era espresso ufficialmente contro «il meticciato»). Naturalmente «l’eredità intellettuale non si disperse: furono solo attenuate le voci più rumorose, mentre sul piano pratico la legislazione in vigore continuava a produrre i suoi effetti» (1, pp. 344 s.; 3, p. 113).

    A giudicare da questi studi dunque, non apparirebbe lecito tacere o sottovalutare il ruolo avuto dai coniugi Gunnar e Alva Myrdal nel tentativo svedese di «pianificare fin nei suoi tratti biologici la società futura» e «immettere un principio d’ordine e di razionalità nel patrimonio genetico della nazione». In realtà «la mitizzazione dei campioni del welfare ha richiesto, tra l’altro, di gettare un colpo di spugna sugli aspetti più marcatamente repressivi dei loro propositi». A volte l’oblio omertoso è sfociato in aperta mistificazione: nel 1997 Brita Åkerman pubblicò a Stoccolma una monografia dedicata ad Alva Myrdal, nella quale definisce Kris i befolkningsfrågan «il più importante saggio svedese» del ’900.
    La parola «sterilizzazione» compare solamente in «un passaggio, in cui si ricorda la “diffidenza” manifestata dai Myrdal e da Nils von Hofsten verso l’uso che gli eugenisti prospettavano di farne», senza peraltro accennare al fatto che i Myrdal e von Hofsten «propendevano per un uso della sterilizzazione più esteso di quanto non proponessero i fautori del razzismo più classico. Anche tra le “proposte concrete” contenute nel libro, l’introduzione di un programma di sterilizzazione non è citata, mentre viene sottolineata la proposta di “un assegno di maternità universale e incondizionato”» (1, p. 335; 3, pp. 119, 137 n.).
    Pure chez nous c’è chi è corso ai ripari: un risentito Luigi Cavallaro (A testa bassa contro il welfare state, in il manifesto, 29 giugno 2005) recensisce severamente il pregevole contributo di Luca Dotti, L’utopia eugenetica del welfare state svedese (1934-1975). Il programma socialdemocratico di sterilizzazione, aborto e castrazione, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004 [ma 2005], rimproverandogli sia le «tirate melodrammatiche» (ma «la giovane età dell’autore rappresenta in questo senso un’attenuante»), sia soprattutto di aver messo «i Myrdal sul banco degli imputati», il che «certo» non serve a «fare un po’ di luce» sulla «tragica esperienza dell’eugenetica svedese», anche se, deve riconoscere, nel loro libro «si leggono affermazioni che ripugnano a una coscienza contemporanea (una per tutte: “consentire a dei genitori idioti di riprodursi, ci sembra un argomento indifendibile, da qualsiasi punto di vista”)», scordando però di completare la citazione: «Ogni caso è un caso di troppo» (i Myrdal pongono l’aggiunta tra virgolette, a sottolinearne l’importanza), e dimenticando anche, nel suo strisciante giustificazionismo, che i Myrdal sono contemporanei, come Picasso, l’atomica, il padre di Cavallaro e le vittime della sterilizzazione, che figli non hanno potuto avere.
    Inoltre gli sorge il dubbio che Dotti, il quale ne denuncia il «costante, determinato ed ostinato appoggio alla tecnoscienza razionale eugenetica» (p. 40 n.), «abbia finito col confondere i coniugi Myrdal con Pol Pot, offrendo così un ottimo quanto (probabilmente) involontario argomento alle giaculatorie che vogliono ogni socialismo invariabilmente destinato al totalitarismo»: insomma, fa pure il gioco del nemico. Va osservato en passant che l’anfibologico argomento riduzionista suggerito – l’«Anno zero» dei Khmer Rossi come termine di paragone per i crimini sociali pianificati – lascia (forse involontariamente) un discreto margine di possibilità a ogni piccolo o medio sterminio futuro che voglia presentarsi come scienza. Per valutare la qualità delle critiche del recensore, se ne prenda «una per tutte»: «È dunque assai discutibile – se non proprio sbagliato – ritenere che l’istituzione nel 1935 della Commissione Demografica […] sia stata un effetto del loro libro». Ebbene, che le cose stessero così non è una «forzatura» di Dotti, ma testimonianza dello stesso Myrdal:

