Maurizio Blondet
01/10/2006
L’Islam, come noto, non conosce, non stima né difende la libertà d’opinione: non c’è più bisogno di dimostrarlo, i giornali ce lo ricordano ogni giorno.
Invece qui in Occidente, la libertà d’espressione e di pensiero è totale: anche questo non ha più bisogno di dimostrazione.
Prendiamo il caso di Tariq Ramadan: intellettuale musulmano con passaporto svizzero, è essenzialmente un intellettuale francese con tutte le qualità, i tic e l’interventismo degli intellettuali francesi, dei «nouveaux philosophes» e dei «maitre à penser».
Da intellettuale francese, è polemista, e partecipa alle polemiche pubbliche.
Libero?
In Europa lo è.
Anche se la sua libertà non piace a tutti.
Nel 2003, un suo intervento in cui rimproverava a «certi intellettuali ebrei di avere abbandonato il loro ideale di universalità per farsi difensori esclusivi della loro ‘comunità’ e della politica israeliana» gli è costata l’accusa di - indovinate? - «antisemitismo». (1)
Da allora, il centro Simon Wiesenthal e le altre associazioni ebraiche esprimono regolarmente il loro «sgomento» quando «un antisemita come Tariq Ramadan» viene invitato a parlare in qualche convegno, o nominato consulente della Commissione Europea, o incaricato di un corso d’insegnamento ad Oxford; con l’invito, o l’intimazione, di farlo tacere.
La libertà di parola all’ebraica mostra diversi limiti.
Ma, dicono al Centro Wiesenthal, questo Ramadan è un estremista mascherato; e non mancano di ricordare che è nipote di Hassan Al-Banna, l’intellettuale fondatore dei Fratelli Musulmani in Egitto.
Per chi, sulla scorta della «oggettiva informazione» giudaica, tendesse a scambiare Tariq Ramadan per un complice di Bin Laden, varrà la pena di ricordare che questo pericoloso jihadista, nel 2005, lanciò un appello ai Paesi musulmani che applicano la Sharia perché sancissero una moratoria delle pene corporali - lapidazioni, decapitazioni, frustate.
«E perché non una moratoria su Tariq Ramadan?», replicò subito un fondo su Le Monde (19 aprile 2005).
Ancora un invito a far tacere, anzi a far sparire.
L’articolo diceva che Ramadan, con quella sua proposta, mirava semplicemente «a indebolire lo spirito critico verso l’Islam politico dei Fratelli Musulmani».
Insomma, un musulmano colto che invoca una moderazione dell’islamismo favorisce obliquamente l’integralismo feroce islamico.
E’ lo stesso tipo di ragionamento che gli inquisitori staliniani adottavano per «smascherare», nei loro processi farsa, i colpevoli: la colpevolezza dell’imputato essendo stata decisa in anticipo, ogni indizio a favore diventava una prova della sua malignità e doppiezza.
E’ la libertà di pensiero come la vogliono al Centro Wiesenthal.
E dintorni.
In Europa, questa luminosa vetta della libertà non è stata ancora completamente instaurata dappertutto, sicchè Ramadan è ancora vivo e può persino scrivere (grazie al fatto che, prudentemente, risiede in Svizzera).
Ma nell’America, è un altro paio di maniche.
Tariq Ramadan è stato da poco invitato negli USA per tenere un corso alla Notre Dame, una università cattolica dell’Indiana.
Scandalo, sgomento, costernazione: il jihadista antisemita, invitato da cattolici?
Se qualcuno fosse tentato di partecipare allo sgomento, legga qui sotto quel che Tariq Ramadan ha scritto a proposito del discorso di Benedetto XVI a Regensburg: «La sua citazione è stata certamente goffa, ma ciò che il Papa ha fatto è stato rivisitare la questione del rapporto fra l’Islam e la violenza, a cui i musulmani hanno il dovere di rispondere con chiarezza».
Vedete a che punto può arrivare un nipote di Al-Banna per indebolire in noi occidentali lo spirito critico verso l’Islam.
