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    Predefinito Una "Yalta" finanziaria per Telecom

    Attorno a Telecom, al Cav e a CDB rispunta l’idea (e la necessità ) di una Yalta finanziaria

    Roma. La trama di indizi che dal gruppo Telecom porta a Silvio Berlusconi va infittendosi.
    Mediaset è interessata al gruppo telefonico, per le convergenze industriali. L’operazione, complici i limiti della legge Gasparri e le rigidità dell’Unione sul conflitto di interessi, era stata posta da tempo nel novero dei progetti irrealizzabili. Da quando la situazione della società telefonica è precipitata, con il durissimo scontro fra Marco Tronchetti Provera e Romano Prodi, la soluzione Cav. sembra essere ritornata d’attualità.
    Il primo segnale è arrivato lunedì scorso, su Repubblica Giovanni Pons, uno degli osservatori più autorevoli sui fatti Telecom, ipotizzava che a Tim potessero essere interessate Unipol e Mediaset. Sulla Stampa di ieri Pier Ferdinando Casini, parlando di Telecom e di telefonia, ha spiegato che non ci troverebbe nulla di scandaloso se “una grande azienda come Mediaset si interessasse a quel business”.
    Sul Sole 24 Ore, sempre ieri, a pagina 3 Orazio Carabini – il quale ragiona da alcuni mesi intorno al punto di caduta della traiettoria berlusconiana – definiva il Cav. il convitato di pietra dell’affare Telecom e a pagina 4, in un’intervista, l’amministratore delegato di Mediaset, Giuliano Adreani, parlando di tv sul telefonino, spiegava: “Se oggi dovessi fare una scelta, più che sul satellite e sulla rete mobile, punterei sulla rete di telefonia fissa”.
    Dunque un ulteriore motivo di riflessione, mai si era parlato esplicitamente di un interessamento di Mediaset alla rete Telecom.
    Alla base del ritorno di fiamma per il Cav. vi sono due ordini di motivi: il primo politico e il secondo strettamente finanziario.
    Le ambizioni di potere e la goffaggine dimostrate da Prodi nella vicenda Telecom hanno come immediato effetto la reazione dell’asse naturale tra Ds e Cav.
    Presi in contropiede dall’operazione Intesa-Sanpaolo, gli avversari del presidente del Consiglio stanno sfruttando il caso nato dal dossier Rovati per creare un argine all’ansia di strapotere prodiano. Si dice che tanto il Cav. quanto i Ds siano pronti a soffiare sullo scontento degli azionisti Sanpaolo, i quali non sopportano l’ingerenza di Generali, che vuol essere l’unico partner assicurativo della nuova banca.
    Lo scopo degli avversari dell’asse Milano- Torino è indebolire il rapporto di alleanza tecnica tra Generali e Intesa per poi appoggiare l’unione di Unicredito e Capitalia, centrato sul controllo di Mediobanca e Generali. Un progetto che controbilancerebbe il potere e l’influenza di Intesa-Sanpaolo.
    Poi c’è la forza economica del sistema berlusconiano. Da un lato, è uno dei pochi che ha ciò che serve a Telecom, i soldi. Ed è anche l’unico che possiede nelle sue aziende le conoscenze in grado di salvare e rilanciare Telecom.
    Dall’altro lato, l’allontanamento del Cav. da Palazzo Chigi ha fatto riemergere agli occhi di molti osservatori e protagonisti del sistema economico e finanziario italiano il Berlusconi imprenditore: liquido, forte e autorevole.
    In molti cercano il dialogo con lui: dai Benetton fino a Carlo De Benedetti, il più visionario degli imprenditori italiani, che lo scorso anno sfidò assieme al Cav. la reazione di pancia dei rispettivi fan, dichiarandosi entrambi disponibili ad associarsi nel fondo salvaimprese M&C.
    Fu il primo segnale di un’ineludibile necessità: la ristrutturazione del sistema economico e finanziario italiano passa necessariamente per un patto tra le poche grandi imprese in buona salute rimaste in campo.
    Certo, le reazioni politiche saranno guardinghe.
    Al momento su Mediaset i segnali che arrivano dalla maggioranza sono contraddittori. C’è chi tifa per la vendita coatta delle frequenze acquisite per il digitale terrestre, ma anche chi crede in Mediaset “patrimonio nazionale”, come la definì Massimo D’Alema.
    Potrebbe servire a conservare una Telecom italiana e a marginalizzare il partito neoirista guidato da Prodi.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Telecompromessi, "con un po' di coraggio"

