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  1. #1
    Becero Reazionario
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    Predefinito [ottimo Blondet!]: Perchè l'Occidente merita di morire

    Perché l’Occidente merita di morire
    Maurizio Blondet
    26/09/2006

    Si apprende che l’occupante americano ha finanziato nell’Iraq occupato una campagna anti-fumo (1).
    Pubblicità televisiva e pacchetti con le note scritte «Il fumo uccide», «Fumare in gravidanza nuoce al bambino»: nel Paese che gli americani hanno coperto di uranio impoverito, che fa nascere feti mostruosi, e ammalare di cancri plurimi famiglie intere.
    E dove la truppaglia americana ammazza a casaccio ai posti di blocco, violenta ragazzine in casa, incarcera e tortura in massa, arbitrariamente; dove migliaia di esseri umani vengono trucidati da indecifrabili attentati e milizie private, da una violenza che l’occupante avrebbe il dovere di sedare, e che non vuole controllare affatto.
    La notizia non vuole far ridere; al contrario, segnala il parodistico, il grottesco - ossia il satanico - che reca con sé la civiltà occidentale terminale.
    Nessun Oriente è stato mai pari a questo Occidente in ipocrisia omicida.
    L’orda di Gengis Khan e Tamerlano massacrò a milioni, ma senza pretendere di preoccuparsi della salute delle sue vittime.
    L’America ha speso per la «ricostruzione» dell’Iraq 22 miliardi di dollari: senza riuscire a garantire nemmeno l’elettricità.
    I soldi sono finiti nelle tasche dei profittatori amici del regime statunitense, Halliburton in prima fila.
    I guerrieri della civiltà superiore hanno lasciato saccheggiare il Museo Nazionale di Baghdad nel 2003, partecipando al saccheggio: «Cose che capitano», commentò Rumsfeld.
    Mancano tuttora 14 mila opere d’arte.
    In compenso, soldi venivano dati a «consulenti» americani per esperimenti demenziali e falliti: come fornire l’Iraq, che affondava nel sangue, di una Borsa-valori moderna, tipo Wall Street, ovviamente mai aperta.

    Milioni di dollari sono stati pagati alle più celebri agenzie di PR per «conquistare i cuorie le menti» degli oppressi, avvelenati e senza luce: tutta una serie di video pubblicitari dove «testimonials» musulmani dicevano il loro amore per l’America, e «testimonials» americani il loro amore per l’Islam.
    Ha presieduto a lungo questa operazione-simpatia il giornalista (del Reader’s Digest) Kenneth Tomlinson, un raccomandato di Karl Rove (lo «spin doctor» di Bush) che lo ha messo a dirigere la Voice of America.
    Fino al 30 agosto 2006, quando il raccomandato è finito sotto inchiesta per essersi intascato i fondi stanziati alla bisogna; si è scoperto che questo individuo aveva messo su, dal suo ufficio al Dipartimento di Stato, un business di cavalli da corsa.
    Ora a presiedere alla propaganda verso l’Iraq è Karen Hughes, figlia dell’ultimo gestore americano del Canale di Panama, adulatrice di Bush in articoli e video, ciò che le ha valso la carica ministeriale di sottosegretario per la «Public Diplomacy and Public Affaire»: in questa veste, nel 2005, la signora ha intrapreso un giro nel Medio Oriente dove ha impartito lezioni sui diritti delle donne conculcati dalle società arabe maschiliste.
    Suscitando più che derisione, sgomento.
    I risultati di questi sforzi di relazioni pubbliche sono davanti agli occhi: nel 2003, solo 14 iracheni su 100 sostenevano i ribelli; oggi, 75 su cento.
    Ciò risulta da un sondaggio confidenziale del Pentagono.
    Perché gli occupanti non hanno mancato di portare agli iracheni anche questa gioia preziosa della modernità occidentale: i sondaggi delle loro opinioni, mentre sono massacrati.
    E proprio sulla base di uno di questi sondaggi David Brooks, neocon ed ebreo, editorialista del New York Times, rimprovera gli iracheni per la loro «chiusura mentale». (2)
    Il 93 % degli iracheni ritengono che è meglio avere per leader degli uomini anziché delle donne: «La più alta proporzione nel mondo», deplora Brooks, «gli iracheni resistono visceralmente alle riforme sociali».

    Vi disturberebbe avere un vicino di casa straniero?, hanno chiesto ineffabili i sondaggisti: chissà perchè, il 90% degli iracheni ha risposto sì, contro solo il 9 % degli americani e il 16 % di ogni altra nazione.
    Gli iracheni sono xenofobi, dice Brooks.
    E quali sono i valori che vorreste trasmettere ai vostri figli (beninteso se sopravvivono all’uranio impoverito)?
    Ebbene: gli iracheni rispondono «l’obbedienza» e «la fede religiosa» in proporzione maggiore rispetto alle altre 80 nazioni sondate.
    Lamenta Brooks: troppo pochi iracheni indicano «l’indipendenza» come utile ai loro figli.
    Il sondaggio rivela anche che gli iracheni tendono a fidarsi solo dei membri del loro gruppo etnico-religioso - gli sciiti degli sciiti, i curdi dei curdi, i sunniti dei sunniti.
    «Questa solidarietà interna al gruppo sociale è senza precedenti, si vede qui l’effetto corrosivo della dittatura di Saddam», commenta Brooks.
    Aggiunge il giudeo-con: scandalosamente dopo la «liberazione» gli iracheni, anziché più secolarizzati, sono diventati «più religiosi, in modo sorprendente».
    Conclusione di Brooks: «Gli iracheni sono come tartarughe ritiratesi nella loro corazza. Sospettosi verso gli estranei, intolleranti, attaccati ferocemente alla famiglia e alla tradizione».
    Questa tirata moralista ovviamente serve a preparare lo scarico di coscienza inevitabile, e radicalmente americano: il disastro è colpa degli iracheni.
    Non sono aperti al nuovo.

