Maurizio Blondet
26/09/2006
Si apprende che l'occupante americano ha finanziato nell'Iraq
occupato una campagna anti-fumo (1).
Pubblicità televisiva e pacchetti con le note scritte «Il fumo
uccide», «Fumare in gravidanza nuoce al bambino»: nel Paese che gli
americani hanno coperto di uranio impoverito, che fa nascere feti
mostruosi, e ammalare di cancri plurimi famiglie intere.
E dove la truppaglia americana ammazza a casaccio ai posti di blocco,
violenta ragazzine in casa, incarcera e tortura in massa,
arbitrariamente; dove migliaia di esseri umani vengono trucidati da
indecifrabili attentati e milizie private, da una violenza che
l'occupante avrebbe il dovere di sedare, e che non vuole
controllare
affatto.
La notizia non vuole far ridere; al contrario, segnala il
parodistico, il grottesco - ossia il satanico - che reca con sé la
civiltà occidentale terminale.
Nessun Oriente è stato mai pari a questo Occidente in ipocrisia
omicida.
L'orda di Gengis Khan e Tamerlano massacrò a milioni, ma senza
pretendere di preoccuparsi della salute delle sue vittime.
L'America ha speso per la «ricostruzione» dell'Iraq 22 miliardi
di
dollari: senza riuscire a garantire nemmeno l'elettricità.
I soldi sono finiti nelle tasche dei profittatori amici del regime
statunitense, Halliburton in prima fila.
I guerrieri della civiltà superiore hanno lasciato saccheggiare il
Museo Nazionale di Baghdad nel 2003, partecipando al
saccheggio: «Cose che capitano», commentò Rumsfeld.
Mancano tuttora 14 mila opere d'arte.
In compenso, soldi venivano dati a «consulenti» americani per
esperimenti demenziali e falliti: come fornire l'Iraq, che
affondava
nel sangue, di una Borsa-valori moderna, tipo Wall Street, ovviamente
mai aperta.
Milioni di dollari sono stati pagati alle più celebri agenzie di PR
per «conquistare i cuorie le menti» degli oppressi, avvelenati e
senza luce: tutta una serie di video pubblicitari dove «testimonials»
musulmani dicevano il loro amore per l'America, e «testimonials»
americani il loro amore per l'Islam.
Ha presieduto a lungo questa operazione-simpatia il giornalista (del
Reader's Digest) Kenneth Tomlinson, un raccomandato di Karl Rove
(lo «spin doctor» di Bush) che lo ha messo a dirigere la Voice of
America.
Fino al 30 agosto 2006, quando il raccomandato è finito sotto
inchiesta per essersi intascato i fondi stanziati alla bisogna; si è
scoperto che questo individuo aveva messo su, dal suo ufficio al
Dipartimento di Stato, un business di cavalli da corsa.
Ora a presiedere alla propaganda verso l'Iraq è Karen Hughes,
figlia
dell'ultimo gestore americano del Canale di Panama, adulatrice di
Bush in articoli e video, ciò che le ha valso la carica ministeriale
di sottosegretario per la «Public Diplomacy and Public Affaire»: in
questa veste, nel 2005, la signora ha intrapreso un giro nel Medio
Oriente dove ha impartito lezioni sui diritti delle donne conculcati
dalle società arabe maschiliste.
Suscitando più che derisione, sgomento.
I risultati di questi sforzi di relazioni pubbliche sono davanti agli
occhi: nel 2003, solo 14 iracheni su 100 sostenevano i ribelli; oggi,
75 su cento.
Ciò risulta da un sondaggio confidenziale del Pentagono.
Perché gli occupanti non hanno mancato di portare agli iracheni anche
questa gioia preziosa della modernità occidentale: i sondaggi delle
loro opinioni, mentre sono massacrati.
E proprio sulla base di uno di questi sondaggi David Brooks, neocon
ed ebreo, editorialista del New York Times, rimprovera gli iracheni
per la loro «chiusura mentale». (2)
Il 93 % degli iracheni ritengono che è meglio avere per leader degli
uomini anziché delle donne: «La più alta proporzione nel mondo»,
deplora Brooks, «gli iracheni resistono visceralmente alle riforme
sociali».
Vi disturberebbe avere un vicino di casa straniero?, hanno chiesto
ineffabili i sondaggisti: chissà perchè, il 90% degli iracheni ha
risposto sì, contro solo il 9 % degli americani e il 16 % di ogni
altra nazione.
