I sì sono 151, i no solo 147. L’aula del senato vota a favore della pregiudiziale di costituzionalità sul decreto anti-sfratti varato dal governo, e lo condanna così a decadere il 28 novembre prossimo. Per la maggioranza è un guaio, per migliaia di famiglie, e non di quelle toccate dai recenti e feroci aggravi Irpef, una tragedia. Se i tecnici del governo non trovano una soluzione in tempi record, rischiano di trovarsi senza casa tra un mese o poco più. In Parlamento l’unione sgomenta si chiede come sia stata possibile una simile sgraditissima sopresa.
Ci sono i malati, per la precisione quattro. Fatalità. Ci sono i senatori in missione, quattro anche loro. Magari, con i numeri da cardiopalma di palazzo Madama, sarebbe meglio evitare partenze, sia pur autorizzate, nei giorni d’aula, ma passi. Imperizia. Ci sono anche tre assenti, tra cui la ministra della Sanità, e a completare la dozzina c’è il solito De Gregorio, che solo a parlarne come senatore della maggioranza viene da ridere.
A metterla così, l’”incidente” di ieri sembrerebbe frutto solo di una disgraziata serie di coincidenze negative: qualche colica, una distrazione di troppo, il sovraccarico d’impegni. Colpa degli astri, e della maggioranza che al Senato, si sa, è quella che è.
A modo suo, questa sarebbe una versione dei fatti consolante: contro la scalogna e l’aritmetica c’è poco da fare. La politica per fortuna non c’entra. Le cose però non stanno proprio così. Una destra certamente cinica e pronta a tutto, anche a lasciare decine di migliaia di persone senza casa pur di segnare il punto, avrebbe probabilmente colto comunque l’occasione favorevole per chiedere a sorpresa il voto sul decreto sfratti. Ma lo ha potuto fare tanto più facilmente dal momento che la Commissione bilancio aveva servito l’alibi su un piatto d’argento mettendo in dubbio la copertura economica del decreto. E’ la stessa Commissione bilancio nella quale una settimana fa, pur di collegare la legge sulle liberalizzazioni alla finanziaria, l’Ulivo non si è fatto problema di dar vita a un piccolo ma non proprio insignificante “ribaltoncino”, votando con l’Udc e contro il Prc.
Ma non è solo e non è tanto questione di alchimie parlamentari. Anche per la destra italiana assumersi la responsabilità di lasciare per strada decine di migliaia di elettori non è uno scherzo. Più che trionfanti, gli stessi polisti, soprattutto quelli nazional-alleati, sembravano dopo il voto sgomenti. Se hanno osato una mossa tanto potenzialmente impopolare e autolesionista è perché glielo ha consentito un intero clima politico-culturale costruito, anzi ricostruito, mattone per mattone nelle ultime settimane.
Non dall’opposizione, che in fin dei conti fa il proprio lavoro, seppure in qualche caso, come ieri, particolarmente sporco. Non dagli industriali, che fanno i loro interessi e altro in mente non hanno mai avuto. Piuttosto da tutti quei leader della maggioranza che, terrorizzati dal solo pensiero di aver fatto, con la finanziaria prima versione, qualche cosa di sinistra, si sono sgangheratamente affannati subito dopo per smentire la disonorevole accusa.
Hanno restituito alle aziende molto del poco che avevano tolto in cambio del moltissimo che avevano dato col cuneo fiscale. Hanno gareggiato a chi invocava strillando più forte una “fase 2” che sarebbe più onesto chiamare semplicemente ritorno al solito passato neoliberista. Hanno premuto l’acceleratore a tavoletta sulle liberalizzazioni, ignorando con arroganza d’antica data i comuni, i sindacati e metà della stessa maggioranza. Hanno messo nel mirino le pensioni, vantandosene come di un trionfo della modernità. Hanno restituito al termine riformismo il significato torvo e beffardo che aveva assunto nell’ultimo decennio, mentre sarebbe dovere di qualsiasi sinistra, anche della più moderata, riportarlo al suo significato originario. Opposto a quello odierno.
E’ in questa temperie inquietante, e per colpa di questa temperie, che ieri il Senato della repubblica ha potuto esprimere un voto che mira a lasciare senza casa un cospicuo numero di poveracci e che premia senza vergogna un più esiguo ma più potente numero di palazzinari. La malasorte non c’entra niente.
Andrea Colombo (Liberazione, giovedì 26 ottobre)




Rispondi Citando