    E’ un vero peccato che Benedetto XVI legga più Manuele Paleologo che le notizie d’attualità come queste, che i suoi servizi interni potrebbero fornirgli: sentirebbe l’alito dell’Anticristo dei nostri tempi, che oggi si riconosce meglio sull’informazione quotidiana.
    E potrebbe constatare che questo alito ha un odore «cristiano»: vi si sente l’ipocrisia dei devoti protestanti USA, quella dei devoti lettori della Bibbia che vendettero coperte infettate di vaiolo ai pellerossa.
    E’ uno stato della coscienza che è quasi impossibile tradurre - self-righteousness, «il sentirsi dalla parte della ragione» - che oggi continua ancor più velenoso nei seguaci dei telepredicatori, nei milioni di «cristiani rinati» che seguono Bush gioiosi nell’Armageddon.
    A loro, a questi estremi occidentali che parlano di «Jesus» e agitano la Torah, il Papa potrebbe applicare la parte migliore della sua lezione di Regensburg,e che ha in qualche modo diretto ai musulmani: «Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio».
    E’ a loro, ai cristiani rinati, che va diretto il rimprovero.
    A questi occidentali che lanciano campagne anti-fumo nel Paese che hanno condannato alla morte radioattiva, che allestiscono la Borsa sulla loro rovine.
    E questo Occidente idiota è inemendabile. Un generale americano di cui non ricordo il nome, quando gli Usa entrarono in Vietnam, rifiutò il consiglio di studiare le strategie militari dei francesi in Indocina: adducendo che i francesi avendo perso, non avevano niente da insegnare agli americani.
    Il risultato è agli atti della storia.

    Questo Occidente irrazionale, stupido e malvagio merita di morire.
    Lo dico a quei lettori che ancora e ancora - offensivamente, infine - mi tacciano di filo-islamismo. Ripercorro alcune delle loro offensive obiezioni.
    C’è un piano dell’Islam per convertirci in massa, noi occidentali, e «con la spada».
    Non può esserci un «piano», perché non c’è una guida unitaria dell’Islam che lo abbia concepito, anzi non c’è «un» Islam ma tanti, nazionali, in lotta tra loro.
    Ma se anche fosse - e certo gli immigrati quando saranno molti e troppi proveranno, loro credenti, a convertire alla loro fede noi kafir - «da che cosa» ci convertiranno?
    Non «dal» cristianesimo, non dalla vera fede.
    Pretenderanno di convertirci dalle discoteche dove i nostri ragazzi bevono in una sera 300 euro di vodka e le nostre figlie sedicenni «fanno gare di sesso orale» nei cessi (come ha rivelato un’inchiesta de La Padania, giustamente titolata «I nostri figli sono dei mostri»), senza contare le «paste» (pasticche di ecstasys) consumate, e l’Lsd.
    Uno dei «nostri ragazzi» spiega come avviene: una ragazza sconosciuta, nel buio, ti bacia in bocca e ti mette in bocca una «pasta»; la sera dopo la cerchi, e lei non ti bacia più, ti porta dal suo ragazzo spacciatore.
    Da questo ci convertiranno gli islamici?
    Perderemo queste vette della nostra civiltà?
    Ci vieteranno «L’isola dei famosi», la pubblicità sporca e ignobile, la strumentalizzazione sessuale delle donne?
    No, per Gesù, dobbiamo lottare: andiamo a morire per la globalizzazione, il Fondo Monetario, il livello dei consumi edonistici da quattro soldi!
    E il telefonino, non dimentichiamo!

    Ma sento l’altra domanda offensiva di quei miei lettori: Blondet non ammette che l’Islam sia una religione falsa.
    Blondet non è cristiano.
    Provo, offeso, a rispondere ancora una volta.
    Falsa è una religione che chiude i canali della grazia: in questo senso, è radicalmente falso il protestantesimo, il luterano «Sola Scriptura» e «sola fide», fede (self-righteous) senza le opere: pecca fortiter sed crede fortius, come predicava Lutero.
    Ancor più falsa la sua ultima incarnazione, il protestantesimo americanista demente e feroce.
    Queste sì chiudono i canali di grazia, perdono l’uomo e la sua anima.
    E questa religione falsa e omicida, satanica, è «nostra», è «occidentale», si proclama perfino cristiana.
    E ne abbiamo anche un’altra, di falsa: la religione pubblica della Shoah, a cui anche il Papa ha bruciato il grano d’incenso.

    Quanto all’Islam, non riconosce la divinità di Cristo, né la sua resurrezione.
    Come non la riconosce né conosce il buddhismo.

    Esiterei a concluderne che per questo chiudano i canali della grazia, vista la testimonianza millenaria di asceti e santi uomini - la cui assenza brilla invece nelle pseudoreligioni luterane, che produce solo ipocriti e Rockefeller.
    Sarebbe come dire che Gesù, il Salvatore, inganna e condanna persone che onestamente obbediscono alla fede che hanno conosciuto dai genitori - persone che digiunano, che fanno l’elemosina, che vivono la rinuncia e la generosità.
    Ne ho conosciuti.
    Non posso credere che la Misericordia li abbia tratti in una trappola eterna.
    L’Islam, del resto, non considera la fede cristiana né quella ebraica false: le considera incomplete e corrotte, fedele alla comune radice di Abramo.
    Per questo ebrei e cristiani hanno potuto vivere nelle società islamiche per secoli, indisturbati, prima della presente polarizzazione di cui noi occidentali siamo responsabili.
    Stranamente, l’Islam è in questo meno «integralista» di molti miei lettori cattolici: cattolici schematici, che estraggono una precettistica di pronto intervento anzichè la ragione consigliata da Papa Benedetto a Regensburg.
    A mio parere, questi cattolici con lo shema in testa sorvolano su (ha detto il Papa) «quel Dio che si è mostrato come logos, e come logos ha agito ed agisce pieno di amore in nostro favore».
    In quanto credenti nel Dio-logos, siamo obbligati a «pensare», e a pensare anche l’Islam - ora che lo abbiamo a contatto - in modo non schematico.
    Come lo ha pensato Dio.

