Perché nasce il Partito Comunista dei Lavoratori che vede in Marco Ferrando il suo leader?
A dire il vero il Partito Comunista dei Lavoratori non è ancora nato.
Il Partito Comunista è lo strumento delle lavoratrici e dei lavoratori per modificare lo stato di cose presenti, per trasformare e rivoluzionare questa società basata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Non è quindi qualcosa che si possa costituire solo sulla base di una volontà soggettiva.
Il percorso che ci siamo dati quindi non è stato, ne avrebbe potuto essere, quello della costituzione immediata del nuovo Partito, ma è stato invece quello di avviare un processo costituivo ampio con l'obiettivo di coinvolgere il maggior numero di militanti, di avanguardie di classe, di lavoratori.
Un processo che ha il nome di "Movimento costitutivo del Partito Comunista dei Lavoratori" e che si è dato un anno di tempo per arrivare al congresso costitutivo del nuovo Partito.
Le ragioni, i "perché", di questo processo che porterà alla nascita del Partito Comunista dei Lavoratori stanno nella fine della cosiddetta "sinistra radicale" (PRC-PdCI-Verdi) come forza politica di alternativa e nel suo definitivo appiattimento all'interno di un regime bipolare che nega la possibilità di una rappresentanza autonoma di classe.
Sono ragioni che non appartengono solo a chi promuove questo processo ma a tutta la classe, a tutti i lavoratori, a tutti gli sfruttati.
Vi presenterete ai prossimi appuntamenti elettorali?
In linea di massima non intendiamo precluderci la possibilità di esercitare il nostro diritto di tribuna all'interno delle assemblee elettive. Con la chiarezza che non ci potrà essere nessun tipo di convergenza con nessuna forza politica che rappresenti interessi borghesi e padronali. L'interesse di classe che vogliamo rappresentare non è mediabile né concertabile.
Fatte salve queste discriminanti, le modalità di una partecipazione del Partito Comunista dei Lavoratori ai prossimi appuntamenti elettorali saranno definite dal congresso costitutivo.
Quanto ha inciso la mancata candidatura tra le fila del PRC alle ultime politiche del vostro leader Marco Ferrando a seguito delle note dichiarazioni sulla resistenza irachena?
Nulla.
Nel gennaio 2003 abbiamo preso, come sinistra del PRC, una posizione politica precisa, che poi abbiamo sempre sostenuto pubblicamente: se l'Unione avesse vinto le elezioni politiche e se Rifondazione avesse partecipato con propri ministri al futuro governo di centrosinistra, il giorno stesso del voto di fiducia a questo governo sarebbe stato necessario costruire un'opposizione da sinistra e dalla parte dei lavoratori.
Quando tutto questo è successo, abbiamo fatto quello che avevamo sempre detto che era necessario fare.
Questa coerenza forse ha sorpreso chi pensava si trattasse solo di dichiarazioni di comodo, funzionali solo a negoziare posti di potere all'interno di Rifondazione. Da qui la favoletta sulla scissione determinata dalla mancata candidatura al Senato. Che è appunto solo una favoletta, per altro qualunquista e funzionale a minimizzare il significato politico reale della nostra proposta.
Cosa vi divide di più dal Partito di Rifondazione comunista?
Ci sono molte questioni politiche che ci dividono dai dirigenti di Rifondazione, e il loro numero aumenta di giorno in giorno.
La questione centrale però è la visione fortemente egocentrica che i dirigenti di Rifondazione hanno della politica. Sembrano convinti davvero che un governo che è espressione della grande borghesia italiana possa essere trasformato in qualcosa di diverso dalla presenza al suo interno di un ministro e di un paio di sottosegretari di Rifondazione.
E si illudono che il movimento dei lavoratori e i movimenti in generale, privati di alternative, non possano che far riferimento e dar forza a quel ministro e a quei sottosegretari perché spostino a sinistra l'asse dell'Unione.
La tesi che sostengono questi signori e più o meno questa: "dal momento che noi, dirigenti di Rifondazione, non vediamo altra strada se non quella dell'accettazione del sistema bipolare, della partecipazione al governo dei banchieri e degli industriali, della mediazione a perdere degli interessi di classe, altre strade non possono esistere!". Questo rispetto ai dirigenti di Rifondazione.
Rispetto a quanti sono ancora iscritti e militanti di questo partito alla deriva, ne comprendiamo lo smarrimento e la confusione e rinnoviamo loro il nostro appello a lasciare un partito che di comunista non ha più nulla per impegnarsi nella rifondazione di una prospettiva di liberazione dallo sfruttamento capitalistico, nella costruzione di un nuovo Partito Comunista.
Come giudicate questi primi mesi del Governo Prodi? Secondo voi il Governo durerà?
Il problema non è se il governo Prodi durerà e quanto durerà. Il problema è che la prospettiva attuale non prevede alternative ma solo alternanza bipolare.
Polo e Unione rappresentano due diverse concezioni politiche borghesi all'interno di un regime bipolare che non prevede la possibilità di una rappresentanza autonoma di classe.
Rispetto al governo Prodi diciamo lo stesso che dicevamo rispetto al governo Berlusconi: il governo deve cadere sull'onda di una mobilitazione popolare che crei la possibilità di un cambiamento radicale.
Dal punto di vista dei lavoratori far cadere un governo per assegnare una delega in bianco ad un governo differente che però rappresenta gli stessi interessi padronali e industriali significa solo illudersi che cambi qualcosa, mentre in realtà cambia poco o nulla.
Quali, a vostro giudizio, gli interventi prioritari per rilanciare il "Sistema Italia"?
Qui non c'è nessun "Sistema Italia" da rilanciare!
Parlare di "Sistema Italia" o di "Azienda Italia" serve solo a mistificare come interesse generale, cioè di tutto il paese, quello che invece è l'interesse specifico di una minoranza che vive sfruttando il lavoro della maggioranza.
Dire che il "Sistema Italia" è in crisi e deve essere "rilanciato", vuol dire che sono in crisi i profitti e si vuole rilanciarli prendendo soldi dai salari.
Quindi se il "Sistema Italia" è in crisi, noi non lo rilanceremo di sicuro.
Quello che vogliamo difendere non è la borsa di Milano ma la borsa della spesa delle famiglie operaie, in crisi per i tagli ai salari e per il furto delle pensioni e dei TFR.
Secondo voi la rivoluzione è ancora un'opzione possibile nello scontro di classe?
Tutte le opzioni sono possibili all'interno dello scontro di classe.
La classe degli industriali e dei banchieri non si nega nessuna opzione nel tentativo di imporre i propri interessi contro i lavoratori, gli sfruttati, gli oppressi.
Se necessario è disposta a tentare il colpo di stato (come in Venezuela), a finanziare il terrorismo (come a Cuba), a sospendere le garanzie costituzionali (come negli USA con il Patrioct Act), a reprimere, uccidere, corrompere... e se ce n'è bisogno è disposta a scatenare la guerra infinita contro il mondo intero.
Perché mai la classe degli sfruttati dovrebbe rinunciare alle sue opzioni?




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