La nostra strada non va né a destra né a sinistra.Va avanti dritta. (Ernst Junger)Autodeterminazione e lotta di liberazione
Quale Destra?
Quanti hanno abbandonato la sedicente Area in cui si collocano ancora con pretese antagoniste quei movimenti - da Forza Nuova a Fiamma Tricolore passando per il fantasma del Fronte e per le scorie della Floriani - che per motivi di strapuntini e di danaro si sono schierati elettoralmente sulle posizioni più retrive della liberaldemocrazia rinnegando le Idee e tradendo la militanza, non intendono essere in alcun modo identificati con la Destra radicale.
Tanto per essere chiari.Prese di posizione ed aspetti che stanno a dire nostalgismo, reducismo, conservatorismo, razzismo becero, bigottismo (basterebbe qui ricordare, a solo titolo d’esempio, la caratterizzazione fortemente ‘confessionale’ data da Forza Nuova a questioni estremamente delicate come i rapporti con la civiltà islamica ed il mondo arabo, affrontati spesso con toni esasperati di una vera e propria crociata. Tutto questo, tra l’altro, in nome e in difesa di un Cattolicesimo astratto ed idealizzato che nelle sue manifestazioni concrete e secolari appare orientato politicamente in tutt’altra direzione), sono estranei a chi ha compiuto scelte non-conformi e, quindi, di opposizione globale nei confronti del sistema di potere. Se poi ci si sofferma a considerare le tentazioni di rilancio, sia pure per finalità di numeri, di un antistorico Movimento neofascista prendendo a modello il vecchio MSI che ha espresso nel tempo il peggio del conservatorismo di destra, sempre disponibile ad essere ruota di scorta di un sistema di potere filoatlantista e referente degli interessi del piccolo capitalismo nostrano, l‘estraneità diviene alterità.
Noi, come gruppi e come Comunità militanti (dal Movimento Zero di Massimo Fini, a Socialismo nazionale, al MNP, al Delfino) abbiamo sostenuto in occasione dell’ultima tornata elettorale nazionale lo “zero voto” fornendone una spiegazione politica e non tattica (cfr.Astensionismo perché). Nello scenario esistente e nella dimensione attuale, caratterizzata dal’appiattimento onilogo di tutte le formazioni partitiche sulle posizioni di servaggio nei confronti delle centrali usurocratiche sovranazionali è impensabile continuare a considerare le “forme del politico” in termini elettorali. La scelta dello “zero voto” quindi, ancora più che legata ad un obbligo di coerenza ideale, è una scelta di lotta politica diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il “rito del voto” costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie a danno del Popolo.
Da anni ci siamo battuti su posizioni altre, verso un ambizioso e però legittimo posizionamento “al di là della destra e della sinistra” che, a ben vedere, sta a significare il superamento di categorie concettuali estranee alla nostra visione del mondo. Non può esserci per noi - neppure sul piano della provvisorietà “pragmatica” – una scelta di campo a destra, laddove la destra rappresenta un’acritica accettazione di valori ritenuti tradizionali e che, invece, inverano la conservazione di un mondo di cui nulla può essere salvato, perché esso coincide con la difesa dell’Occidente che è nemico dichiarato non soltanto del pensiero eretico nel quale ci si riconosce ma di qualsivoglia tensione ideale diretta a rifiutarlo ed a scardinarne l’assetto politico,.sociale ed economico
Inoltre la morte delle ideologie e l'omogeneità in senso liberaldemocratico delle categorie concettuali politiche e delle vecchie forme di partito, non consentono neppure di poter più parlare di destra e di sinistra. Al più si può parlare di contrapposizioni di comodo. Tra servi. Negli ultimi anni abbiamo assistito ai pellegrinaggi alla City, a Wall Street e in Sinagoga di personaggi che - dismessa la camicia nera o la casacca rossa - andavano alla ricerca di un’ investitura da parte dei signori del Dominio. Tutti figli e tutti servi del Pensiero Unico che sa di oro e di usura.
La dicotomia destra-sinistra continua a rappresentare l’alibi di comodo di quanti non hanno il coraggio di schierarsi sulla trincea dell’antagonismo che solo può rappresentare il superamento di un tempo disegnato dalla congiunzione di Giuda con Caino. Quanto poi è sostenuto da coloro i quali intendono risciacquare la loro cattiva coscienza di rinnegati cercando di dare contenuti ideali alle loro scelte di potere, vale appena ricordare che la destra o è “destra “ o è “sociale”: nel momento in cui la destra si fa sociale automaticamente si estingue come destra..
