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    Predefinito Discendenza di Sangue e implicazioni 'pagane'

    Credo sia utile fare qualche considerazione sulla discendenza di Sangue, sulle ipotesi di 'purezza', su chi romanticamente immagina di discendere da una tale Tribù di 3000 anni fa, o una popolazione sopravvenuta mille e cinquecento anni dopo, e non da tutto il resto degli umani presenti nel continuum spaziotemporale relativo, sopratutto il 'rifiutare' la discendenza di alcuni, e accettarne di altri.

    E' un argomento importante, perchè è connaturato allo Spirito 'Pagano' la Sacralità degli Antenati, il rispetto per le Genie che ci hanno originato, che ci hanno permesso di essere qui, non come individui isolati, ma come membri di una concatenazione di Sangue e di Spirito che proviene dalla notte dei Tempi.

    Innanzitutto alcune considerazioni :

    Talvolta mi è capitato discutere con amici che erano convinti, poichè originari di una valle dell'appennino ligure, di non avere ascendenze se non dei liguri storici, e di non aver avuto 'contaminazioni' se non quando si è portato a Milano a lavorare. Inutile spiegargli che si sarebbe estinto, o che avrebbe subito delle tare genetiche micidiali, l'orgoglio un pò campanilistico lo faceva dimenticare che per una semplice legge matematica, non è possibile che lui potesse essere un 'puro ligure', ne tantomeno che non avesse avuto antenati romani ( quello che più di tutto evidentemente non gli garbava per questioni politiche molto ma molto moderne..)

    INVIO qui due Articoli che dimostrano MATEMATICAMENTE come, mi dispiace per i romanofobi, andando indietro di venti secoli, e quindi 60 generazioni, salti fuori che siamo innanzitutto imparentati con tutti gli europei, ma che l'unica differenza tra noi sotto le alpi, e gli altri fuori, è che nel nostro albero geneaologico certi personaggi come GIULIO CESARE ( che si dava particolarmente da fare..) risulterà PIU' VOLTE, ed in misura maggiore, di quanto non capiti magari ad un finlandese.
    Ma andando indietro, sufficientemente, appare palese come alla fine siamo tutti parenti.. Certo è che quasi un millennio di storia romana ha portato un segno indelebile sull'eredità genetica di almeno un TERZO dell'Umanità, se non di più...

    I Vikinghi? Certo che si', anche loro! E' molto probabile ( dal momento che comunque i vikinghi si sparsero intorno all'anno 1000) che la totalità di noi lettori abbia avuto almeno un AVO vichingo, nel nostro albero geneologico... ma risulta altresi' palese, che questo avviene in misura enormemente inferiore qui, di quanto non avvenga in Svezia, e allo stesso modo, non è matematicamente possibile che esista un tedesco privo di antenati greci o slavi.

    Buon divertimento nella lettura, che è utile a rompere certi luoghi comuni, sulla realtà della nostra eredità, spesso strumentalizzata a livello politico o utilizzate, più o meno a fin di bene, da chi cerca di rafforzare la propria identità, ma per questi scopi ci sono ben altri strumenti che inventarsi un alienità biologica verso gli altri italiani, che .. volenti o nolenti, questa ALIENITA' non C'E'..

    _______________________________________--

    Tratto dal volume di Antonino Zichichi

    "Il vero e il falso"


    ...la navicella spaziale su cui stiamo viaggiando conta sei miliardi e mezzo di passeggeri.Ciascuno di noi ha due genitori, quatro nonni e otto bisnonni.

    L'età media per generare figli è stimata essere oggi sui trentatre anni e mezzo. Questo vuol dire che in cento anni ci sono tre generazioni. Andando indietro nel tempo ciscuno di noi si trova un numero di antenati che aumenta in progressione detta"geometrica" su base due.

    Per esempio,andando indietro negli anni di undici secoli ciascuno di noi conterebbe ben sei miliardi e mezzo di antenati.Nel Novecento però la popolazione mondiale non arrivava nemmeno a un miliardo. Come si può spiegare una tale flagrante contraddizione?
    C'è ancora da riflettere anche sul fatto che undici secoli fà non era stata ancora scoperta l'America e il mondo era essenzialmente il bacino del Mediterraneo. Andando indietro di altri undici secoli arriviamo ai tempi di Ipparco. facendo i calcoli,risulta che ciscuno di noi dovrebbe avere quarantadue miliardi di miliardi di antenati.Un numero di gran lunga superiore agli abitanti della Terra di allora, di ogi e di tutte le epoche future, se è vero che nella nostra navicella spaziale sarebbe bene non superare i venti miliardi di passeggeri.

    Gli antenati di ciscuno di noi ai tempi di Ipparco dovrebbe essere 42 miliardi di miliardi.Questo calcolo sarebbe corretto se fossimo tutti figli unici.Se ,come dicono le statistiche ,la media mondiale è di tre fratelli per nucleo familiare ,è necessaria una piccola correzione. Bisogna dividere 42 per tre.Risultato:14 miliardi di miliardi.Siccome però ciascun abitante della terra può ripetere lo stesso discorso ,la conclusione è che ai tempi di Ipparco dovevano esserci nel mondo novanta miliardi di miliardi di abitanti. Un numero di abitanti che non potrebbe stare sulla nostra Terra, ma su tanti satelliti di stelle come il nostro Sole.