    Alva Myrdal ed io scrivemmo nel 1934 un libro sulla politica demografica e della famiglia, il cui risultato fu la nomina di commissioni reali sulla popolazione in tutti i paesi scandinavi e in Gran Bretagna. Particolarmente in Svezia, esso inaugurò un’era di riforme sociali sistematicamente incentrate sul benessere dei figli e del nucleo familiare […] Tali riforme poterono essere invocate come «preventive» o «profilattiche», cioè intese a risparmiare all’individuo e alla società costi futuri, e/o ad accrescere la produttività futura (Gunnar Myrdal, senza rimorsi in «un volumetto […] surrogato delle memorie che non scriverò mai», Controcorrente: realtà di oggi e teorie di ieri, cit. in esergo, pp. 11, 46 s.).

    Al volume di Dotti Cavallaro contrappone quello di Colla (che tra l’altro ha aiutato il giovane ricercatore nel suo lavoro, della cui importanza garantisce anche la supervisione di Maija Runcis, pioniera degli studi sul programma genocratico), in cui «l’essenziale è stato detto» e che sarebbe «esemplare soprattutto per la pacatezza della trattazione», alla quale il recensore pare tenere molto poiché, sostiene, «il compito dello storico non è dispensare giudizi morali, quanto piuttosto comprendere ciò che è accaduto e perché».
    Se da una parte non si dice a chi spetterebbe tale compito e il motivo per cui sarebbe inibito agli storici una volta che abbiano compreso e spiegato agli altri «ciò che è accaduto e perché» (e infatti da Erodoto in poi gli storici non vi hanno mai rinunciato, lo volessero o no), dall’altra si lascia credere che Colla sia reticente nel denunciare il protagonismo dei Myrdal, il che è falso, visto che lo studioso riconosce nell’insigne economista il «principale ideologo della Commissione demografica»; inoltre non sfugge a Colla l’eccipiente essenziale del loro decotto riformista: «quando i socialisti lottano per gli interessi della moltitudine, essi non tengono conto delle reali aspirazioni degli individui, bensì di “ciò che essi ragionevolmente desidererebbero, se possedessero tutti gli elementi per giudicare correttamente”», scrive citando Gunnar (3, pp. 72, 142 n.). Ma dagli apprezzamenti di Cavallaro sembrerebbe anche che Colla abbia condotto la sua ricerca con il freddo distacco del chirurgo, il che è ingiusto. Dai suoi studi traspare indignazione e non c’è mai sospensione del giudizio, né morale né politico:

    oggigiorno […] movimenti di pensiero sempre più pervasivi tendono ad equiparare il diritto di «non nascere» ed il «diritto di morire» a quello di usufruire di una pensione o della protezione sociale: qualora la possibilità di conformarsi ai canoni sociali di un’esistenza ‘sana’ non sembri assicurata in partenza, la vita stessa può venire equiparata ad un infortunio. […] nelle società/modello dell’egualitarismo elevato a ethos – la Scandinavia ed il Nuovo Mondo – il pensiero della responsabilità per l’altro ha potuto convivere con quello di una gerarchia, definitiva e spersonalizzante, tra gli individui, fino a privare l’essere umano (nel nome di un’umanità rigenerata) delle sue prerogative più intime […]. Essere, agli occhi del prossimo, ‘nient’altro che un uomo’ è una condizione che si apparenta, paradossalmente, a quella di un ‘sotto-uomo’: l’intera storia del XX secolo si presta ad essere riletta come la messa in scena di questa ambivalenza fondamentale del programma egualitario. E la minaccia dell’eliminazione fisica coinvolgerà tanto più facilmente chi ha già cessato di ‘esistere’ sul piano simbolico […].
    Fra le caratteristiche ricorrenti delle retoriche che accompagnano le politiche di igiene biologica ‘negativa’, possiamo contare la tendenza ad ammantarla di metafore religiose ed a rappresentarla come un’estensione dell’‘amore per il prossimo’: una pratica che nobiliterebbe il sentimento che si esercita verso gli esseri umani concreti, allargandolo ad un universale astratto: «le generazioni future». L’impatto di questo ragionamento, a cui ricorsero tanto i dignitari nazisti quanto gli ‘eugenisti democratici’, non merita di esser sottovalutato: considerarlo come il semplice prodotto di ideologie sorpassate sarebbe imprudente (3, pp. 15 s.).