E le radici culturali?
La sfida politico-culturale epocale è tra l’integrazione e la ribellione al Pensiero Unico che pretende omologare, globalizzare, uni-formare, distruggere le diversità e le identità popolari. Una sfida che significa per il non-conforme andare oltre, al di là degli stanchi stereotipi rappresentati dalla destra e dalla sinistra.
Anche “per farla finita con la destra” come sostenne Stenio Solinas che pure proveniva dai ranghi della nouvelle vague intellettuale di destra.
Personalizzando il discorso io non vengo da lì. Io appartengo ad una generazione che per una manciata di minuti non ha potuto prendere parte all’ultima battaglia della guerra del sangue contro l’oro. Non fui nel tempo giusto un leone morto, ma non sono diventato un cane vivo…
La mia generazione ebbe, a guerra finita, pessimi maestri. Vili, impostori, felloni, voltagabbana.
Intraprendemmo il viaggio con due libri nel tascapane: “I Proscritti” di Von Salomon e “Rivolta contro il mondo moderno” di Julius Evola. Poi imparammo a coniugare Nietzsche e Heiddeger con Platone, Marinetti con Papini, Codreanu con La Rochelle, Brasillac con Céline, Ortega y Gasset con Ezra Pound. “A Eleusi han portato puttane…”. Poi Berto Ricci e Junger… E divenimmo correttamente eretici e jungerianamente ribelli.
La mia formazione è sicuramente evoliana. Ritengo che nessuno possa mettere in dubbio lo spessore "tradizionalista" e quindi rivoluzionario - nel senso del re-volvere - del pensiero di Julius Evola. Ma la Tradizione non ha nulla a che fare con il dottrinarismo tradizionale. Leggere le "Enneadi" di Plotino o le riflessioni sul "Sole invitto" di Aureliano consente di scoprire universi infiniti e però, per dirla con Nietzsche, terribilmente umani. Se, poi, parlando di dottrine tradizionali si vogliono intendere le dottrine politiche che hanno caratterizzato il secolo scorso, certamente il Fascismo nelle diverse manifestazioni con cui si è storicamente espresso ha influenzato la cultura che arbitrariamente viene detta di destra. Una cultura ricca di fermenti ma incapace, oggi, di proporsi con forza sullo scenario mondiale dove continua a farla da padrone il pensiero debole: imposto dalle centrali del potere e veicolato dalle strutture mediatiche.
Esiste una crasi netta, insomma, tra la cultura ufficiale e le culture popolari, "negate" perché non rispettano i canoni imposti.
D’altronde quando si aderisce ad una Weltanschauung trasgressiva che “non va di moda” perché non puzza di usurocrazia, la contrapposizione, l’antagonismo sono obbligati e non si può non cadenzare il passo lungo le vie insidiose, ma capaci ancora di suscitare entusiasmi, della lotta. Non si accetta il popperiano miglior mondo possibile: lo si combatte e basta.
Nello scenario internazionale quali sono gli obiettivi prioritari di un pensiero "antagonista"?
Il Dominio usa disinvoltamente gli strumenti dell'omologazione culturale e della globalizzazione dei mercati per realizzare l'assoggettamento politico dei Popoli. L'azione di contrasto da parte di chi non è stato ancora catturato e che rifiuta comunque di arrendersi non può non essere indirizzata verso la non accettazione globale, anche simbolica, dei "prodotti" del sistema di potere. E' prioritario assumere atteggiamenti e comportamenti funzionali al rigetto delle mode imposte e, quindi, svolgere oggi un'incisiva azione estetica, morale, politica e sociale nel tentativo di raccogliere domani in una struttura organica il variegato fronte di opposizione all'omologazione mondialista.
E i termini dello scontro oggi sono tra imperialismo ed antimperialismo per quanto riguarda il quadro internazionale, tra collaborazionismo e patriottismo per quanto concerne quello nazionale.
Ma intendiamoci sull' "antagonismo", anche perché non è più consentito ai sedicenti no-global di continuare a sostenere di essere la sola espressione del pensiero antagonista. Si mettano le loro tutine bianche e facciano il servizio d'ordine a Massimo D’Alema…Essere antagonisti, oggi, significa battersi contro il disegno globalizzante, espresso non solo dalle grandi banche internazionali, dal Fondo Monetario e dalla stessa Banca Mondiale ma anche dalle grandi holdings e dai manovratori dei cosiddetti "fondi comuni", per riaffermare la sovranità politica e l'indipendenza dei Popoli - anche e soprattutto europei - dalla soggezione anglo-americana. Un tale tipo di battaglia non può neanche concettualmente essere combattuta dai neo o post-comunisti. Loro sono dottrinariamente internazionalisti. E i fini della Terza Internazionale propugnavano quello che oggi pretende imporre il capitale finanziario mondiale: un governo unico e un'economia unica e padrona. In breve il Villagio Globale.
