….sempre a sinistra
Roma. Ma ai “rossi”, berlusconianamente parlando, Guido Rossi quanto piace? Un numero sempre più elevato di diessini si avventura in un paragone.
“Siamo alla solita storia del Gran Borghese, mutatis mutandis, fa venire in mente il rapporto che il Pci aveva con Bruno Visentini”, spiega un importante dirigente del partito.
“Come ogni Gran Borghese vorrebbe dirigere la sinistra, manovrarla, tenerla in pugno”.
S’intende che di Rossi tutti dicono ufficialmente bene, e anche ufficiosamente quasi nessuno dice male. Però, qualche obiezione di fondo, qualche sospetto rispetto allo strapotere dell’avvocato d’affari milanese si fa strada.
“Persona intelligentissima, si capisce – nota un deputato diessino, area riformista – ma il problema è che le persone come lui vogliono dialogare con la sinistra perché questa non metta le mani sulla riforma del capitalismo italiano”.
E qui siamo alla storia che in questi giorni molto è stata raccontata sui giornali, e cioè quella del rapporto tra Guido Rossi e Massimo D’Alema.
Che fu tempestoso quando a capo del governo c’era il leader dei Ds – il tempo della famosa frase rossiana su “Palazzo Chigi, l’unica merchant bank dove non si parla inglese” – e che secondo qualcuno adesso è addirittura idilliaco.
“Di acqua sotto i ponti, dai tempi di Palazzo Chigi, ne è passata – spiega un autorevole dalemiano – Diciamo che ora c’è cordialità, non un amore travolgente”.
Tempo fa, c’è stato un incontro tra l’avvocato e il leader diessino: qualche incomprensione è stata sanata, qualche piaga è rimasta aperta.
“Mettiamola così – dice un estimatore del ministro degli Esteri – Rossi interloquisce, parla con la sinistra come con tutti, ma alla fine sostanzialmente si fa i fatti suoi. Del resto, anche il nostro rapporto con Tronchetti Provera era cordiale. Non mi pare che nel passaggio cambi qualcosa per noi”.
Secondo altri diessini, “è in corsa una partita che noi non stiamo giocando”, ma proprio da via Nazionale, dal vertice, giungono apprezzamenti un po’ più sentiti per Rossi.
Non a caso, Piero Fassino a suo tempo si è battuto moltissimo per portarlo al vertice della Federcalcio, e anche con Telecom di mezzo, Rossi potrebbe benissimo rimanere a occuparsi anche di pallone, “non poniamo problemi di conflitto di interessi”.
Il segretario, si assicura a via Nazionale, “è interessato che il suo progetto di riforma del calcio vada avanti”. Tra i dalemiani, invece, i commenti sono più cauti.
Molto più cauti. Nonostante l’intervista al Corriere per benedire la candidatura di D’Alema al Colle? “Non va sopravvalutata. Il solito pensiero: D’Alema, uomo talentuoso con il quale trattare. Ma Rossi sparò sulle cooperative nella vicenda Unipol che poi si chiuse con la sua mediazione”.
Se i fassiniani non intendono creare problemi per l’accumulo delle cariche Federcalcio e Telecom, i dalemiani arricciano il naso: “E dove lo trova il tempo?”.
Perché infine quello di D’Alema con Rossi viene sintetizzato così: “Un rapporto di stima maturato più tra una successione di armistizi che di convergenze”.
E c’è chi sospira: “Un Gran Borghese, noi comunisti o ex, lo abbiamo sempre cercato, ma uno più potente di Rossi non c’è mai stato”.
Non sono gli unici dubbi a sinistra. “Esprime una tendenza del capitalismo molto netta, a favore di ogni privatizzazione – dice il capogruppo del Prc, Gennaro Migliore – Non è un furbetto ma la sua idea è la completa dismissione da parte dello stato”.
saluti




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