
Originariamente Scritto da
Palvesario
Scrivo un paio di riflessioni a lato del corteo del 4 novembre, riflessioni come al solito "aperte" in quanto desiderose di essere criticate e, al limite, smentite.
Quindi prendiamole come pensieri in libertà e niente di più.
Il nostro bel sistema democratico funziona molto bene, possiede in sé un meccanismo perverso che, a differenza di sistemi produttivi del passato, riesce ad assorbire egregiamente ogni conflittualità interna.
Anzi, il passaggio è ancora più sottile di come sintetizzato in quanto il sistema produce endemicamente delle contraddizioni che poi è chiamato a risolvere se vuole continuare ad esistere. Le contraddizioni sono prodotte quindi dalla natura intrinsecamente disparitaria del sistema e necessitano di continui accorgimenti per essere contenute, isolate e rese inoffensive.
Un metodo che il sistema utilizza sempre di più per risolvere la conflittualità (e che mantiene quindi basso l'indice generale di conflittualità) è quella di circoscriverla sul nascere indirizzandola verso una ritualità effettivamente poco (o nulla) incisiva.
Detto in parole povere il solito gioco del: "urla quanto ti pare, basta che dopo che hai finito di urlare non inizi pure a mettere in pratica quello che dici".
Provo a spiegarmi in altre parole.
Il sistema genera contraddizioni interne che è chiamato a risolvere. Il paragone con un sistema a stati è alquanto calzante poiché le contraddizioni sono particolari reazioni di feedback che si scaturiscono dai processi del sistema stesso.
Il sistema con queste contraddizioni può comportarsi in molti modi differenti:
può provare ad annichilirle sistematicamente con un uso repressivo o può provare a renderle inoffensive per poterle poi assorbire sviluppando una sorta di anticorpo sociale alla contraddizione stessa.
L'utilizzo dello strumento repressivo è stato via via sempre meno attuato poiché, al di là dei soliti discorsi sull'abuso di forza, paralizza il sistema in una forma statuaria che a lungo andare non riesce più a reggere la pressione determinata dalla stratificazione di più contraddizioni latenti. No, il sistema necessita di un dinamismo (mi viene in mente il paragone con il Blob) che assorba tutto per osmosi.
Per assorbire una contraddizione è necessario però prima svuotarla di ogni contenuto radicalmente antisistemico. Questo è necessario per natura stessa del sistema. Come si svuota di contenuto antisistemico una contraddizione radicale? Sicuramente il primo passaggio è adottare una lingua comune, perché il barbaro di cui non si capisce neanche ciò che dice si è meno inclini ad adottarlo tra noi.
Adottare una lingua comune, una lingua magari non parlata, ma anche solo una serie di rituali che siano codificabili e ascrivibili all'interno di un processo più ampio.
E' notevole notare che quando questo passaggio il sistema non riesce a compierlo scatti in maniera quasi nevrotica al passaggio successivo che è quello di demonizzare il nemico irriducibile.
Alla fine il meccanismo è abbastanza semplice: o parli con me oppure sei il male assoluto.
Mi vengono due esempi veloci veloci a proposito, esempi da prendere con le pinze: la resistenza irachena e i disordini delle Banlieue.
In entrambi il nemico non è incline assolutamente a ricondurre al linguaggio sistemico la sua lotta: gli iracheni continuano con la loro guerra asimmetrica priva di testa centralizzata (e decapitabile) e strutture organizzative rigide (e possibilmente dialoganti), i banlieusard propendono per evitare la riduzione del conflitto a rappresentazione simbolica dello stesso, riduzione che include determinati processi che sono rituali e che quindi possiedono un linguaggio comprensibile al sistema stesso.
Parlo un secondo delle Banlieue.