    Perché Dio l’ha pensato.
    E’ nella Scrittura, nell’episodio in cui Abramo scaccia nel deserto Ismaele, suo figlio legittimo e primogenito, con la sua madre, Agar la schiava.
    Un angelo appare ai due, che stanno morendo di sete, e promette a nome di Dio: «Anche di te farò un grande popolo, perché anche tu sei seme di Abramo».
    Molti secoli dovevano passare, ma la promessa è stata mantenuta: Maometto e il suo Corano hanno fatto dei discendenti di Ismaele, gli arabi, un grande popolo.
    «Tu sarai come onagro nella steppa, le mani tue contro tutti i tuoi fratelli, le mani dei fratelli contro di te».
    Destino di guerra perpetua, ostinata, un popolo di testa dura ed ossa forti come l’onagro, l’asino selvatico, che morde.
    «A voi è prescritta la guerra, sia che vi piaccia, sia che vi dispiaccia», ripetè Maometto.
    Ecco, l’hai detto: la guerra santa è il nucleo dell’Islam, l’Islam ci aggredisce…
    Ma questo è cedere alla propaganda, alla «guerra di percezione», che hanno scatenato contro di noi i malvagi occidentali: la propaganda di cui siamo vittime in parte volontarie, perché non ci chiude così totalmente da impedirci di vedere la realtà.
    E la realtà è che l’Islam è aggredito.
    In questo momento storico, è la sola religione che sia sotto attacco bellico «in quanto religione», da parte delle sataniche armi americane.
    Due nazioni sono sotto occupazione militare, una terza - il Libano - è distrutta, altre due - Siria e Iran - sono minacciati ogni giorno, dalla Casa Bianca e da Israele, di bombardamento atomico.
    «Ma l’Indonesia ha condannato a morte tre cattolici, nonostante l’appello del Papa».

    Vogliamo provare, con la ragione, a metterci per un attimo nei loro panni?
    Facciamo un esperimento mentale, come il logos consente: poniamo che un regno cristiano condanni tre musulmani per aver partecipato a disordini e omicidi inter-religiosi; e immaginiamo che il Gran Muftì, o l’ayatollah Kathami (3), ne chieda, ne esiga l’assoluzione non in quanto «innocenti» (non lo sono) ma in quanto «musulmani».
    Non protesteremmo?
    Non diremmo che questi musulmani integralisti si impicciano degli affari nostri?
    Che pretendono di essere esentati dalle nostre leggi? (4)
    Gli esercizi mentali potrebbero continuare.
    Non so se fino al punto di pensare dell’Islam quel che ogni islamico - se non è in malafede - è tenuto a pensare di noi cristiani: non idolatri, ma popolo del Libro, aderente a una fede forse imperfetta, solo parzialmente vera, ma non falsa.
    Forse è troppo, lo so, ma sarebbe un passo avanti.
    La storia di Agar e Ismaele però sembra suggerirmi che Dio ha voluto l’Islam, che gli abbia dato una missione.
    Che ci sia in questa faccenda di sangue un compito misterioso - tre religioni, ciascuna delle quali ha al centro una pietra sacramentale (la nostra è di carne); ciascuna discendente da Abramo e dalla rivelazione che ricevette - e storicamente nemiche.
    C’è qui una volontà di Dio, misteriosa, da comprendere?
    Non so.
    Ma forse, troppo facilmente pensiamo che Cristo sia cristiano.
    Una cosa è certa: che non lo è al modo di Bush e dei suoi pentecostali rinati, self-righteous, che diffondono il vaiolo vendendo coperte a coloro che perseguitano, che dedicano campagne anti-fumo a coloro che sterminano.

    Solo il sospetto che i musulmani stiano soffrendo oggi per un compito affidato loro da Dio, che versino il sangue per impedire che la prima «roccia» - la roccia di Abramo, protetta dalla Moschea d’Oro in Gerusalemme - venga profanata dal rinnovato rito ebraico dell’agnello (l’ultimo Agnello è stato sacrificato, per noi) dovrebbe almeno farci esitare nei giudizi di condanna.
    Ma anche se rifiutiamo l’idea che i musulmani abbiano un compito - spina e mistero nella storia - non ci basta, come cattolici, che i loro bambini siano ammazzati?
    Bruciati col fosforo, senza alcuna pietà, in quanto credenti alla loro fede, da un potere invincibilmente superiore in armi, insensato e stupido e senza scrupoli?
    Non ci pare un segnale abbastanza evidente?
    Negare loro solidarietà e aiuto, siamo sicuri che sia ciò che Cristo ci ha imposto?

