Avevo quattordici anni, ero affascinato dalla gioventù che si ribellava e che voleva divenire padrona del suo destino ma ero disgustato e sdegnato dal fatto che alcuni le avessero messo in mano le bandiere rosse e in bocca i dogmi comunisti.
Scelsi il ribellismo ma guardando verso altri orizzonti e mi ritrovai, con molti e come molti, in un recinto, l’estrema destra, che pagava ancora la sconfitta militare e la sanguinosa epurazione e, in seguito ad essa, l’inconsistenza politica pluri/decennale.
Andai lì sperando in una rivoluzione o in una controrivoluzione, poco importava. Come i vecchi squadristi avrei potuto gridare: “facciamo un diavolo qualsiasi, ma facciamo qualcosa di solido che viva del sangue dei nostri caduti che non possono essere morti per niente”. 1
Credevo di trovarvi capi, maestri, dirigenti. Trovai invece quasi sempre altri ragazzi che improvvisavano. Qual era la soluzione illusoria, la fata morgana, che avrebbe dato uno sbocco vittorioso alla nostra ribellione contro l’ordine costituito e contro il disordine costituito? Il colpo di stato!
La crescente cagnara, il disordine inaccettabile, la paralisi dello stato e della società avrebbero obbligato le “forze sane” a prendere in mano la situazione e, quindi, ad aprire finalmente a noi.
Così mi raccontavano nel sessantotto e continuarono a raccontarmi per anni.
E chi lo avrebbe fatto il colpo di stato? Ovviamente i colonnelli sostenuti dagli americani della sesta flotta, in stanza nel Mediterraneo; una sesta flotta della quale ogni mese i più informati vedevano e notavano manovre stranamente sospette…
Ero giovanissimo e rispettoso della saggezza dei veterani ma mi chiedevo perché mai gli americani che ci avevano invasi, carcerati e massacrati, che ci avevano epurati, che avevano addirittura dichiarato una guerra mondiale per sconfiggerci, avrebbero dovuto all’improvviso rimetterci in pista.
“La misura è colma – mi rispondevano ammiccando con aria astuta i veterani – gli americani si sono oramai resi conto di aver sbagliato e che se vogliono fermare il comunismo bisognerà che lascino spazio alle rivoluzioni nazionali”.
I due compari
Più passava il tempo più notavo, però, che gli americani flirtavano con i russi, con la sinistra e persino con i comunisti e iniziai a sospettare che tra i due soggetti antagonisti della guerra fredda ci fosse sì rivalità ma esistessero anche complementarietà, complicità e reciproco sostegno. Più tardi avrei scoperto che vi erano strettissimi legami finanziari oltre che politici. Intanto pensavo – e fortunatamente non fui il solo – che i due imperialismi fossero compari e anzi che di un solo imperialismo si trattasse, di quello russo-americano.
E in questa linea di pensiero – che era soprattutto l’idea di una totale auto/nomia e dell’abbandono di ogni generica illusione di soluzioni etero/dirette – nacque Terza Posizione.
Il tempo ci diede ragione. Per decenni invece l’estrema destra istituzionale (non le basi sanamente impegnate a vender cara la pelle e a sognare) inseguì il sogno di una reazione del sistema da parte della società e delle sue élites e fu così che visse in piena subordinazione rimanendosene alla periferia del politico, inseguendo chimere che stavano nella sua testa e facendosi la penosa fama di guardia bianca del sistema quando, a ben osservare, essa lo fu solo nei suoi proponimenti, mentre le avanguardie della sinistra lo erano di fatto da tempo, compiendo scempi e ignominie molto maggiori, ma molto meno spudorate, di quelle attribuite alla destra.
Lo stesso schema di allora
Perché tiro fuori ora tutto questo? Semplicemente perché la storia si ripete.
Imploso il sistema sovietico, per ragioni un po’ troppo lunghe da elencare tutte, l’oligarchia mondiale si venne a trovare in una situazione anomala, che fu perfettamente chiarita da Brzezinski.2 Da una gestione bi-polare si passava ad una gestione al contempo unipolare (gli Usa) e pluri-polare (Usa che presiede più Russia, Cina, Giappone, Europa occidentale, India). Difficile mantenere quest’equilibrio senza ricorrere a schemi collaudati. Sicché ai primi dello scorso decennio gli Usa immaginarono di proporre una riedizione della “Guerra Fredda”.
Un pericolo comune che ci minaccia: l’integralismo islamico al posto della sovversione comunista.
Un’ideologia che ci minaccia: l’Islam al posto del comunismo.
Una potenza del male che ci minaccia: l’Iran al posto dell’Urss.
E, tanto per non variare lo schema, proprio gli americani si sono messi a finanziare e proteggere tutte queste “formazioni del male” così come avevano operato negli scorsi decenni con quei “rivoluzionari” che di fatto causarono l’aumento di costo della forza-lavoro (e del costo della vita) in Europa facilitando la delocalizzazione e, quindi, le Multinazionali; l’implosione di ogni sovranità nazionale; lo smantellamento di culture identitarie e di qualsiasi fierezza, servendo così i migliori doni sul piatto agli americani (dei quali forniscono oggi i principali quadri proprio nell’alveo neo-con, guarda la Fallaci, Bernard Henri Lévy, Adriano Sofri, Ferrara)
Il “pericolo islamico” altro non è se non il collante che aiuta a disgregare la società europea, a mantenerla in stato di guerra civile permanente e, quindi di sottomissione.