    No, caro Cavallaro, ora basta con gli omissis. Sono più che sufficienti quelli a tutto campo del professor Giovanni Sartori – senza attenuanti ereditarie, cronicamente affetto da anemia cognitiva –, che sul Corriere della Sera sentenzia: «non credo che nessuna democrazia consentirà mai una eugenetica atta a produrre la razza pura o la razza superiore. Se lo consentisse, allora il problema non sarebbe l’eugenetica ma la democrazia» (L’embrione, la persona e la ricerca scientifica, 11 giugno 2005).

    •   Alt 

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  2. #2
    Hrodland
    Ospite

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    L'eugenetica è praticata in ogni popolo sano.

    Basti ricordare non solamente Sparta, con il Taigeto, ma anche Roma, con la rupe Tarpea.

    E' sempre stato praticato, dai germani, dagli slavi, da tutti i popoli indoeuropei nel loro periodo di crescita, se ne trovano tracce persino nel codice di Hammurabi e nella Bibbia.

    E' segno di palese idiozia essere contro l'eugenetica, a che serve far vivere e riprodurre persone disgraziate?

    P.S.: quando, nel Medioevo, i genitori davano ai conventi i bambini storpi, in effetti, facevano anche loro una forma di eugenetica, e così ci si assicurava che non si riproducessero (sempre che fossero stati monaci modello).

  3. #3
    Ducezio
    Ospite

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    La sfida della nuova eugenetica in Sevzia sarà impedire alla popolazione scandinava di meticciare con genti completamente diverse da loro come nordafricani e negri.Gente con un genotipo così forte da alterare i connotati scandinavi.Non vorrei fare l'hitleriano, ma ad esempio credo che gli europei in generale abbiano un setto nasale perfetto, cioè adunco, mischiandosi con i popoli dell'africa rischierebbero di avere un nasaccio piatto che sicuramente potrebbe dar loro anche problemi connessi alla respirazione.

  4. #4
    Barbudo
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da Hrodland Visualizza Messaggio
    L'eugenetica è praticata in ogni popolo sano.

    Basti ricordare non solamente Sparta, con il Taigeto, ma anche Roma, con la rupe Tarpea.

    E' sempre stato praticato, dai germani, dagli slavi, da tutti i popoli indoeuropei nel loro periodo di crescita, se ne trovano tracce persino nel codice di Hammurabi e nella Bibbia.

    E' segno di palese idiozia essere contro l'eugenetica, a che serve far vivere e riprodurre persone disgraziate?

    P.S.: quando, nel Medioevo, i genitori davano ai conventi i bambini storpi, in effetti, facevano anche loro una forma di eugenetica, e così ci si assicurava che non si riproducessero (sempre che fossero stati monaci modello).
    Ma che cazzo dici?
    Goebbels non era forse storpio? è stato un illustre ministro del nazismo.

    Fortunatamente non tutti i fascisti la pensano come te. Un uomo si valuta per lo spirito , non per le gambe.

  5. #5
    Hrodland
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da Barbudo Visualizza Messaggio
    Ma che cazzo dici?
    Goebbels non era forse storpio? è stato un illustre ministro del nazismo.

    Fortunatamente non tutti i fascisti la pensano come te. Un uomo si valuta per lo spirito , non per le gambe.
    Ancora credi alla storiella della poliomelite?