    Maurizio Blondet

    --------------------------------------------------------------------------

    Note
    1) Frank Rich, «Stuff happens again in Baghdad», Herald Tribune, 25 settembre 2005.
    2) David Brooks, «The closing of a nation», New York times, 25 settembre 2006.
    3) A proposito: pochi sanno, nella civiltà superiore dell’Occidente, che l’ayatollah Kathami è uno studioso di Alexis de Tocqueville, ed ha tradotto in pharsi «La democrazia in America». non si sa perchè non si deve sapere. Israele ci ha addestrato a vedere in ogni musulmano un bruto ignorante e irrazionale, che capisce solo il bastone.
    4) Il problema dell’Indonesia non è l’Islam. E’ il problema di un arcipelago di 18 mila isole, abitate da 210 milioni di uomini di centinaia di etnie, religioni e razze diverse, che parlano 300 lingue e che non sono una nazione; tenute insieme con la forza da una casta militare senza scrupoli, che utilizza gli odii razziali e religiosi per mantenere il potere di Giakarta. Così, almeno, dovrebbe riflettere un cattolico se ascoltasse il Papa e usasse la ragione, anziché i clichè della propaganda chiamata giornalismo.

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  2. #2
    costantino
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    spero che crepi lui.a me sto mondo proprio schifo non fa......
    certo potrebbe e dovrebbe essere migliore, ma certo non lo renderanno migliori nè gli ebrei ( verso cui blondetto ha una fobia) nè gli evangelisti (che andrebbero messi tutti al muro) e nemmeno i musulmani che a lui piacciono tanto.......
    l'iran che a lui piace tanto è una cloaca a cielo aperto e se lo visitasse, in molte case private potrebbe vedere le cose che qua nell'occidente malato si vedono in discoteca.Stendiamo un velo pietoso sugli altri paesi da cui non abbiamo nulla da imparare.

    Piuttosto mi piacerebbe che dicesse qualcosa anche sulle popolazioni del Darfur massacrate dagli arabi......
    ma non è chic......
    è + radical-chic occuparsi dell'Iraq

  3. #3
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    spero che crepi lui.a me sto mondo proprio schifo non fa......
    e chi fai allora in un ambiente che si dice "anti-sistema"????

    qua non si tratta di stabilire se è meglio l'islam, l'evangelismo o i nasoni... si tratta solo di prendere atto di quanto decaduta e marcia sia la nostra civiltà...
    continuare a paventare un nemico "esterno" serve solo per continuare ad ignorare il male che ci divora dall'interno...

  4. #4
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    vorrei chiedere al blonded... di quale occidente premedita la fine
    e vorrei chiedere al blonded il significato reale, dato di occidente. giacchè è un significato senza alcun senso storico,
    detto questo copio incollo la mia verità che necessariamente non deve essere ,ne una verità rivelata, ne una verità comune ,ma forse un qualcosa da prendere in considerazione dato che proviene da ambiti assai lontani da qualsiasi contenzioso religioso ,o qualsiasi contenzioso di ordine politico

    sono semplici studi archeologici, al sottoscritto sono serviti per comprendere
    significati reconditi ... chi li volesse cogliere per approfondirli, mette in gioco
    certamente metà delle sue convinzioni,ma alla luce di ciò che sta succedendo
    nel mondo ,qualsiasi aiuto venga al di fuori dei canoni ufficiali utilizzati dalla politica,possiede un suo senso compiuto.



    sono dati da valutare,non da prendere come oro colato. ne devono essere canonizzati,ma semplicemente conosciuti.

    questo è ciò che dice una buona parte dell'accademia linguistica ed archeologica.
    spero che qualcuno di voi lo legga.


    Commento agli estratti dai
    ~ Manoscritti del Mar Morto ~
    NOTA 1 - Si può notare, in questi primi passi della Regola, che i qumraniani si sono costituiti come comunità dissidente nella convinzione di essere i depositari della legge e di un patto autentico fra gli uomini e il Dio di Israele.
    Essi utilizzano per definire sé stessi l'espressione figli della luce, mentre gli incirconcisi e tutti coloro, fra gli ebrei, che non acconsentono ad unirsi alla comunità e a seguirne le regole sono chiamati figli delle tenebre. In ciò noi possiamo riconoscere una terminologia che è tipica della letteratura evangelica:

    " la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta" [Gv I, 5]
    "la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perchè le loro opere erano malvagie" [Gv III, 19]
    "Di nuovo Gesù parlò loro: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita»" [Gv VIII, 12]
    "Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perchè non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce" [Gv XII, 35-36]
    "La lucerna del tuo corpo è l'occhio. Se il tuo occhio è sano, anche il tuo corpo è tutto nella luce; ma se è malato, anche il tuo corpo è nelle tenebre. Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra. Se il tuo corpo è tutto luminoso senza avere alcuna parte nelle tenebre, tutto sarà luminoso, come quando la lucerna ti illumina con il suo bagliore" [Lc XI, 34-36]
    "Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre" [Lc XXII, 52-53]

    NOTA 2 - Il dualismo cosmico che configura il divenire come una lotta fra due principi opposti, il male e il bene, rappresentati dalle tenebre e dalla luce, ha senza dubbio una derivazione iranico-caldea con radici nella teologia dello Zend Avesta. L'angelo della luce, spesso identificato col sole, e quello della tenebra, spiriti del bene e del male, sono esattamente quelli che Zarathustra chiamava Ormudz (o Aura Mazda) e Ahriman (o Anra Mainyu). Non si dimentichi che i qumraniani, come può essere confermato dagli scritti di Filone e Flavio sugli esseni, durante l'alba erano soliti rivolgere una preghiera al sole nascente.
    E' probabile che gli ebrei abbiano assimilato alcune concezioni iranico-caldee all'epoca della deportazione in Babilonia che, cronologicamente, corrisponde al periodo in cui fu predicata la concezione avestica di Zarathustra.

