“L'ultima rivoluzione” nell'Europa multietnica di Caldwell
di Roberto Bertinetti
ROMA ( 1 febbraio) – «Il vecchio continente è diventato multietnico in un momento di distrazione», decreta senza incertezze il giornalista statunitense Christopher Caldwell, firma di punta del Financial Times, aprendo il suo L’ultima rivoluzione dell’Europa (Garzanti, 433 pagine, 20 euro), polemico saggio sulle politiche migratorie decise dal dopoguerra a oggi dai maggiori paesi dell’Unione. A differenza di quanto accaduto in America, dove le porte sono rimaste spalancate ma è sempre prevalso il modello del “melting pot” e del riconoscimento esplicito dei valori Usa, aggiunge, su questa sponda dell’Atlantico è stato commesso un errore di enorme gravità, rivelatosi fonte di pericoli: ai milioni di uomini e donne in arrivo dall’Asia o dall’Africa è stato permesso di mantenere le proprie regole in materia di religione e di rapporti familiari. Con il risultato che stili di vita inaccettabili, in particolare da parte degli islamici più tradizionalisti, hanno minato in profondità le radici della convivenza civile e continuano a costituire una minaccia ad alta potenzialità.
All’origine del problema, argomenta Caldwell, ci fu un errore compiuto dai governi al termine del secondo conflitto mondiale, quando Gran Bretagna, Francia, Scandivania e Paesi Bassi misero a punto programmi di reclutamento di manodopera da altre aree del pianeta per alimentare le loro economie in forte crescita. Gli esecutivi pensarono allora che i soggiorni sarebbero stati temporanei e sottovalutarono le conseguenze dell’apertura delle frontiere. «Nessuno – scrive – immaginava che potessero avere diritto un giorno alla previdenza sociale. L’idea, poi, che mantenessero le abitudini e la cultura dei villaggi e dei clan da cui provenivano, i loro mercati e le loro moschee appariva troppo assurda per poter essere contemplata».
Le porte rimasero aperte senza troppi controlli sino agli anni Sessanta, un periodo che Caldwell giudica eccessivamente lungo perché permise un insediamento assai radicato e in seguito ostacolò ogni inversione di tendenza, a dispetto di provvedimenti legislativi in sostanza privi di efficacia sotto il profilo pratico. Il pericolo maggiore oggi per l’Europa, afferma deciso il giornalista statunitense, è costituito dai fedeli all’Islam che rifiutano di rinunciare alle loro tradizioni e resistono all’integrazione. Al contrario di quanto accade negli Usa, dove le gerarchie di valori unanimemente accettate prevedono in primo luogo l’importanza dell’identità americana e poi, solo in seguito, il rispetto dei precetti religiosi.
«La maggior parte dei musulmani – osserva – ha sempre vissuto separata dal resto della popolazione, in luoghi che per la stragrande maggioranza degli europei erano territorio separato. In tali condizioni di isolamento, molti quartieri musulmani nelle metropoli e in piccole città hanno finito per trasformarsi in ghetti con regole proprie. Una volta che una comunità di questo tipo si chiude in se stessa, solo chi vi appartiene è in grado di poterne "ricavare" qualcosa. E i quartieri dove abitano fa pensare a un territorio occupato più che a un’occasione di arricchimento multiculturale».
Caldwell giudica poi errata anche l’idea che l’Europa non possa ormai fare più a meno degli immigrati perché solo loro accettano lavori che altri non vogliono fare. Secondo lui, infatti, si tratta di una forma di sfruttamento «che fa pensare al peggior capitalismo di cui si occupò Karl Marx nell’Ottocento», visto che si fonda su una logica perversa senza vie di uscita: soltanto chi accetta di restare ai margini e non si integra è disponibile per lavori umili, mentre al contrario la minoranza assimilata o assimilabile ricerca soluzioni migliori. Con il risultato di moltiplicare i ghetti e di far salire le tensioni sociali.
Cosa fare ora? Caldwell pensa che l’unica strada percorribile, pur tra mille difficoltà, sia quella della costruzione di una riconoscibile identità europea capace di attrarre i milioni di immigrati residenti sul continente, abbandonando le diverse vie nazionali che, a suo dire, hanno mostrato troppi limiti. Il multiculturalismo olandese e britannico sono deboli al pari della difesa francese della laicità. In caso contrario, conclude, la “guerra di civiltà” tra Occidente e Islam vedrà la sconfitta dell’Europa. Perché «quando una civiltà insicura, malleabile e relativista ne incontra una ancorata a ferree dottrine che le infondono fiducia e forza, la storia ci insegna che è generalmente la prima a essere costretta a cambiare per uniformarsi all’altra».
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“L'ultima rivoluzione” nell'Europa multietnica di Caldwell - Il Messaggero
Mi pare che gli spunti di discussione siano notevoli. :giagia:





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