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    Predefinito IlGiornale - Cefalonia: "Giusto fucilare gli italiani"

    di Mario Cervi

    Secondo un magistrato tedesco i soldati italiani messi a morte a Cefalonia erano dei «traditori», da porre sullo stesso piano di «eventuali truppe tedesche che avessero disertato». Con questa incredibile e inaccettabile motivazione la Procura di Monaco di Baviera ha prosciolto l'ex sottotenente Otmar Muhlhauser, oggi ottantaseienne che (cito dall'agenzia Adnkronos) «ha confessato di aver personalmente ordinato la fucilazione di centinaia di militari italiani, tra cui il comandante della divisione Acqui, Antonio Gandin». Di questo dà notizia l'Espresso nel numerto in edicola oggi. È facile prevedere che sia la decisione ora resa nota sia le ragioni con cui si vuole legittimarla innescheranno un'ennesima polemica: si alimenteranno i timori di pulsioni neonaziste nella Germania democratica. La figlia d'uno dei fucilati, Marcella De Negri, ha già detto di considerare il proscioglimento di Muhlhauser «un oltraggio alla memoria di mio padre... non capisco come si possa dire che uccidere a freddo migliaia di soldati che si erano arresi non sia un crimine di guerra» (ora i legali di Marcella De Negri faranno opposizione alla disposizione di Stern perché il caso non venga chiuso definitivamente e il Tribunale di Monaco deciderà nelle prossime settimane).
    Nessuno in effetti può capire, se non riferendosi a uno sfogo inaudito di crudeltà. Una mattanza di quelle proporzioni contro degli inermi trasgredisce ogni legge di guerra e ogni principio di rappresaglia. Ammetto che il magistrato tedesco potesse archiviare.
    Personalmente sono contrario a una archeologia giudiziaria che riguarda eventi remoti, avvenuti in un contesto feroce quale oggi è difficile immaginare. La sorte di Muhlhauser - che poi è serenamente vissuto e invecchiato, come «mastro pellicciaio» nel cuore della Svevia a un centinaio di chilometri da Monaco - interessa poco. L'ex sottotenente dei «cacciatori alpini» non ha mai negato la sua partecipazione alla strage.
    Interrogato nel giugno del 1967, spiegò di aver portato il plotone d'esecuzione «nella postazione che mi era stata indicata. Là comparve il maggiore Klebe che accompagnava il generale Gandin. Questi dovette collocarsi in una conca. Di fronte a lui era schierato il plotone d'esecuzione... A un cenno del maggiore Klebe impartii l'ordine di sparare. Dopo poco arrivò una camionetta con 4 o 6 ufficiali. Anch'essi furono fucilati. Per le ulteriori due o tre camionette piene di ufficiali italiani non fui più io a ordinare di fare fuoco ma lasciai l'incarico al maresciallo Dehm». Questo arido contabile di ammazzamenti, che poi nella vita civile si dedicò alla moda, non ha avuto pentimenti: «L'ordine era stato dato da Hitler», non si poteva disubbidire. Ma da parte di molti, di troppi, c'era stato zelo nell'ubbidire.
    Ritengo che vi sarà fervida unanimità in Italia nel respingere la tesi del procuratore Stern secondo cui «i soldati italiani non erano prigionieri di guerra ai quali spettasse un trattamento riguardoso... Inizialmente erano alleati dei tedeschi, poi si sono trasformati in nemici combattenti diventando così dei traditori, per usare il gergo militare».
    Una ricostruzione temerariamente revisionista della vicenda, che la riduce a un problema di status giuridico delle truppe italiane, e ignora il quadro nel quale essa si svolse, e il modo in cui essa si concluse per volontà d'un dittatore invasato e spietato. Che i tedeschi fossero furiosi per lo «sganciamento» italiano dell'8 settembre (attuato in forma goffa e umiliante) è scontato. Tuttavia il procuratore Stern sbaglia, e di grosso.
    Ma non vorrei che da questo infortunio giudiziario - per usare un eufemismo - derivasse un riaccendersi sterile del dibattito su Cefalonia, sull'8 settembre, sulla Resistenza. Secondo il presidente emerito della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, il sacrificio della Divisione Acqui fu glorioso, dette l'avvio alla lotta contro i tedeschi, rappresentò insomma una pagina luminosa dell'8 settembre. Secondo Sergio Romano, Cefalonia fu invece «una pagina nera della storia militare italiana», del tutto aderente alla tenebra dell'8 settembre. Sono piuttosto d'accordo con Sergio Romano. Restando inteso che né io né Romano vogliamo recare offesa al sacrificio di migliaia di caduti. Ma le incertezze, i tentennamenti, il dissenso nella truppa e tra gli ufficiali - non è nemmeno assodato che la maggioranza volesse battersi - e la condotta oscillante dello stesso generale Gandin non consentono di considerare quell'episodio sanguinoso come lo presenta certa retorica ufficiale. Il generale è stato insignito della medaglia d'oro, ma in base a testimonianze e documenti appare più trascinato dagli eventi che risoluto nel determinarli.
    È vero, c'è stata una certa reticenza da parte italiana nel perseguire gli ufficiali tedeschi che della strage furono autori (ma anche nel chiarire fino in fondo alcune circostanze).
    Ciò fu dovuto, è stato detto, al desiderio di Paolo Emilio Taviani e di Gaetano Martino - rispettivamente ministro della Difesa e ministro degli Esteri nel 1956 - di non creare attriti all'interno della Nato durante la guerra fredda (alcune inchieste furono proseguite autonomamente dalla magistratura, ma finirono nel nulla). Le ragioni di Taviani e di Martino non erano per niente edificanti, ma nell'ambito della politica estera italiana del tempo, abbastanza comprensibili. Ritengo tuttavia che vi sia stato anche un altro movente nella cautela della nostra dirigenza politica: essa rivendicava all'Italia una sorta di primogenitura antifascista e antinazista anche se all'«anti» eravamo arrivati tardi, dopo una lunga complicità con i tedeschi. Il fare i conti con il passato implicava anche l'obbligo di ricercare e perseguire i nostri criminali di guerra, di rievocare i nostri rastrellamenti che nei Balcani - pur non reggendo il paragone con quelli nazisti - furono a volte durissimi. Avremnmo dovuto insomma fare i conti anche con noi stessi. Ai tromboni della Resistenza questo non poteva piacere. Non è più tempo di inchieste giudiziarie, lo ripeto, a sessant'anni di distanza dai fatti. Il Muhlhauser se ne stia pure tranquillo. Ma in sede storica i conti facciamoli seriamente.

