| Lunedi 2 Ottobre 2006 - 19:12 | u.g. |
Il 25 settembre Junikiro Koizumi, primo ministro giapponese dal 2001, ha lasciato la presidenza del Partito Liberal-Democratico al suo delfino designato Shinzo Abe, dimettendosi nel contempo dalla carica di capo del governo. All'inizio dell'estate erano avvenute la rinunzie dei due principali avversari di Abe, il più anziano Yasuo Fukuda e del ministro degli Esteri Taro Aso: Shinzo Abe aveva agevolmente sbaragliato i due contendenti con una maggioranza dei due terzi dei consensi liberaldemocratici. Il Partito Liberal-Democratico, come noto, è egemone in Giappone da oltre mezzo secolo.
Diventato nuovo premier giapponese, Shinzo Abe ha confermato Taro Aso quale ministro degli Esteri, l'incarico che appunto ricopriva da poco meno di un anno sotto Junichiro Koizumi. È un attestato della fiducia che l'ex capo di gabinetto ha dunque riposto in Aso, come lui "nipote" d'arte: entrambi hanno avuto nonni che sono stati primo ministro. Ma è anche un segnale della sintonia politica tra due falchi liberaldemocratici, convinti assertori della necessità che il Giappone assuma un profilo più alto sulla ribalta internazionale. Una sintonia che non è stata incrinata neppure dalla sfida che Aso aveva lanciato a Abe per la successione a Koizumi alla guida dei liberaldemocratici.
Le priorità della politica estera del nuovo governo, ha annunciato Aso, saranno la ricucitura con la Corea del sud e una normalizzazione dei rapporti con la Cina: un incontro di riconciliazione tra Abe e il presidente Hu Jintao si potrebbe tenere ai margini del vertice Asia-Pacifico in programma a novembre in Vietnam. Per il disgelo tra Tokyo e Pechino sotto la guida di Abe sta naturalmente premendo - per evidenti interessi di egemonia atlantica nel Pacifico, il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice.
Fatto sta, però, che Pechino chiede in cambio della cosiddetta “normalizzazione” diplomatica una sorta di harakiri al governo giapponese.
Pechino vuole infatti che il nuovo premier nipponico, un sincero nazionalista quanto e come il suo predecessore, rinunci alle visite al tempio di Yasukuni Jinja in cui si onorano come Eroi ( perché protettori della patria giapponese) i Caduti nipponici, compresi quelli che i Signori della guerra autori delle distruzioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki hanno avuto la sfrontatezza di dichiarare criminali di guerra.
Era stato infatti Junikiro Koizumi, appena eletto premier, nell’agosto del 2001, a recarsi - nonostante i divieti protocollari seguiti alla capitolazione del Giappone nella seconda guerra mondiale - presso lo Yasukuni Jinja per rendere omaggio ai Caduti, tra questi quindi anche al generale Hideki Tojo e ad altri 13 alti ufficiali del Tenno condannati all’impiccagione da una corte militare dei vincitori.
Peraltro lo Yasukuni Jinja è, dalla sua fondazione “il” tempio eretto su volontà imperiale - alla fine della guerra civile Boshin (1869) - in memoria di coloro che avevano reso con la loro vita e le loro opere onore alle tradizioni nazionali nipponiche.
Delle oltre mille tavolette della memoria conservate nel tempio l'80% sono quelle dei Caduti nella seconda guerra mondiale e sono lì definite quelle dei "martiri tra il 1926 e il 1989".
La “condizione” posta dalla Cina è in realtà un affronto al più profondo senso dell’identità giapponese: basti pensare che sono ogni anno almeno un centinaio di parlamentari - e centinaia di migliaia di cittadini - a recare il loro omaggio al tempio Yasukuni, sfidando “i protocolli” della capitolazione del 1945 ancora oggi.
Una condizione “di guerra”, quella cinese, che avrà ben poche possibilità di essere accettata dal nuovo vertice di Tokio. Anche perché accompagnata dall’ulteriore richiesta cinese di una “restaurazione democratica” dei testi scolastici, considerati apologetici verso i cosiddetti crimini di guerra commessi dai Giapponesi nella Cina occupata (1925-1945) e dunque ritenuti provocatori da Pechino.
Tra l’altro non è ancora chiaro cosa farà il nuovo governo in materia di riforma del Consiglio di sicurezza dell'Onu dopo che negli ultimi mesi Tokyo si è defilata dalla battaglia del G4 per la creazione di nuovi seggi permanenti ed è sembrata voler giocare una partita in proprio al Palazzo di Vetro.