    Per dare un'idea immaginiamo che ciascuna stella della nostra Galassia abbia un satellite come la nostra Terra.La Galassia conta duecento miliaridi di Stelle. Ci sarebbero quindi duecento miliardi di satelliti come la nosra Terra.Se in ciascuna di queste Terre ci fosse lo stesso numero di abitanti coem da noi ( sei miliardi e mezzo),il numero degli abitanti della Galassia sarebeb enorme,ma ben settanta milioni di volte inferiore al numero dei nostri antenati.


    Ecco perchè chi sogna razze pure dovrebbe riflettere.
    La soluzione del mistero è che i viaggiatori della navicella spaziale sono tutti legati in parentela molto più di quanto si possa pensare.

    Siamo tutti cugini...

    Tratto dal volume "Il vero e il falso" di A.Zichichi
    Gruppo editoriale il Saggiatore S.p.A
    Milano 2003
    Frumentarius
    "Punctim et Caesim ferire"

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  2. #2
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    "Tante facce una razza, parola di Dna" di Paolo Pontoniere

    La mappa della storia umana evidenzia che non ha senzo parlare di 'purezza della stirpe'.
    Intervista al ricercatore Olson

    Gli studi sul DNA umano stanno rivelando un panorama sempre più variegato della nostra storia.

    Le differenze morfologiche tra le "razze" umane stanno diventando sempre più evanescenti sotto la lente della ricerca genetica.
    Siamo una sola specie; diversificata, multiforme e nomade, certo, ma unica.

    E' questa la tesi esposta da Steve Olson, ricercatore indipendente e giornalista scientifico, nel libro "Mappe della storia dell'uomo" (Einaudi) in cui ripercorre appunto la storia umana degli ultimi 150 000 anni, cosi come è rimasta indelebilmente impressa all'interno delle cellule di ciascuno di noi, rivelando un tale mosaico di popolazioni, di incroci, di culture e di migrazioni da privare di qualsiasi fondamento ogni riferimento a una "purezza di stirpe", per non dire di "razza".

    Lei sembra convinto che a prescindere dal loro colore, dalle loro fattezze fisiche e dal loro quoziente di intelligenza, gli esseri umani possiedano tutti lo stesso bagaglio genetico. Com'è possible?

    "E' vero. E me ne sono convinto ulteriormente nel corso delle ricerche che ho condotto per scivere il libro Mapping Human History. All'inizo del libro ero convinto che gli esseri umani fossero per la gran parte diversi l'uno dall'altro e i vari gruppi il prodotto di storie evolutive divergenti, ma man mano che procedevo ho realizzato che si trattava d'una futilità e che gli esseri umani sono imparentati l'un con l'altro molto più di quanto appaia dall'osservazione esteriore del mondo che li circonda.

    Questo non significa che io sostengo che tutti gli esseri umani sono geneticamente identici. Uno può facilmente desumere dall'osservazione della loro pelle, dei loro capelli e della loro faccia che infatti esprimono tutti dei tratti genetici altamente individuali.

    Quello che io sostengo è che il loro bagaglio genetico è sorprendentemene similare. Inoltre, quando la si compara a quella delle altre speci animali la variabilità genetica degli esseri umani appare quasi inesitente.

    Gli scimpanzè che vivono su un solo versante d'una montagna africana, per esempio, esprimono una maggiore diversità genetica di quanta ne esprimono i sei miliardi di esseri umani che vivono sulla Terra. Ciò accade perché discendiamo tutti da un piccolo gruppo di persone che emerse dall'Africa orientale 150 mila anni fa.

    Se quello che sostiene fosse giusto, e quindi ad analizzare il proprio DNA una persona deve concludere di essere imparentata geneticamente con gruppi etnici con i quali non sospettava d'avere nessuna relazione, che lezione ne dovremmo trarre?


    Ad apprezzare maggiormente la diversità degli antenati che hanno contribuito al nostro bagaglio genetico. Questo non accadrà necessariamente immediatamente perché la gente, e la scienza, si limita ad analizzare il DNA mitocondriale e il cromosoma Y, che ci descrivono i legami storicamente più significativi, ma col tempo, man mano che la nostra comprensione dei più minuti frammenti di DNA crescerà, questo cambierà. Sono sicuro che riusciremo ad apprezzare il mosaico di contributi gentici che confluiscono nel nostro profilo personale e sopratutto la vastità del patrimonio gentico che ogn'uno di noi si porta dietro.


    Dobbiamo concludere che il concetto di razza, almeno dal punto di vista genetico, non ha ragione d'esistere?

    Le nostre storie biologiche si sovrappongono così profondamente e sono così complesse che è veramente riduttivo cercare di catturarle con un concetto così semplice. è vero ogni individuo, ed ogni gruppo sociale, possiede un'eredità biologica unica, ma il termine razza confonde il livello culturale con quello biologico in una maniera che è inevitabilemente fuorviante. Credo che il termine razza sia geneticamente e storicamente infondato e che debba essere abbandonato.

    Supponendo che l'evoluzione non segua l'andamento lineare e la gradualità teorizzata da Darwin nell'evoluzione delle speci ma che sia più un affare casuale intermezzato da improvvisi balzi in avanti o deviazioni evolutive, come sostengono Stephen Jay Gould e Niles Eldredge, come si fa a spiegare l'evoluzione degli europei, degli africani, degli asiatici o anche d'un anglo-napoletano ?
    Cosa ci accomuna e cosa ci separa?

