Risultati da 1 a 5 di 5
  1. #1
    Kether è Malkuth del NM
    Data Registrazione
    11 Oct 2006
    Località
    Torino
    Messaggi
    6,283
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    3 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito la radicalità del silenzio

    Scrivo un paio di riflessioni a lato del corteo del 4 novembre, riflessioni come al solito "aperte" in quanto desiderose di essere criticate e, al limite, smentite.
    Quindi prendiamole come pensieri in libertà e niente di più.

    Il nostro bel sistema democratico funziona molto bene, possiede in sé un meccanismo perverso che, a differenza di sistemi produttivi del passato, riesce ad assorbire egregiamente ogni conflittualità interna.
    Anzi, il passaggio è ancora più sottile di come sintetizzato in quanto il sistema produce endemicamente delle contraddizioni che poi è chiamato a risolvere se vuole continuare ad esistere. Le contraddizioni sono prodotte quindi dalla natura intrinsecamente disparitaria del sistema e necessitano di continui accorgimenti per essere contenute, isolate e rese inoffensive.
    Un metodo che il sistema utilizza sempre di più per risolvere la conflittualità (e che mantiene quindi basso l'indice generale di conflittualità) è quella di circoscriverla sul nascere indirizzandola verso una ritualità effettivamente poco (o nulla) incisiva.
    Detto in parole povere il solito gioco del: "urla quanto ti pare, basta che dopo che hai finito di urlare non inizi pure a mettere in pratica quello che dici".
    Provo a spiegarmi in altre parole.
    Il sistema genera contraddizioni interne che è chiamato a risolvere. Il paragone con un sistema a stati è alquanto calzante poiché le contraddizioni sono particolari reazioni di feedback che si scaturiscono dai processi del sistema stesso.
    Il sistema con queste contraddizioni può comportarsi in molti modi differenti:
    può provare ad annichilirle sistematicamente con un uso repressivo o può provare a renderle inoffensive per poterle poi assorbire sviluppando una sorta di anticorpo sociale alla contraddizione stessa.

    L'utilizzo dello strumento repressivo è stato via via sempre meno attuato poiché, al di là dei soliti discorsi sull'abuso di forza, paralizza il sistema in una forma statuaria che a lungo andare non riesce più a reggere la pressione determinata dalla stratificazione di più contraddizioni latenti. No, il sistema necessita di un dinamismo (mi viene in mente il paragone con il Blob) che assorba tutto per osmosi.
    Per assorbire una contraddizione è necessario però prima svuotarla di ogni contenuto radicalmente antisistemico. Questo è necessario per natura stessa del sistema. Come si svuota di contenuto antisistemico una contraddizione radicale? Sicuramente il primo passaggio è adottare una lingua comune, perché il barbaro di cui non si capisce neanche ciò che dice si è meno inclini ad adottarlo tra noi.
    Adottare una lingua comune, una lingua magari non parlata, ma anche solo una serie di rituali che siano codificabili e ascrivibili all'interno di un processo più ampio.
    E' notevole notare che quando questo passaggio il sistema non riesce a compierlo scatti in maniera quasi nevrotica al passaggio successivo che è quello di demonizzare il nemico irriducibile.
    Alla fine il meccanismo è abbastanza semplice: o parli con me oppure sei il male assoluto.
    Mi vengono due esempi veloci veloci a proposito, esempi da prendere con le pinze: la resistenza irachena e i disordini delle Banlieue.
    In entrambi il nemico non è incline assolutamente a ricondurre al linguaggio sistemico la sua lotta: gli iracheni continuano con la loro guerra asimmetrica priva di testa centralizzata (e decapitabile) e strutture organizzative rigide (e possibilmente dialoganti), i banlieusard propendono per evitare la riduzione del conflitto a rappresentazione simbolica dello stesso, riduzione che include determinati processi che sono rituali e che quindi possiedono un linguaggio comprensibile al sistema stesso.
    Parlo un secondo delle Banlieue.
    Se i ragazzi delle banlieue rivendicassero qualcosa, si sarebbe già innescato il processo politico di negoziazione, processo che porta poi inevitabilmente a due situazioni: o la controparte è abbastanza forte da sostituire il sistema con un nuovo sistema, oppure il nemico viene costretto ad accettare talune conquiste (in funzione della sua forza politico/militare) che piano piano vengono svuotate di significato per permettere un ritorno all'origine.
    No, nelle Banlieue non si chiede nulla, e chi prova a tramutare questa irriducibilità viene quanto meno schernito se non preso direttamente a calci.
    Il conflitto quando è reale non è rappresentativo e viceversa. La rappresentazione del conflitto è già mediazione intrinseca.
    Se vado in corteo davanti ad un carcere per chiedere la liberazione dei compagni ammetto al sistema che non sono in gradi di liberarli io stesso, ammissione di debolezza che fa scadere il piano reale (mi riprendo i compagni) ad un piano rappresentativo (vorrei riprendermi i compagni).
    Chiusa parentesi Banlieue.