L’eredità
del nuovo premier
Shinzo Abe rappresenta la continuità con Koizumi.
L’ex primo ministro giapponese nel suo mandato aveva cercato di inserire una rinascita nazionale nipponica tra le maglie in via di sfaldamento dell’egemonia Usa nel Pacifico.
Alla guida del Paese dopo dieci anni di grave crisi economico-finanziaria (detta keizaiteki kiki) negli Anni Novanta (declino della crescita allo 0,1 per cento l’anno, determinato dallo deflagrazione di varie bolle speculative, non ultima quella immobiliare e borsistica, fallimento a catena di industrie e banche per effetto della contrazione delle esportazioni) e l’affanno congiunturale determinato dai diktat del neoliberismo e del forzato allineamento alla strategia statunitense e bancaria internazionale - non ultimo l’effetto disastroso, per l’economia nipponica, dell'accordo (Basilea, 1988) della feroce Banca dei regolamenti internazionali (Bis) che imponeva alle banche impegnate in affari internazionali di mantenere, alla fine dell'anno fiscale 1992, il proprio capitale a una dimensione pari a più dell'8% dell'attivo totale – il premier Koizumi aveva tentato una risposta in linea con la più profonda tradizione nipponica: il cosiddetto “seishin”, lo “spirito di volontà”, e cioè quell’appello alla “volontà ferrea” del popolo nipponico che nella storia era servita a superare le prove nazionali più ardue. Un retaggio della cultura samuraica.
In pratica aveva richiesto alla nazione, ai cittadini, di partecipare ad un grande sforzo per la ripresa economica. Un appello, quello di Koizumi, apparentemente simile a quelli avanzati in varie parti del mondo, nella stessa epoca o comunque nelle more della crisi economica generale (esempi “lacrime e sangue” in Italia, austerità in Russia).
Uno sforzo per risalire la china che soltanto oggi, dopo un quinquennio di governo Koizumi, sta dando frutti, ma che è però costato la privatizzazione delle poste giapponesi, maggior istituto finanziario del paese, nonché principale datore di lavoro, ed altre misure imposte dai sostenitori americani della reaganomics (come in Italia è accaduto con il governo Berlusconi). Non a caso tra il 1998 e il 2000, il governo statunitense aveva chiesto a Tokio di abbassare a zero i tassi d'interesse, di ridurre la pressione fiscale, aumentare la spesa pubblica e salvare le banche. Secondo il maggiore economista nipponico, Oomae, così gli Stati Uniti stanno chiedendo al Giappone manovre economiche che, ostacolando lo “seishin”, impediscono di fatto una vera ripresa.
Con l’avvento dell’esecutivo Abe, si diceva, vince tuttavia la linea della continuità con Koizumi. Perché il Giappone possa uscire dalla crisi che l'ha attanagliato, insomma, occorrerà sfruttare le risorse autentiche di quella nazione priva - come l’Italia - di materie prime e di ricchezze naturali: la volontà ferrea, la creatività e l'ingegno intellettuale.
Anche in un’altra direzione l’esecutivo Abe proseguirà la strada fatta propria dal predecessore: la ricostituzione - con una modifica costituzionale - dell’esercito giapponese, attraverso l’invio di contingenti nei teatri di guerra o di pacificazione post-guerra, come in Afghanistan o in Iraq. Esattamente lo stesso percorso delle altre nazioni sconfitte nella seconda guerra mondiale: Germania, Italia e, perché no, Romania.
E’ indubbio che il nuovo primo ministro proseguirà la catena del riarmo giapponese, trasformando le "Forze d'Autodifesa" (che già di per sé rappresentano uno dei più forti eserciti mondiali, almeno sulla carta) in autentiche forze armate anche offensive.
All’orizzonte anche la questione nucleare. Non è immaginabile che, pur firmatario dell’accordo capestro tnp (trattato di non proliferazione nucleare), il Giappone possa rinunciare a tale tecnologia quantomeno per uso civile.
Se la vicinanza con la Cina, giàpotenza nucleare, non fosse di per sé abbondante motivo strategico per reclamare - almeno - l’utilizzazione pacifica di tale tecnologia, quanto accadrà in questi mesi nel braccio di ferro degli Usa con l’Iran fornirà indubbiamente ancora più motivazione ad una richiesta nipponica di partecipare a pieno diritto al club delle nazioni nucleari.
Verrà portata anche a termine la riforma scolastica di Koizumi, incentrata sulla promozione dell'amor patrio e del nazionalismo tra le nuove generazioni.