Un pericolo islamico (di terrorismo e di guerriglia sub/sociale) che, intendiamoci, per quanto sia stato ispirato, indirizzato, finanziato e protetto dagli americani oramai esiste anche di suo. Sbagliato sarebbe pretendere quindi che ogni attentato islamico sia stato pianificato a Washington o a Tel Aviv. Esatto è invece sostenere che di lì è nato ed è stato permesso, a monte.
“Pericolo islamico” che, inoltre, rende l’Europa debole e la distrae, l’allontana dalle fonti energetiche, aiuta a costruire le rotte delle droghe gestite dalla Cia, dalla Dea e dalle Multinazionali e permette all’oligarchia internazionalista di tenere un cuneo piantato nella Russia di Putin che, giustamente, teme.
Un “pericolo islamico” ben strano visto che i principali alleati degli americani sono tutti paesi islamici e non laici: Pakistan, Arabia Saudita, Marocco, Afghanistan, Turchia. E che altre potenze “del male” hanno rapporti molto stretti con gli Usa (è il caso della Libia).
Il solo paese “islamico” ad avere una funzione neo-sovietica, con tutto quello che ciò significa, ben inteso, è l’Iran. Ad essere attaccati sono invece paesi dai governi laici, che siano filooccidentali o meno (Libano, Siria, Iraq, Algeria, Egitto).
Ma la propaganda dice il contrario e la gente, si sa, crede alla propaganda. Ci credono persino gli estremisti (anti)conformisti che stanno tifando per la rivoluzione islamica contro il satana occidentale…
Tutti a giocare con le tre carte
Ebbene, non appena qualcuno tira in ballo lo “scontro di civiltà”, deformazione concettuale di un’analisi di Samuel Huntington, ecco che puntualmente mi sembra di sentir parlare della “sesta flotta”. In un’area che pare non aver imparato niente dal passato ritornano di colpo le fate morgane. Gli americani hanno prodotto e alimentano l’immigrazione? Certo, ma non hanno capito: sono loro che la fermeranno, non occupiamoci di loro, pensiamo al pericolo islamico!
Ma il “pericolo islamico”, cari miei, sta agli americani oggi esattamente come il comunismo rivoluzionario stava agli americani ieri. A prescindere dalle singole volontà e dai singoli sentimenti dei protagonisti essi sono un tutt’uno; il primo è il braccio, il secondo è al contempo la borsa, il cervello, l’ombrello.
L’immigrazione e gli americani (e tutti i poteri forti e clientelari con essi) sono la stessa cosa.
Illudersi di battersi a valle, accantonando come sovrastrutture tutto un insieme di cose ed un’intera Weltanshauung per giunta, senza guardare quel che accade a monte dove si preparano ogni giorno nuove valanghe, è deprecabile, illusorio e inutile quando non controproducente.
È esattamente come quando si giocava ai golpisti e non solo non si fecero putsch ma si divenne golpisti da operetta.
Fare quadrato su un Occidente esangue che non chiede altro che di essere lasciato in pace ha senso come lo aveva allora puntare sull’insurrezione popolare.
Fare quadrato sulle élites occidentali (religiose, istituzionali, culturali) che fanno della sottomissione e della diserzione il loro pane quotidiano e la loro idea del mondo ha lo stesso senso che attendersi, allora, l’intervento di mai identificate “forze sane”.
Purtroppo è soprattutto miseria
Tutto questo non è solo politicamente disastroso, indica una miseria d’animo, in quanto, privi di consistenza, d’idea-forza, di progettualità, di coraggio, di capacità di autonomia, quelli che s’aggrappano allo “scontro di civiltà” stanno mendicando da altri un posto nella commedia della vita e cercano con un’altra piroetta di non ammettere il proprio palese fallimento politico, sperando così di trovare un alibi per non mettersi in discussione e tirare così innanzi nella palude, tra le sabbie mobili, come se nulla fosse.
In fondo a costoro poco importa di rendersi conto che stanno predicando un non senso, quel che preme loro è di fingere con se stessi di essere vivi e presenti.
È per questo che temo che queste mie considerazioni serviranno a poco. Non vi è peggior sordo di chi non vuol sentire né vi è maggior illusionista di colui che ama prendersi in giro.
E dire che, se ripercorriamo a ritroso la nostra storia e la nostra cultura, la nostra idea del mondo e la nostra agiografia, dovremmo capire che il nostro compito è quello di ri-fondare il mondo intorno a noi, iniziando da noi stessi. Dovremmo assumere l’esperienza del vissuto quotidiano invece di essere tifosi virtuali dell’apparente. Dovremmo essere auto/nomi e auto/centrati invece di andare al vento come fuscelli seguendo quello che ci sembra essere il vento. E che non lo è mai.
1 Mario Piazzasi. Diario di uno squadrista toscano 1919-1922, ed Bonacci, 1980
2 Zbigniew Brzezinski. La grande scacchiera, ed Longanesi, 1997




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