E, poi, i "disobbedienti" sono favorevoli alla società multirazziale voluta ed imposta da quel sistema contro il quale pretenderebbero di combattere...
Ma che cosa s’intende per società multirazziale?
Voglio essere chiaro sino in fondo anche perchè noi socialisti nazionali non vorremmo essere confusi con le idee ed i comportamenti ludici di gruppi della cosiddetta destra radicale che si ispirano ad una concezione oltranzista del cattolicesimo e che giocano a fare crociate anti-islamiche contro finti musulmani.
Il mio rifiuto della società multirazziale discende dalla necessità di opporsi al processo mondialista di omologazione e di omogeneizzazione di uomini e Popoli rispondente al fine di distruggere le differenze e le identità: soltanto attraverso la mescolanza delle etnie e delle razze, e la conseguente distruzione delle diversità culturali, il potere è in grado di eliminare le resistenze al suo disegno globalizzante.
E' per questo che, alla concezione del razzismo strisciante coltivata dal mondialismo senza anima e senza volto, contrapponiamo la concezione plurietnica espressa millenariamente dalla nostra Civiltà. Non etnie svuotate della loro cultura e della loro identità, ma Popoli che sappiano costruire il proprio destino contrastando il falso progressismo dei poteri egemoni.
Le cuspidi delle cattedrali devono svettare sui cieli di Europa ed i minareti sulle onde del deserto.
E a tal proposito è chiaro che noi guardiamo al Sud come luogo geo-politico in cui realizzare la naturale collaborazione organica tra l'Europa Mediterranea ed il mondo mediorientale ed arabo.
Scontro di civiltà e guerre di predazione…
Il sistema di dominio che ha nome Mondialismo ha travolto il diritto internazionale esistente. Per interessi economici (petrolio, pipe-lines e droga) e di strategie geo-politiche. E con l’appoggio di qualche sporca dozzina di Stati europei. Dopo aver aggredito l'Iraq con l'operazione "Desert sturm" (160mila morti civili tra cui 32.195 bambini), si ricominciò in Bosnia a metà degli anni '90 per fare operazioni di "peace keeping" (operazioni di polizia internazionale), si continuò in Somalia e quindi in Kosovo (nella Terra dei Merli dove i Serbi avevano fermato l'invasione turkomanna!) attaccando la Jugoslavia. Interventi detti umanitari. Ed ancora migliaia di morti civili.
Poi fu la volta dell'Afghanistan, prendendo a pretesto le Twin Towers (operazione "terroristica" con la quale notoriamente i Talebani non avevano nulla a che fare) per occupare un territorio determinante, tra l'altro, per il passaggio di un colossale gasdotto (progettato dalla Unocal cui è interessata gran parte dell'attuale dirigenza statunitense a cominciare da Condoleezza Rice!).
E quindi di nuovo l’Irak: giustificando l’aggressione con le fantomatiche ed inesistenti “armi di distruzione di massa”. Ed ora la Terra dei Cedri nella previsione di portare l’attacco ai “Popoli Canaglia”della Siria e dell’Iran. Ma lì sarà diverso…
Attacco preventivo e politica di dissuasione.. "Dissuaderemo chi tenterà di potenziarsi coltivando la speranza di sorpassare o eguagliare la potenza degli Stati Uniti": è il punto centrale e qualificante della dottrina di George Bush contenuta nel "National Security Strategy".
Si è introdotto in termini di brutale arroganza il principio dell'azione preventiva a scavalco della strategia superata e "inaccettabile" della reazione all'attacco. Il gendarme si è trasformato in boia.
Naturalmente per motivi umanitari e in nome della Libertà e della Democrazia. Scontro di civiltà… Fregandosene dei Trattati non ritenuti organici. Tant'è che il Tribunale Internazionale viene cosiderato una Corte "la cui giurisdizione non si estende agli americani ".
All'Aja Bush non prenderà mai il posto di Milosevic. Né quello di Saddam.