    Ora, il sistema in Italia ha studiato un meccanismo che con la sinistra funziona a pieno regime: tutti possono dissentire a parole, e anche negli atti, fin tanto che gli atti siano solamente una rappresentazione di volontà che non abbia influenza poi sul reale.
    Con il corteo del 4 novembre siamo arrivati al top (per ora) di questo processo straordinario: pure l'antagonismo al sistema è disciplinabile dal sistema stesso.
    Il sistema crea la scadenza, prepara lo scenario, permette anche piccole variazioni sul tema, insomma organizza tutto il teatrino per chi crede di poter portare una proposta antisistemica. Il nostro antagonista sistemico sale sul palco, va un po' a copione ma poi è disobbediente quindi va anche a braccio, ma non scende mai dal palco per prendere a calci il regista.
    Tanto il linguaggio è già ampiamente consolidato: parliamo tutti la stessa lingua, la lingua della spettacolarizzazione che il sistema stesso ha generato e che ci ha imposto non a manganellate, ma con un sottile processo di instillazione. Oggi si fanno scontri rappresentativi per ottenere visibilità mediatica all'interno di un circuito (mediatico) che è non solo sistemico al 100%, ma promotore stesso del sistema. Finire al telegiornale non è sistemico, è di più: è essere benzina per il motore.
    Purtroppo all'interno del capitalismo sono le categorie mentali capitaliste che si insinuano in tutti noi, mica per cattiveria, è una caratteristica del genere umano in quanto ente generico, e l'antagonismo è composto da essere altrettanto umani che purtroppo non possono uscire completamente da questo meccanismo perverso.

    Riflettevo ieri sera, mentre "bisticciavo" con i compagni sull'accumulazione di plus valore in epoca antica, che noi siamo immersi non in una guerra, ma in una struttura multi piano di guerre, ognuna con i suoi meccanismi, simboli, linguaggi e pratiche. Una di queste guerre è quella che il capitale effettua per appropriarsi definitivamente del piano simbolico globale "curvando" tutto ciò che non gli torna e modificandolo per assorbirlo. Questa è una guerra importantissima da non perdere perché è in questo piano che si sviluppa poi l'analisi (anzi, ancora più in alto: la capacità critica stessa) che noi possiamo utilizzare come strumento in tutti gli altri piani di battaglia.
    Il fatto che non si riescano ad elaborare teorie interessanti che si riversino in pratiche altrettanto interessanti (vedasi l'incapacità cronica di effettuare un progetto vincente sul discorso precariato) è perché per ora questa guerra simbolica la stiamo perdendo, una guerra dove gli USA si sono appropriati indebitamente della parola "democrazia" utilizzandola in un'accezione bestiale tanto da poterla esportare a colpi di bombe al fosforo.
    Dopo queste riflessione che è più un pensieri in libertà mi chiedo se non sia necessario smettere di "parlare" col sistema e iniziare a elaborare una lingua propria che si riappropri dell'universo simbolico che ci stanno gradualmente scippando portandola nel tessuto sociale senza passare dall'omogeneizzatore capitalista?
    Una domanda a cui io per ora non so rispondere.

  2. #2
    Kether è Malkuth del NM
    Data Registrazione
    11 Oct 2006
    Località
    Torino
    Messaggi
    6,283
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    3 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    qualche commento?

