Trapani 1943: L’autunno clandestino dei giovani fascisti siciliani
L’attività clandestina dei fascisti copre tutto il territorio dell’Italia meridionale. Gruppi sorgono in Sardegna, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia. Certo, l’azione prevalente è di tipo propagandistico. Ma va notato, come fanno Baldoni e Bertoldi, che dietro una scritta murale o un volantino vi è "tutto un fermento sotterraneo, una rete di contatti clandestini"(48) che coinvolge più persone. Gli alleati, seriamente preoccupati dei fascisti clandestini nonostante il tipo d’azione che compiono, reagiscono reprimendo, arrestando, condannando, fucilando. In questa sede non si vogliono raccontare le azioni più o meno clamorose scaturite da questa fitta rete di contatti e fermenti che coinvolge città e regioni. Sembra più interessante soffermarsi su quello che è stato "il primo gruppo organizzato scoperto"(49): quello di Trapani. Il caso di Trapani, riassumendo tutte le tracce e gli indizi fin quì considerati, può essere assunto a paradigma del fenomeno del fascismo clandestino. Tutto cominciò in autunno. Nell’ottobre del ‘43, qualche giorno dopo che Badoglio dichiarasse guerra alla Germania, venne scoperto a Trapani un gruppo clandestino formato da giovanissimi in prevalenza studenti universitari. Furono coinvolte 35 persone di cui 15 condannate per complotto e ricostituzione del partito fascista. La notizia, che ebbe larga eco sulla stampa del nord e del sud, entusiasmò persino Giuseppe Prezzolini che nel suo diario, alla data del 20 dicembre ‘43, scriveva: "Si è trovato un gruppo di Fascisti in Sicilia! Meritano un monumento. Un fascista che ha tenuto a dichiarare la sua fede è grande quasi quanto un democratico che non cambiò bandiera sotto il fascismo"(50). I giovani vennero dapprima rinchiusi al campo di concentramento "Aula" di Trapani, e successivamente trasferiti all’Ucciardone di Palermo dove ebbe luogo il processo. Dal quale emerse che il gruppo si era andato formando già all’indomani della caduta del regime, e che oltre a diffondere volantini ed un bollettino ciclostilato, aveva effettuato operazioni di tipo militare. In particolare lo studente Salvatore Bramante, di 23 anni, venne condannato a morte per sabotaggio alle comunicazioni tra Gela e Vittoria e per il possesso di una pistola. Tra i promotori, anche lo studente Dino Grammatico, 19 anni, che rimase nella cella della morte per quasi un anno(51). Le pene vennero poi commutate rispettivamente in 20 e 10 anni. Promotori erano, ancora: gli studenti Antonio De Santis, 22 anni; Francesco Lo Forte, 20 anni; Sergio Marano, 20 anni; il geometra Francesco Daidone, 25 anni; l’impiegato Salvatore Giacalone, 19 anni. Tutti condannati con pene dai 5 ai 20 anni. Questa, in sintesi, la ricostruzione storica evinta dalla bibbliografia e dai documenti d’archivio(52). Quì si riscontra lo spontaneismo e la povertà dei mezzi che stanno all’origine dei gruppi; il tipo d’azione svolta: propagandistica e militare ma contro l’esercito straniero; l’età e la professione dei componenti: vissuti, quindi, ai margini del fascismo, come gregari; la durezza delle pene: che indica come gli alleati miravano a scoraggiare, sul nascere, quello che stava diventando un vero e proprio fenomeno. Ma accanto alla storia degli eventi, vi è la storia degli stati d’animo, degli aspetti psicologici, emotivi, ideali che spingono l’uomo a compiere in un determinato momento storico, precise scelte "storiche". Non è possibile ricostruire un fenomeno storico senza tenere conto di questo particolare aspetto interiore, spia del "clima" storico in cui il fenomeno stesso si compie. Per questo occorre rifarsi alla testimonianza scritta, all’elemento memorialistico che, nonostante possa essere di parte, rifugge alle "falsificazioni volontarie degli storici in omaggio a qualche superiore verità scientifica o politica"(53). Uno dei protagonisti, Sergio Marano, ha raccontato la storia dell’amicizia di questo gruppo di ragazzi che si ritrovava a vivere la propria condizione giovanile nella bufera del ‘43. Proprio perchè l’esperienza clandestina è messa in secondo piano, è possibile trarre quello stato d’animo di chi affronta da fascista, gli avvenimenti del ‘43. Nella testimonianza dell’autore si ritrova quel mito del tradimento così fondamentale per spiegare il fascismo del biennio 43-45. "Il 23 luglio gli americani giungono alle porte della nostra citta (...) nelle mani dei contadini pane, vino, meloni, frutta (...) che a noi sfollati ci avevano spesso negato pur pagandoli (...) non così si doveva perdere ma con dignità, con onore, in silenzio (...) per rispetto alle diecine di migliaia di nostri fratelli che erano morti combattendo (...) aspettiamo un miracolo. Invece arriva il 25 luglio. Mussolini è arrestato (...) il re chiama Badoglio al governo (...). Badoglio dichiara che la guerra continua (...) c’è l’Italia che conta. Siamo con il re, l’Italia al di sopra di tutto, anche di Mussolini (...) arriva l’8 settembre, firmato l’armistizio (...) così a tradimento (...) il re con Badoglio e contorno di generali, fuggito a Brindisi (...). I soldati, senza capi, nè direttive abbandonati a se stessi, svestono le divise strappano mostrine gradi e stellette (...) si danno alla campagna (...) non accettiamo di finire così. Abbiamo vent’anni. Esasperati, qualcosa vogliamo fare, che ci riscatti. E poichè ci sentivamo traditi (...) ci dicemmo ancora fascisti ci buttammo a "cospirare". Poco più di un mese dopo ci arrestarono"(54). Nessun documento, meglio di queste parole, spiega la motivazione interiore, mitica, che sta alla base del fascismo clandestino, episodio di quel fascismo che sopravvive, e non scompare per poi magicamente ricomparire, nella storia dell’Italia, nel biennio 43-45. Come ha scritto Morris, "l’unica cosa che gli alleati non riuscirono ad ottenere - sebbene fosse stato uno degli scopi della campagna d’Italia - fu lo sradicamento del fascismo; si può sostenere che trovarono terreno più fertile in Germania che in Italia"(55). Certo, questo è ingombrante per chi "ha elevato la resistenza a mito etico-politico facendo della guerra civile-per-procura 43- 45 il paradigma della verità della storia italiana"(56). Bisogna, invece, lealmente ammettere che il mito del tradimento si è tramandato di generazione in generazione all’ombra del mito della resistenza; e che il fascismo, come altri momenti della nostra storia, sopravvive nel bagaglio culturale e mnemonico degli italiani. In questo senso esso va finalmente sottratto al dibattito politico e consegnato alla storia riconoscendo che, nel corso della sua esperienza, non visse in terra nemica. Da qui potrebbe iniziare quella pacificazione tra italiani, necessaria a costruire la nuova Italia alle soglie del terzo millennio.




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