L'arte fallace di cancellare la Storia

di Sherif El Sebaie

mercoledì, 12 maggio 2004
Per un qualsiasi arabista leggere le mirabolanti ricostruzioni storiche della Fallaci è una vera e propria tortura. Ma di fronte alla continua denigrazione della civiltà e della cultura islamica ad opera della Fallaci, un arabista serio non può far finta di niente, stare zitto insomma. Anche per gli arabisti denunciare le nefandezze fallaciane deve diventare un dovere, esattamente come lei afferma che è suo dovere scrivere tali nefandezze.
Gli scritti della Fallaci sono un condensato dei peggiori pregiudizi e luoghi comuni che siano mai stati raccontati sulla storia del mondo arabo-islamico. Anzi sono una vera e propria offesa alla Storia, alla Cultura e all’intelligenza umana e in quanto tali vanno analizzati e denunciati. I libri della Fallaci sono come i virus: non li si può eliminare invocando censure e roghi, ma attraverso l’attento studio e la critica documentata, anche a costo di tapparsi il naso e dover chiedere le copie in prestito dalle librerie per non metterle un centesimo in tasca. Altrimenti si rischia di preservare intatto l’humus in cui simili libri nascono e crescono, ovvero l’ignoranza.

Ancora una volta, mi trovo costretto a riportare un passo del suo ultimo capolavoro, "La Forza della Ragione" (!) per commentarlo. La Fallaci nel suo libro infatti, riferendosi alle richieste presentate dalle organizzazioni islamiche in Italia afferma che “ La più odiosa, però, la più scandalosa, è quella che pretende di «Collaborare alla tutela del patrimonio storico, artistico, ambientale, architettonico, archeologico, archivistico, librario dell'islamismo». Questo, allo scopo di «agevolare la raccolta e il riordinamento dei beni culturali islamici»”. E poi aggiunge…(Quali beni-culturali islamici, sfrontati?!? Quale patrimonio-storico-artistico-ambientale-architettonico-archeologico-archivistico-librario dell'islamismo, sfacciati?!? In Italia i vostri avi non hanno portato nulla fuorché il grido «Mamma li turchi». Non hanno lasciato nulla fuorché le lacrime delle creature che nelle città costiere e in Sicilia i vostri pirati hanno ucciso o stuprato o rapito per rimpinguare i mercati degli schiavi al Cairo, a Tunisi, ad Algeri, a Rabat, a Istambul. Le donne e i neonati da vendere agli harem dei sultani e dei visir e degli sceicchi ammalati di sesso e pedofilia. Gli uomini da stroncare nelle vostre cave di pietra, i bambini e i giovinetti da trasformare in macchine da guerra. In giannizzeri. Da Mazzara a Siracusa, da Siracusa a Taranto, da Taranto a Bari, da Bari ad Ancona, da Ancona a Ravenna, da Ravenna a Udine, da Genova a Livorno, da Livorno a Pisa, da Pisa a Roma, da Roma a Salerno, da Salerno a Palermo, i vostri avi sono sempre venuti per prendere e basta. Razziare e basta. Quindi nei nostri musei, nei nostri archivi, nelle nostre biblioteche, tra i nostri tesori archeologici e architettonici, non c'è un bel nulla che vi appartenga).

Ebbene…l’ultima affermazione, conclusione di una brillante quanto inutile e faziosa dimostrazione di una brillante conoscenza della geografia italiana (tesa ovviamente solo a riempire pagine e pagine da rivendere come un libro), è alquanto sconvolgente. Il patrimonio italiano nel settore artistico islamico è ricchissimo, certamente uno dei più importanti al mondo. Ma è disperso quanto nessun altro: lo affermano tutti gli studiosi di arte islamica in Italia. Quindi al di là del fatto che gli arabi hanno lasciato una ricchissima eredità culturale in Italia, è vera, legittima e anche utile la richiesta relativa alla collaborazione per la tutela del patrimonio culturale islamico in Italia. La Fallaci fa in effetti un’affermazione molto grave quando sentenzia che nei musei italiani non v’è nulla che riguardi la civiltà dell’Islam. Il collezionismo di arte islamica in Italia ha origini nobili e la Fallaci, più di qualunque altro, lo dovrebbe sapere. Il caso più notevole è in effetti quello delle collezioni medicee fiorentine. Il celebre inventario dei beni di Lorenzo il magnifico (che nel 1487 ricevette doni dal Sultano Mamelucco d’Egitto, Qayt Bey), giuntoci in una copia del 1512 da un’idea dell’interesse per i manufatti islamici. I “160 vasi domaschini di più sorta” in effetti sono oggetti, probabilmente metallici, provenienti da Damasco. A Napoli, presso il Museo Capodimonte, il globo celeste eseguito per il Sultano Ayyubide Al Kamil (1218-1237) dal matematico e architetto egiziano Qaysar (1178/9-1259) è uno dei cinque che si conservano al mondo. A Venezia, Palazzo Ducale ha ospitato dal 30 ottobre del 1993 al 30 aprile del 1994, una delle più importanti mostre mai allestite in Italia, intitolata “Eredità dell’Islam. Arte islamica in Italia” con più di 300 oggetti, solo una parte dell’intero patrimonio islamico italiano.