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    15 Jun 2009
    Messaggi
    13,051
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    10 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Leggendo le tue acute considerazioni viene lo sconforto...perche' è tutto vero..in questo immenso BLOB che tutto trita digerisce e risputa nel quale siamo immersi la comunicazione , il linguaggio , la simbologia e l'apparenza dominao tutto anche il pensiero alternativo.Pero' c'è un pero'..i linguaggi oggi nascono rapidamente anche sull'onda delle trasformazioni collettive e non è affatto detto che un domani vi sia l'affermazione di un altro codice interpretativo ma che secondo me deve nascere dalle dinamiche reali.

  4. #4
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    14 Jun 2009
    Messaggi
    11,188
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Palvesario Visualizza Messaggio
    Scrivo un paio di riflessioni a lato del corteo del 4 novembre, riflessioni come al solito "aperte" in quanto desiderose di essere criticate e, al limite, smentite.
    Quindi prendiamole come pensieri in libertà e niente di più.

    Il nostro bel sistema democratico funziona molto bene, possiede in sé un meccanismo perverso che, a differenza di sistemi produttivi del passato, riesce ad assorbire egregiamente ogni conflittualità interna.
    Anzi, il passaggio è ancora più sottile di come sintetizzato in quanto il sistema produce endemicamente delle contraddizioni che poi è chiamato a risolvere se vuole continuare ad esistere. Le contraddizioni sono prodotte quindi dalla natura intrinsecamente disparitaria del sistema e necessitano di continui accorgimenti per essere contenute, isolate e rese inoffensive.
    Un metodo che il sistema utilizza sempre di più per risolvere la conflittualità (e che mantiene quindi basso l'indice generale di conflittualità) è quella di circoscriverla sul nascere indirizzandola verso una ritualità effettivamente poco (o nulla) incisiva.
    Detto in parole povere il solito gioco del: "urla quanto ti pare, basta che dopo che hai finito di urlare non inizi pure a mettere in pratica quello che dici".
    Provo a spiegarmi in altre parole.
    Il sistema genera contraddizioni interne che è chiamato a risolvere. Il paragone con un sistema a stati è alquanto calzante poiché le contraddizioni sono particolari reazioni di feedback che si scaturiscono dai processi del sistema stesso.
    Il sistema con queste contraddizioni può comportarsi in molti modi differenti:
    può provare ad annichilirle sistematicamente con un uso repressivo o può provare a renderle inoffensive per poterle poi assorbire sviluppando una sorta di anticorpo sociale alla contraddizione stessa.

    L'utilizzo dello strumento repressivo è stato via via sempre meno attuato poiché, al di là dei soliti discorsi sull'abuso di forza, paralizza il sistema in una forma statuaria che a lungo andare non riesce più a reggere la pressione determinata dalla stratificazione di più contraddizioni latenti. No, il sistema necessita di un dinamismo (mi viene in mente il paragone con il Blob) che assorba tutto per osmosi.
    Per assorbire una contraddizione è necessario però prima svuotarla di ogni contenuto radicalmente antisistemico. Questo è necessario per natura stessa del sistema. Come si svuota di contenuto antisistemico una contraddizione radicale? Sicuramente il primo passaggio è adottare una lingua comune, perché il barbaro di cui non si capisce neanche ciò che dice si è meno inclini ad adottarlo tra noi.
    Adottare una lingua comune, una lingua magari non parlata, ma anche solo una serie di rituali che siano codificabili e ascrivibili all'interno di un processo più ampio.
    E' notevole notare che quando questo passaggio il sistema non riesce a compierlo scatti in maniera quasi nevrotica al passaggio successivo che è quello di demonizzare il nemico irriducibile.
    Alla fine il meccanismo è abbastanza semplice: o parli con me oppure sei il male assoluto.
    Mi vengono due esempi veloci veloci a proposito, esempi da prendere con le pinze: la resistenza irachena e i disordini delle Banlieue.
    In entrambi il nemico non è incline assolutamente a ricondurre al linguaggio sistemico la sua lotta: gli iracheni continuano con la loro guerra asimmetrica priva di testa centralizzata (e decapitabile) e strutture organizzative rigide (e possibilmente dialoganti), i banlieusard propendono per evitare la riduzione del conflitto a rappresentazione simbolica dello stesso, riduzione che include determinati processi che sono rituali e che quindi possiedono un linguaggio comprensibile al sistema stesso.
    Parlo un secondo delle Banlieue.
    Se i ragazzi delle banlieue rivendicassero qualcosa, si sarebbe già innescato il processo politico di negoziazione, processo che porta poi inevitabilmente a due situazioni: o la controparte è abbastanza forte da sostituire il sistema con un nuovo sistema, oppure il nemico viene costretto ad accettare talune conquiste (in funzione della sua forza politico/militare) che piano piano vengono svuotate di significato per permettere un ritorno all'origine.
    No, nelle Banlieue non si chiede nulla, e chi prova a tramutare questa irriducibilità viene quanto meno schernito se non preso direttamente a calci.
    Il conflitto quando è reale non è rappresentativo e viceversa. La rappresentazione del conflitto è già mediazione intrinseca.
    Se vado in corteo davanti ad un carcere per chiedere la liberazione dei compagni ammetto al sistema che non sono in gradi di liberarli io stesso, ammissione di debolezza che fa scadere il piano reale (mi riprendo i compagni) ad un piano rappresentativo (vorrei riprendermi i compagni).
    Chiusa parentesi Banlieue.