Gli iracheni sono xenofobi, dice Brooks.
E quali sono i valori che vorreste trasmettere ai vostri figli
(beninteso se sopravvivono all'uranio impoverito)?
Ebbene: gli iracheni rispondono «l'obbedienza» e «la fede
religiosa»
in proporzione maggiore rispetto alle altre 80 nazioni sondate.
Lamenta Brooks: troppo pochi iracheni indicano «l'indipendenza»
come
utile ai loro figli.
Il sondaggio rivela anche che gli iracheni tendono a fidarsi solo dei
membri del loro gruppo etnico-religioso - gli sciiti degli sciiti, i
curdi dei curdi, i sunniti dei sunniti.
«Questa solidarietà interna al gruppo sociale è senza precedenti, si
vede qui l'effetto corrosivo della dittatura di Saddam», commenta
Brooks.
Aggiunge il giudeo-con: scandalosamente dopo la «liberazione» gli
iracheni, anziché più secolarizzati, sono diventati «più religiosi,
in modo sorprendente».
Conclusione di Brooks: «Gli iracheni sono come tartarughe ritiratesi
nella loro corazza. Sospettosi verso gli estranei, intolleranti,
attaccati ferocemente alla famiglia e alla tradizione».
Questa tirata moralista ovviamente serve a preparare lo scarico di
coscienza inevitabile, e radicalmente americano: il disastro è colpa
degli iracheni.
Non sono aperti al nuovo
E' un vero peccato che Benedetto XVI legga più Manuele Paleologo
che
le notizie d'attualità come queste, che i suoi servizi interni
potrebbero fornirgli: sentirebbe l'alito dell'Anticristo dei
nostri
tempi, che oggi si riconosce meglio sull'informazione quotidiana.
E potrebbe constatare che questo alito ha un odore «cristiano»: vi si
sente l'ipocrisia dei devoti protestanti USA, quella dei devoti
lettori della Bibbia che vendettero coperte infettate di vaiolo ai
pellerossa.
E' uno stato della coscienza che è quasi impossibile tradurre -
self-
righteousness, «il sentirsi dalla parte della ragione» - che oggi
continua ancor più velenoso nei seguaci dei telepredicatori, nei
milioni di «cristiani rinati» che seguono Bush gioiosi
nell'Armageddon.
A loro, a questi estremi occidentali che parlano di «Jesus» e agitano
la Torah, il Papa potrebbe applicare la parte migliore della sua
lezione di Regensburg,e che ha in qualche modo diretto ai
musulmani: «Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio».
E' a loro, ai cristiani rinati, che va diretto il rimprovero.
A questi occidentali che lanciano campagne anti-fumo nel Paese che
hanno condannato alla morte radioattiva, che allestiscono la Borsa
sulla loro rovine.
E questo Occidente idiota è inemendabile. Un generale americano di
cui non ricordo il nome, quando gli Usa entrarono in Vietnam, rifiutò
il consiglio di studiare le strategie militari dei francesi in
Indocina: adducendo che i francesi avendo perso, non avevano niente
da insegnare agli americani.
Il risultato è agli atti della storia.
Questo Occidente irrazionale, stupido e malvagio merita di morire.
Lo dico a quei lettori che ancora e ancora - offensivamente, infine -
mi tacciano di filo-islamismo. Ripercorro alcune delle loro offensive
obiezioni.
C'è un piano dell'Islam per convertirci in massa, noi
occidentali,
e «con la spada».
Non può esserci un «piano», perché non c'è una guida unitaria
dell'Islam che lo abbia concepito, anzi non c'è «un» Islam ma
tanti,
nazionali, in lotta tra loro.
Ma se anche fosse - e certo gli immigrati quando saranno molti e
troppi proveranno, loro credenti, a convertire alla loro fede noi
kafir - «da che cosa» ci convertiranno?
Non «dal» cristianesimo, non dalla vera fede.
Pretenderanno di convertirci dalle discoteche dove i nostri ragazzi
bevono in una sera 300 euro di vodka e le nostre figlie
sedicenni «fanno gare di sesso orale» nei cessi (come ha rivelato
un'inchiesta de La Padania, giustamente titolata «I nostri figli
sono
dei mostri»), senza contare le «paste» (pasticche di ecstasys)
consumate, e l'Lsd.
Uno dei «nostri ragazzi» spiega come avviene: una ragazza
sconosciuta, nel buio, ti bacia in bocca e ti mette in bocca
una «pasta»; la sera dopo la cerchi, e lei non ti bacia più, ti porta
dal suo ragazzo spacciatore.