Nel Museo Nazionale si San Matteo di Pisa è conservato un ingente nucleo di scodelle ceramiche di produzione islamica che decoravano alcune chiese di Pisa. L’uso di ceramiche a lustro di fattura islamica per la decorazione delle facciate e dei campanili delle chiese è attestato, grosso modo, in tutta l’Italia Medievale e ha fortemente influenzato la produzione ceramica locale. E parlando di chiese mi rendo conto che la Fallaci, si è scordata – elencando musei, archivi, biblioteche ecc - del patrimonio islamico nelle Chiese italiane. Si, proprio cosi: molti capolavori islamici sono nei Tesori delle cattedrali e nelle chiese italiane. Portativi come ex voto, oppure doni di personaggi celebri e potenti - molti papi - per onorare un particolare luogo o locali per ingraziarsi le autorità religiose. Fra i Tesori delle cattedrali è giustamente celebre quello di San Marco a Venezia, ricco di opere d'arte islamica di eccezionale rilevanza; vi fanno spicco i cristalli di rocca, oggetti di squisita eleganza e fattura ineguagliata, la cui lucentezza e trasparenza simboleggiavano nell'Europa cristiana la purezza della fede e che spesso venivano trasformati in reliquari, senza che la presenza di iscrizioni arabe turbasse in alcun modo i religiosi. Cristalli che provengono, probabilmente, dal sacco di Costantinopoli del 1204.

Ma non solo, mentre la Fallaci afferma che nelle biblioteche e archivi nazionali non c’è nulla che riguardi il mondo musulmano, i materiali cartacei formano vaste e importanti collezioni nazionali, anche in questo caso disperse. Renato Traini, catalogatore del patrimonio codicologico arabo segnala la presenza di manoscritti in 77 istituzioni di ben 47 città! Il nucleo più antico è quello con con i 60 manoscritti arabi e copti donati a Eugenio IV nel concilio fiorentino del 1441. A Firenze, oltre al fondo mediceo-laurenziano, arricchito dalle donazioni dell'inglese Lord Bertram Ashburnharn (1797- 1878), è importante il fondo Antonio Magliabechi (1633 - 1714) alla Nazionale. La Biblioteca Universitaria di Bologna è legata alla figura di Luigi Ferdinando Marsigli (1658 - 1730), viaggiatore in Oriente che ha lasciato un fondo di seicento codici fra arabi, turchi, persiani, greci ed ebraici. Giacomo (1725 - 1797) è la personalità di spicco nel panorama veneziano, dove alla Pubblica Libreria dello Stato - che si fonda sul nucleo di codici donati dal greco Cardinale Bessarione nel 1468 - si conservano un centinaio di manoscritti, compresi quelli del convento dei SS Giovanni e Paolo transfugati a Venezia da un funzionario ottomano cristiano. All’Ambrosiana di Milano un fondo di circa 1600 codici arabi, ancora mal noto. Il patrimonio vaticano invece è stimabile in 3000 testi arabi, cui vanno aggiunti i fondi turchi e persiani. Ecc ecc.

Quanto alla storia dell’eredità culturale araba radicata in Italia, ci vorrebbero pagine e pagine per parlarne. Basterebbe però ricordare al-Idrisi (1100-1165) che scrisse il “Libro di Ruggero”, opera geografica dottissima dedicata a Ruggero II e Ibn Hamdis (1055-1133) compositore di una raccolta poetica di seimila versi e autore della celebre raccolta “La polvere di diamante” che vissero in Sicilia, per averne un’idea. Basterebbe ricordare che i sovrani normanni in Sicilia furono affascinati dalla civiltà degli arabi, che pure avevano sconfitto: ne adottarono la struttura giuridica e sociale, fornendo le condizioni per una ammirevole convivenza...ne adottarono gli stili artistici: basta una visita alla "Zisa" e uno sguardo al soffitto della cappella Palatina per convincersene. Perfino il favoloso manto di incoronazione di Ruggero II, conservato oggi a Vienna, lo stesso con cui verrà incoronato anche Federico II di Svevia è di chiara ispirazione islamica, con una lunga e bellissima iscrizione araba cufica.

La domanda sorge spontanea, come si fa a pubblicare simili affermazioni fallaciane proprio nel momento in cui la loro falsità è palese e sotto gli occhi di tutti? Come si fa a delegare ad un personaggio simile il compito di riscrivere la Storia? Vorrei ricordare che varie pagine del nuovo libro della Fallaci sono “dedicate” all’esperta tedesca Sigrid Hunke, colpevole di aver compilato uno dei testi più importanti mai scritti sul contributo dato dalla civiltà islamica al mondo occidentale, Allahs Sonne ueber dem Abendland ovvero “Il sole di Allah brilla sull’Occidente”. La Hunke, uno dei massimi esperti di orientalistica, deceduta nel 1999, viene descritta come una “erudita quanto vuoi, intelligente quanto vuoi, ma fottuta nazista”, e non c’è da meravigliarsi visto che il libro della ormai defunta Hunke dimostra scientificamente tutto il contrario delle falsità affermate dalla Fallaci nel suo primo capolavoro, ovvero il contributo dato dagli arabi nei più svariati settori delle scienze umane. Ci vuole davvero un bel coraggio per insultare in questo modo una persona come la Hunke, colpevole secondo la Fallaci di far parte di quella fantomatica “congiura” - a cui appartengono ovviamente tutti gli orientalisti, arabisti, studiosi - tesa a denigrare la civiltà occidentale (secondo la Fallaci “superiore”, manco a dirlo) a favore di quella islamica. Una sola parola d’ordine è ammissibile quando una persona come la Fallaci pretende di insegnare una Storia che non sa: Vergogna!

Sherif El Sebaie