    "Ci accomuna il nostro bagaglio genetico e ci separano le condizioni ambientali nelle quali ci sviluppiamo. Le nostre differenze sono fische non genetiche ed emergono dalle condizioni alle quali gli esseri umani dai quali discendiamo si sono dovuti adattare quando si trasferivano in regioni differenti del mondo. Siamo una specie molto giovane che si è diffusa rapidamente in posti del mondo molto diversi l'uno dall'altro. In alcune zone, come per esempio in Europa, abbiamo incontrato condizioni ambientali che ci hanno imposto di adattarci schiarendo il colore della nostra pelle. Lo stesso accadeva in Asia occidentale dove gli esseri umani moderni, che risalgono cioè a seimila generazioni e 150 mila anni fa, si spostarono da aree soleggiate nel sud del continente verso aree con meno esposizione al sole, come per esempio in Cina. Per far fronte alla nuove condizioni climatiche anche questi schiarirono la loro pelle. La gente con la pelle scura rischia infatti di contarre lo scorbuto in climi nordici perché causa la ridotta esposizione asolare non riesce a produrre una quantità sufficiente di vitamina D. è innegabile che discendiamo tutti da un piccolo gruppo di esseri umani che lasciarono l'Africa orientale circa 6000 generazioni fa.

    L'evoluzione non ha quindi avuto abbastanza tempo per sviluppare differenze significative tra i vari gruppi umani, inoltre questi gruppi sono stati sempre molto bravi a mischiarsi l'un con l'altro così che le possibilità di diferenze genetiche si riducono ulteriormente.

    Domanda: Eppure delle differenze tra i gruppi umani esistono, basta guardare l'incidenza di alcune malattie tra determinati grupi etnici come per esempio l'anemia mediterranea tra gli italiani. Come si può spiegare?

    "Gran parte delle differenze nell'incidenza delle malattie tra i vari gruppi umani trova una spieganzione nelle loro esperienze piuttosto che nei loro geni. Nel caso dei giapponesi è esemplificativo il fatto che una volta che vanno a vivere negli Stati Uniti esprimono la stessa incidenza di cancro che si incontra nel resto della popolazione. Lo stesso dicasi per la storia dell'ipertensione, mentre l'incidenza è alta tra gli afro-americani essa è praticamente inesistente tra le popolazioni rurarli dell'Africa occidentale.

    Credo che gli stessi fattori genetici che influenzano l'apparenza fisica intervengono anche nella reazione alle varie malattie. I gruppi umani rispondono alle condizioni ambienatli nelle quali vivono e alle malattie endemiche delle zone nelle quali risiedono, molte volte sviluppando resistenze specifiche come quella alla malaria. Inoltre le mutazioni che contribuiscono alla nostra suscettibilità ad alcune malattie appaiono prima in singoli individui e poi si diffondono nel resto della popolazione.

    Sono dell'idea che le specificità culturali dei vari gruppi siano più utili per differenziare le genti. Il guaio è che tendiamo a confondere la cultura e la biologia e così anche quando discutiamo di differenze culturali spesso ne parliamo in termini biologici, perché la gente appartenente a quei gruppi culturali molto spesso pensa di possedere delle caratteristiche biologiche specifiche che le differrenzia dal resto dell'umanità, cosi cominciamo ad addebitare qualità biologiche a tratti umani che hanno invece radici culturali o ambientali.

    Domanda:E l'affermazione che discendiamo tutti dagli stessi avi, per esempio che Giulio Cesare apparirebbe nell'abero genealogico di tutti gli esseri umani viventi in questo momento?

    Ha a che fare con con le matrici che emergono dall'osservazione dei comporatmenti di gruppi di persone che si accoppiano al loro interno e un ristretto numero di dindividui che da questi gruppi si sposta per accoppiarsi con persone d'un altro gruppo. Una cosa che sembra difficile da credersi ma che appare chiara come il SOLE una volta che si fa l'analisi dei modelli matematici.

    In queso senso stiamo preparando un rapporto scientifico, io ed un altro autore, di prossima pubblicazione. Questo non significa però che abbiamo tutti gli stesi geni. Prova solo che Giulio Cesare appare nell'albero genealogico di tutte le persone che vivono nel mondo. Sul mio può apparire un numero ristretto di volte mentre sul tuo albero genealogico può apparire con maggiore frequenza. (N.d. Frumentarius, lo scenziato è americano, l'intervistatore è Italiano..)

    Tenendo conto che quando si va indietro di 20 generazioni abbiamo tutti un milione di antenati si capisce che più si va indietro più aumentano le probabilità, fino a divenatre una certezza, che alla fine abbiamo tutti gli stessi antenati.


    Allora siamo tutti fratelli e sorelle e apparteniamo alla stessa razza. Come dire una gran festa della gioia nella quale ci dimentichiamo del passato, delle divisioni, dell'odio, delle guerre e anche degli amori? Che conclusione dobbiamo trarre da queste constatazioni?

    "Ma no quello sarebbe ridicolo. Fratelli e sorelle non di rado hanno disamori e si odiano. Le lezioni da apprendere fanno anch'esse parte della storia dell'umanità.

    Greci e romani badavano pochissimo al colore della pelle d'una persona. Gli esseri umani si dividevano tra quelli civilizzati e i barbari.