Da questo ci convertiranno gli islamici?
Perderemo queste vette della nostra civiltà?
Ci vieteranno «L'isola dei famosi», la pubblicità sporca e
ignobile,
la strumentalizzazione sessuale delle donne?
No, per Gesù, dobbiamo lottare: andiamo a morire per la
globalizzazione, il Fondo Monetario, il livello dei consumi
edonistici da quattro soldi!
E il telefonino, non dimentichiamo!
Ma sento l'altra domanda offensiva di quei miei lettori: Blondet
non
ammette che l'Islam sia una religione falsa.
Blondet non è cristiano.
Provo, offeso, a rispondere ancora una volta.
Falsa è una religione che chiude i canali della grazia: in questo
senso, è radicalmente falso il protestantesimo, il luterano «Sola
Scriptura» e «sola fide», fede (self-righteous) senza le opere: pecca
fortiter sed crede fortius, come predicava Lutero.
Ancor più falsa la sua ultima incarnazione, il protestantesimo
americanista demente e feroce.
Queste sì chiudono i canali di grazia, perdono l'uomo e la sua
anima.
E questa religione falsa e omicida, satanica, è «nostra»,
è «occidentale», si proclama perfino cristiana.
E ne abbiamo anche un'altra, di falsa: la religione pubblica della
Shoah, a cui anche il Papa ha bruciato il grano d'incenso.
Quanto all'Islam, non riconosce la divinità di Cristo, né la sua
resurrezione.
Come non la riconosce né conosce il buddhismo.
Esiterei a concluderne che per questo chiudano i canali della grazia,
vista la testimonianza millenaria di asceti e santi uomini - la cui
assenza brilla invece nelle pseudoreligioni luterane, che produce
solo ipocriti e Rockefeller.
Sarebbe come dire che Gesù, il Salvatore, inganna e condanna persone
che onestamente obbediscono alla fede che hanno conosciuto dai
genitori - persone che digiunano, che fanno l'elemosina, che vivono
la rinuncia e la generosità.
Ne ho conosciuti.
Non posso credere che la Misericordia li abbia tratti in una trappola
eterna.
L'Islam, del resto, non considera la fede cristiana né quella
ebraica
false: le considera incomplete e corrotte, fedele alla comune radice
di Abramo.
Per questo ebrei e cristiani hanno potuto vivere nelle società
islamiche per secoli, indisturbati, prima della presente
polarizzazione di cui noi occidentali siamo responsabili.
Stranamente, l'Islam è in questo meno «integralista» di molti miei
lettori cattolici: cattolici schematici, che estraggono una
precettistica di pronto intervento anzichè la ragione consigliata da
Papa Benedetto a Regensburg.
A mio parere, questi cattolici con lo shema in testa sorvolano su (ha
detto il Papa) «quel Dio che si è mostrato come logos, e come logos
ha agito ed agisce pieno di amore in nostro favore».
In quanto credenti nel Dio-logos, siamo obbligati a «pensare», e a
pensare anche l'Islam - ora che lo abbiamo a contatto - in modo non
schematico.
Come lo ha pensato Dio.
Perché Dio l'ha pensato.
E' nella Scrittura, nell'episodio in cui Abramo scaccia nel
deserto
Ismaele, suo figlio legittimo e primogenito, con la sua madre, Agar
la schiava.
Un angelo appare ai due, che stanno morendo di sete, e promette a
nome di Dio: «Anche di te farò un grande popolo, perché anche tu sei
seme di Abramo».
Molti secoli dovevano passare, ma la promessa è stata mantenuta:
Maometto e il suo Corano hanno fatto dei discendenti di Ismaele, gli
arabi, un grande popolo.
«Tu sarai come onagro nella steppa, le mani tue contro tutti i tuoi
fratelli, le mani dei fratelli contro di te».
Destino di guerra perpetua, ostinata, un popolo di testa dura ed ossa
forti come l'onagro, l'asino selvatico, che morde.
«A voi è prescritta la guerra, sia che vi piaccia, sia che vi
dispiaccia», ripetè Maometto.
Ecco, l'hai detto: la guerra santa è il nucleo dell'Islam,
l'Islam ci
aggredisce
Ma questo è cedere alla propaganda, alla «guerra di percezione», che
hanno scatenato contro di noi i malvagi occidentali: la propaganda di
cui siamo vittime in parte volontarie, perché non ci chiude così
totalmente da impedirci di vedere la realtà.
