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Gli evasori del pubblico impiego
Maurizio Blondet
19/10/2006
Vincenzo Visco
In auto, giorni fa, ascolto Radio 24, l’emittente della Confindustria.
Viene intervistato e festeggiato un docente universitario calabrese che, anni fa, fu inquisito per aver avuto rapporti sessuali con sue studentesse ed averle riprese in video-porno.
Questo eroe del nostro tempo è stato assolto dai giudici; ovviamente, reintegrato nel posto; ora tiene una rubrica su un giornale, e ha scritto un libro sulla sua «esperienza».
I due conduttori lo festeggiano, si rallegrano, lo fanno parlare dei suoi «amori».
Nessuno naturalmente rimprovera al viscido individuo la sua colpa centrale, che non è sessuale.
In cosa consista, viene spiegato da un’ascoltatrice che rievoca, sognante, un suo antico amorazzo con un suo professore: a letto si mettevano d’accordo sulle domande che lui avrebbe fatto a lei all’esame del giorno dopo, lui la promuoveva anche se lei non sapeva nulla.
Rallegramenti, risate, bella storia…
Mentre i parassiti pubblici mettono sotto accusa interi ceti di privati come «evasori» fiscali, sarà bene ricordare le evasioni dei pubblici funzionari, ben descritte da questo episodio salace.
Né il «docente» calabrese scopatore, né i giudici che l’hanno reintegrato e assolto, si considerano evidentemente tenuti, a corrispettivo degli stipendi che paghiamo loro, ad un comportamento eticamente corretto, a qualche obbligo di decenza e di giustizia.
L’uno scopa le studentesse e le promuove (corruzione, abuso di posizione, interesse privato in atti d’ufficio); i magistrati non trovano nulla di sbagliato in questo loro «collega» pubblico che viene meno ai doveri elementari di correttezza e di equità.
Non faccio il moralista, non si tratta di colpire la fornicazione; ma la concussione sì.
Non considerano noi contribuenti i loro datori di lavoro, non temono il nostro giudizio: strafottenti, se ne fregano, anzi se ne vantano.
E naturalmente, la radio di Confindustria dà pure loro ragione, si congratula.
La «legalità» non è stata violata dal seduttore di studentesse, le promozioni che le sedotte volontarie si guadagnano prostituendosi al cattedratico sono fatti «privati», anche i filmini sono una cosa divertente: quando riguarda le marachelle sessuali dei pubblici funzionari, il «privato» torna ad essere «bello».
Guardate, è tutto così.
Poco prima di essere trionfalmente nominato capo dello Stato, Giorgio Napolitano è stato rimproverato dalle autorità di Bruxelles perché, da deputato europeo, ha fatto la cresta sui voli: esibiva biglietti aerei scontati, e pretendeva il rimborso a tariffa intera.
I deputati protestano se si scopre che sono consumatori di cocaina; credono di aver il diritto di ignorare che cosa siano il Darfur, la Consob, e la data della scoperta dell’America, e insultano chi li «interroga», strafottenti.
Non devono a noi i loro stipendi e nemmeno i loro voti, sono stati i partiti ad assegnarglieli.
Non devono rendere conto a noi.
I conflitti d’interesse?
Esistono solo per Berlusconi, simbolo dell’odiata società privata.
Che Barbara Pollastrini, ministra delle Pari Opportunità, sia la moglie di Pietro Modiano, il direttore generale del San Paolo IMI, non suscita proteste moralistiche.
Che Mario Draghi sia stato appena ieri vicepresidente di Goldman Sachs non invoglia ad inchieste giudiziarie.
Neanche che Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredito, sia il finanziatore di Italianieuropei, la fondazione di D’Alema.
E’ tutto regolare, per lorsignori.
La commistione incestuosa tra banchieri e politici, tra interessi finanziari e poteri di governo, è insindacabile.
Questa mentalità padronale è perfettamente rivelata da un articolo di Carlo Federico Grosso, magistrato, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura.
Su La Stampa (1), il personaggio rimprovera a Prodi di non aver cancellato, come richiesto dai giudici, le varie leggi del governo del Polo che hanno ridotto alquanto lo strapotere della magistratura.
Dice: sono state «tradite le legittime aspettative di migliaia di elettori», ossia evidentemente della casta giudiziaria, migliaia di «elettori», che ha trattato il suo appoggio alla sinistra in cambio di una promessa.
Lo conferma più sotto: la sparizione «dei più prestigiosi candidati di uno dei due più importanti partiti della coalizione a ministro della Giustizia», dice, mi ha fatto capire che «i partiti più votati non intendevano assumere responsabilità diretta nel settore della giustizia», ossia nel cancellare le leggi volute da Berlusconi.
Insomma, conclude testualmente, si sono defilati «dall’impegno politico a realizzare un programma concordato prima delle elezioni e sulla base del quale era stato chiesto ed ottenuto il consenso».
Assaporate parola per parola questa frase.
I due partiti grossi, DS e Margherita, si erano «impegnati» con la casta giudiziaria a «realizzare il programma concordato prima delle elezioni»; in base a tale contratto «era stato chiesto il consenso», e l’avevano «ottenuto».
Ora, sono venuti meno all’impegno.
Segue la minaccia: «Le promesse devono essere mantenute», scrive il consigliere superiore: «Perché in caso contrario gli elettori, anche quelli più affidabili, potrebbero prima o poi stancarsi definitivamente».
Ora, è impossibile commentare adeguatamente questo messaggio obliquo.
