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    Predefinito La Rivoluzione Francese: ugualitarismo democratico e relativismo

    Già nel 1790, l'anno apparentemente più felice della rivoluzione, Edmund Burke pronuncia, nelle sue Riflessioni sulla rivoluzione in Francia, una condanna senza appello: per lui il vero dramma si è ormai compiuto nell'estate del 1789, il resto non sarà che un epilogo. Per questi uomini che la rifiutano, la rivoluzione è malata fin dal suo principio. Anche nelle pagine di Joseph de Maistre, che pure scrive alcuni anni più tardi, sarebbe vano cercare i segni di una reale analisi degli episodi dello sbandamento rivoluzionario: che si tratti della morte del re, o del Terrore, o della guerra, essi non sono altro, ai suoi occhi, che le fatali conseguenze dell'originario atto di ribellione racchiuso nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo; il vero regicidio non è l'esecuzione, è la costituzione. È chiaro che il problema classico, posto dai termidoriani ed ereditato dai liberali, di come la libertà del 1789 abbia potuto condurre al dispotismo del 1793, non si pone neppure per chi non vi vede altro che un rapporto necessario di causa ed effetto.
    «La rivoluzione francese è l'avvenimento più stupefacente che nella storia del mondo si sia mai prodotto fino a ora», scrive Burke, che ha di fronte a sé gli uomini del 1789, prima dei quali nessuno aveva intrapreso il progetto di fare così radicalmente tabula rasa del proprio passato e di rifondare interamente la società basandosi su princìpi puramente razionali, come i «diritti dell'uomo» e la «sovranità popolare». Anche l'Inghilterra aveva avuto, nel secolo precedente, la sua rivoluzione, ma essa, lungi dall'aver voluto instaurare una società completamente nuova, era stata piuttosto la restaurazione di un'antica legalità violata, e proprio per questo era riuscita nel suo obiettivo di dare alla nazione le libertà che le erano state tolte. A differenza dei loro colleghi francesi, i rappresentanti della nazione inglese, nel 1688, pur avendo l'astratta possibilità di sovvertire le leggi del regno, si erano invece giudiziosamente mossi nel rispetto delle tradizioni: avevano resistito al sovrano e lo avevano deposto, ma la loro era stata una rivoluzione passiva, un mezzo momentaneamente necessario per conservare l'ordine, non per distruggerlo. Opponendo la rivoluzione «buona» alla rivoluzione «cattiva», Burke è dunque il primo che introduce, nel dibattito sulla rivoluzione francese, il confronto con l'esperienza inglese. Il suo problema comparativo (perché in Inghilterra la rivoluzione è riuscita a fondare libere istituzioni, mentre in Francia ha prodotto decenni di instabilità?) diventerà ben presto un luogo comune della storiografia liberale, da Madame de Staël a Guizot (fino a Tocqueville, il quale sostituirà il riferimento inglese con quello americano), che cercherà però di sottrarsi alle conclusioni polemiche del conservatore whig.
    Poteva la Francia seguire l'esempio inglese, «restaurando» i diritti storici depositati nella sua «antica costituzione», e radicando così la libertà nella tradizione? Burke risponde di sì: «Voi francesi avreste potuto, se aveste voluto farlo, trarre profitto dal nostro esempio e dare alla vostra libertà ritrovata la dignità che meritava [... ] I vostri antichi privilegi, sebbene storicamente interrotti, non erano tuttavia cancellati dalla memoria [... ] Il vostro sistema costituzionale sofferse interruzioni innanzi di giungere a compimento; ma pure voi avevate già in mano gli elementi di una costituzione assai prossima al raggiungimento della desiderata perfezione». Si trattava degli antichi poteri dell'aristocrazia, dei parlamenti, dei corpi intermedi, che, se ripristinati, avrebbero potuto bilanciare e temperare la sovranità assoluta del monarca. «Voi avevate già tutti questi vantaggi nel vostro antico stato; ma avete preferito agire come se foste un popolo che non vanta alcun passato di civiltà e deve riprendere la sua vita tutta da capo. Avete cominciato male, perché avete cominciato col disprezzare tutto ciò che già vi apparteneva». Al fondo di questa posizione di Burke sta certo una rigorosa concezione giurisprudenziale e antispeculativa: la società è un ordine naturale, indipendente dalla volontà degli individui, in cui la legittimazione delle opere umane e delle istituzioni politiche avviene attraverso il lento, spontaneo, lavorio del tempo, che accumula e seleziona empiricamente le esperienze delle diverse generazioni; e i decreti di un'assemblea non possono creare una libertà che già non sia presente nei costumi di un popolo. Ma nel suo giudizio sulla rivoluzione francese opera anche un'interpretazione ottimista dell'ancien régime. L'«antica costituzione» del regno di Francia, questa tradizione di equilibrio fra i poteri che, secondo Burke, era sopravvissuta alla tabula rasa dell'assolutismo, e che avrebbe dovuto guidare, nei primi mesi del 1789, il cammino di una «buona» rivoluzione, appariva in realtà come un oggetto misterioso, e comunque talmente controverso che nemmeno i giuristi si mettevano d'accordo sul fatto che la Francia fosse o no una nazione «costituita».
    Ma il dibattito sull'ancien régime non esaurisce la concezione controrivoluzionaria, giacché al fondo di essa sta una intuizione più essenziale: ed è che il rapporto negativo con il tempo storico, proprio della rivoluzione francese, è inseparabile dall'avvento della democrazia. È infatti l'astratto universalismo dei suoi princìpi che recide di netto i molteplici fili che tenevano legati i sudditi della monarchia e le istituzioni nazionali alla memoria storica del regno. Sieyès aveva scritto che «la nazione è un corpo di associati», vale a dire un insieme di individui uguali, portatori di diritti naturali, che si associano per libera scelta, in nome della comune identità umana. E questa idea ugualitaria e volontaristica, su cui si fonda la nuova concezione della rappresentanza proclamata dalla rivoluzione, impone che il legame sociale si costruisca facendo astrazione dalla concreta condizione degli individui, considerando solo la comune umanità che è in ciascuno di loro.