  2. #2
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Léon Degrelle Visualizza Messaggio
    di Mario Cervi

    Secondo un magistrato tedesco i soldati italiani messi a morte a Cefalonia erano dei «traditori», da porre sullo stesso piano di «eventuali truppe tedesche che avessero disertato». Con questa incredibile e inaccettabile motivazione la Procura di Monaco di Baviera ha prosciolto l'ex sottotenente Otmar Muhlhauser, oggi ottantaseienne che (cito dall'agenzia Adnkronos) «ha confessato di aver personalmente ordinato la fucilazione di centinaia di militari italiani, tra cui il comandante della divisione Acqui, Antonio Gandin». Di questo dà notizia l'Espresso nel numerto in edicola oggi. È facile prevedere che sia la decisione ora resa nota sia le ragioni con cui si vuole legittimarla innescheranno un'ennesima polemica: si alimenteranno i timori di pulsioni neonaziste nella Germania democratica. La figlia d'uno dei fucilati, Marcella De Negri, ha già detto di considerare il proscioglimento di Muhlhauser «un oltraggio alla memoria di mio padre... non capisco come si possa dire che uccidere a freddo migliaia di soldati che si erano arresi non sia un crimine di guerra» (ora i legali di Marcella De Negri faranno opposizione alla disposizione di Stern perché il caso non venga chiuso definitivamente e il Tribunale di Monaco deciderà nelle prossime settimane).
    Nessuno in effetti può capire, se non riferendosi a uno sfogo inaudito di crudeltà. Una mattanza di quelle proporzioni contro degli inermi trasgredisce ogni legge di guerra e ogni principio di rappresaglia. Ammetto che il magistrato tedesco potesse archiviare.
    Personalmente sono contrario a una archeologia giudiziaria che riguarda eventi remoti, avvenuti in un contesto feroce quale oggi è difficile immaginare. La sorte di Muhlhauser - che poi è serenamente vissuto e invecchiato, come «mastro pellicciaio» nel cuore della Svevia a un centinaio di chilometri da Monaco - interessa poco. L'ex sottotenente dei «cacciatori alpini» non ha mai negato la sua partecipazione alla strage.
    Interrogato nel giugno del 1967, spiegò di aver portato il plotone d'esecuzione «nella postazione che mi era stata indicata. Là comparve il maggiore Klebe che accompagnava il generale Gandin. Questi dovette collocarsi in una conca. Di fronte a lui era schierato il plotone d'esecuzione... A un cenno del maggiore Klebe impartii l'ordine di sparare. Dopo poco arrivò una camionetta con 4 o 6 ufficiali. Anch'essi furono fucilati. Per le ulteriori due o tre camionette piene di ufficiali italiani non fui più io a ordinare di fare fuoco ma lasciai l'incarico al maresciallo Dehm». Questo arido contabile di ammazzamenti, che poi nella vita civile si dedicò alla moda, non ha avuto pentimenti: «L'ordine era stato dato da Hitler», non si poteva disubbidire. Ma da parte di molti, di troppi, c'era stato zelo nell'ubbidire.
    Ritengo che vi sarà fervida unanimità in Italia nel respingere la tesi del procuratore Stern secondo cui «i soldati italiani non erano prigionieri di guerra ai quali spettasse un trattamento riguardoso... Inizialmente erano alleati dei tedeschi, poi si sono trasformati in nemici combattenti diventando così dei traditori, per usare il gergo militare».