    Ora, il sistema in Italia ha studiato un meccanismo che con la sinistra funziona a pieno regime: tutti possono dissentire a parole, e anche negli atti, fin tanto che gli atti siano solamente una rappresentazione di volontà che non abbia influenza poi sul reale.
    Con il corteo del 4 novembre siamo arrivati al top (per ora) di questo processo straordinario: pure l'antagonismo al sistema è disciplinabile dal sistema stesso.
    Il sistema crea la scadenza, prepara lo scenario, permette anche piccole variazioni sul tema, insomma organizza tutto il teatrino per chi crede di poter portare una proposta antisistemica. Il nostro antagonista sistemico sale sul palco, va un po' a copione ma poi è disobbediente quindi va anche a braccio, ma non scende mai dal palco per prendere a calci il regista.
    Tanto il linguaggio è già ampiamente consolidato: parliamo tutti la stessa lingua, la lingua della spettacolarizzazione che il sistema stesso ha generato e che ci ha imposto non a manganellate, ma con un sottile processo di instillazione. Oggi si fanno scontri rappresentativi per ottenere visibilità mediatica all'interno di un circuito (mediatico) che è non solo sistemico al 100%, ma promotore stesso del sistema. Finire al telegiornale non è sistemico, è di più: è essere benzina per il motore.
    Purtroppo all'interno del capitalismo sono le categorie mentali capitaliste che si insinuano in tutti noi, mica per cattiveria, è una caratteristica del genere umano in quanto ente generico, e l'antagonismo è composto da essere altrettanto umani che purtroppo non possono uscire completamente da questo meccanismo perverso.