    NOTA 3 - Sempre coerentemente con la teologia avestica, l'idea fondamentale dei qumraniani è una concezione escatologica [=relativa ai destini finali dell'uomo] in cui si prospetta una conclusione definitiva della lotta fra il principio del male e quello del bene, con la vittoria di quest'ultimo. Già lo stesso Zarathustra aveva predetto una conclusione di questo genere, ad opera di un personaggio incaricato di una missione salvifica (il Saoshyant):

    "Or, la tremenda per noi s'adori Maestà regia che Aura Mazda fea creando, assai laudabile... che un dì fia che discenda sovra il Saoshyante vincitor, su quelli compagni suoi, perch'egli scevro da vecchiezza e da morte faccia il mondo, scevro d'ogni bruttura e d'ogni tabe... araldo di Aura Mazda, figlio di Vispataurva, avanzerà dal lago di Kansava, vincitrice novella annunziando... verranno anche di lui, di lui vincente Astvatereta, i discepoli, essi che hanno pie parole ed opere pie e pii pensieri e fede integra, e in nessun modo hanno falso parlare... allora, orbato di ogni potere, Anra Mainyu, autore d'ogni trista opera, cadrà prostrato" [Zend Avesta, Yasht XIX, 88-96]

    Il quale salvatore avrebbe dovuto comparire nel mondo in corrispondenza di un particolare evento cosmico annunciatore: la congiunzione nella costellazione dei pesci dei pianeti Giove e Saturno, capace di determinare un effetto di particolare luminosità nel cielo notturno. Ora, tale congiunzione si è verificata realmente (e questo è confermato da numerosi astronomi moderni) nel 7 a.C., ovverosia nella data che oggi molti studiosi, anche cattolici, concordano nel ritenere come data di nascita di Gesù Cristo e mettono in relazione con la profezia della stella presente nella natività di Matteo.


    NOTA 4 - Nella letteratura qumraniana l'intervento divino, che dovrà avere luogo nel momento dello scontro finale fra il principio del male e quello del bene, è spesso identificato con le espressioni visita e visitare. Ora, la stessa cosa la troviamo anche nella letteratuira evangelica, che pure si configura come annuncio di un evento salvifico finale, e utilizza la stessa terminologia:

    "Benedetto il Signore Dio d'Israele, perchè ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di Davide, suo servo, come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo: salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano" [LC I, 68-71]
    "grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre" [Lc I, 78-79]
    "Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo" [Lc VII, 16]
    "abbatteranno te [=Gerusalemme] e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perchè non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata" [Lc XIX, 44]


    NOTA 5 - In questo passo della Regola della Comunità troviamo descritta la modalità caratteristica con cui veniva aperto il pasto comunitario, ovverosia con la cerimonia della benedizione del pane e del vino, da parte del sacerdote capo, e successiva distribuzione ai commensali. In essa riconosciamo la scenografia dell'ultima cena di Gesù.
    Ora, una delle tante contraddizioni presenti nel Nuovo Testamento riguarda proprio il racconto dell'ultima cena di Gesù, che differisce sostanzialmente fra i testi sinottici e quello giovanneo. In pratica, mentre i tre resoconti sinottici (Marco, Matteo e Luca) sono caratterizzati dalla istituzione del sacramento dell'eucarestia (quando Gesù offre il proprio corpo e il proprio sangue come pasto sacrificale, nelle sembianze del pane e del vino), il quarto vangelo non dà segni di conoscere tale gesto, compiuto in quella circostanza.
    Un fatto importante riguardante questo vangelo, che abbiamo già esaminato nell'articolo "I Manoscritti del Mar Morto, la storia", è la datazione dell'ultima cena che, a differenza dei sinottici, risulta coerente non col calendario ufficiale, lunare, degli ebrei del tempo, ma con quello alternativo, solare, degli esseni di Qumran.
    Queste due differenze (la datazione solare e l'assenza della istituzione dell'eucarestia nel corso dell'ultima cena) ci danno molti buoni motivi per pensare che gli evangelisti della tradizione sinottica, fedeli alla teologia riformistica della scuola paolina, fossero interessati a purgare il racconto da ogni possibile relazione con la tradizione esseno-zelota e ad introdurvi piuttosto le idee antiessene elaborate e propagate da Paolo di Tarso.



    I piatti usati dai qumraniani durante i pasti comunitari
    Del resto, ciò che Gesù ha annunciato ad una assemblea pasquale di giudei, ovverosia il fatto che il pane fosse la sua carne e il vino il suo sangue, e che i discepoli dovessero cibarsi della carne e del sangue del loro maestro sacrificato, visto come incarnazione divina, sarebbe suonato non solo insolito, ma orrendamente sacrilego, dal momento che queste idee configuravano una tipica concezione appartenente al mondo delle teologie e dei culti gentili, altamente disprezzati dai giudei. In particolare corrispondono a certi culti pagani teofagici (teofagia = cibarsi del dio), fra cui uno molto diffuso nell'area di provenienza di Paolo di Tarso, consistente nell'identificazione di un toro col dio che veniva sacrificato e del quale l'adepto doveva bere il sangue e mangiare la carne. Sappiamo invece che per gli ebrei il sangue costituisce un forte elemento di impurezza, che non è permesso toccare il sangue senza poi eseguire pratiche purificatorie, figuriamoci bere il sangue; anzi, una delle prescrizioni più rigorose del cibo kosher consiste proprio nell'assicurarsi che l'animale ucciso sia stato ben dissanguato. Storicamente parlando, non possiamo considerare credibile che Gesù, volendo trasmettere una novità teologica, avrebbe cominciato col proporre una formulazione rituale apertamente offensiva nei confronti della sensibilità ebraica e che avrebbe subito suscitato il ribrezzo dei suoi discepoli.
    Gesù ha utilizzato spesso nei suoi discorsi l'immagine del pane, inteso come cibo spirituale, ovverosia come allegoria di una conoscenza superiore che gli uomini devono acquisire (l'abbiamo visto nel capitolo "Premesse", là dove abbiamo parlato dei miracoli e dei linguaggi simbolici in uso nei racconti evangelici), insieme ad altre allegorie come quella dell'acqua viva dell'albero e dei frutti, ecc...
    Senza alcuna ombra di dubbio, questa concezione del pane e del vino come carne e sangue di Cristo, di cui i discepoli devono cibarsi, costituisce una improvvisa e forzata irruzione di teologia pagana, caratteristica dei cosiddetti culti misteriosofici, nel culto esseno del pasto comunitario (consiglio vivamente, a questo proposito, la lettura dei capitoli del libro di Frazer, Il Ramo d'Oro, riguardanti i culti di Adonis, Attis, Osiride, Dioniso, Mitra...). Il responsabile di un innesto così artificioso potrebbe essere stato Paolo di Tarso, lontano dalla Palestina, o qualcuno dei suoi discepoli, forse un gentile, non certo l'ebreo Gesù, nel cuore di Gerusalemme, di fronte ad una assemblea di ebrei e nell'imminenza della Pasqua ebraica.
    Gesù non ha fatto altro che svolgere il ruolo prioritario previsto dalla Regola della Comunità durante un pasto comunitario, di cui vedremo testimonianza anche nella cosiddetta Regola dell'Assemblea. Egli si è comportato come un sacerdote capo, che ringrazia il Signore, spezza il pane e lo distribuisce ai fedeli.