    Una ricostruzione temerariamente revisionista della vicenda, che la riduce a un problema di status giuridico delle truppe italiane, e ignora il quadro nel quale essa si svolse, e il modo in cui essa si concluse per volontà d'un dittatore invasato e spietato. Che i tedeschi fossero furiosi per lo «sganciamento» italiano dell'8 settembre (attuato in forma goffa e umiliante) è scontato. Tuttavia il procuratore Stern sbaglia, e di grosso.
    Ma non vorrei che da questo infortunio giudiziario - per usare un eufemismo - derivasse un riaccendersi sterile del dibattito su Cefalonia, sull'8 settembre, sulla Resistenza. Secondo il presidente emerito della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, il sacrificio della Divisione Acqui fu glorioso, dette l'avvio alla lotta contro i tedeschi, rappresentò insomma una pagina luminosa dell'8 settembre. Secondo Sergio Romano, Cefalonia fu invece «una pagina nera della storia militare italiana», del tutto aderente alla tenebra dell'8 settembre. Sono piuttosto d'accordo con Sergio Romano. Restando inteso che né io né Romano vogliamo recare offesa al sacrificio di migliaia di caduti. Ma le incertezze, i tentennamenti, il dissenso nella truppa e tra gli ufficiali - non è nemmeno assodato che la maggioranza volesse battersi - e la condotta oscillante dello stesso generale Gandin non consentono di considerare quell'episodio sanguinoso come lo presenta certa retorica ufficiale. Il generale è stato insignito della medaglia d'oro, ma in base a testimonianze e documenti appare più trascinato dagli eventi che risoluto nel determinarli.
    È vero, c'è stata una certa reticenza da parte italiana nel perseguire gli ufficiali tedeschi che della strage furono autori (ma anche nel chiarire fino in fondo alcune circostanze).
    Ciò fu dovuto, è stato detto, al desiderio di Paolo Emilio Taviani e di Gaetano Martino - rispettivamente ministro della Difesa e ministro degli Esteri nel 1956 - di non creare attriti all'interno della Nato durante la guerra fredda (alcune inchieste furono proseguite autonomamente dalla magistratura, ma finirono nel nulla). Le ragioni di Taviani e di Martino non erano per niente edificanti, ma nell'ambito della politica estera italiana del tempo, abbastanza comprensibili. Ritengo tuttavia che vi sia stato anche un altro movente nella cautela della nostra dirigenza politica: essa rivendicava all'Italia una sorta di primogenitura antifascista e antinazista anche se all'«anti» eravamo arrivati tardi, dopo una lunga complicità con i tedeschi. Il fare i conti con il passato implicava anche l'obbligo di ricercare e perseguire i nostri criminali di guerra, di rievocare i nostri rastrellamenti che nei Balcani - pur non reggendo il paragone con quelli nazisti - furono a volte durissimi. Avremnmo dovuto insomma fare i conti anche con noi stessi. Ai tromboni della Resistenza questo non poteva piacere. Non è più tempo di inchieste giudiziarie, lo ripeto, a sessant'anni di distanza dai fatti. Il Muhlhauser se ne stia pure tranquillo. Ma in sede storica i conti facciamoli seriamente.
    Come nel caso delle foibe, la storia, si fa in tribunale.
    Non nobis Domine, non nobis sed nomine Tuo da gloriam

  3. #3
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    avessero fucilato il re e Badoglio avrebbero fatto meglio...

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Il Pretoriano Visualizza Messaggio
    Come nel caso delle foibe, la storia, si fa in tribunale.
    Tu che pensi in merito?