Un confronto
con Cina e Usa
Un’altra politica sgradita a Pechino. Che continua, senza soluzione di continuità quella di Koizumi che, non a caso, aveva deciso di disincentivare gli investimenti nipponici in Cina.
Ma sgradita anche ai padroni occidentali, ancora saldamente in possesso del territorio giapponese occupato: la diffusione del senso della patria nel Sol Levante non può infatti far crescere l'ostilità verso gli USA, la potenza che occupa militarmente il Giappone dopo il lancio criminale di due bombe atomiche, che ha imposto il disarmo e l'abbandono delle tradizioni (tra tutte, il culto della divinità del Tenno) e che ha promosso un'intensa occidentalizzazione delle ultime generazioni giapponesi.
Non a caso l’allargamento della base dei Marines a Okinawa è stata bocciata in un referendum da 9 cittadini su 10; inoltre, in concomitanza con le ultime commemorazioni dei crimini d'Hiroshima e Nagasaki, i comuni cittadini giapponesi e molte personalità della politica o della cultura hanno espresso un chiaro rancore verso il padrone nordamericano.
Dunque, a prescindere forse da Koizumi ieri e, oggi, da Abe, questo ricorso all’anima profonda del Giappone, sta generando un patriottismo irredentista ed antiamericano: non dimentichiamo che il sistema scolastico e la costituzione vigente furono ideati proprio dall'occupante statunitense dopo il 1945. Nel frattempo,
La politica
estera
Sessantacinque anni, di Fukuoka, Taro Aso, confermato ministro degli Esteri, è figlio dell'ex titolare del colosso del cemento Lafarge Aso che è stato anche uno dei maggiori sponsor dell'ex premier Kakuei Tanaka. La madre era figlia di Shigeru Yoshida, che guidò il governo del Sol Levante a cavallo tra gli anni '40 e '50.
Politico non incline a compromessi - e anche duro nelle sue esternazioni (nel 2001 affermò di un deputato della Dieta, Hiromu Nonaka, che non poteva censurare il governo perchè "barakumin", termine giapponese dispregiativo verso la gente delle periferie e delle campagne un tempo discriminata negli incarichi politici) - Aso non è certo un campione di diplomazia “democratica”. Nel 2003 ricordò per esempio che sotto il dominio giapponese del Manchu-kuo molti coreani avevano riesumato nomi nipponici. A metà ottobre del 2005 Aso affermò in pubblico che il Giappone era l'unico Paese al mondo formato d "una nazione, una civiltà, una lingua, una cultura e una razza".
La sua linea del “confronto” con la Cina (e con gli Usa) è esattamente opposta a quella di Yasuo Fukuda, figlio di quel Takeo che, sul finire degni anni '70, ideò la cosiddetta "dottrina Fukuda" che stabiliva quale interesse geopolitico del Giappone quello di sviluppare relazioni armoniose con gli altri paesi asiatici, in primis la Cina.
Yasuo Fukuda era un convinto sostenitore della dottrina paterna, e per questo sarebbe stato l'uomo preferito dai cinesi: la sua rinuncia a concorrere alla presidenza del PLD è equivalso anche ad un riconoscimento dell'investitura di Abe quale successore di Koizumi alla carica di primo ministro.
La scelta di Abe al premierato e di Taro Aso agli Esteri rappresenta per il Giappone, dunque un chiaro indirizzo di politica internazionale.
Tokio guarda a Nuova Dehli, piuttosto che a Pechino, e a dispetto delle pressioni americane, quale possibile partner per i propri interessi geopolitici in Asia.
Le trattative, ormai definite, per un largo contratto di fronitura di gas indiano ne sono la conferma in politica economica.
Rompendo la stretta dipendenza energetica dalla Russia (una partnership di recente messa dura prova anche dalla decisione russa di sospendere lo sfruttamento petrolifero di Sachalin II, finora eseguita da un consorzio che comprende anche Mitsui e Mitsubishi, in un’isola, cioè, giapponese nella sua parte meridionale fino al 1945), il Giappone non fa che diversificare i suoi approvvigionamenti e recuperare tasselli di sovranità nazionale. Senza tuttavia, nel caso della Russia in particolare, prodursi in politiche di isolamento.
E’ con la Cina il vero e storico contenzioso di Tokio. Una Cina non a caso per decenni favorita nel suo sviluppo economico “di mercato” dall’Occidente in funzione, anche, anti-giapponese.
u.g.




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