Se i ragazzi delle banlieue rivendicassero qualcosa, si sarebbe già innescato il processo politico di negoziazione, processo che porta poi inevitabilmente a due situazioni: o la controparte è abbastanza forte da sostituire il sistema con un nuovo sistema, oppure il nemico viene costretto ad accettare talune conquiste (in funzione della sua forza politico/militare) che piano piano vengono svuotate di significato per permettere un ritorno all'origine.
No, nelle Banlieue non si chiede nulla, e chi prova a tramutare questa irriducibilità viene quanto meno schernito se non preso direttamente a calci.
Il conflitto quando è reale non è rappresentativo e viceversa. La rappresentazione del conflitto è già mediazione intrinseca.
Se vado in corteo davanti ad un carcere per chiedere la liberazione dei compagni ammetto al sistema che non sono in gradi di liberarli io stesso, ammissione di debolezza che fa scadere il piano reale (mi riprendo i compagni) ad un piano rappresentativo (vorrei riprendermi i compagni).
Chiusa parentesi Banlieue.
Ora, il sistema in Italia ha studiato un meccanismo che con la sinistra funziona a pieno regime: tutti possono dissentire a parole, e anche negli atti, fin tanto che gli atti siano solamente una rappresentazione di volontà che non abbia influenza poi sul reale.
Con il corteo del 4 novembre siamo arrivati al top (per ora) di questo processo straordinario: pure l'antagonismo al sistema è disciplinabile dal sistema stesso.
Il sistema crea la scadenza, prepara lo scenario, permette anche piccole variazioni sul tema, insomma organizza tutto il teatrino per chi crede di poter portare una proposta antisistemica. Il nostro antagonista sistemico sale sul palco, va un po' a copione ma poi è disobbediente quindi va anche a braccio, ma non scende mai dal palco per prendere a calci il regista.
Tanto il linguaggio è già ampiamente consolidato: parliamo tutti la stessa lingua, la lingua della spettacolarizzazione che il sistema stesso ha generato e che ci ha imposto non a manganellate, ma con un sottile processo di instillazione. Oggi si fanno scontri rappresentativi per ottenere visibilità mediatica all'interno di un circuito (mediatico) che è non solo sistemico al 100%, ma promotore stesso del sistema. Finire al telegiornale non è sistemico, è di più: è essere benzina per il motore.
Purtroppo all'interno del capitalismo sono le categorie mentali capitaliste che si insinuano in tutti noi, mica per cattiveria, è una caratteristica del genere umano in quanto ente generico, e l'antagonismo è composto da essere altrettanto umani che purtroppo non possono uscire completamente da questo meccanismo perverso.
Riflettevo ieri sera, mentre "bisticciavo" con i compagni sull'accumulazione di plus valore in epoca antica, che noi siamo immersi non in una guerra, ma in una struttura multi piano di guerre, ognuna con i suoi meccanismi, simboli, linguaggi e pratiche. Una di queste guerre è quella che il capitale effettua per appropriarsi definitivamente del piano simbolico globale "curvando" tutto ciò che non gli torna e modificandolo per assorbirlo. Questa è una guerra importantissima da non perdere perché è in questo piano che si sviluppa poi l'analisi (anzi, ancora più in alto: la capacità critica stessa) che noi possiamo utilizzare come strumento in tutti gli altri piani di battaglia.
Il fatto che non si riescano ad elaborare teorie interessanti che si riversino in pratiche altrettanto interessanti (vedasi l'incapacità cronica di effettuare un progetto vincente sul discorso precariato) è perché per ora questa guerra simbolica la stiamo perdendo, una guerra dove gli USA si sono appropriati indebitamente della parola "democrazia" utilizzandola in un'accezione bestiale tanto da poterla esportare a colpi di bombe al fosforo.
Dopo queste riflessione che è più un pensieri in libertà mi chiedo se non sia necessario smettere di "parlare" col sistema e iniziare a elaborare una lingua propria che si riappropri dell'universo simbolico che ci stanno gradualmente scippando portandola nel tessuto sociale senza passare dall'omogeneizzatore capitalista?
Una domanda a cui io per ora non so rispondere.