
Originariamente Scritto da
Jenainsubrica
Piste chiuse, impianti da rifare, pochi soldi: dove è finita l’eredità olimpica?
Torino, il ghiaccio piange
Federazione e tecnici: «Boom di richieste, però dobbiamo mandare via la gente»
A 7 mesi dai Giochi riaperta solo una pista al PalaTazzoli. I talenti ci sono, le strutture no. Caos Palavela, Fondazione povera. La Capurso: «E si parlava di centro federale»
GIORGIO PASINI
TORINO. Più 192. Da uno spa¬smodico ed eccitante conto alla rovescia in attesa dei Giochi s’è passati a un lento e deprimen¬te conteggio del tempo in atte¬sa che decolli la Torino post¬olimpica e che l’effetto dei cin¬que cerchi non vada del tutto perso. Più 192. Sono i giorni passati dalla chiusura definiti¬va (il saluto delle Paralimpiadi un mese dopo lo spegnimento del braciere allo stadio) di un successo che ha trasformato Torino. Nell’anima e nella pel¬le. Così si diceva.
Invece sette mesi dopo siamo ancora qui ad aspettare che lo sport riparta (solo i trampolini di Pragelato sono stati utiliz¬zati fin dall’estate). Nel frat¬tempo la Fondazione - che do¬vrà gestire e promuovere il do¬po Giochi - non è ancora attiva ed è nata da pochi giorni con un budget risicato: 10 milioni invece dei 50-60 considerati ne¬cessari per sfruttare il volano dei Giochi. L’Agenzia Torino 2006 - l’ente che ha realizzato le opere olimpiche - deve anco¬ra finire alcuni impianti e altri ( specie il bob) hanno rivelato problemi strutturali. Il Toroc ¬ il Comitato organizzatore dei Giochi - continua ad esistere in attesa che si chiuda il suo bi¬lancio. E cosa fa? Crea una so¬cietà nuova, denominata Par¬colimpico srl, « destinata - si legge in una nota - a operare come veicolo del trasferimento alla Fondazione di tutte le co¬noscenze necessarie ad avviar¬ne l’attività». Altri soldi, altra burocrazia, altro tempo che passa. E nel frattempo lo sport di tutti i giorni, quello dei gio¬vani che significano futuro, non decolla. Anzi.
La denuncia, l’ennesima, ri¬guarda il ghiaccio. Una triste sorpresa, visto che Torino per il mondo e sorprendentemente anche per gli italiani, sette me¬si fa era la città del ghiaccio. Carolina Kostner portaban¬diera, il dramma di Fusar Po¬li- Margaglio, il divino Plu¬shenko
e le ragazze da podio nello short track al Palavela. Il PalaIsozaki riempito per l’hockey. L’Oval gioioso per le imprese di Fabris. E ora? «E ora noi continuiamo ad andare su e giù da Torino e Bormio, do¬ve possiamo allenarci» sorride Marta Capurso, bronzo nella staffetta a Torino 2006. Al suo fianco annuisce Fabio Carta,
medagliato ( argento) a Salt Lake City 2002. «E’ curioso che da anni i campioni dello short track sono due torinesi, ma che qui non si sia investito per ri¬creare un polo del ghiaccio - af¬ferma la Capurso -. Bisogne¬rebbe farlo. Il solo PalaTazzoli per una città come Torino non basta. E pensare che si parlava di fare qui un centro federale della velocità su ghiaccio».
Già, ma dove? Il PalaIsozaki, si sapeva, sarebbe stato desti¬nato ad altro. L’Oval forse aprirà per due o tre mesi l’an¬no. Il Palavela doveva diventa¬re museo (l’Egizio?): un proget¬to da altri 15 milioni di euro. Per fortuna il Comune s’è rav¬veduto. Ma intanto non si sa co¬sa ne sarà dell’impianto. Ci sa¬rebbe il PalaTazzoli. Allena¬menti durante i Giochi, il vero palaghiaccio cittadino dopo. «E’ stata appena riaperta una sola delle due piste, colpa dei lavori per cambiare l’impianto di re¬frigerazione - fa sapere Gio¬vanni
Martello, presidente ( uscente) del Comitato regio¬nale della federghiaccio -. La¬vori che dovevano iniziare a maggio, ma ne sono passati quattro senza che si facesse nulla. Aspettiamo l’apertura della seconda pista e avevamo chiesto al Comune l’apertura fino a mezzanotte, ma per que¬stioni sindacali abbiamo l’im¬pianto solo fino alle dieci di se¬ra. E quelle due ore sarebbero state fondamentali. Ci sarebbe un’altra pista, in via Massari, ma non è adatta per l’agoni¬smo. Mancano gli spogliatoi e le docce. In queste condizioni non si può promuovere lo sport del ghiaccio. Ogni giorno rice¬viamo centinaia di chiamate per iscriversi agli sport del ghiaccio, ma non ho risposte da dare».
Il più colpito sembra essere il settore del pattinaggio di figu¬ra. « Le Olimpiadi hanno rap¬presentato una manna a livel¬lo di popolarità - spiega Franca
Bianconi, l’allenatrice perso¬nale di Marcella De Trovato,
15 anni, miglior talento italia¬no -. Ora tutti sanno cos’è il pattinaggio artistico. C’è anche stato un reality show in tv sul nostro sport. L’effetto è stato un boom di iscrizioni in tutt’Italia, ma è più facile pattinare a Ca¬tania che a Torino. E pensare che il Piemonte è la regione in questo momento con il maggior numero di talenti, bambini di dieci-quindici anni con qualità eccezionali. Però per diventare campioni avrebbero bisogno di pattinare almeno tre ore al giorno. Adesso, non fra qualche anno. Così si rischia di perder¬li. Con Marcella abbiamo dovu¬to trasferirci a Milano ( all’A¬gorà, ndr) e in estate dobbiamo andare negli Stati Uniti e in Germania (a Newark e a Ober¬stdorf, dove si allena anche la
Kostner, ndr). Tutto cade sul¬le spalle della famiglia». Fami¬glie che scelgono altri sport «con orari e impianti più como¬di » dice Gabriella Monteduro,
il tecnico dello short track tori¬nese. «Dicono che la situazione migliorerà nelle prossime set¬timane, ma ormai è tardi».
Meno tragica la situazione dell’hockey, anche se l’All Stars (serie A2) potrà giocare a Tori¬no solo dalla quarta giornata. E’ emigrata a Torre Pellice. «Lì abbiamo un’isola felice, ma in inverno vivremo dei grossi pro¬blemi - dice l’allenatore Luca
Rivoria -. Prima i Mondiali Under 20 e poi le Universiadi ci costringeranno a chiudere lo stadio per le società che do¬vranno emigrare a Torino o in Valle d’Aosta. Sarà il caos».
Il caos. E pensare - come ha ricordato Marta Capurso - che si parlava di Torino come sede del centro federale per il ghiac¬cio. « Contavamo sul fatto che l’eredità olimpica ci avrebbe la¬sciato a Torino impianti mo¬derni, invece siamo quasi allo zero assoluto - conclude il pre¬sidente Martello -. Gli impian¬ti ci sono in teoria, nella realtà non sono a disposizione. Capi¬sco quindi la federazione cen¬trale: non si può venire qui con queste incertezze, serve un pro¬getto e garanzie da offrire alla Nazionale». L’Italia che vince. Ora. Ma domani?