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da F.M. Barracu Visualizza Messaggio
    Tu che pensi in merito?
    In merito a Cefalonia o al fatto che la storia si fa in tribunale?
    Non nobis Domine, non nobis sed nomine Tuo da gloriam

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Il Pretoriano Visualizza Messaggio
    In merito a Cefalonia o al fatto che la storia si fa in tribunale?
    Su Cefalonia.
    Che la storia si faccia ormai solo nei tribunali
    e' un dato oggettivo e indiscutibile

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da F.M. Barracu Visualizza Messaggio
    Su Cefalonia.
    Che la storia si faccia ormai solo nei tribunali
    e' un dato oggettivo e indiscutibile
    Ma che devo dirti, non do certo torto ai tedeschi, magari mi sarei limitato a colpire gli ufficiali salvando la vita ai soldati.
    Cefalonia dovrebbe pesare sulla coscienza dei resistenti ottosettembrini che lasciarono le truppe italiane senza ordini e informazioni in valia degli eventi.
    Non nobis Domine, non nobis sed nomine Tuo da gloriam

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da F.M. Barracu Visualizza Messaggio
    Su Cefalonia.
    Che la storia si faccia ormai solo nei tribunali
    e' un dato oggettivo e indiscutibile
    A distanza di 60 anni o più, sarebbe meglio che i tribunali si occupassero di altre cose più importanti.
    Però sarebbe meglio qui, già che ci siamo, parlare noi di Cefalonia.
    Per i Tedeschi è un tradimento, gli Italiani erano truppe ostili e la reazione da parte loro ci può stare. Per noi invece?

  9. #9
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    Più breve possibile e con l'omissione voluta di ogni commento riguardo al valore di ogni singolo militare Italiano e la brutalità di interpretazione del codice militare da parte degli ufficiali del Terzo Reich:

    La pena prevista per l' ammutinamento nelle forze armate tedesche era la fucilazione, anche per i militari tedeschi.
    Il concetto di "obbedienza" era il medesimo per le due forze armate: "indiscussa, rispettosa, immediata"

    Badoglio diffuse per radio, con l' intermediazione vigliacca di un disco registrato un ben noto "non ordine" che segnò la fine e lo sbando per le forze armate italiane . Tra le "non direttive" , una appariva meno vaga :resistere con la forza a qualunque azione di forza qualunque fosse la provenienza.

    Il generale Gandin , medaglia d' oro e descritto come un galantuomo non espresse subito commenti sull' ordine, ma prese tempo nella speranza di evitare un bagno di sangue avendo ben presente il livello di elasticità mentale tedesca.

    Quindi l' ordine valido a quel momento in assenza di ulteriori indicazioni era "resistere con la forza alla forza".Fu interpretato alla lettera dal tenente Apollonio e da alcuni altri ufficiali, tanto che le batterie italiane aprirono prontamente il fuoco contro 2 motozattere tedesche che avrebbero rifornito il presidio di truppe armi e munizioni.

    L' interpretazione dell' ordine in buona fede venne riconosciuta corretta anche dai tedeschi stessi tant' è vero che Apollonio non venne poi fucilato nè imprigionato pur avendo determinato la morte di oltre 50 soldati del Reich con l' affondamento delle 2 imbarcazioni.

    Solo a questo punto Gandin decise altrettanto in buona fede ( ma rimaneva comunque un noto sostenitore dei Tedeschi) di evitare ulteriori scontri ed emanò ordine di deporre le armi.Non solo, commise l' errore a mio giudizio imperdonabile in un contesto militare di promuovere un "sondaggio" tra i propri uomini con lo scopo di chiarire le loro opinione sul chi dovesse essere il futuro nemico, e questo non fece altro che aggiungere confusione a confusione ( obbedienza assoluta, indiscussa, immediata?).Un ufficiale in guerra ha il DOVERE verso i propri sottoposti di non essere democratico.

    Quando emanò finalmente ordine esplicito di non resistere ai tedeschi ormai l' ordine gerarchico era irrimediabilmente in discussione.Ognuno si regolò come meglio credeva.
    Ed è solo a questo punto che i tedeschi ebbero un giustificativo per la rappresaglia.Chi disobbedì all' ordine del comandante in capo in quel contesto almeno tecnicamente poteva essere considerato un "ammutinato" a differenza di chi obbedì anche uccidendo militari germanici all' ultimo ordine emanato dal Comando Supremo giorni prima, con le tragiche conseguenze disciplinari che ne derivarono .

    Il fattore scatenante e decisivo che potrebbe in parte spiegare la reazione brutale fu forse la lettera del generale Gandin stesso inviata al comando tedesco il 14 Settembre nella quale i militari italiani disobbedienti venivano esplicitamente accusati di ammutinamento.

  10. #10
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    anche io avevo letto di questa versione...
    se dovesse essere quella veritiera, non credo che il comportamento tedesco possa essere deplorabile...

 

 
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