E' difficile, perché la magistratura si offende facilmente, e tra i suoi «fringe benefits» ha quello della querela con vittoria assicurata.
Lo dicono le statistiche: se un giornalista è querelato per diffamazione da un privato, ha 60 possibilità su 100 di essere assolto.
Se lo querela un giudice, ne ha meno del 40 %.
In fondo, è un po’ come il caso del professore-seduttore: tra colleghi del settore pubblico ci si spalleggia, ci si copre.
Dunque, non diremo nulla.
Nemmeno noteremo che la magistratura italiana appoggia, come corpo costituito, una parte invece dell’altra, il che getta una qualche ombra sull’oggettitivà delle sue sentenze.
Solo che probabilmente, in Sicilia, certi gestori di voti per conto della Mafia dicono al politico che hanno fatto votare in cambio di un accordo che «le promesse vanno mantenute» in base «al programma concordato prima delle elezioni».
Però la Mafia non scrive i suoi messaggi in prima pagina de La Stampa, sul giornale della Fiat.
Evidentemente, c’è la serena certezza di esercitare un diritto sovrano e intoccabile.
Allo stesso modo, imperturbabili, i magistrati della Corte Costituzionale nominano sistematicamente a presidente della Corte il loro collega più anziano a tre mesi dall’uscita: al solo scopo di farlo andare in pensione con il massimo degli emolumenti e con l’auto blu con due autisti vita natural durante.
Un trucchetto di cui anche un privato dovrebbero vergognarsi, e su cui il Consiglio Superiore dovrebbe dire qualcosa.
Invece, tutti contenti.
Perciò abbiamo decine di presidenti «emeriti» della Corte suprema al massimo dello stipendio, e migliaia di auto blu, anzi il loro numero non fa che accrescersi.
E’ per questo che vogliono farci pagare tutte le tasse, e ci danno la caccia come evasori.
Le loro auto blu costano.
Lo dico a quel lettore che mi ha scritto indignato: lei non può difendere gli evasori, dopotutto è vero che l’orefice dichiara meno del poliziotto…
Scusate, guardate meglio le tabelle: sono delle medie, e nelle medie ci sono imprenditori e professionisti che hanno appena aperto lo studio o la fabbrica, o che vivono in provincia.
Nella media, che il dentista o il commercialista dichiarino in media 90 mila euro annui non pare assurdo.
Non ho alcuna simpatia per i notai: ma va notato che quelli di Treviso dichiarano un reddito di 922 mila euro l’anno, dunque ci pagano sopra le imposte; forse si può eccepire sui notai della Campania, ma dichiarano pur sempre 216 mila euro annui.
In ogni caso, questi guadagni per noi principeschi non sono che le briciole di ciò che prendono Ciampi, Napolitano, Draghi: e senza alcun obbligo di rendiconto, nemmeno morale.
Un deputato che ignora cosa sia la Consob già riceve - da noi - il doppio dei profitti di un notaio campano.
Ecco perché usano tanta coca: troppi soldi in tasca, e si annoiano pure, come tutti gli ignoranti.
L’evasione di questi signori non è fiscale: è peggio; è l’evasione sistematica dai doveri fondamentali del loro stato, per cui sono pagati da noi contribuenti.
Non paghiamo un docente perché scopi le studentesse e le riprenda con la telecamera.
Né i magistrati perché facciano accordi con dei partiti, o per procurare l’auto blu ai supremi giudici che vanno in pensione.
D’altra parte, le polemiche di questi giorni non devono far dimenticare che il ministero delle Finanze è il più grosso degli evasori tributari, a danno dei cittadini: pagare i rimborsi IVA con nove mesi di ritardo non solo è distruttivo delle imprese produttive, non solo gli ruba liquidità, ma significa che imprese e professioni anticipano allo Stato più imposte di quanto debbono - 14 miliardi di euro, dicono - e che lo Stato, furbamente, si tiene i soldi più che può.
Il fisco, che pretende da noi, con minacce e carcerazioni, la più scrupolosa obbedienza
e puntualità contributiva, non si ritiene obbligato a pari lealtà e sollecitudine.
Questa è evasione, evasione dai doveri elementari del settore pubblico verso la società, di cui è - dovrebbe sentirsi - il servitore.
E invece, si sente il padrone.
Un esempio: nella finanziaria, in continua evoluzione, sono scomparse le agevolazioni per chi compra l’auto Euro-4.
Oscar Giannino, su Il Riformista, spiega perché: siccome Prodi ritiene che Montezemolo non lo appoggi a dovere, e anzi che il suo Il Corriere della Sera gli remi contro (così crede lui), si è vendicato togliendo i benefici alla Fiat.
E’ dunque così che i nostri statisti concepiscono le leggi di bilancio: non come un piano per lo sviluppo, per dirigere l’economia e riformare la spesa pubblica in un quadro di certezza del diritto, ma come uno strumento di ritorsione per chi sfida il potere costituito.
Lo stile di Prodi è quello dei «prefetti» di seminario che si prendono piccole vendette meschine sui ragazzini.
L’aspetto inamovibile dello stile clericale, la vendicatività attiva.
L’uso privato del principale strumento pubblico, la Finanziaria, piegato alle paturnie e alle suscettibilità del governante del momento: anche questa è evasione.
E benchè si sappia che nessun giudice la perseguirà mai, è un’evasione infinitamente più grave di qualunque evasione di privati.
Maurizio Blondet


Vincenzo Visco
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