    Fin tanto che uno parlava il linguaggio dell'Acropoli o quello del foro e accettava le norme culturali del gruppo era liberissimo di far parte della società. Al contrario se anche sembrava greca o romana, la persona che non parlava il linguaggio o non ne accettava le norme di comportamento era considerate un barbaro. Ci si comporta allo stesso modo nella società hawaiana di oggi. La gente anche lì ha un grande tasso di intermatrimonio e si divide secondo linee di demarcazione culturale, esistono anche qui dissapori e antagonismi, ma un individuo può scegliere di appartenere a l'uno o l'altro gruppo etnico a prescindere dalla sua apprenza fisica o dal sua bagaglio gentico.


    http://espresso.repubblica.it/dettaglio-archivio/341503[/u]
    Frumentarius
    "Punctim et Caesim ferire"

  3. #3
    Mjollnir
    Ospite

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    Non sono un esperto antropologo nè genetista, ma ad ogni modo diverse rilevanti affermazioni presenti in questo materiale non mi piacciono, mi lasciano molto scettico e le ritengo anche potenzialmente molto pericolose, specialmente di questi tempi.

    Preliminarmente bisognerebbe ricordare che la "scienza ufficiale" non può parlare di etnie e razze liberamente ed oggettivamente per motivi ben noti.
    Quindi che uno "scienziato" o il 99,99 % degli scienziati dica che le razze "non esistono" mi fa sorridere: semplicemente, non può dire altro.

    In secondo luogo, non ritengo la genetica, la biologia etc.. scienze esatte né perfette, per cui tendenzialmente rigetto proclami del tipo "la scienza conferma che", "la scienza dimostra che"... i dati non sono quasi mai univoci ma possono essere suscettibili di diverse letture. Da Kuhn in poi dovremmo aver imparato che il ricercatore si muove selettivamente in base a paradigmi, che spesso derivano (consapevolmente o no) da ideologie.
    Se non ricordo male di recente un genetista americano (Craig Venter) ha confessato che in realtà del DNA noi conosciamo ancora una piccolissima parte né sappiamo spiegare completamente il funzionamento.

    Poi, dal punto di vista gentile, noi dovremmo riuscire a concepire piuttosto facilmente il poli-genismo rispetto al mono-genismo, il cui archetipo teologico è facilissimo da rintracciare... non a caso sono soprattutto i ricercatori di un grande paese non toccato dal monoteismo (Cina) a credere nell'ipotesi dell'ominazione separata per i vari gruppi.
    Abbiamo tutti gli stessi antenati ? Mah.. chi può dirlo con certezza.

    La tirata sulle "razze pure" mi sembra uno stereotipo egualitarista, per la quale basta una considerazione di buon senso: anche se non fossero "pure" non significa che non esistano.

    Ogni individuo, ogni popolo ha molte componenti diverse ? Probabilmente sì, ma proprio per questo diventa determinante non la situazione di fatto, ma cosa ci si fa con le varie componenti. E questo vale non solo per la biologia, ma anche per la cultura: identità e permanenza possono esservi solo se si individua una linea dominante e portante che possa integrare (o neutralizzare) altre componenti, non certo avallando acriticamente qualsiasi influenza ricevuta e livellandola in senso paritario.

    Certo è che quasi un millennio di storia romana ha portato un segno indelebile sull'eredità genetica di almeno un TERZO dell'Umanità, se non di più..
    Il concetto di "romano" ha natura giuridico-politica, quindi dal punto di vista etnico non può - per essenza - aver avuto influenza.

    Greci e romani badavano pochissimo al colore della pelle d'una persona. Gli esseri umani si dividevano tra quelli civilizzati e i barbari.
    Questo è un punto ancora molto controverso riguardante la cultura antica: mi pare che ultimamente sia uscito uno studio in inglese in cui ci si chiede se gli Antichi fossero "razzisti".
    Possiamo cmq dire che non ci fu una sensibilità uguale per tutti su questa questione.
    Io ho una mia idea, e cioé che gli antichi non avessero nemmeno bisogno di un biologismo consapevole, in quanto la loro attenzione verteva soprattutto sulle forze mistiche e sottili, che delle caratteristiche più evidenti ed esteriori erano causa. Insomma, non che non badassero alle differenze fisiche, ma l'attenzione era rivolta soprattutto alla forma interna.
    É chiaro che poi, in epoca moderna, sono venute a mancare tutte le premesse necessarie per una dottrina metafisica delle stirpi. A causa di questa cecità è diventato centrale il dato biologico.
    Giusto quindi ricollocarlo, sbagliato negarlo.

    In ogni caso, ammesso e non concesso che l'unica divisione fosse stata quella, per noi non è più possibile fare così.


    ma un individuo può scegliere di appartenere a l'uno o l'altro gruppo etnico a prescindere dalla sua apprenza fisica o dal sua bagaglio gentico.
    Ma per carità. Una boutade ideologico-propagandistica, oltre che una palese contraddizione in termini: l'appartenenza etnica e la nascita sono proprio ciò che non si sceglie, ma che è dato come eredità.

  4. #4
    Mjollnir
    Ospite

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    Ammissione choc dello scienziato americano
    che aveva annunciato la mappatura completa dei geni umani


    Sorpresa di Mister Genoma: "Il Dna esaminato era mio"
    Venter: "Ho scoperto di avere un'anomalia nel sangue"

    di VITTORIO ZUCCONI






    WASHINGTON - L'uomo che incontrò sé stesso ha confessato. Il suo viaggio attorno all'umanità è stato un viaggio attorno a un uomo solo, a sé stesso. Craig Venter, lo
    scienziato americano che due anni or sono aveva annunciato di avere tracciato per primo la mappa del genoma umano studiando il Dna di molti donatori, ha confessato di essere stato lui l'esploratore e insieme l'esplorato. Era il suo, e non di altri, il materiale genetico usato per leggere il libro della vita, in un atto di superbia luciferina o di umiltà divina se preferite, ma certo barando un po' nella corsa per il traguardo dell'ultimo segreto.