    Il senso della Nazione
    È proprio contro questo esprit de géometrie, intrinseco alla democrazia, che si concentra la polemica degli avversari della rivoluzione, i quali reclamano, al contrario, il riconoscimento delle diversità reali che distinguono gli uomini fra loro. Essi non negano l'idea che la nazione debba venire «rappresentata», ma tale rappresentanza non può che essere la somma degli interessi corporativi della nazione, espressione diretta della sua costituzione sociale, che è anche la sua costituzione naturale. La nazione, infatti, non è un'associazione volontaria di cittadini: essi nascono già integrati in un insieme di regole, sanzionate dal tempo, che imparano a rispettare; la società preesiste all'uomo come gli preesiste il linguaggio, sottratti entrambi al suo arbitrio. Come scrive Louis de Bonald, «l'uomo non può dare una costituzione alla società religiosa o politica, più di quanto non possa dare la pesantezza ai corpi o l'estensione alla materia». È l'idea giusnaturalista, cara alla filosofia del Settecento, di un patto che vincoli il potere del sovrano alla volontà popolare, che viene così negata alla radice. Infatti, nemmeno esiste, come invece hanno creduto coloro per i quali la società è il risultato di una convenzione, uno stato a essa anteriore: «Propriamente parlando - scrive Maistre - non c'è mai stato per l'uomo un tempo anteriore alla società, poiché prima della formazione delle società politiche, l'uomo non è del tutto uomo». La società è un ordine naturale e trascendente, creato direttamente da Dio.

