«Non si vive di sola soft economy. L'esigenza è recuperare un ruolo di indirizzo»
Alfonso Gianni:«Sì, c'è bisogno di un nuovo strumento di programmazione»
Gemma Contin
E’ una formulazione magari un po’ burocratica, che va letta con attenzione. Si parla del sottosegretario allo Sviluppo economico Alfonso Gianni che, tra le deleghe che gli sono state attribuite, ha ricevuto anche quella sulla riforma del sistema industriale. Sulle sue possibili evoluzioni, anche in rapporto al mutato scenario europeo e globale, nonché su una “visione” di programmazione industriale che, ben lontana dal “dirigismo” di cui viene accusato il governo di centrosinistra e il ministro Bersani, sia in grado di restituire un respiro strategico alle potenzialità produttive del Paese. Preannunciato un disegno di legge dal ministro, due settimane fa, messo finora in ombra dalla scadenza della Finanziaria, abbiamo intervistato il sottosegretario Gianni per cercare di riprendere quel filo di ragionamento, al di là dell’attuale fase congiunturale.
Onorevole Gianni, parliamo di questo “piano industriale”, anche alla luce della Finanziaria che sta per essere varata, ma non solo limitato ad essa. Da dove parte l’esigenza di ripianificare, dopo anni di lassez faire?
Il disegno di legge Bersani parte da una filosofia di fondo, che io condivido, molto ambiziosa. Poi, come sempre, la sua traduzione pratica dovrà esser vista nei fatti. L’ambizione è quella di ridare al Paese uno strumento di programmazione industriale che mancava totalmente, partendo dal presupposto che il nostro paese abbia bisogno dell’industria. Si pensa, con questo disegno di legge, che l’Italia non possa vivere solo di “soft economy” e neanche che possa accettare la delocalizzazione delle imprese esistenti verso paesi che garantiscono minor costo del lavoro. Casomai le imprese si devono internazionalizzare e non delocalizzare, cosa molto diversa, e si pensa che si debba invece essere presenti in tutte le principali voci che costituiscono l’industria moderna. E questa mi sembra una correzione di rotta molto opportuna dopo l’ubriacatura della fine del lavoro, della fine dell’industria, dell’immaterialità della produzione. Tutte sciocchezze. Riconoscere un carattere più consistente dell’agire comunicativo non toglie di mezzo il problema dell’industrializzazione. Casomai la modernizza e la ricolloca in un altro quadro.
Ma intanto è cambiato tutto, non solo perché c’è la Cina che avanza ma perché siamo immersi nel sistema europeo e perché lo Stato ha minori poteri di intervento, ad esempio rispetto alle regioni. Come dovrebbe articolarsi allora questo piano industriale?
Il disegno di legge tiene conto della nuova realtà mondiale e istituzionale. I poteri di un governo nazionale non sono gli stessi che si sono posti i fautori della programmazione economica negli anni sessanta. C’è l’Europa, nel bene e nel male, c’è soprattutto un’economia globalizzata, e ci sono le Regioni che operano in forme alle volte strampalate di federalismo. Quindi il governo deve muoversi tra queste due realtà: una che gli sta sopra, quella europea, e una che gli sta sotto: le regioni e le loro competenze.
E allora?
Quello che viene proposto riguarda tre grandi questioni, che il ministro cercherà di far stare dentro la Finanziaria. In pratica il disegno di legge è stato “ridotto in pillole” in modo che la parte più congrua sia la spina dorsale della Finanziaria.
Diceva tre grandi filoni...
Le tre idee di fondo che regolano questo disegno di legge sono sostanzialmente: progetti di carattere nazionale che si basano sull’individuazione dei settori strategici dell’economia nazionale; progetti di carattere nazionale individuati con il concerto della Conferenza Stato-Regioni, che prevedono un approfondimento anche a livello territoriale e costituiscono l’ossatura di un piano di programmazione industriale triennale, scorrevole, presentato ogni anno al Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) dal Ministero dello Sviluppo economico di concerto con il Ministero dell’Università e della Ricerca e con il Ministero delle Riforme e l’Innovazione della Pubblica amministrazione, acquisito il parere della Conferenza Stato-Regioni.
E il sistema delle imprese? e i sindacati?