    Forse anche per questo il titolo della sua Celera Genomics, che al momento di quell'annuncio arrivò a 240 dollari, oggi si può comperare a prezzi di saldo, a 15 dollari. Non toglie molto, questa confessione di Venter fatta al New York Times, all'importanza scientifica della prima compilazione del libro della vita, del catalogo dei 35 mila geni (non 100 mila come superbamente noi "specie superiore" credevamo di possedere) che determinano come è il nostro corpo, forse di che cosa, quando e perché moriremo.

    Ma i concorrenti avversari di Venter, i ricercatori pubblici finanziati dall'Istituto Nazionale della Salute o le aziende private che occupano le colline alluvionali a ovest di Washington lungo le nuove autostrade della "bio tech", sorridono alla rivelazione che "il genoma umano" studiato da lui era in realtà "il genoma di Craig".

    "Tipico - annuisce il suo massimo rivale, il professor Collins - Venter è convinto di incarnare la storia e il destino dell'umanità intera". L'odio e la rivalità fra le primedonne in camice bianco possono essere feroci come falli tra calciatori o sgambetti di ballerine, ma anche tra scienziati e imprenditori sempre famelici di riconoscimenti e di finanziamenti la confessione dell'uomo che incontrò sé stesso ha agitato i supercomputer usati per mettere in sequenza i geni del nostro Dna. "Venter avrebbe dovuto rispettare la consegna dell'anonimato", polemizzano nel
    consiglio d'amministrazione della Celera, dove già gli azionisti hanno visto montagne di miliardi in Borsa dissolversi nel collasso del titolo. "Lui ci aveva detto di avere utilizzato il Dna di 20 donatori appartenenti a cinque gruppi etnici diversi, caucasici, africani neri,
    asiatici, amerindi, micronesiani, e adesso scopriamo che ha utilizzato in pratica soltanto il suo"
    , brontola il New York Times che ha raccolto la sua confessione.

    Venter aveva scelto sé stesso per una ragione poco scientifica ma molto umana: "Per curiosità", dice. "Non ho saputo resistere alla tentazione di tracciare la mia mappa genetica". E nel lavoro durato due anni e fatto da 20 supercomputer, Venter ha scoperto qualcosa che interessa infatti soprattutto a lui, una anomalia genetica chiamata "apoE4" che preconizza la possibilità del morbo di Alzheimer e rende difficile il metabolismo dei grassi. "Da quando l'ho scoperto, prendo regolarmente farmaci per il controllo dei lipidi".

    Può essere un po' eccessivo lanciare un progetto di ricerca ambizioso come lo Human Genome Project soltanto per scoprire di avere il colesterolo un po' alto, come ogni esame del sangue in un laboratorio mutualistico può rivelarci per pochi euro, ma la vera delusione è più filosofica che biologica. "Avere completato con tanta rapidità la mappatura del genoma umano completo è comunque un risultato fantastico, ma delude un po' sapere che non abbiamo davanti la mappa del genoma umano, ma la mappa del
    genoma del signor Venter", obbietta il massimo studioso americano di bioetica, il professor Arthur Caplan della University of Pennsylvania.

    Ma il signor Venter non sarebbe il signor Venter se quello che lui fa non scuotesse le foglie della foresta scientifica americana. Da quando fu cacciato dal liceo per scarso rendimento e fu spedito in Vietnam come infermiere militare, il dottor Venter, come diventò rientrando in patria e prendendo il massimo titolo accademico, il Ph.D., è una sorta di battitore libero della ricerca, di Don Chisciotte deciso ad abbattere la burocrazia scientifica.

    "Ho visto morire centinaia di giovani americani uccisi dalla stupida crudeltà dei politici e da allora non mi fido più di nessun governo, non mi importa se di destra o di sinistra, se repubblicano o democratico". Fremeva visibilmente, quel giugno del 2000 quando il presidente Clinton lo ricevette alla Casa Bianca per incoronarlo "scopritore del genoma umano" ma ex aequo, insieme
    con Francis Collins, direttore del progetto pubblico concorrente, finanziato dal governo.

    "Ma quale pari merito, senza il mio pungolo nel sedere", disse allora Venter che parla ancora come l'infermiere di guerra che era, "gli scienziati del governo avrebbero impiegato un secolo per fare quello che io ho fatto in due anni". E a tutti ricorda che la prima mappa genetica completa di un organismo vivente, il Bacterium Influentiae H, alleato e complicanza del virus influenzale, fu opera sua, nel 1994, prima di attaccare organismi più complessi, come il "moscerino della frutta" e, nel 1998, il sacro Graal della biologia, l'uomo.

    I colleghi-rivali hanno sempre riso di lui, della sua scelta di affidare ai computer la catalogazione dei 35 mila geni umani (più o meno quanti ne ha un albero, giusto per tenerci umili), "Un lavoro che avrebbero potuto fare anche le scimmie" sbuffò Collins dal fronte della ricerca pubblica. Più seriamente, molti ricercatori nel mondo sono turbati dal tentativo di "privatizzare" i risultati di un lavoro che sta alla base della futura medicina genetica capace di attaccare finalmente alla radice ogni patologia umana, dal diabete al cancro, dall'Alzheimer al Parkinson's.