    Un modello per la destra
    Teocratico o tradizionalista che sia, il pensiero controrivoluzionario formula una critica della democrazia che servirà da modello, lungo tutto il corso del XIX secolo, agli autori, di destra come di sinistra, che vorranno confutare l'illusione dei «diritti dell'uomo». L'uomo in realtà non esiste, esistono solo gli uomini concreti, dicono Edmund Burke e Joseph de Maistre; l'uguaglianza è astratta, la disuguaglianza è reale, e un regime che proclama gli uomini uguali non è che una menzogna: la critica della democrazia «formale», dai romantici a Marx a Taine e oltre, affonda le sue radici in questo precoce rifiuto dei valori universali proclamati dalla rivoluzione francese. Ma per i controrivoluzionari, i diritti dell'uomo e la democrazia non sono solo una menzogna, ma anche una aberrazione nichilistica. Attribuendo agli individui la sovranità assoluta, esercitata secondo la legge del numero, cioè delle maggioranze, essa produce nell'uomo moderno una sorta di delirio di onnipotenza, dischiudendo la possibilità di un agire incondizionato, secondo il capriccio della volontà, o dell'interesse. È la via libera al relativismo: purché la maggioranza lo voglia, non vi è cosa che non sia lecita. La considerazione puramente razionale e quantitativa degli individui è inoltre un fattore distruttivo che opera tanto nella sfera morale che in quella estetica: esso dissolve, come fossero ridicoli pleonasmi, gli abiti e gli artifici con cui l'uomo civilizzato cerca di occultare i difetti della propria natura; volendo, in nome della verità, denudare il mondo, esso decreta la fine del gusto, dell'eleganza, della distinzione cavalleresca, del cerimoniale cortese. «In questo nuovo ordine di cose», scrive Burke al culmine di una invettiva contro l'Illuminismo razionalista, «un re non è altro che un uomo; una regina non è altro che una donna; una donna non è altro che un animale, e non di prim'ordine». Dietro la critica dell'ugualitarismo democratico, si affaccia il disgusto per il materialismo della società borghese e per il potere ugualitario del denaro. Le due grandi componenti del pensiero controrivoluzionario, quella tradizionalista, rappresentata da Burke, e quella «teocratica», rappresentata da Bonald e Maistre, accomunate da un medesimo rifiuto della rivoluzione francese, finiranno per assumere figure storiche divergenti, e avranno, ciascuna, un peso differente nello sviluppo del pensiero politico francese: è piuttosto nella forma della dottrina teocratica, infatti, che la controrivoluzione alimenterà prima il partito ultra sotto la restaurazione e poi la corrente legittimista dopo il 1830. Certo, una distinzione tra queste due posizioni non può essere tracciata con troppo perentoria nettezza, giacché esse condividono la medesima polemica antirazionalista e antivolontarista, fondata su una concezione pessimista della natura umana, che è la base solida su cui si costruisce l'intero edificio della loro dottrina politica. Ma l'antiumanesimo di Burke, come si è visto, sbocca in una intuizione della storia rigorosamente immanentista: il sentimento della fragilità umana e dell'onnipotenza divina viene risolto e stemperato in una sostanziale fiducia nell'opera costruttiva del tempo e nella collaborazione delle generazioni, da cui si origina la civiltà, che è un rivestimento nobile e dignitoso della povera natura dell'uomo.

    Lo spettacolo apparentemente insensato della storia, con le sue guerre sanguinose, le sue violenze gratuite, le sue svolte imprevedibili e inesplicabili, è l'immagine stessa della nullità di ogni sforzo per padroneggiare il destino umano: i risultati sono sempre difformi dalle intenzioni, la volontà è sempre delusa, e gli uomini non sanno mai quel che fanno. Ma dietro le quinte di questa caotica rappresentazione, si svolge, secondo Joseph de Maistre, un dramma metafisico di ben più vaste proporzioni: è la mano della Provvidenza divina, infatti, che realizza i suoi imperscrutabili disegni, servendosi anche degli strumenti più vili e dolorosi. In una tale concezione (sia che si tratti prevalentemente dell'ordine storico, come in Maistre, sia che si tratti piuttosto dell'ordine sociale, come in Bonald), la politica perde la propria autonomia, per diventare una forma derivata, la cui verità si ritrova nella sfera religiosa. Non a caso, nella ricerca a ritroso delle cause della rivoluzione, il 1789 apparirà a costoro come l'ultimo anello di una catena di colpe, il cui antecedente immediato è la riforma protestante, che ha proclamato il principio del libero arbitrio e rovinato quello dell'autorità. La requisitoria antiprotestante di Bonald e di Maistre si inserisce a pieno titolo nell'apologetica cattolica, ma più che i singoli dogmi del cattolicesimo, quel che a essi preme restaurare è il cattolicesimo in quanto religione intrinsecamente dogmatica, che reca in sé il principio, religioso e politico al tempo stesso, dell'autorità.

