30/09/06, "il Manifesto"
A Roma e Padova, contro guerre e muri di sinistra
Martedì 3 ottobre 2006
Oggi non sarò a Roma, insieme a molti miei compagni, anche se avremmo voluto esserci, alla manifestazione contro la guerra. Ogni giorno che passa diventa più nitido il prodotto finale delle scelte politiche del governo. Nessuna svolta sulla guerra che rimane «normalità» nel governo di un mondo ingiusto, in cui miseria e diseguaglianza devono essere mantenute con la forza dei militari. L’ultimo atto della farsa delle «truppe di pace in Libano» è ben rappresentato dal voto bipartisan in Parlamento: sono tutte missioni di pace, da sempre. Come dice Bush, come dice Fini. Come dicono tutti lorsignori deputati ex «no war». Che l’Onu possa diventare il commissariato globale di polizia è oggi la massima aspirazione di coloro che da «nonviolenti assoluti» ci hanno più volte bacchettato perché «indossare un casco a una manifestazione è violenza». L’Afghanistan intanto continua ad essere martoriato, e le belle parole sulle «exit strategy» tornano chiuse in bare tricolori.
In Libano è la Cina, un paese da 10 mila condanne a morte all’anno, a garantire insieme all’esercito di centrosinistra la «democrazia». Come fece in quella Piazza Tienanmen dove Prodi ha sfilato di recente, onorando i macellai di allora. Come in Afghanistan è un parlamento imposto dagli Usa. In Pakistan invece è una dittatura militare quella a cui fare riferimento. Israele tiene ben salde per noi le centinaia di atomiche che riempiono i suoi granai, ma la preoccupazione è che l’Iran ne costruisca una. La guerra globale, asimmetrica anche nelle fattezze unipolari o multipolari che a seconda delle circostanze assume, la possono mettere in discussione solo i movimenti, non i governi. I governi, come questo di oggi in Italia, andrebbero presi per il collo, costretti a piegarsi sotto i colpi di un conflitto sociale radicale, e umano, che spazzi via tanto orrore e tanta ipocrisia. E’ quel «que se vajan todos» argentino, quel «Ya Basta!» messicano, che ci vorrebbe anche qui.
Non siamo a Roma oggi ma a Padova, dove una settimana fa gli stessi «nonviolenti assoluti» ci hanno fatto sparare addosso i gas Cs di Genova, ci hanno fatto arrestare dopo aver avuto teste, braccia, nasi, rotti con i manganelli tonfa, sempre di Genova. Dovevano far difendere dalla loro polizia, quella del ministro Amato che vuole i cpt speciali, «perché i migranti portano le malattie», una zona rossa, sempre come a Genova. E dietro la zona rossa non c’era un vertice di potenti, c’era solo il simbolo del loro piccolo, ignobile potere. Un muro, alto tre metri e lungo 80, che serve a «isolare le bande di spacciatori» del ghetto di Via Anelli.
Peccato che lì vi abitino in tanti, famiglie, donne, uomini, bambini, e non per colpa loro. Peccato che sia il proibizionismo a trasformare ogni anfratto in un supermercato di droghe illegali, gestito da commessi che vendono per farsi. Peccato che una città sia stata divisa militarmente, tra «buoni, sani, bianchi» e «neri, sporchi, malati e drogati».
E sul 4 novembre «contro la precarietà» cosa dobbiamo fare? Lo spirito dell’assemblea di luglio è morto e sepolto. Dobbiamo trovarci a fare la parte della piazza addomesticata che serve a una parte di governo per dire che è di sinistra, nonostante tutto? Dobbiamo mobilitarci contro la Bossi-Fini mentre il decreto Amato è peggio? Dobbiamo batterci contro la legge Biagi, abbracciando Treu, Visco e Padoa Schioppa?
E quelli dei partiti di governo che si sono già impadroniti di questa mobilitazione per svuotarla di senso, hanno chiaro che è ridicolo mobilitarsi contro il governo, quando sei il governo? Ai compagni che oggi sono a Roma, a tutti quelli che continuano a battersi in città, quartieri e università, noi giriamo la domanda: per quanto li lasceremo giocare ancora?
di Luca Casarini
* fonte "il Manifesto"




Rispondi Citando