    "In fondo - è intervenuto il Nobel scopritore della struttura del Dna, le famose "triplette", James Watson - ha poca importanza che il genoma tracciato sia quello del signor Venter o del signor Smith". Parafrasando i testi sacri, si potrebbe dire che "chi scopre il genoma di un uomo, scopre il genoma di tutta l'umanità"(questa affermazione me ne ricorda un'altra molto simile presente in una letteratura e cultura del vicino Oriente.. NdM). Quello che importa è che la prima mappa delle fonti della vita sia stata tracciata e che grazie a essa già nuovi farmaci geneticamente mirati e studiati sul profilo di ogni paziente siano allo studio nel laboratori.

    Craig Venter ha forse barato un po' al gioco, per vincere la partita della pubblicità e delle pubbliche relazioni, ma fra dieci o trent'anni, se l'incurabile diverrà curabile, se il miracoloso diventerà normale, a nessuno interesserà più chi abbia fatto che cosa, nel ballo frenetico delle vanità scientifiche.

    (28 aprile 2002)

    (http://www.repubblica.it/online/cult...ppagenoma.html)

  5. #5
    Mjollnir
    Ospite

    Predefinito Medicina etnica

    La razza secondo la medicina
    di Michela Rampon tratto da
    http://www.sapere.it/tc/medicina/art...cina_razza.jsp

    Con la mappatura completa del genoma umano, nel 2001 i genetisti Francis Collins e J. Craig Venter hanno dimostrato che il concetto di razza non ha fondamento scientifico. Ma la ricerca medica per curare alcune patologie di gruppi umani definiti in base al colore della pelle continua.
    Lungo il corso della storia la teorizzazione del razzismo si è spesso avvalsa del contributo della ricerca medico-scientifica. Con la nascita delle prime teorie medico-biologiche per giustificare l’inferiorità di un popolo rispetto a un altro, scienza e pregiudizio razziale hanno stretto un rapporto decisivo. Gli esempi più nefasti di questa corrispondenza hanno trovato una sistematizzazione vera e propria solo quando gli stereotipi sono stati estesi, oltre che alla razza, anche alla cultura e alla fisiologia di un gruppo umano. Nel 2000 durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, il direttore del National Human Genome Research Institute Francis Collins e il presidente della Celera Genomics, J. Craig Venter annunciano di aver completato la “bozza” completa del genoma umano. In quell’occasione i due genetisti affermano che a livello molecolare le differenze razziali non hanno alcuna base scientifica: il DNA umano è simile per il 99,9% dei casi. La ricerca ha finalmente rifiutato le basi scientifiche della discriminazione razziale? Non del tutto. Anche se l’acido desossiribonucleico degli uomini si assomiglia quasi al 100%, esiste uno 0,1% che fa la differenza. Il DNA è formato da 30.000 geni a loro volta composti da tre miliardi di basi (adenina, timina, citosina, guanina). Quando una base è diversa si verificano i casi di polimorfismo nucleotidico o SNP che cancellano l’uguaglianza tra un individuo e l’altro.

    Concentrandosi sulla percentuale “residua”, la ricerca ha in pochi anni continuato sullo stesso terreno abbandonato dalla scienza dopo l’annuncio di Collins e Ventre. Confidando nella nuove tecnologie informatiche, l’attenzione dei ricercatori si è spostata sullo 0,1% di differenza genetica. Poco tempo dopo la lettura della sequenza completa del menoma umano, l’IBM annuncia l’arrivo di un mega elaboratore in grado di compiere 7,3 milioni di calcoli al secondo sul DNA. All’origine la macchina era stata concepita per permettere di personalizzare le terapie genetiche. Ma a seguito del decesso nel 1999 di un paziente sottoposto a questo tipo di cure, la strada della personalizzazione si interrompe. Dopo questa impasse le biotecnologie cominciano a guardare verso nuovi orizzonti di sviluppo, a cominciare dalla genomica, una nuova branca della genetica che si occupa dell’analisi comparativa del genoma di differenti organismi e “tipi umani”. Le prime scoperte a riguardo arrivano dall’Islanda. Il parlamento del Paese aveva da poco approvato una proposta di legge, nella quale dava a una società di biotecnologia la possibilità di utilizzare una banca dati genetica di tutta la popolazione dell’isola: all’epoca circa 270.000 persone. Le informazioni e i dati medici sulla popolazione conservati per più di un secolo, sono stati essenziali per la ricerca biotecnologia. Secondo la società, l’analisi di campioni di sangue e tessuti presenti in archivio associati a quelli più recenti hanno permesso di rintracciare i geni responsabili delle patologie che insidiano l’uomo. Per gli studiosi il punto di forza di questa ricerca risiede proprio nell’omogeneità della banca dati utilizzata. Gli islandesi si assomigliano geneticamente e ciò facilita il monitoraggio delle mutazioni all’origine delle malattie e di conseguenza lo studio di nuove terapie per combatterle. Il primo passo verso la cura di gruppi umani definiti in base alla loro appartenenza è compiuto.