    Roma. Antonio Panzeri, europarlamentare diessino, riformista milanese, amendoliano da ragazzino, ex capo della Camera del lavoro di Milano, molto vicino a Massimo D’Alema, in un’intervista rilasciata ieri ad Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore, ha detto apertamente quello che più riservatamente molti pensano nel centrosinistra (ma qualcuno anche nel centrodestra): Telecom può essere la buona uscita per Silvio Berlusconi, a lui l’azienda telefonica, la convergenza tra telefoni e tv, in cambio di una legge sul conflitto d’interessi che ne sancisca la definitiva uscita dalla politica. Non è ancora la linea dei Ds:
    “No, certo, ho letto l’intervista a Giuliano Adreani che manifestava un interesse di Mediaset per Telecom, mi sembra che ci siano i requisiti industriali e un problema politico molto evidente. Le reazioni che ho ricevuto sono state favorevoli. Mi hanno chiamato alcuni uomini dei Ds, ma anche persone di altri ambienti politici ed economici. Naturalmente il mio ragionamento parte da un dato fattuale: riguarda un’operazione industriale ragionevole che risponderebbe tra l’altro anche alla questione dell’italianità”.
    La soluzione Mediaset- Berlusconi potrebbe anche essere meno drastica di quella di un accordo secco. Si fa largo tra gli osservatori l’ipotesi che Telecom possa essere un’occasione per far sedere attorno a un tavolo le forze più in salute del sistema economico e finanziario.
    Terminata l’egemonia Fiat sugli assetti di potere ed eliminata in merito qualunque residua tentazione torinese (anche a causa del realismo di Sergio Marchionne), ridotto il peso dell’establishment che è raccolto nei due fortini, peraltro decisivi, di Rcs e Mediobanca, ci si chiede se Telecom non possa diventare la nuova camera di compensazione del capitalismo italiano: famiglie liquide, i fondi, con l’aiuto di qualche banca che garantisca stabilità.
    “Non so se succederà – dice Panzeri – se succedesse, sarebbe una cosa eccellente. Dobbiamo guardare con molto interesse ai tentativi dell’imprenditoria di allargare un po’ le spalle. Il punto non è l’assenza di capitali, al sistema economico del nostro paese non difettano, pensiamo alla liquidità arrivata con le opa bancarie dello scorso anno”.
    Continua Panzeri:
    “Quello che manca è un po’ di coraggio, buoni progetti, e qualche volta buoni manager. Bisogna uscire dalla vecchia ossessione dell’azionista di riferimento, dell’azionista unico, e fidarsi un po’ di più del mercato e della soluzione public company. Una simile prospettiva andrebbe vista molto favorevolmente, se poi gli imprenditori italiani liquidi decideranno di mettersi davvero seduti attorno a un tavolo è molto difficile da prevedere. Ma l’aspetto legato all’azionariato diffuso mi sembra altrettanto importante. Già da qualche settimana si discute della questione della nuova Iri, del ruolo della Cassa depositi e prestiti. A parte la questione di principio, la statalizzazione, i costi connessi per il bilancio pubblico, l’idea dell’acquisizione pubblica della rete delle reti ha una sua dignità. Però anche lì sarebbe necessario ragionare sull’elemento dell’azionariato popolare”.
    In questi giorni nuovi soggetti sembrano reclamare attenzione.
    I fondi di investimento americani si fanno avanti, un colpo lo battono anche le fondazioni, che tagliate fuori dalla partita Telecom una volta caduta l’ipotesi Cassa, in cui sono presenti, si candidano ad assicurare stabilità a un’operazione di salvataggio nazionale della Telecom.
    In un grande patto di sistema economico-finanziario, in questa specie di ipotetica Yalta potrebbe esserci un ruolo per fondi comuni e fondazioni?
    “Simili valutazioni sono premature. Bisogna innanzitutto capire che cosa vuole fare l’azienda. La politica deve essere attenta in questa fase, ma rispettosa e rigorosa. Gli interessi su questa vicenda sono grandi, il fatto che siano numerosi è un buon segno, la politica dovrà dare una mano per cercare di tenerli insieme”.

    saluti

 

 

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