  2. #2
    Barbudo
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    Mi piace il passo che cita il potere ''ugualitario del denaro''. Effettivamente è così: il denaro permette a chiunque, a chi ha pochezza di spirito e di intelletto, e quindi è inferiore moralmente, di elevarsi e affermarsi su chi , attuando un principio meritocratico, potrebbe stargli sopra.

  3. #3
    FASCISTA SU MARTE
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    mi reputo un fiero filovandeano!

    SPADE DELLA VANDEA FALCI DELLA BOSCAGLIA BARONI E CONTADINI SIAM PRONTI ALLA BATTAGLIA PER VENDICARE CHI MORI' SOPRA LE GHIGLIOTTINE!

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da ORGOGLIOdelLUPO Visualizza Messaggio
    mi reputo un fiero filovandeano!

    SPADE DELLA VANDEA FALCI DELLA BOSCAGLIA BARONI E CONTADINI SIAM PRONTI ALLA BATTAGLIA PER VENDICARE CHI MORI' SOPRA LE GHIGLIOTTINE!

    Ma che dici?
    Non hai saputo?
    I vandeani erano i cattivi, i reazionari!

    Mi sa che io e te dobbiamo fare una lunga chiacchierata!
    Non nobis Domine, non nobis sed nomine Tuo da gloriam

  5. #5
    LONGINO
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    Predefinito

    Sporchi Vandeani Nemici Della Rivoluzione!

  6. #6
    LONGINO
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    Citazione Originariamente Scritto da Il Pretoriano Visualizza Messaggio

    Ma che dici?
    Non hai saputo?
    I vandeani erano i cattivi, i reazionari!

    Mi sa che io e te dobbiamo fare una lunga chiacchierata!
    GIU LE MANI DAI CASTELLI GHIBELLINI,RAUS PRETE ORIANO

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da LONGINO Visualizza Messaggio
    GIU LE MANI DAI CASTELLI GHIBELLINI,RAUS PRETE ORIANO
    Sui castelli non ce metto le mani, li pijo a cannonate!
    Guelfi a me! Morte al ghibellino infedele!
    Non nobis Domine, non nobis sed nomine Tuo da gloriam

  8. #8
    LONGINO
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    DONNA SE TI SOVVIENE L'AMOR PEL TUO SIGNORE CACCIA LE GUELFE IENE DAI NOSTRI CAMPI AL SOLE,GUARDA SE NON RICORDI IL NOSTRO GONFALONE,SALTA SUL TUO CAVALLO VAI PER LA TRADIZIONE....SUI MARI ABBIAM LOTTATO CONTRO LA FLOTTA TURCA SUL DON ABBIAM SPERATO,LA NOTTE DI VAL PURGA..


  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da LONGINO Visualizza Messaggio
    DONNA SE TI SOVVIENE L'AMOR PEL TUO SIGNORE CACCIA LE GUELFE IENE DAI NOSTRI CAMPI AL SOLE,GUARDA SE NON RICORDI IL NOSTRO GONFALONE,SALTA SUL TUO CAVALLO VAI PER LA TRADIZIONE....SUI MARI ABBIAM LOTTATO CONTRO LA FLOTTA TURCA SUL DON ABBIAM SPERATO,LA NOTTE DI VAL PURGA..
    A voi ghibellini ve purgamo e basta altro che notti di val purga!
    Non nobis Domine, non nobis sed nomine Tuo da gloriam

  10. #10
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    Predefinito mezz'uomo

    Citazione Originariamente Scritto da Léon Degrelle Visualizza Messaggio
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