da Area di Giugno 2006


Non è vero che l'urlo rabbioso "dieci, cento, mille Nassiriya" ringhiato dal branco che fa coda rossa nelle cosidette manifestazioni pacifiste della sinistra-centro sia sintomo di un impreciso disagio giovanile o l'estremizzazione infantile di un nobile concetto come quello della pace. Quel grido rancoroso è l'espressione razionale, cosciente, scientifca, coerente di una politica, di una cultura, di una storia.
Quelle parole, che uccidono soldati italiani gia morti, sono pallottole ideologiche prese dall'armeria della sinistra. Basta sfogliare il famigerato album di famiglia per averne una prova.
Oltre un secolo fa, nella primavera del 1896, mentre l'Italia affogava in un oceano di dolore per la sconfitta di Adua, costata oltre seimila soldati italiani caduti nell'imboscata etiopica di Menelik, cosa faceva la sinistra italiana di allora? Esattamente quello che fa oggi. I padri morali, culturali, politici, storici di chi oggi ulula quel tremendo "dieci, cento, mille Nassiriya", scesero nelle piazze e nelle strade d'Italia a dimostrare contro la partenza dei rinforzi per l'Africa inneggiando alla sconfitta italiana. Un autorevole commentatore del tempo, il giornalista Vincenzo Morello, raccontava di finte madri abbrunate che adnavano in giro nelle città e nelle campagne a far propaganda per la sconfitta, e al suono dei loro lamenti e al vento dei loro sospiri le rotaie venivano spezzate nelle stazioni: "Non si poteva viaggiare" egli scrive "senza sentire irridere al nome italiano e senza vedere in mille forme e in mille colori volgarizzata la nostra sottomissione al calcio di Menelik". E mentre il nume tutelare della sinistra italiana, il riformista Turati, definiva una "salutare sconfitta" l'annientamento dei militari italiani sul campo di battaglia africano, la fazione rossa ulrava nei cortei cosidetti pacifisti "Viva Menelik".
La sinistra italiana d'allora, dopo averla invocata, giradava ai quattro venti la sconfitta dilatandone le proporzioni e la risonanza. E c'era in quel grido vile e tremendo un inquietante sentimento di gioia "perchè la sconfitta" scrive Sergio Romano nella sua biografia su Crispi "apriva finalmente la strada alla sua caduta" ovvero alla fine politica dello statista siciliano. E infatti la sinistra utilizzò la sconfitta di Adua come mezzo per eliminare Crispi. La pace e la giustizia sociale insomma, c'entravano fino a un certo punto: erano mezzi usati furbescamente e ipocritamente dalla sinistra per raggiungere un fine.
La sinistra d'allora dunque, passò sui cadaveri dei soldati italiani di Adua per colpire Crispi cosi come la sinistra di oggi calpesta i corpi dei caduti italiani in Iraq e Afghanistan per colpire Berlusconi. C'è della logica in questa follia. E' la logica politica dell'odio, è la logica culturale dell'intolleranza. E purtroppo lo conosciamo bene l'odio politico della sinistra: è alla base della guerra di classe di Marx, è il fondamento della guerra civile di Lenin. E conosciamo bene pure l'intolleranza della sinistra, a proposito della quale il decano dei sociologi italiani Franco Ferrarotti scriveva che "gli intellettuali di sinistra hanno grosse responsabilità nella diffusione della cultura dell'intolleranza" (Critica Sociologica 1995).
"Viva Menelik" e "Dieci, cento, mille Nassiriya" non sono semplici slogan, bensi azioni politiche e programmi culturali che non a caso trovano poche parole di condanna negli ambienti riformisti di turatiana memoria della sinistra odierna, perchè c'è una complicità nascosta, tra riformisti e massimalisti, giustificata dalla comune appartenenza allo stesso album di famiglia.
Ma c'è un'altro elemento di riflessione da aggiungere. "Viva Menelik" e "Dieci, cento, mille Nassirya" sono espressioni antipatriottiche e antinazionali che derivano dal mito storico della sinistra: quello dell'internazionalismo. La sinistra odia la patria, odia la nazione, ne esalta le sconfitte, ne disonora i caduti in nome di quell'internazionalismo ideologico inventato da Marx, per il quale non esiste patria o nazione per il proletariato. Una tesi scientifica falsificata dalla storia nel 1914, quando il proletariato europeo si schierò con la Nazione e con la Patria in Germania, in Francia , in Italia e in tutta Europa.
Questo internazionalismo marxista è il fratello gemello del cosmopolitismo liberale, per il quale non esiste patria o nazione per la borghesia. Non a caso accanto alla sinistra che gridava "Viva Menelik" vi era quella stessa borghesia che oggi è schierata cin chi grida "Dieci, cento, mille Nassiriya". Certo allora come oggi la borghesia si scandalizza udendo questi slogan e cosi mette in pace la propria anima ma è un fatto storico accertato l'alleanza tra l'internazionalismo e cosmopolitismo, tra marxismo e liberalismo, tra sinistra e grande capitale. L'internazionalismo apre la via al cosmopolitismo, la sinistra finisce per tutelare gli interessi economici del grande capitale, la sinistra internazionalista , insomma, fa il lavoro sporco del capitalismo cosmopolita. Il capitalismo di ieri non voleva cacciare una lire per l'espansione italiana in Africa, perchè preferiva fare affari con i collaudati e consolidati imperi inglesi e francesi; il capitalismo di oggi ha bisogno di un Iraq abbandonato a se stesso perchè il mercato, sopratutto quello nero, può espandersi meglio senza alcun controllo.
Occore a questo punto precisare che non si è voluto qui fare opera di revisione sul colonialismo italiano che , nel contesto storico-politico di fine ottocento, è stato una diretta conseguenza della presenza europea in Africa concepita in termini di potenza economica e politica; tra l'altro l'impero etiopico era diventato, in quel frangente un comune campo d'azione franco-russo in funzione antiitaliana e antiinglese. Si è invece cercato di dimostrare come ci sia, nella storia delle idee, un filo rosso che lega la sinistra antipatriottica di ieri alla sinistra antipatriottica di oggi. Naturalmente, quella antipatriottica, è la peggiore forma di pacifismo comparso sulla scena della storia perchè una pace contro le patrie livella il mondo, favorisce la reductio ad unum della globalizzazione, apre la via al gendarme universale. Per questo, chi scrive è convinto che si può essere contro la guerra americana in Iraq senza per questo mettersi contro la Patria; si può condannare l'azione militare statunitense e allo stesso tempo sostenere patriotticamente i militari italiani impegnati per la pace in Iraq e su tutti i fronti della pace nel mondo.
Parafrasando Pasolini, è possibile concludere affermando che noi non staremo mai dalla parte di quei figli della borghesia che , tra uno spinello e una birra, urlano "Dieci, cento, mille Nassiriya" all'ombra delle bandiere rosse. Noi stiamo con i soldati italiani, figli del popolo e padri di famiglia, nelle cui vene scorre il sangue di un'altra storia, di un'altra politica e di un'altra cultura: quella della pace con giustizia.



Michelangelo Ingrassia