    Quella è una ferita di guerra, come lo stesso Goebbels ha ammesso.

    Se poi ti piace vivere in un mondo di rejetti e di storpi, allora non capisco che cosa vuoi tu davvero cambiare di questa società...

  6. #6
    Barbudo
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da Hrodland Visualizza Messaggio
    Ancora credi alla storiella della poliomelite?

    Quella è una ferita di guerra, come lo stesso Goebbels ha ammesso.

    Se poi ti piace vivere in un mondo di rejetti e di storpi, allora non capisco che cosa vuoi tu davvero cambiare di questa società...
    ma non dire cazzate per favore! In tutte le biografie cè scritto che Goebbels si è ammalato di poliomelite ma ha inventato la storia della ferita per forgiarsi coi suoi collaboratori. Sei te che credi alle favole. E non fare tanto il duro, che storpio non ci si nasce solo, e cè tanta gente che per incidente ci è diventata....
    nessuno si senta forte.

  7. #7
    Hrodland
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Barbudo Visualizza Messaggio
    ma non dire cazzate per favore! In tutte le biografie cè scritto che Goebbels si è ammalato di poliomelite ma ha inventato la storia della ferita per forgiarsi coi suoi collaboratori. Sei te che credi alle favole. E non fare tanto il duro, che storpio non ci si nasce solo, e cè tanta gente che per incidente ci è diventata....
    nessuno si senta forte.
    Ah, se ti leggi le storiografie antinaziste ci puoi trovare di tutto... Ho trovato persino chi dice che Hitler era coprofago, oppure che avesse contatti col diavolo, se questa è storiografia...

    Qualcuno ci è diventato, e con questo? Dovremmo accettare che dei bambini che avranno una vita menomata, non autonoma, triste dall'inizio alla fine, debbano vivere?

    Quando sento i discorsi dei genitori che giustificano questa bastardata, del tipo "così posso dargli tutto l'amore che voglio", io ci vedo solo squallido egoismo...

    "Nessuno si senta forte"

    Aò, ma da quale vangelo l'hai tratto?

  8. #8
    Ducezio
    Ospite

    Predefinito

    Comunque la mia Egugenetica si fermava solo a caratteristiche genetiche.

  9. #9
    Barbudo
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Ducezio Visualizza Messaggio
    Comunque la mia Egugenetica si fermava solo a caratteristiche genetiche.
    Con te già si può ragionare di più.

    x Hrodland:

    Non hai capito una sega. Io non sono contento che nascano persone menomate, prima di tutto per loro. Dico semplicemente che ritengo l'eugenetica una cazzata.
    Per risolvere il problema delle nascite, si ha solo da investire su ricerche scientifiche, atte a prevenire le nascite 'male'.
    Nè la rupe tarpea, nè l'eugenetica hanno mai risolto il problema, nè sono trattamenti 'umani' (vorrei vedere se ti dicessero che hai una tara genetica e ti tagliassero le palle se saresti contento??).

    La storiografia un par di palle! Goebbels aveva una gamba più corta dell'altra (non puoi negare anche questo, osserva le foto!) e di SICURO non ci puoi diventare per la guerra così,ma ci nasci.

    ipse dixit. il "nessuno si senta forte": quelli come te dovessero diventare handicappati si suiciderebbero il giorno dopo. E male non sarebbe forse.

  10. #10
    Ducezio
    Ospite

    Predefinito

    Anzi, credo che abbia fatto più danno l'uomo che la natura: purtroppo molta gente nasce con malformazioni a causa dell'inquinamento industriale.

    Comunque per riappacificare la discussione, credo che si possa fare una netta differenza tra caratteristiche genetiche e caratteristiche fisiche, come diceva Barbudo, la stragrande maggioranza delle persone con problemi fisici, i loro problemi non hanno nulla a che fare con il DNA.

    Al giorno d'oggi sono rarissimi i casi in cui difetti fisici gravi sono di natura genetica.

 

 
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