    NOTA 6 - In questo passo noi troviamo una perfetta corrispondenza coi brani del vangelo relativi a Giovanni Battista:

    "... Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri..." [Mc I, 2-3]

    NOTA 7 - In questo passo troviamo un altro concetto fondamentale espresso dalla confraternita qumraniana: la figura del Messia atteso non è singola, ma duplice. Infatti un Messia (il più alto in dignità) rappresenta una figura sacerdotale, ed è definito Messia di Aronne. Un altro Messia rappresenta una figura politica e militare, caratterizzata da una dignità regale, ovverosia dal fatto di appartenere alla dinastia del sangue di Davide (=figlio di Davide, come spesso Gesù Cristo è definito nel vangelo), ed è definito Messia di Israele. A ciò, come abbiamo detto nel capitolo "Premesse", è legato il significato dell'immagine allegorica dei pani e dei pesci; i pesci infatti, che sono il simbolo rappresentativo del Messia, sono due e non uno soltanto.
    L'idea che i Messia dovessero essere due nasce senz'altro dal fatto che gli esseni, come puristi che difendevano l'applicazione fedele della legge, aborrivano certi personaggi che, in passato, avevano cumulato sulla propria persona entrambe le cariche sacerdotale e regale e, pertanto, nei loro scritti, hanno sempre puntualmente citato entrambe le figure, come a voler puntualizzare che le due cariche dovevano essere rigorosamente distinte.
    Il Messia di Aronne, nell'intendimento dei qumraniani, avrebbe dovuto sostituire il Sommo Sacerdote scelto dai romani, mentre il Messia di Israele sarebbe stato l'artefice della ribellione messianica e, successivamente, avrebbe assunto, al posto di Erode, la carica per cui Cristo fu condannato e giustiziato dai romani: re dei Giudei.


    NOTA 8 - In questo passo troviamo contemporaneamente due delle cose già viste nella Regola della Comunità, e cioè l'esistenza di due Messia distinti e la modalità di apertura del pasto comunitario.


    NOTA 9 - Ancora due cose già viste: il concetto della cosiddetta visita, e l'idea della duplicità della figura messianica.


    NOTA 10 - Ancora il concetto della visita.


    NOTA 11 - Anche questo passo del Documento di Damasco rispecchia in modo straordinario parole che possiamo leggere tal quali nel vangelo:

    "E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, poichè sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse»" [Mc XIV, 26]

    "E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: «Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge»" [Mt XXVI, 30-31]

    NOTA 12 - L'uso del termine "poveri" non è casuale nel contesto della letteratura qumraniana [in ebraico è "ebion" (plur. ebionim)]. Infatti, secondo alcuni autori, fra cui possiamo nominare Robert Eisenman (California State University), uno dei nomi che designavano la comunità e i suoi membri era proprio questo. La ragione non è difficile da capire allorché leggiamo queste parole dall'opera di Filone Alessandrino (13 a.C. - 45 d.C.) "Quod omnis probus sit liber" (Ogni uomo onesto è libero), in cui si parla proprio degli esseni:

    "Mentre in tutta l'umanità sono pressoché gli unici a vivere senza beni e senza possedimenti, per la libera elezione e non per un rovescio di fortuna, si giudicano straordinariamente ricchi giacché ritengono che la frugalità con la gioia sia come in realtà è, un sovrabbondante benessere"

    A confermare il profondo legame esistente fra cristianesimo primitivo ed essenato contribuisce il fatto che il nome della comunità giudeo-cristiana era proprio "ebioniti". Possiamo addirittura constatare come ciò fosse imbarazzante per Eusebio di Cesarea, agli inizi del quarto secolo, il quale si adoperò perché tale legame non apparisse in tutta la sua evidenza:

    "...costoro pensavano che fossero da rifiutare tutte le lettere dell'apostolo (Paolo), chiamandolo apostata della legge, e servendosi del solo Vangelo detto secondo gli ebrei, tenevano in poco conto tutti gli altri... in conseguenza di un simile atteggiamento hanno ricevuto il nome di ebioniti che indica la povertà della loro intelligenza: il termine, infatti, presso gli ebrei significa povero...". (Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl., III, 27).

