posto quest'interessante articolo da www.lavoce.info, che esamina dettagliatamente gli impatti della riforma irpef, in maniera non acritica.
Tra razionalizzazioni e occasioni mancate
Massimo Baldini
Paolo Bosi
È facile prevedere che nella valutazione della Finanziaria per il 2007 un’attenzione particolare sarà dedicata alla redistribuzione monetaria attuata con la riforma dell’Irpef e delle politiche di sostegno alle famiglie. Nei primi commenti, da un lato, si sono usati slogan come "attacco ai ceti medi", "eccesso di redistribuzione"; dall’altro, si è manifestato entusiasmo per l’avvio di una nuova politica di sostegno della famiglia attraverso assegni e detrazioni fiscali.
La realtà è forse un poco più sobria. L’operazione può essere meglio descritta come razionalizzazione di alcuni vistosi difetti presenti nell’Irpef della riforma Tremonti, mentre per le politiche per le famiglie si può parlare, a seconda dell’animus, di primo passo, oppure di occasione mancata.
Tutto parte dal cuneo
La prima cosa da dire è che la riforma avviene sostanzialmente con effetti nulli o molto modesti sul complesso delle risorse finanziarie destinate a Irpef e assegni (600 milioni in più). Il gettito dell’Irpef secondo le stime del governo, cheutilizzano i dati dell’universo delle dichiarazioni fiscali, aumenta di 800 milioni. (1)
Vengono invece aumentate le risorse per gli assegni familiari (istituto a favore dei soli lavoratori dipendenti) per 1,4 miliardi.
Prima, al sostegno della famiglie con figli andavano circa 12 miliardi di euro, tra deduzioni fiscali (7) e assegni al nucleo familiare (5); ora 15 miliardi di cui 8,5 per detrazioni e 6,5 per assegni.
Il primum movens della manovra è stata la necessità di reperire risorse per finanziare l’incauta proposta di riduzione del cuneo fiscale. La parte destinata ai lavoratori dipendenti (il 40 per cento dei 10 miliardi del costo complessivo) è stata così trovata in un più complessivo ridisegno dell’Irpef, anziché nella restituzione di contributi in busta paga (amministrativamente complessa) o nella restituzione del fiscal drag (poco redistributiva). Pagheranno più imposte i contribuenti con oltre 35mila euro di imponibile. I più beneficiati sono i possessori di redditi tra 10 e 35mila euro; in maggiore misura i lavoratori dipendenti rispetto gli autonomi; i contribuenti con figli rispetto a quelli senza. La riforma riequilibra dunque il contenuto del secondo modulo della riforma Tremonti, solo in minima parte destinato alle famiglie, indirizzandone una quota significativa ai nuclei con figli (circa 3 miliardi).
Le figure 1a e 1b mostrano la variazione del reddito disponibile dopo la riforma dell’imposta e dell’assegno al nucleo familiare per quattro casi relativi a lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi , con e senza carichi familiari.
Figura 1a - Variazione reddito disponibile dopo la riforma dell’imposta sul reddito e dell’assegno al nucleo familiare - dipendenti
Figura 1b - Variazione reddito disponibile dopo la riforma dell’imposta sul reddito - autonomi
La redistribuzione
La manovra nel complesso non realizza una redistribuzione intensa: l’indice di Gini del reddito familiare disponibile equivalente diminuisce di 2 decimi di punto, passando da 0.344 a 0.342. (2) Non poteva essere diversamente. L’imposta progressiva, se deve contare solo sulla progressività e non anche sull’aumento delle aliquote medie, non può fare miracoli. Non consente di redistribuire ai veri poveri (incapienti) a causa della sua natura individuale e trasferisce risorse anche a contribuenti relativamente poveri che vivono in nuclei familiari agiati. Anche la quota di famiglie povere non viene sostanzialmente modificata: se definiamo come tale una famiglia che dispone di un reddito disponibile inferiore al 50 per cento del reddito mediano, allora l’incidenza della povertà diminuisce in modo impercettibile, da 11,92 a 11,89 per cento.
Se suddividiamo le famiglie in decili crescenti di reddito disponibile equivalente, con il primo decile che raggruppa il 10 per cento più povero delle famiglie, e il decimo che comprende il 10 per cento più ricco, la figura 2 mostra la variazione percentuale media del reddito disponibile per i vari decili dopo la riforma, scomponendo anche l’effetto totale nella parte dovuta alla revisione dell’imposta personale e in quella dovuta all’assegno al nucleo familiare.