    Riflettevo ieri sera, mentre "bisticciavo" con i compagni sull'accumulazione di plus valore in epoca antica, che noi siamo immersi non in una guerra, ma in una struttura multi piano di guerre, ognuna con i suoi meccanismi, simboli, linguaggi e pratiche. Una di queste guerre è quella che il capitale effettua per appropriarsi definitivamente del piano simbolico globale "curvando" tutto ciò che non gli torna e modificandolo per assorbirlo. Questa è una guerra importantissima da non perdere perché è in questo piano che si sviluppa poi l'analisi (anzi, ancora più in alto: la capacità critica stessa) che noi possiamo utilizzare come strumento in tutti gli altri piani di battaglia.
    Il fatto che non si riescano ad elaborare teorie interessanti che si riversino in pratiche altrettanto interessanti (vedasi l'incapacità cronica di effettuare un progetto vincente sul discorso precariato) è perché per ora questa guerra simbolica la stiamo perdendo, una guerra dove gli USA si sono appropriati indebitamente della parola "democrazia" utilizzandola in un'accezione bestiale tanto da poterla esportare a colpi di bombe al fosforo.
    Dopo queste riflessione che è più un pensieri in libertà mi chiedo se non sia necessario smettere di "parlare" col sistema e iniziare a elaborare una lingua propria che si riappropri dell'universo simbolico che ci stanno gradualmente scippando portandola nel tessuto sociale senza passare dall'omogeneizzatore capitalista?
    Una domanda a cui io per ora non so rispondere.
    Ti assicuro che ho letto e riletto il tuo intevento più volte prima di decidere di rispondere.
    La decisione è stata difficile perchè semplicemente non credo esista una risposta seria alla tua domanda. E per risposta seria intendo una risposta concreta e netta.
    La verità è che a mio parere la tua domanda è un paradosso che crea un bivio in cui entrambe le strade da prendere rimangono senza uscita.
    Se infatti il silenzio è radicale è anche vero che il silenzio è reazionario ma è vero allo stesso tempo, leggendo le tue parole, anche esattamente il contrario. Sembra di leggere dalle tue parole una sorta di scoperta di una entropia strateigco-politica ineluttabile per cui alla fine quasiasi azione diventa assimilabile al sistema. Eppure ciò che hai etto a parar mio non è una stupidaggine, nè si può liquidare come pensiero in libertà.
    Credo che in qualche maniera Pietro abbia dato una possibile valida risposta. Creare una politica di azione per il linguaggio o volendo anche di linguaggio dell'azione completamente nuovo in cui la biunivocità dei due fronti ( il parlato simbolico e il gesto simbolico) viaggia su di una asimmetria per cui il linguaggio non struttura più l'uomo (come sostenevano gli strutturalisti) ma è l'agire che modifica il linguaggio.
    Che si sia di fronte ad un possibile neofoquismo pensato per il centro capitalista e non più per la periferia?
    Come vedi quanto a parole in libertà non sono secondo a nessuno

    A luta continua

  5. #5
    Omia Patria si bella e perduta
    Data Registrazione
    14 Apr 2006
    Località
    Contro l'Unione Europea prigione dei Popoli Per un'Europa di Nazioni libere, eguali e sovrane!
    Messaggi
    4,649
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Palvesario Visualizza Messaggio
    Scrivo un paio di riflessioni a lato del corteo del 4 novembre, riflessioni come al solito "aperte" in quanto desiderose di essere criticate e, al limite, smentite.
    Quindi prendiamole come pensieri in libertà e niente di più.

    Il nostro bel sistema democratico funziona molto bene, possiede in sé un meccanismo perverso che, a differenza di sistemi produttivi del passato, riesce ad assorbire egregiamente ogni conflittualità interna.
    Anzi, il passaggio è ancora più sottile di come sintetizzato in quanto il sistema produce endemicamente delle contraddizioni che poi è chiamato a risolvere se vuole continuare ad esistere. Le contraddizioni sono prodotte quindi dalla natura intrinsecamente disparitaria del sistema e necessitano di continui accorgimenti per essere contenute, isolate e rese inoffensive.
    Un metodo che il sistema utilizza sempre di più per risolvere la conflittualità (e che mantiene quindi basso l'indice generale di conflittualità) è quella di circoscriverla sul nascere indirizzandola verso una ritualità effettivamente poco (o nulla) incisiva.
    Detto in parole povere il solito gioco del: "urla quanto ti pare, basta che dopo che hai finito di urlare non inizi pure a mettere in pratica quello che dici".
    Provo a spiegarmi in altre parole.
    Il sistema genera contraddizioni interne che è chiamato a risolvere. Il paragone con un sistema a stati è alquanto calzante poiché le contraddizioni sono particolari reazioni di feedback che si scaturiscono dai processi del sistema stesso.
    Il sistema con queste contraddizioni può comportarsi in molti modi differenti:
    può provare ad annichilirle sistematicamente con un uso repressivo o può provare a renderle inoffensive per poterle poi assorbire sviluppando una sorta di anticorpo sociale alla contraddizione stessa.