    La tappa successiva si verifica quando nel marzo 2001 la Food and Drug Administration, l’organismo di controllo federale degli Stati Uniti su alimentazione e farmaci, stipula un accordo nel quale dà diritto a una società specializzata in biotecnologie, la NitroMed, di cominciare una ricerca sul primo “farmaco etnico” studiato appositamente per pazienti neri: il BiDil. La medicina è in grado di aumentare i livelli di ossido nitrico (un derivato dell’azoto) del sangue e, di conseguenza, prevenire l’affaticamento cardiaco. Si tratta della combinazione di due farmaci per il cuore i cui test fallimentari risalgono a 20 anni fa. Originariamente il medicinale viene concepito per una popolazione ben più vasta di quella nera. Ma gli studi clinici sull’efficacia del BiDil non danno risultati notevoli e l’FDA ne rifiuta l’approvazione nel 1997, perché l’applicazione poggia su studi superati. Cosa succede dopo? Nonostante la sua bocciatura, la ricerca riesamina i dati e dimostra che nei vecchi test il BiDil ha avuto effetti positivi su una parte del campione di individui a cui è stato somministrato: 395 neri. Non solo, i dati raccolti negli USA e riportati dalla rivista Science sono ancora più chiari. A differenza dei colleghi bianchi, gli afro-americani rappresentano quella fetta di popolazione 10 volte più soggetta all’insufficienza epatica, 3 volte all’ipertrofia cardiaca e 2 volte al diabete. Questi dati spiegano le ragioni dell’introduzione sul mercato farmacologico del medicinale da somministrare agli afro-americani. Ecco quindi arrivare la seconda valutazione dell’FDA. L’organismo federale americano stabilisce che potenzialmente il farmaco è in grado di evitare scompensi cardiaci nei soggetti di colore e dà via libera al brevetto. Dal 2004 il BiDil può essere prescritto come rimedio benefico per gli americani neri che soffrono di cuore.

    Negli Stati Uniti associare alcune patologie con il colore della pelle non è un segreto. La ricerca scientifica fondata sulla razza è sostenuta da studiosi come Sally Satel, psichiatra e docente all’Università di Yale. La studiosa ha apertamente proclamato di fare “medicina razziale”, per migliorare l’iter diagnostico e il trattamento dei pazienti. Se per esempio ha in cura un nero che soffre di depressione, prescrive dosi più deboli di Prozac, perché i dati clinici analizzati dalla ricerca farmacologia hanno dimostrato che numerosi afro-americani metabolizzano gli antidepressivi più lentamente rispetto a caucasici e asiatici. Dal colore della pelle le differenze indicate da alcuni studiosi americani si estendono anche ad altre “disfunzioni”, come anemia e ipertensione. A soli 4 anni dall’annuncio che la razza non ha alcuna base scientifica, la medicina americana continua a somministrare farmaci in modo differenziato nonostante gli effetti benefici delle cure siano blandi. È il caso del Cozaar, un prodotto farmacologico utilizzato per diminuire la pressione arteriosa, che ha risolto solo pochi casi di ipertensione tra la popolazione nera. La ricerca tuttavia continua. Uno studio in corso sponsorizzato dal laboratorio AstraZeneca, per esempio, sta analizzando gli effetti di un farmaco anticolesterolo su cittadini americani provenienti dall’Asia del Sud, come gli indiani, considerati individui più sensibili alle malattie cardiovascolari legate al colesterolo. Quali le ragioni di tante ricerche? In campo medico i ricercatori hanno individuato geni che espongono l’organismo ad alcuni tipi di malattie e altri che vengono coinvolti nelle dinamiche del farmaco. Le risposte a una terapia farmacologia possono dipendere da uno qualsiasi di questi geni. Le unità ereditarie del cromosoma inoltre si distribuiscono in modo diverso tra le popolazioni. Si è riscontrato poi che un tipo di mutazione genetica avviene con più frequenza in certe zone geografiche e meno in altre. Tuttavia la scienza non dispone ancora di test genetici efficaci per dimostrarlo.

    ------------

    USA / Il primo farmaco prodotto su misura per afroamericani
    Un'azienda farmaceutica vuole commercializzare il primo farmaco prodotto su misura per afroamericani. Si chiama BiDil ed e' una medicina per il cuore; i test clinici sui neri hanno dato risultati tanto positivi da far interrompere la sperimentazione e chiedere subito l'autorizzazione alla vendita. Questo caso riacutizza il dibattito sulle "terapie etniche", in corso da qualche anno nel mondo sanitario statunitense.
    http://www.aduc.it/dyn/avvertenze/ne...=149&tipo_id=2


    (http://www.disinformazione.it/razzaemedicina.htm)

  6. #6
    Mjollnir
    Ospite

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    Naturalmente qui non è possibile né auspicabile fare un dibattito di genetica.
    Ho solo riportato 2 contributi fra molti che dovrebbero ammonirci tutti a prendere con molta criticità le cosiddette "evidenze scientifiche".

    Da un punto di vista gentile, Giuliano mi sembra propendere per il poli-genismo:

    “Se la differenza nelle leggi e nei costumi non l’hanno posta, per ogni nazione, un Dio etnarca, un angelo a lui subordinato […] mi si indichi come e da quale altra causa siano state originate queste differenze. Infatti non basta dire Dio disse e così fu. Bisogna invece che la natura delle cose create si accordino con gli ordini di Dio”

    Flavio Claudio Giuliano, Discorsi contro i Galilei, 143 B

    “Dunque se egli, come ordinò che le lingue fossero confuse e non fossero tra loro in assonanza, così dispose anche le istituzioni politiche dei popoli […] né ci creò perché eliminassimo questa dissonanza. Bisognava infatti, prima di tutto, che differenti nature inerissero in chi diversamente si sarebbe comportato fra i popoli”.