In America non sono caduti nell’inganno.
E il Dipartimento di Stato ha annunciato che non darà il visto al pericoloso Tarik.
Anzi, precisiamo: il divieto di entrata di Ramadan negli USA, che vige dal 2004, resta in vigore.
Lì sì che vige la vera libertà d’espressione, come la vogliono al centro Wiesenthal.
Poiché si può ragionevolmente escludere che il personaggio, una volta in USA, possa compiere attentati, qualche raro intellettuale americano ha sommessamente obiettato che gli Stati Uniti davano l’impressione di temere le idee.
Il Dipartimento di Stato ha replicato citando genericamente il Patriot Act - la legge speciale di emergenza - che consente al governo di escludere a suo arbitrio uno straniero che «appoggi o sposi il terrorismo».
E il Primo Emendamento, che assicura anzi divinizza la libertà d’espressione come la suprema libertà americana?
I diritti degli americani non si applicano a stranieri, è stata l’asciutta risposta - gli stranieri non hanno diritti.
Di fronte ad altre sommesse obiezioni, un portavoce del dipartimento di Condoleeza Rice ha finito per citare la legge sulla immigrazione e naturalizzazione, sezione 212 a, articolo 3, comma B.
Tarik Ramadan ha violato questo articolo perché anni fa ha versato 600 euro a «Comitato di soccorso ai palestinesi» (CSBP) che esiste ed è legale in Francia, ma che l’America dice essere «collegato» ad Hamas.
Ossia a terroristi.
Ma questa, si dirà, è l’America che l’11 settembre è cambiata per sempre; l’America ferita dal terrorismo islamico, l’America costretta a venire meno ai suoi principii più sacri per difendersi.
L’America ha conosciuto tempi migliori, come negarlo?
Tempi in cui la libertà di pensiero e d’opinione è stata gelosamente garantita, senza piegarsi né a necessità di difesa né a centri Wiesenthal di sorta.
Per esempio il 1952, quando il governo del Paese più libero del mondo («Ci odiano per la nostra libertà», ha detto il presidente Bush) approvò il McCarran-Walter Act: ossia la legge che vietava l’entrata in USA di chi seguisse «le dottrine economiche, di governo e internazionali del comunismo mondiale».
Ah, direte voi: ma quella era l’epoca del maccartismo, bisognava difendersi dal pericolo comunista, della «caccia alle streghe»… vero, verissimo.
Solo che la legge in questione è stata mantenuta in vigore per quarant’anni.
Da presidenti democratici e repubblicani senza eccezione.
E col tempo, anziché ridursi, la portata della legge è stata enormemente ampliata.
In base ad essa è stato negato il visto a scrittori sicuramente comunisti come Pablo Neruda e Garcia Marquez; all’inglese Graham Greene, cattolico molto di sinistra.
E via via, anche a molti personaggi piuttosto di destra e anti-comunisti, come il rhodesiano Ian Smith e il dittatore dell’Honduras Roberto D’Aubuisson.
Tutti tenuti alla larga per le loro idee.
In base alla legge, le autorità americane hanno tenuto persino, per quattro decenni, una lista continuamente aggiornata di scrittori, intellettuali e politici le cui opinioni ed espressioni o parole erano sospette, e dunque passibili di divieto di entrata in USA.
Quando nel 1990 la legge è stata non cancellata ma moderata, la lista dei sospetti comprendeva - tenetevi forte - 368 mila nomi.
Praticamente, l’intera cultura e tutta la intellettualità del mondo esterno agli Stati Uniti.
In Occidente sì che si rispetta la libertà di pensiero, non siamo mica musulmani.
E l’America è l’estremo Occidente, il nostro modello comune.
Ci dà l’esempio, e lo stiamo vedendo ogni giorno.
Il 28 settembre il Senato americano ha approvato la legge che abolisce l’habeas corpus, ossia il principio (messo in vigore dalla Magna Charta britannica nel 1215) che nessuno può essere detenuto senza conoscere di cosa lo si accusa, né tenuto in galera indefinitamente senza vedere un giudice e un avvocato.