    Eusebio ha giocato sull'accezione del termine, insinuando che gli ebioniti fossero da considerare poveri dal punto di vista intellettuale, pur di non riconoscere il suo significato originale e le sue implicazioni. Questo atteggiamento mistificatorio non è isolato: addirittura Epifanio arrivò ad affermare che il nome ebioniti derivasse da un eretico di nome Ebion, presunto fondatore della setta (Haer. XXX, 3-7), ma questo ci conferma, senza lasciare spazio ai dubbi, l'esistenza di un intento censorio, da parte dei padri della chiesa, nel delineare le origini storiche del movimento cristiano.
    In verità questo termine è presente più volte anche nella letteratura del Nuovo Testamento, ma esso appare privato del suo significato di appartenenza ad una precisa comunità, nel momento in cui è tradotto nei vari termini delle lingue moderne: povero, poor, ecc... In pratica si riduce al suo significato aggettivale e generico di persona nullatenente. Se, però, rileggiamo alcuni passi evangelici, tenendo conto delle considerazioni appena fatte, allora possiamo intuire che, in una eventuale primitiva fonte ebraica (se mai essa è esistita), il termine ebionim andava oltre il suo significato generico ed era riferito ad una ben precisa comunità, quella degli ebioniti:

    "Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi" [Mc X, 21] Il brano si presta ad essere inteso come un invito ad unirsi alla comunità, cedendo ad essa i beni personali.

    "Si poteva benissimo vendere quest'olio a più di trecento denari e darli ai poveri!" [Mc XIV, 5] Il brano si presta ad essere inteso nel senso che i soldi avrebbero potuto servire per finanziare la comunità.

    "I poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre" [Mc XIV, 7] Il brano si presta ad essere inteso nel senso: "i confratelli li averete sempre vicini ecc...".

    "Beati i poveri in spirito, perchè di essi è il regno dei cieli"
    [Mt V, 3].

    "Mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio"
    [Lc IV, 18].

    "Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perchè vostro è il regno di Dio»" [Lc VI, 20] In questo caso è chiaro che Gesù, col termine poveri non indica genericamente i nullatenenti, ma si riferisce proprio ai suoi seguaci.

    NOTA 13 - In questo brano possiamo notare che l'espressione paese di Damasco (ripetuta con questo significato molte altre volte nel testo) è stata utilizzata dai qumraniani per indicare tanto sé stessi come comunità, quanto il luogo o i luoghi del loro ritiro. L'opinione è condivisa da moltissimi studiosi, compreso lo stesso Padre de Vaux (L'archeologie et les manuscrits de la Mer Morte, London 1961), nonché da J.Barthelemy, A.Jaubert, G.Vermes, N.Wieder.... Per quale ragione i qumraniani avrebbero adottato questa denominazione? Essi si sono ispirati ad un testo biblico (Amos V, 26-27), che infatti è citato dallo stesso Documento di Damasco (VII, 14-15), in cui si parla della teologia della deportazione e dell'esilio (vedi anche Geremia ed Ezechiele). In pratica Damasco è vista come un luogo d'esilio che svolge la funzione di rifugio dei pii e dei puri di fronte all'ira di Dio. Geremia ed Ezechiele parlano degli esiliati a Damasco come della parte migliore del popolo di Israele, quella che gli è fedele, e con la quale stringerà un nuovo patto.
    I qumraniani, che si sono separati ed autoesiliati nel deserto del Mar Morto come protesta nei confronti della corruzione delle autorità politiche e sacerdotali di Gerusalemme, sfruttando la similitudine col passo biblico, hanno paragonato sé stessi ai "deportati nella terra di Damasco" e hanno chiamato Damasco il proprio ritiro.
    Ora, tutto ciò ha delle conseguenze di estrema importanza nella lettura e nella interpretazione del Nuovo Testamento. Infatti il professor Eisenman, che sostiene l'identità o la stretta parentela fra la comunità qumraniana e il movimento giudeo-cristiano primitivo, afferma che il famoso passo degli Atti degli Apostoli, in cui Paolo è inviato a Damasco dal sommo sacerdote a cercare i cristiani per arrestarli, debba essere completamente reinterpretato, intendendo per Damasco non la città siriana, ma il ritiro degli asceti dissidenti a Qumran. In effetti pochi osservano giustamente che in Siria né Paolo né il sommo sacerdote di Gerusalemme avrebbero avuto alcuna autorità. La città di Damasco rientrava in un'altra amministrazione e le autorità di Gerusalemme non potevano vantare alcun diritto di effettuare azioni di polizia in Siria.


    NOTA 14 - Questa immagine del pozzo delle acque vive costituisce un chiarissimo richiamo ad un passo del vangelo secondo Giovanni:

    "Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna»" [Gv IV, 10-14]

    Confermando così, per l'ennesima volta, i profondi legami esistenti fra letteratura qumraniana e letteratura neotestamentaria.

