dal quotidiano LIBERO di oggi
"«Così il Pci ci insegnava a fare i brogli»
di MARTINO CERVO
«Cercate di capire subito qual è lo scrutatore fascista, quale il democristiano, simpatizzate, fate amicizia, costruite delle alleanze. Sono decisive per assegnare le schede contestate, comunque per creare un clima favorevole a noi». Dunque aveva ragione Berlusconi, e a dargliela indirettamente è Claudio Velardi, già esponente dei "professionisti della politica", già editore del Riformista e ora professionista della comunicazione, bollato in genere come dalemiano (fu consigliere politico del ministro degli Esteri versione segretario di Botteghe oscure): uno di quelli che gli addetti ai lavori tengono da sempre in grande considerazione. E che racconta così la sua "educazione politica" all'università del Pci, nell'aula di un seggio elettorale del '72: «Il compagno Rubino, anziano militante della sezione 1° maggio, mi avviò al master in militanza mettendomi uno spezzone di matita tra il medio e l'anulare. Lo avrei utilizzato alla prima scheda bianca intercettata». Nascevano - anche - così i famosi "brogli" più volte agitati dall'ex premier. Ma Velardi - e neppure troppo indirettamente - al Cavaliere dà ragione su ben altre cose, nel suo diario "pre" e "post" elettorale, "L'anno che doveva cambiare l'Italia", in uscita da Mondadori (224 pagine, 17 Euro). Già dal titolo si evince che di grossi cambiamenti Velardi non ne nota, malgrado la vittoria del suo schieramento. L'autore ripercorre la grande illusione della sinistra di aver già vinto ben prima della fine del 2005, di aver domato definitamente la bestia berlusconiana prima dell'esito elettorale. Racconta, da un punto di vista privilegiato e rinforzato da amicizie e frequentazioni altolocate, i mesi dello scontro, i sondaggi rassicuranti per Prodi e i suoi, le primarie, la grana di Unipol, poi la clamorosa rimonta del Caimano (con gli show di Vicenza e il duello col Professore) culminata nel quasi-pareggio del 9 e 10 aprile. Sia pure col linguaggio del marketing politico, Velardi dà anche qualche notizia (oltre ai brogli, c'è quella più fresca sulla adunata "spontanea" dei «coglioni», scesi in piazza poche ore dopo l'epocale frase dell'ex premier: il fenomeno fu orchestrato dai "velardini", allievi di un master di comunicazione politica dello stesso Velardi). Ma soprattutto bastona a sinistra: ce n'è per il Prodi governativo, per un Veltroni apprezzatissimo ma incapace del grande salto, ce n'è per Bruno Ferrante, per Fassino contrapposto abbastanza spietatamente a D'Alema, per i sondaggisti che Berlusconi chiamava «di sinistra» («il cartello c'è, lo sappiamo tutti», chiosa Velardi). Le parole più dure però sono riservate alla sinistra manettara e ai giudici politicizzati: «La magistratura italiana calendarizza i lavori meglio dell'assemblea dei capigruppo», i pm «si ergono da decenni a paladini del bene, come in una porta girevole vanno e vengono dal parlamento», chi prova «brividi di eccitazione quando scatta un'inchiesta» è «meschino e avvilente». Ancora, massacra i post-comunisti per quella battaglia culturale «mai intrapresa» sulla propria storia. E scardina quella sinistra colta, sdegnata, ipercritica, che in quest'anno da psicodramma «non ha capito niente». Perché nessuno aveva capito niente, dell'Italia e degli italiani «tranne uno, il solito, quello di sempre, il tormento e l'estasi degli italiani: Silvio Berlusconi». Se lo dice Velardi.
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Saluti liberali




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