In base alla nuova legge, le detenzioni di «nemici combattenti» veri o presunto possono essere eseguite non dal sistema giudiziaria, ma da altri enti, tipicamente la CIA.
Saranno istituiti tribunali speciali, militari: che per la prima volta dalla seconda guerra mondiale potranno processare dei civili.
L’accusato non potrà conoscere le prove raccolte contro di lui, se a questo si oppone il procuratore.
La rivolta contro processi con prove segrete a carico fu una delle cause della rivoluzione inglese: altri tempi ed altre rivolte.
In compenso, i tribunali militari speciali potranno accogliere come prove le confessioni e le ammissioni rilasciate dal detenuto sotto tortura, e questa norma ha valore retroattivo, vale per le confessioni strappate con la tortura anche prima del 2005.
La Convenzione di Ginevra sarà rispettata dagli USA finchè vorrà il presidente.
Infatti, il presidente «ha l’autorità di interpretare il senso e l’applicazione delle convenzioni di Ginevra» (sezione 8): e sappiamo che Bush ha già espresso l’intenzione di violarla, anzi l’ha già violata con le detenzioni e le deportazioni (renditions) di «enemy combatants» in Paesi terzi, dove non vigono garanzie legali.
Ciò si applica non solo contro chi combatta in armi gli Stati Uniti, ma contro tutti coloro che «sostengono materialmente i terroristi», magari anche facendo una donazione a un’associazione di beneficenza che, a giudizio del governo americano, aiuta «terroristi»: è il caso di Tarik Ramadan coi suoi 600 euro versati per i palestinesi.
E’ meglio per lui che non sia stato fatto entrare in America; rischiava di non uscirne più.
Di scomparire nei gulag segreti del Paese più libero del mondo.
S’intende che questi provvedimenti si applicano solo a «stranieri».
Ed anche se è la prima volta che uno Stato occidentale introduce una discriminazione tra cittadini e stranieri davanti alla legge, noi gelosi delle nostre libertà possiamo rallegrarci: dopotutto, a finire torturati saranno degli arabi.
Ma fino a quando?
Come ha notato il senatore Gordon Smith, «il potere di detenere persone senza l’obbligo di esporne la causa è uno strumento del dispotismo».
Uno strumento così utile che, a poco a poco sarà esteso anche ai sospetti di delitti comuni, e poi ai cittadini americani con opinioni cattive: com’è accaduto con la McCarran-Walter, in vigore per quarant’anni a difesa della sanità intellettuale americana, minacciata dall’infezione di idee europee.
Quante indagini risparmiate!
Quante idee e parole pericolose azzittite!
Si deve pur difendere la libertà di parola dell’Occidente, messa a rischio da Al Qaeda.
Qui c’è la libertà di espressione, mica siamo nell’Islam.
Là vige l’intolleranza, non da noi.
Solo che a forza di difendere le sue libertà, con tortura, il carcere senza accusa e rendendo legale ogni potere arbitrario presidenziale, il nostro Occidente finisce per somigliare ogni giorno di più all’Oriente: l’Oriente di Tamerlano, l’Oriente di Stalin o quello wahabita. (2)
E noi occidentali, qui ad applaudire: si può ancora criticare Maometto. Non Israele però.
Altrimenti, si viene messi a tacere.
Maurizio Blondet
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Note
1) Così spiegava la TV svizzera questo delitto: «Depuis qu’il a écrit un texte jugé antisémite, le Suisse Tariq Ramadan provoque la polémique. Tariq Ramadan y reproche à certains intellectuels juifs - ou qu’il présente comme tels - d’avoir abandonné leur souci d’universalité pour se faire les défenseurs exclusifs des intérêts de leur ‘communauté’ et de la politique israélienne. Son propos exhale de fâcheux relents de théorie du complot et prête ainsi nettement le flanc aux accusations d’antisémitisme».
2) Oltre che gli Stati Uniti, a negare il visto a Tarik Ramadan è anche l’Arabia Saudita.
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