E la realtà è che l'Islam è aggredito.
In questo momento storico, è la sola religione che sia sotto attacco
bellico «in quanto religione», da parte delle sataniche armi
americane.
Due nazioni sono sotto occupazione militare, una terza - il Libano -
è distrutta, altre due - Siria e Iran - sono minacciati ogni giorno,
dalla Casa Bianca e da Israele, di bombardamento atomico.
«Ma l'Indonesia ha condannato a morte tre cattolici, nonostante
l'appello del Papa».
Vogliamo provare, con la ragione, a metterci per un attimo nei loro
panni?
Facciamo un esperimento mentale, come il logos consente: poniamo che
un regno cristiano condanni tre musulmani per aver partecipato a
disordini e omicidi inter-religiosi; e immaginiamo che il Gran Muftì,
o l'ayatollah Kathami (3), ne chieda, ne esiga l'assoluzione
non in
quanto «innocenti» (non lo sono) ma in quanto «musulmani».
Non protesteremmo?
Non diremmo che questi musulmani integralisti si impicciano degli
affari nostri?
Che pretendono di essere esentati dalle nostre leggi? (4)
Gli esercizi mentali potrebbero continuare.
Non so se fino al punto di pensare dell'Islam quel che ogni
islamico -
se non è in malafede - è tenuto a pensare di noi cristiani: non
idolatri, ma popolo del Libro, aderente a una fede forse imperfetta,
solo parzialmente vera, ma non falsa.
Forse è troppo, lo so, ma sarebbe un passo avanti.
La storia di Agar e Ismaele però sembra suggerirmi che Dio ha voluto
l'Islam, che gli abbia dato una missione.
Che ci sia in questa faccenda di sangue un compito misterioso - tre
religioni, ciascuna delle quali ha al centro una pietra sacramentale
(la nostra è di carne); ciascuna discendente da Abramo e dalla
rivelazione che ricevette - e storicamente nemiche.
C'è qui una volontà di Dio, misteriosa, da comprendere?
Non so.
Ma forse, troppo facilmente pensiamo che Cristo sia cristiano.
Una cosa è certa: che non lo è al modo di Bush e dei suoi
pentecostali rinati, self-righteous, che diffondono il vaiolo
vendendo coperte a coloro che perseguitano, che dedicano campagne
anti-fumo a coloro che sterminano.
Solo il sospetto che i musulmani stiano soffrendo oggi per un compito
affidato loro da Dio, che versino il sangue per impedire che la
prima «roccia» - la roccia di Abramo, protetta dalla Moschea d'Oro
in
Gerusalemme - venga profanata dal rinnovato rito ebraico
dell'agnello
(l'ultimo Agnello è stato sacrificato, per noi) dovrebbe almeno
farci
esitare nei giudizi di condanna.
Ma anche se rifiutiamo l'idea che i musulmani abbiano un compito -
spina e mistero nella storia - non ci basta, come cattolici, che i
loro bambini siano ammazzati?
Bruciati col fosforo, senza alcuna pietà, in quanto credenti alla
loro fede, da un potere invincibilmente superiore in armi, insensato
e stupido e senza scrupoli?
Non ci pare un segnale abbastanza evidente?
Negare loro solidarietà e aiuto, siamo sicuri che sia ciò che Cristo
ci ha imposto?
Note
1) Frank Rich, «Stuff happens again in Baghdad», Herald Tribune, 25
settembre 2005.
2) David Brooks, «The closing of a nation», New York times, 25
settembre 2006.
3) A proposito: pochi sanno, nella civiltà superiore
dell'Occidente,
che l'ayatollah Kathami è uno studioso di Alexis de Tocqueville, ed
ha tradotto in pharsi «La democrazia in America». non si sa perchè
non si deve sapere. Israele ci ha addestrato a vedere in ogni
musulmano un bruto ignorante e irrazionale, che capisce solo il
bastone.
4) Il problema dell'Indonesia non è l'Islam. E' il problema
di un
arcipelago di 18 mila isole, abitate da 210 milioni di uomini di
centinaia di etnie, religioni e razze diverse, che parlano 300 lingue
e che non sono una nazione; tenute insieme con la forza da una casta
militare senza scrupoli, che utilizza gli odii razziali e religiosi
per mantenere il potere di Giakarta. Così, almeno, dovrebbe
riflettere un cattolico se ascoltasse il Papa e usasse la ragione,
anziché i clichè della propaganda chiamata giornalismo.




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