    NOTA 15 - Il manoscritto noto come Regola della Guerra è senz'altro il più significativo nella caratterizzazione degli scopi ultimi della setta qumraniana. Esso contribuisce a sfatare, finalmente, un mito che si è sviluppato da tempo, principalmente per colpa degli scritti di Giuseppe Flavio e di Filone, nei confronti degli asceti del Mar Morto. Infatti, se dal menù principale raggiungiamo gli "Estratti da Filone Alessandrino e Giuseppe Flavio sugli Esseni", possiamo notare che i due autori dipingono la setta Qumraniana come una confraternita di monaci dediti a varie attività mistiche, totalmente avulsi da ogni finalità politica o tanto meno militare. In realtà non c'è niente di più falso, e noi possiamo comprendere i motivi di questa falsificazione operata dai due autori ebrei ellenizzati se ci rendiamo conto che essi erano interessati a evitare tutto ciò che insisteva ed evidenziava le gravi conflittualità che già contrapponevano il mondo ebraico e quello romano.
    Esiste pertanto una immagine della setta essena che potremmo definire "pre-Qumran", derivante dalle suddette fonti; ma ne esiste anche un'altra, assai più aderente alla realtà storica, che potremmo definire "post-Qumran", alla cui caratterizzazione contribuisce in special modo proprio il Rotolo della Guerra.
    In esso, senza possibilità di equivoci, si evidenzia chiaramente la tensione escatologica (=relativa ai destini ultimi) che costituisce la ragion d'essere della setta e del suo essersi stabilita in una condizione di autoesilio sulle rive del Mar Morto, 30 km a sud di Gerusalemme.
    "L'inizio [della guerra] si avrà allorché i figli della luce porranno mano all'attacco contro il partito dei figli delle tenebre...". I qumraniani aspirano alla costruzione del Malkut Yahweh (Regno di Dio), che essi intendono non nel senso neocristiano di una condizione esclusivamente spirituale ma, fedeli alla visione teocratica che è tipica dell'ebraismo ortodosso e che è estremizzata nel pensiero messianista, considerano come un obiettivo da perseguire su questa terra, nel luogo giusto, nel momento giusto e con le persone giuste. Il luogo è la Palestina. Il tempo è quello che i messianisti sentivano vicinissimo, durante la dominazione romana. Le persone sono i figli della luce, ovverosia tutti quegli ebrei che credono nel riscatto di Israele e contribuiscono alla sua realizzazione. Gli altri, romani o ebrei che fossero, sono i nemici, i figli delle tenebre, che il Signore di Israele ha ormai destinato ad uno sterminio definitivo e imminente. Si ricordi quanto grida la "voce nel deserto", l'asceta Giovanni, mentre usa praticare il rito esseno del battesimo di abluzione, sulle rive del Giordano, a breve distanza dalle rocce di Qumran. Egli intima al popolo che è giunta l'ora di convertirsi "...poiché il regno di Dio è vicino", poi si volta verso i farisei e i sadducei e inveisce: "Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? [...] Gia la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco [...] colui che viene dopo di me è più potente di me [...] Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile". E' esattamente l'annuncio dell'imminenza del Regno di Dio, e dell'ingresso che sarà riservato solo a coloro che si convertiranno (raccoglierà il suo grano nel granaio), mentre gli altri (la pula) saranno bruciati "con un fuoco inestinguibile".

    "...giacché questo è il giorno, da lui determinato da molto tempo per la guerra di sterminio dei figli delle tenebre" [Regola della Guerra]
    Gli studiosi sono piuttosto concordi nel ritenere che i Kittim, citati nel testo, sono da intendere come i romani, mentre Assur può essere una trasposizione che rappresenta quella che altrove è stata definita anche come Babilonia. Si tratta di Roma, il cuore dell'impero terreno delle tenebre, contro cui i messianisti, accecati da un fanatismo religioso che aveva tolto loro ogni senso della realtà (purtroppo i tempi moderni non sono affatto estranei a simili manifestazioni di integralismo delirante), speravano di poter conseguire una schiacciante vittoria. La sicurezza veniva loro dal sentirsi guidati dalla mano invincibile del Signore di Israele, lo stesso che aveva inviato le piaghe sull'Egitto e che aveva fermato i carri del faraone durante la traversata del Mar Rosso. Chi, fra costoro, avrebbe mai osato esprimere il dubbio che "...la grande mano di Dio umilierà Belial e tutti gli dèi del suo dominio, e per tutti gli uomini del suo partito vi sarà uno sterminio eterno..." [Regola della Guerra, I 15, 16].
    Ora noi possiamo capire perché alcune fonti storiche ci testimoniano la presenza di esseni fra le fila dei ribelli che hanno preso parte alla guerra degli anni 66-70 e alla rivolta di Masada (71-73), e ci illuminano in maniera abbastanza chiara sulla stretta parentela che esiste fra il movimento degli zeloti e quello dei qumraniani, almeno a partire da un certo momento nella storia della Palestina del primo secolo, quando i messianisti (chrestianoi in greco) hanno trasformato la loro attesa in azione.
    La storia ha smentito che il Creatore intendesse prendersi la briga di fare da sponsor di una guerra sanguinosa e, nella cocente delusione che ha seguito la sconfitta degli ideali esseno-zeloti, ha trovato la sua energia propulsiva il revisionismo messianico di Paolo (forse l'uomo di menzogna degli scritti qumraniani, che aveva osato spingersi fin nella terra di Damasco, come gli esseni chiamavano il loro ritiro ascetico, in cerca dei ribelli), il quale aveva lanciato l'idea di una salvezza spirituale al posto di quella politica e militare. E così l'impero romano, che non era stato battuto dal messia guerriero, per quanto reale, fu completamente conquistato dal messia pacifista, per quanto immaginario.

  5. #5
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    I soliti distinguo di chi invece l'Occidente lo vuole salvare. Perché vi si trova bene.
    Non dico che bisogna simpatizzare per islamisti (veri e presunti) o rivoluzionari di sinistra vari,
    ma almeno provare una sana repulsione per questo fine-civiltà di merda ... senza i soliti "se" e "ma". Se ci manca anche il coraggio din parlarne male ...

  6. #6
    costantino
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    esempio di civiltà superiore si può vedere a torino con i negri spacciatori con i polpastrelli abrasi......http://www.politicaonline.net/forum/...260677&page=41

  7. #7
    Vittima del kali yuga
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    Citazione Originariamente Scritto da Ormriauga Visualizza Messaggio
    I soliti distinguo di chi invece l'Occidente lo vuole salvare. Perché vi si trova bene.
    Non dico che bisogna simpatizzare per islamisti (veri e presunti) o rivoluzionari di sinistra vari,
    ma almeno provare una sana repulsione per questo fine-civiltà di merda ... senza i soliti "se" e "ma". Se ci manca anche il coraggio din parlarne male
    ...

    .

 

 

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