Fig. 2 - Variazione percentuale del reddito disponibile familiare per decili di reddito
Nessun decile aumenta il proprio reddito per più dell’1 per cento. (3)
Il 90 per cento delle famiglie italiane sembra mediamente ottenere un incremento di reddito, a scapito del 10 per cento più ricco. La parte più significativa dell’impatto redistributivo è svolta dalla variazione della struttura dell’Irpef (che comprende anche una rimodulazione delle detrazioni per figli), mentre più modesto è l’effetto dell’incremento degli assegni.
Se la riforma va soprattutto a vantaggio dei dipendenti e delle famiglie con figli, numerosi sono i nuclei di indipendenti che subiscono una perdita, sia a causa del più elevato livello medio di reddito, che per la mancata fruizione degli assegni familiari. L’alto numero di pensionati non toccati dalla riforma si spiega sia con l’assenza di bambini nei loro nuclei che con il fenomeno dell’incapienza.
Tab. 1 - Quota di famiglie che guadagnano e perdono dopo la riforma
Reddito aumenta diminuisce invariato
Famiglie con minori 80% 17% 4%
Famiglie senza minori 70% 13% 17%
Dipendenti 82% 16% 2%
Indipendenti 56% 32% 13%
Pensionati 71% 7% 21%
Totale 73% 14%13%
Gli aspetti di razionalizzazione sono invece importanti: si è giustamente fatto marcia indietro sul meccanismo delle deduzioni per ritornare a un sistema di detrazioni, più chiaro e semplice, in particolare per i carichi familiari (eliminando il barocco tax planning familiare). Per gli assegni al nucleo familiare è stato ridisegnato il profilo delle tipologie familiari più importanti, come mostra ad esempio la figura 3.
Le occasioni mancate
Tenuto conto dei vincoli dell’azione, si tratta di aspetti positivi.
Non si è forse colta l’occasione per una riforma di più ampio respiro, non tanto sotto il profilo redistributivo, quanto sotto quello del disegno degli istituti di sostegno alle famiglie. Si è mantenuta un’impostazione centrata sulla selettività (le detrazioni per la no tax area e oneri familiari e gli assegni familiari sono decrescenti al crescere della condizione economica), ma si è mancato di fare passi avanti nella direzione della universalità dei beneficiari, vale a dire l’estensione dei provvedimenti a tutta la popolazione. Nel complesso la struttura attuale, anche se più razionale, resta appannaggio soprattutto del lavoro dipendente. Per gli aspetti universalistici, si è preferito agire sul lato dell’imposta personale, ma, rinunciando all’imposta negativa, non si è affrontato il problema degli incapienti.
La selettività continua a essere perseguita in modo differenziato nell’Irpef (sulla base del reddito imponibile), negli assegni familiari (reddito complessivo del nucleo); nell’assegno per nuclei con almeno tre minori (l’Isee, Indicatore della situazione economica equivalente). Non si è avuto il coraggio di dare fiducia all’Isee come strumento più corretto di selettività, che valuta la condizione economica della famiglia (e non del singolo individuo) con riferimento non solo al reddito, ma anche al patrimonio: avrebbe potuto essere utilmente riformato e applicato in modo più esteso.
Si tratta di scelte che si possono anche comprendere se si ha presente che mosse verso l’universalismo, la via principale per la creazione di un sistema di welfare più inclusivo, avrebbero favorito maggiormente i lavoratori autonomi. Il cono d’ombra dell’evasione non solo impedisce di realizzare risorse, ma ostacola anche il disegno di politiche più coraggiose. Si può sperare si tratti comunque di un primo passo. Ma domani sarà forse più difficile ridisegnare un sistema universale senza dovere impiegare maggiori risorse.
(1) Nostri calcoli con modelli di microsimulazione, su dati campionari, segnalerebbero un paio di miliardi di perdita di gettito, una discrepanza non facilmente distinguibile dall’errore statistico.
(2) L’indice di Gini misura il grado di disuguaglianza presente in una distribuzione. Va da 0, in caso di totale eguaglianza, ad 1 nel caso opposto.
(3) Se calcoliamo la variazione percentuale del reddito disponibile solo sulle famiglie che beneficiano di un incremento di reddito, escludendo quelle che perdono e quelle indifferenti, la variazione percentuale media del reddito disponibile è attorno all’1,6 per cento per i primo tre decili, e decresce fino allo 0,5 per cento per il decimo.








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