La mia posizione (che poi è quella di quanti militano nelle Comunità di Socialismo Nazionale) non può essere oggetto di equivoci. Non sono un pacifista. Mi riconosco con quanto sostenuto ieri da Marinetti ed oggi da Massimo Fini nel suo "Elogio della guerra". Non sono un filo-islamico. L'Islam con le sporche guerre di predazione Usa/Israel non c'entra nulla. E’ a dir poco cialtronesco cercare di spacciare per guerra di civiltà (o di religione!) ciò che è il frutto marcio di una politica mondialista e globalizzante estranea agli interessi dell' Europa in cui noi crediamo e che non potrà mai identificarsi con Maastricht né con gli usurai di Superfinanza.
Ritengo che il nostro compito storico sia quello di fare nostro l’impegno di liberazione del Popolo. Proporci come il Fronte di tutti gli Italiani, qualunque sia stato il loro passato politico, pronti a rimboccarsi le maniche per vincere le due grandi scommesse del nuovo secolo: il lavoro e l’identità nazionale.
Essere insomma – torniamo a ripeterlo – il “riferimento” dinamico di quanti siano disposti a dare vita ad un Movimento di Liberazione.
Liberazione, dunque, sociale ed etno-culturale del Popolo italiano e dei Popoli europei, nella previsione della loro Autodeterminazione in un quadro unitario di un’Europa che geopoliticamente si estende (Progetto Eurasia) da Lisbona a Vladivostok. Liberazione, ancora, dalle logiche del Mercato Unico Globale che manovra la disperazione e la miseria. Liberazione, infine, dall’ingerenza di tutti gli organismi internazionali e delle strutture politico-militari sopranazionali nella vita interna dell’Italia e dell’Europa.
Il progetto
Noi come uomini e come comunità di militanti ci si va attrezzando per la messa in cantiere di un Laboratorio politico-culturale a-ideologico che possa elaborare un modello alternativo di riferimento e di confronto. Insomma un modello che, nel tempo del tramonto della Forma-Stato, nel momento in cui lo Stato ha storicamente cessato di essere il riferimento organico delle particolarità e delle specificità comunitarie ed è divenuto – grazie ai suoi apparati – una pura entità coattiva costruita al fine della tutela degli interessi partitici che operano al servizio delle lobbies economico-finanziarie sopranazionali, si ponga come prospettiva altra a fronte di un’economia-mondo strutturata da attori globali attraverso i quali i principi del liberalismo trovano la loro naturale affermazione.
Il liberalismo poggia le sue fondamenta sull’individualismo. Infrangendo - in tal modo – tutti i legami sociali che vanno al di là dell’individuo. La società liberale non è altro che il luogo degli scambi utilitari ai quali partecipano individui e gruppi mossi dall’esclusivo desiderio di massimizzare il proprio interesse: ogni cosa vale quello che vale il suo valore di scambio, misurato dal prezzo.
Così il liberalismo crea un mondo (vedi Popper) dove:
- i popoli sono sostituiti dai mercati
- i cittadini dai consumatori
- le nazioni dalle aziende
- le relazioni umane dalla concorrenza commerciale
- la “democrazia” dal mercato, come presunta espressione naturale della società che decreta l’estinzione della eterogeneità sociale, l’omogeneizzazione dei valori e del consumismo e dichiara la fine degli Stati (e della Storia!) e delle culture nazionali
Noi, invece, indichiamo nelle Comunità di Popolo l’Idea-Forza per la Lotta di Liberazione dall’occupazione mondialista.
- Il cittadino e la Comunità sono i soggetti politici, social ed economici della Comunità Nazionale. Di qui discende una nuova articolazione dei rapporti e delle potestà che preveda la partecipazione diretta alle scelte politiche e di organizzazione della vita sociale ed all’edificazione di un assetto economico non incentrato sul principio del profitto e dell’utile ma su quello organico della funzione produttiva orientata verso il “Valore di Servizio” della Comunità.
- I cittadini liberi sono quelli che posseggono un “Reddito di Cittadinanza” che è un diritto inalienabile che va assicurato a chi opera e produce nella comunità e per la Comunità
- Sono i Popoli – in quanto espressione delle esigenze comunitarie – i proprietari delle risorse economiche e dei mezzi di produzione
- La Banca e la grande impresa sono “Funzioni di Servizio” della Comunità ai cui cittadini spetta la proprietà della moneta.
- Gli strumenti finanziari ed economici debbono servire a realizzare il benessere della Comunità e non a soddisfare le esigenze di usura e di profitto dei groups locali e multinazionali su cui si fonda il potere mondialista e globalizzante.