    L'utilizzo dello strumento repressivo è stato via via sempre meno attuato poiché, al di là dei soliti discorsi sull'abuso di forza, paralizza il sistema in una forma statuaria che a lungo andare non riesce più a reggere la pressione determinata dalla stratificazione di più contraddizioni latenti. No, il sistema necessita di un dinamismo (mi viene in mente il paragone con il Blob) che assorba tutto per osmosi.
    Per assorbire una contraddizione è necessario però prima svuotarla di ogni contenuto radicalmente antisistemico. Questo è necessario per natura stessa del sistema. Come si svuota di contenuto antisistemico una contraddizione radicale? Sicuramente il primo passaggio è adottare una lingua comune, perché il barbaro di cui non si capisce neanche ciò che dice si è meno inclini ad adottarlo tra noi.
    Adottare una lingua comune, una lingua magari non parlata, ma anche solo una serie di rituali che siano codificabili e ascrivibili all'interno di un processo più ampio.
    E' notevole notare che quando questo passaggio il sistema non riesce a compierlo scatti in maniera quasi nevrotica al passaggio successivo che è quello di demonizzare il nemico irriducibile.
    Alla fine il meccanismo è abbastanza semplice: o parli con me oppure sei il male assoluto.
    Mi vengono due esempi veloci veloci a proposito, esempi da prendere con le pinze: la resistenza irachena e i disordini delle Banlieue.
    In entrambi il nemico non è incline assolutamente a ricondurre al linguaggio sistemico la sua lotta: gli iracheni continuano con la loro guerra asimmetrica priva di testa centralizzata (e decapitabile) e strutture organizzative rigide (e possibilmente dialoganti), i banlieusard propendono per evitare la riduzione del conflitto a rappresentazione simbolica dello stesso, riduzione che include determinati processi che sono rituali e che quindi possiedono un linguaggio comprensibile al sistema stesso.
    Parlo un secondo delle Banlieue.
    Se i ragazzi delle banlieue rivendicassero qualcosa, si sarebbe già innescato il processo politico di negoziazione, processo che porta poi inevitabilmente a due situazioni: o la controparte è abbastanza forte da sostituire il sistema con un nuovo sistema, oppure il nemico viene costretto ad accettare talune conquiste (in funzione della sua forza politico/militare) che piano piano vengono svuotate di significato per permettere un ritorno all'origine.
    No, nelle Banlieue non si chiede nulla, e chi prova a tramutare questa irriducibilità viene quanto meno schernito se non preso direttamente a calci.
    Il conflitto quando è reale non è rappresentativo e viceversa. La rappresentazione del conflitto è già mediazione intrinseca.
    Se vado in corteo davanti ad un carcere per chiedere la liberazione dei compagni ammetto al sistema che non sono in gradi di liberarli io stesso, ammissione di debolezza che fa scadere il piano reale (mi riprendo i compagni) ad un piano rappresentativo (vorrei riprendermi i compagni).
    Chiusa parentesi Banlieue.

    Ora, il sistema in Italia ha studiato un meccanismo che con la sinistra funziona a pieno regime: tutti possono dissentire a parole, e anche negli atti, fin tanto che gli atti siano solamente una rappresentazione di volontà che non abbia influenza poi sul reale.
    Con il corteo del 4 novembre siamo arrivati al top (per ora) di questo processo straordinario: pure l'antagonismo al sistema è disciplinabile dal sistema stesso.
    Il sistema crea la scadenza, prepara lo scenario, permette anche piccole variazioni sul tema, insomma organizza tutto il teatrino per chi crede di poter portare una proposta antisistemica. Il nostro antagonista sistemico sale sul palco, va un po' a copione ma poi è disobbediente quindi va anche a braccio, ma non scende mai dal palco per prendere a calci il regista.
    Tanto il linguaggio è già ampiamente consolidato: parliamo tutti la stessa lingua, la lingua della spettacolarizzazione che il sistema stesso ha generato e che ci ha imposto non a manganellate, ma con un sottile processo di instillazione. Oggi si fanno scontri rappresentativi per ottenere visibilità mediatica all'interno di un circuito (mediatico) che è non solo sistemico al 100%, ma promotore stesso del sistema. Finire al telegiornale non è sistemico, è di più: è essere benzina per il motore.
    Purtroppo all'interno del capitalismo sono le categorie mentali capitaliste che si insinuano in tutti noi, mica per cattiveria, è una caratteristica del genere umano in quanto ente generico, e l'antagonismo è composto da essere altrettanto umani che purtroppo non possono uscire completamente da questo meccanismo perverso.