    Flavio Claudio Giuliano, Discorsi contro i Galilei, 143 D

    ''Infatti i nostri dicono che il demiurgo è comune padre e re di tutti, ma che le altre funzioni sono state da lui assegnate a Dei etnarchi dei popoli e a Dei protettori di città, ciascuno dei quali amministra la sua parte conformemente a se stesso''

    Giuliano Augusto, ''Discorsi contro i galilei'', 115 D.


    Perchè dovremmo accettare alla leggera l'idea dell'antenato unico ???

  7. #7
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    essendo studioso di genetica mi trovo esattamente nel mezzo.

    ovvero la genetica è scienza esatta l'unica in grado di ricreare clonandolo per "infinite volte" un essere vivente eguale a l'impostazione e al criterio di partenza voluta.

    chiaramente! se esiste un marcatore "genetico specifico per gli europei"
    significa a cose fatte, che il parametro di base di un europeo possiede
    appunto una sua netta bio diversità di partenza, percepita appunto in
    distanza o vicinaza -genetica.


    è oltremodo importante contestualizzare che i "geni e gli alberi derivati dal poliformismo, si chiamano polimorfici,proprio perchè si trovano in uno stadio
    intermedio -tra la fissazione -e l'estinzione -(quindi se ci sono, sono evidenti- viceversa si parla quindi di chiara estinzione)
    da qui la seguente costruzione di un'albero ad analisi filogenetica dicotomica
    o nucleare, si impiega tramite marcatori specifici in una matrice delle distanze calcolate in tutte le coppie singole delle varie popolazioni umane (omozigote eterozigote alleli e locus) tracciando differenze e medie geniche-rilevanze e mancanze-disponendo la media delle distanze tra tutte le possibili combinazioni (proprietà algebrica del calcolo della varianza e coeficiente di coascendenza espresso nel tempo demico di espansione delle generazioni-popolazioni per geni anche mediante gli algoritmi)

    i metodi selettivi sono molti.

    -analisi di varianza
    -eguale evoluzione dei segmenti tra popoli- albero additivo
    -massima verosimiglianza (il nostro albero)
    -averages- selezione dei popoli che mostrano geneticamente effettiva somiglianza -geni-algoritmi-tassonomia numerica-varianti di applicazione temporale-media di frequenze geniche- percorso minimo di evoluzione.
    -neigh bour joining (unione dei vicini a tasso evolutivo costante)
    -geni particolari e antigeni umani linfocitari (isolamento specifico- esempio-pratico :tramite l'elettroforesi nel gruppo a-positivo catena b
    numerose sono le immunoglobine le proteine e gli enzimi totalmente sconosciute alle popolazioni africane e viceversa:.)

    chiaramente non tutto il genoma è stato sondato
    ma quello che conosciamo basta di certo a riconoscerci.

    saluti.

  8. #8
    KLAOHI ZIS
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    Sono d'accordo col Distruttore.

    Nel mio caso, non ho mai detto di essere un sannita puro, non ne posssono esistere oggi.
    Ma anche se avessi 5 parenti di Cesare nel albero genealogico? Mi dovrei considerare latino? Credo proprio di no!
    Vi dirò, di cognome faccio Lanna che probabilmente può aver avuto origine dal nome germanico Orland (non so come si scirva esattamente), ma questo non fa di me un tedesco!!!

    Per dirla in un modo mooolto "grezzo": io non sarò un sannita puo (anche se i miei genitori fossero entrambi molisani), ma la maggior parte del mio DNA lo è. Anche se avessi un 15% composto da sangue vikingo, celta, romanico,...io mi metto a guardare l'altro 85%. Io faccio così, anche se posso sbagliarmi.

    Saluti

  9. #9
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    § Nel tempo attuale è importante sfumare le distinzioni tra le etnie europee. Essere pagani in senso profondo, essenziale è più importante che puntualizzare distinzioni e presunte ascendenze liguri o picene, osche o longobarde.
    La differenza tra un "siculo" e un "bretone" è una sfumatura trascurabile. La differenza tra un siciliano pagano e un tunisino islamico è un abisso incolmabile.

    §. Civiltà greca, civiltà romana, civiltà germanica, civiltà celtica: sono i quattro pilastri dell'Europa. Bisogna conoscere il senso di queste quattro civiltà.

    §. Bisogna amarle tutte e quattro. Chi è nato nelle regioni di antica civilizzazione greca deve essere orgoglioso e rispettoso della storia dei popoli germanici, celtici... Nessuno sciocco "nazionalismo" religioso oggi deve creare barriere all'interno del mondo pagano e, diciamolo, aryo. Avete presente voi certe battutine di pagani mediterranei sui "barbari" del Nord?

    § Poi arrivati a un certo punto bisogna anche guardare al presente e al futuro. Gli Indiani mandano in cielo i missili balistici e li chiamano Indra 1, Indra 2. Il paganesimo non è museo, non è archeologia. Anzi il legame dogmatico con un passato che - ahinoi - non passa spesso è indizio di mentalità abramitica, fanatica.

  10. #10
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    Bisogna amarle tutte e quattro. Chi è nato nelle regioni di antica civilizzazione greca deve essere orgoglioso e rispettoso della storia dei popoli germanici, celtici... Nessuno sciocco "nazionalismo" religioso oggi deve creare barriere all'interno del mondo pagano e, diciamolo, aryo. Avete presente voi certe battutine di pagani mediterranei sui "barbari" del Nord?

    più che d'accordo

 

 
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