- Gli Uomini e i Popoli che noi difendiamo non sono quelli che producono e consumano merci ma quelli che “sono” la Comunità e che se “hanno” lo hanno nella Comunità e per la Comunità.
La riconquista del Territorio
La ri-costituzione dell’entità Stato non può avvenire se non sulla base delle culture popolari, delle specificità, delle identità comunitarie, di tutto ciò che insomma appartiene alla dimensione etno-ecologica delle realtà di Popolo. Realtà che - a ben vedere – mal si conciliano con l’idea di Stato Nazionale. Il Territorio – sia nella micro che nella macro espressione supernazionale – è stato occupato da sedicenti amministratori che esercitano il loro mandato in nome e per conto di un dominio che è estraneo alle Comunità ed ai Popoli e che impone regole che coincidono con le leggi del profitto e dell’utile proprie di una società mercantile.
Di qui la devastazione dell’ambiente e l’annientamento delle identità e delle culture.
La riconquista del Territorio significa radicarsi sul Territorio (anche concettualmente inteso), viverne la consonanza, ricostruirne l’identità. Riconquistare il Territorio, insomma, non è pensabile se non come azione politico-culturale diretta concettualmente a rivedere le forme del rapporto Uomo-Comunità e, quindi, Comunità_Stato.. Non sono i Partiti ma le Comunità esistenti sul Territorio le realtà naturali. Compito di un movimento popolare è quello di “aprirsi” alle Comunità e organizzarle.
La riconquista è la nostra Sfida e il Laboratorio è il Progetto per realizzarla. Attraverso il Movimento che non è il “prima” ma il “dopo” dell’operazione politica.
Strategia “rovesciata”
Abbiamo perso troppo tempo ad inseguire la demenzialità spacciata per politica. O peggio ancora la supponenza ritenuta realismo politico da parte di strateghi espressione del nulla.
Eppure abbiamo notizie di iniziative intese ad aggregare nella previsione di un articolato, improbabile fronte i “camerati” provenienti dalle diverse fallimentari esperienze elettoralistiche o addirittura militanti in in AN… Dinanzi a tali iniziative poniamo uno sbarramento invalicabile. Per motivi di ordine politico e, quindi, di ordine etico ed estetico
Noi, per altro, non crediamo che “logiche di loggia” possano legare i “camerati” ad un progetto politico rivoluzionario o quanto meno alternativo. Anche perché non esistono uomini che abbiano la statura ed il carisma del capo e lo stesso livello della militanza è nel tempo scaduto adeguandosi – purtroppo – ai trends generazionali, sempre più simili a quelli della “razza sfuggente”.
Quale strategia allora? Una strategia “rovesciata” a fronte di quella non più percorribile movimento-progetto politico. Non si parte con i camions in cui si ammucchiano senza distinzione di origine e di metallo i “camerati” Né – come sostenuto – dalla “loggia” della quale fanno parte indistintamente gladiatori e circoncisi ideologici in base alla logica della funzione che spesso viene fraintesa con quella dell’infiltrazione.
Si parte dal Laboratorio politico-culturale che deve elaborare il Progetto che dovrà, poi, essere realizzato dal Movimento. Avendo ben chiari i nuovi segmenti che vogliamo andare a rappresentare ed a rendere compiuti nelle funzioni.
“Noi non conserviamo santini unti di patina agiografica, né proseguiamo le esperienze concluse e gli esperimenti esauriti dal movimento legionario romeno, da quello nazional-socialista tedesco e da quello fascista italiano. Rappresentiamo invece un nuovo segmento sulla medesima linea retta, punti successivi che subentrano ai precedenti nello stesso significato in loro racchiuso, provvisori quanto i precedenti negli atti e nelle opere, ‘provvidenziali’ quanto i precedenti nei compiti e nelle funzioni.” (cfr. F.G. Freda, Professione d’identità, Risguardo IV, 1985 pag. 12).
Noi abbiamo, insomma, il compito di farci “lievito” per ricreare un senso nuovo della politica, superando la raffigurazione di parte in direzione di un obbiettivo comunicabile, chiaro, comprensibile: la costruzione del Movimento di Liberazione Nazionale.
Dal 2 giugno i militanti che si sono incontrati a Isola Farnese hanno dato vita al Laboratorio. E in esso e con esso vanno operando.
Paolo Signorelli


Rispondi Citando