E’ prevista una consultazione pubblica, anche telematica, acquisendo osservazioni e proposte. Questo vuol dire - e mi compete in modo specifico perché attiene alla mia delega - aprire un confronto con tutte le parti sociali: sia i datori di lavoro, sia le organizzazioni sindacali, sia le varie associazioni che operano nel mondo economico, ad esempio le Camere di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura. Come si vede, una consultazione intensiva, bilaterale e multilaterale. Io penso però anche di costituire presso il Ministero un Comitato scientifico, individuando alcune personalità eminenti che si occupano di politica industriale.
Una task force?
No, non una task force, ma proprio un Comitato di accademici ed esperti; un think tank: un serbatoio pensante di progettazione e di confronto sulle grandi linee di politica industriale. Quindi confronto con le istituzioni locali, con le parti sociali, con gli altri Ministeri ma anche con le intellettualità che vogliono darci una mano a riprogettare questo Paese. Detto per inciso: tutto gratis, niente consulenze, niente gettoni di presenza.
Da qui dovrebbero nascere i progetti?
Da qui si dovrebbe arrivare all’elaborazione delle linee strategiche per la competitività e lo sviluppo. Questo poi ci permette di articolare dei progetti di innovazione industriale. Tutto questo ha un andamento verticale ma per sfociare in una orizzontalizzazione, nel senso che per determinati progetti: le energie alternative, i “nuovi bisogni”, il sanitario-medicale, l’agro-alimentare, ci possono esser delle vocazioni specifiche di alcune regioni. E’ chiaro che la loro incidenza nell’elaborazione e nella gestione del progetto diventa determinante.
Con quali dotazioni finanziarie?
E’ prevista l’istituzione di quello che vien chiamato “il Fondo dei Fondi”, che dovrebbe andare in Finanziaria. All’articolo 4 del disegno di legge è previsto il “Fondo per la competitività e lo sviluppo” nel quale vengono fatti confluire fondi già esistenti, come quello della legge 289 del 2002 (Tremonti bis, per l’innovazione, ndr) e la 448 del 1998 (Bersani per le piccole e medie imprese, ndr). Quindi un unico grande fondo a cui poter attingere. Ma oltre a questo, gestito dal Ministero dello Sviluppo economico, all’articolo 5 è previsto, presso il Ministero dell’Università e della Ricerca, un “Fondo per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica-First”. Si tratta di coordinarli in modo che diventino sinergici.
Il terzo capitolo?
L’altro pezzo importante è il riordino delle agevolazioni alle imprese. Si prevede sia un sistema di carattere automatico sia un sistema di incentivazione vincolata a questi progetti, in modo da rendere l’incentivazione alle imprese coerente con i criteri di programmazione industriale. Gli automatismi invece sono legati a vecchi residui legislativi che richiederanno un riordino.
Sparisce il concetto di distretto industriale?
Ciò non è esplicitamente previsto, ma indubbiamente l’idea non è quella di uno sviluppo industriale e produttivo a macchia di leopardo. Non si tratta di violentare il territorio, ma di costruire una catena di valore, più esattamente una filiera, che nella sua dinamica complessiva può anche coincidere in un tratto con un “invaso”, ma che poi deve riprendere il suo andamento di interconnessione con altre stringhe di produzione di valore, cercando di far uscire i distretti dalle strettoie del loro isolamento, che mi pare sia stato il punto di crisi e di difficoltà dei distretti nel nostro paese.
In conclusione, è un ritorno in grande della mano pubblica?
Io vorrei insistere sulla filosofia generale che sottosta a questo disegno di legge, che è quella della programmazione economica. Vuol dire ridare potestà di intervento nell’economia reale (non cartacea) al governo e allo Stato. Aggiungerei un’osservazione all’articolo di Michele Salvati sul “Corriere Economia”, a proposito dell’Appello degli economisti, il quale dice che «gli economisti hanno ragione, ci può essere la stabilizzazione del debito, ma per fare che cosa? Non basta, ci vorrebbe una politica industriale di nuovi contenuti». Salvati ha ragione, ci vuole, oltre alla stabilizzazione del debito, una nuova politica industriale, e noi abbiamo cercato di scriverla.




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