....drammatica
L'Unione giacobina confonde giudizio e pubblica accusa.
Anche un bambino sa e capisce benissimo che una cosa è l'accusa, l'altra, ben diversa, la difesa ed altra ancora, da entrambe differente, il giudizio. Basta osservare il comportamento ludico anche dei più piccoli fra di loro per intenderlo chiaramente.
Allorché un bambino ritiene di aver subito un torto, infatti, è normale osservarlo correre verso la mamma o il papà, subito nominati giudici supremi ed a lor modo inappellabili, per vedersi rendere giustizia contro l'accusa ingiustamente mossa: nessuno si sognerebbe o si attenderebbe che il piccolo si rivolgesse al suo accusatore chiunque egli sia - chiedendogli di pronunciare un giudizio sul suo comportamento.
In altre parole, anche una coscienza non pienamente formata - quale quella di un bambino - coglie in modo intuitivo una verità ineludibile: che cioè colui che muove un'accusa, mai potrà essere chiamato a giudicarne la fondatezza. Questa verità elementare è stata istituzionalizzata, nelle moderne democrazie liberali, formalizzando la divisione dei poteri, per un verso, e, per l'altro, diversificando in maniera netta la funzione inquirente - vale a dire accusatoria da quella giudicante.
In questo senso, i Tribunali e le Corti giudicanti hanno gradualmente affermato la loro indipendenza non solo nei confronti del potere politico, ma anche di quello rappresentato dall'accusa, il che trova puntuale riscontro anche nella trasposizione cinematografica: tutti noi abbiamo assistito alla crisi professionale del pubblico ministero americano allorché si arrovella nel dubbio se portare davanti ai giudici o no il suo accusato. A frenarne lo slancio è il timore non solo di fare una cattiva figura, ma di vedersi rimbrottare pubblicamente dal giudice in caso che l'accusa sia troppo fragile: insomma l'accusa teme il giudizio, forse ancor più della difesa.
Osservando ciò che invece accade in Italia è facile scorgere una linea di tendenza assolutamente opposta: l'accusa tende a prevaricare sul giudizio, ad assoggettarlo alle sue dinamiche.
Lo spettacolo che ci offre in questi giorni il Parlamento italiano è al proposito emblematico. L'Unione è riuscita - dopo un clamoroso litigio fra Mastella e Di Pietro - a bloccare alcune norme varate dal precedente Governo Berlusconi protese a separare in modo netto le funzioni e le carriere della magistratura inquirente da quella giudicante, protese cioè a distaccare, come è giusto che sia, il giudizio dall'accusa, a rendere quello indipendente da questa.
Ora, purtroppo, siamo tornati indietro, al livello di una repubblica centrafricana, in cui chi accusa fa tutt'uno con chi giudica.
Le ragioni culturali di un tale stato di cose sono naturalmente molteplici: dalla mancanza del senso del diritto, proprio della sinistra, che curiosamente cerca la libertà (almeno così afferma) ma nega il diritto (che della libertà è il custode), alla pervasività dell'accusa che, come notava (inascoltato) già decenni or sono un vate della stessa sinistra - Foucault - celebra le sue vittorie sul giudizio, approfittando del fatto che questo si disinteressa ormai da secoli dei corpi dei condannati, preferendo accanirsi sulle anim (l'ossessione della rieducazione forzosa ne è un convincente esempio).
Come che sia, bisognerebbe ricordare a Prodi &C. che è inutile parlare di liberalismo, sbandierandolo ai quattro venti come vessillo politico, se poi non si comprende che la diversificazione di accusa e giudizio è il fondamento di ogni possibile libertà.
Non occorre rileggere le pagine di Hegel, per comprendere che se il giudizio di diritto non è assicurato come assolutamente libero anche dalle pressioni dell'accusa, tutto il resto è vano. La libertà - politica, sociale ed umana - nasce e muore con quella di colui che giudica.
di VINCENZO VITALE su Libero
saluti




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