    Riflettevo ieri sera, mentre "bisticciavo" con i compagni sull'accumulazione di plus valore in epoca antica, che noi siamo immersi non in una guerra, ma in una struttura multi piano di guerre, ognuna con i suoi meccanismi, simboli, linguaggi e pratiche. Una di queste guerre è quella che il capitale effettua per appropriarsi definitivamente del piano simbolico globale "curvando" tutto ciò che non gli torna e modificandolo per assorbirlo. Questa è una guerra importantissima da non perdere perché è in questo piano che si sviluppa poi l'analisi (anzi, ancora più in alto: la capacità critica stessa) che noi possiamo utilizzare come strumento in tutti gli altri piani di battaglia.
    Il fatto che non si riescano ad elaborare teorie interessanti che si riversino in pratiche altrettanto interessanti (vedasi l'incapacità cronica di effettuare un progetto vincente sul discorso precariato) è perché per ora questa guerra simbolica la stiamo perdendo, una guerra dove gli USA si sono appropriati indebitamente della parola "democrazia" utilizzandola in un'accezione bestiale tanto da poterla esportare a colpi di bombe al fosforo.
    Dopo queste riflessione che è più un pensieri in libertà mi chiedo se non sia necessario smettere di "parlare" col sistema e iniziare a elaborare una lingua propria che si riappropri dell'universo simbolico che ci stanno gradualmente scippando portandola nel tessuto sociale senza passare dall'omogeneizzatore capitalista?
    Una domanda a cui io per ora non so rispondere.
    Quello che dici è in parte vero e sicuramente centri il bersaglio quando dici che accettare la lingua (schemi concettuali) dominanti del sistema capitalista, vuol dire aver già perso.
    Lo scacco matto della sinistra attuale è di non avere più una sua visione del mondo teorico-simbolica-linguistica autonoma perché il marxismo si è dissolto. Per questo è facilmente integrabile come mostra l'esperienza dell'attuale maggioranza o del movimento no-global.
    Bisogna avere una propria visione del mondo, dei propri simboli e lottare per imporli agli avversari. Il problema è quali.
    Porsi al di fuori del sistema ideologico-simbolico dominante non è sufficiente.
    Faro due esempi: le formazioni marxiste-lenniniste di stretta osservanza e le banlieue.
    I partiti marxisti-lenninisti di stretta osservanza (tipo quello di Scuderi) sono totalmente al di fuori del sistema ideologico dominante. Hanno una loro teoria autonoma (unità senza distinzione di Marx-Engels-Stalin, come negli anni '30), una loro estetica autonoma (il realismo socialista) e un loro linguaggio. Il problema è che non si collocano solo al di fuori del sistema ideologico dominante, ma orbitano troppo lontano dal pianeta Terra per capire quello che succede.
    La rivolta delle banlieue non è un esempio positivo, perché a che serve bruciare 28.000 auto in 3 settimane se poi si è incapaci di creare uno straccio di movimento? Ribellarsi non è sempre giusto, lo è solo in alcuni casi. Le rivolta delle banlieue rischia solo di accelerare il processo vizioso di ghettizzazione e segregazione urbana della società francese.
    La ribellione di per sè non paga, bisogna saper dirigere ed organizzare le energie. Ma per fare questo bisogna costruire un'analisi autonoma del mondo in cui viviamo e una strategia di lungo periodo. Liberarsi del sistema concettuale che la nostra società vuole imporci è solo il primo passo per ricominciare a pensare autonomamente.

 

 

Discussioni Simili

  1. [Idee] Per una nuova radicalità anticapitalista - M. Badiale
    Di Outis nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 51
    Ultimo Messaggio: 21-09-07, 13:15
  2. Risposte: 30
    Ultimo Messaggio: 13-09-07, 21:24
  3. La radicalità di Piero Gobetti
    Di LibertàEguale nel forum Sinistra Italiana
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 17-03-07, 00:19
  4. Bertinotti a Milano: Progresso sociale e radicalità.
    Di LeleRm nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 09-04-06, 12:05
  5. CACCIARI: La sinistra vince con idee e radicalità
    Di Barbera nel forum Centrosinistra Italiano
    Risposte: 15
    Ultimo Messaggio: 06-11-04, 16:25

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito