Dalla Montesi a Nonna Canapa quando la "roba" entra a Palazzo


• da La Repubblica del 11 ottobre 2006, pag. 21


di Filippo Ceccarelli

I vizi o gli svaghi del potere, si sa, sono per loro natura rischiosi: e non da oggi. Così, il prossimo 7 aprile saranno sessant'anni dalla sera in cui, lunedì dell'Angelo del 1947, un anziano e fin lì austero deputato repubblicano alla Costituente, Ettore Santi, già stimatissimo presidente del Consiglio professionale dei Ragionieri d'Italia, venne beccato in un "appartamento compiacente" di via del Lavatore, dietro Fontana di Trevi, con una prostituta nel letto e alcuni grammi di cocaina sul comodino.

Il gravoso anniversario e la triste storia dell'onorevole Santi, subito espulso dal Pri, di lì a poco costretto ad abbandonare il Parlamento e quindi soprannominato nella sua Spoleto "l'onorevole Cocò", certificano appunto la preveggente regolarità del proverbio: nulla di nuovo sotto il sole della politica; e anche della vita, in fondo. Da questo particolare punto di vista anche i politici sono uomini, e ad alcuni di loro non dispiace affatto di far ricorso, per esempio, alla droga - che sia pesante o leggera è qui faccenda che appare abbastanza secondaria.

E comunque. Tanto la marijuana quanto la cocaina aleggiarono alla metà degli anni cinquanta attorno all'affare Montesi, peccaminosamente evocate a proposito delle orge di Capocotta ("A Capocotta non poca coca cape" si divertiva a scrivere l'Unità, tipo scioglilingua) da un curioso network di gesuiti improvvisatisi detective e propalatori di colpi bassi nel quadro della successione a De Gasperi. Così come nel decennio seguente, e sia pure con le dovute cautele del caso, un pezzetto significativo dell'establishment economico e finanziario si ritrovò sfiorato dai traffici, sempre di coca, che germogliavano sui divanetti di velluto di un night club non per caso battezzato "Number One".

Ma in quell'Italia, così remota e irriconoscibile, vigeva ancora la più netta distinzione tra sfera pubblica e sfera privata; e l'uso di droga rientrava a pieno titolo in quest'ultima. D'altra parte gli onorevoli, protetti dalle loro ideologie e orgogliosamente rinserrati nelle loro tribù, si guardavano dal catapultarsi davanti alla prima telecamera che incontravano a piazza Montecitorio; né andavano a raccontare i fatti loro ai talk show (che non esistevano); tantomeno aprivano ai fotografi le pagine dell'album di famiglia o le porte del guardaroba, del frigorifero o della stanza da bagno.

Così l'archeologia dei primitivi consumatori di stupefacenti del Palazzo spalanca un baratro rispetto alla vicenda controversa - e anche buffa - degli onorevoli "tamponati" dalle Iene. Era allora, la droga, un diversivo inconfessabile, un esotico capriccio clandestino, forse un segno di distinzione alla D'Annunzio o alla Pitigrilli; oppure una malattia, o al limite il pretesto di imboscate e ricatti. Mentre oggi sembra piuttosto diventato un oggetto di consumo. Uno dei tanti. Da proibire o legalizzare sul piano delle norme, ma anche un prodotto funzionale a un certo modo di far politica: apparire, sedurre, tenersi su, migliorare la propria performance; un sistema per alleggerire la pressione di un'esistenza super-concitata; una speranzosa, ingannevole risorsa chimica per placare un demone, quello appunto del potere, che rischia di prevalere su qualsiasi altra distrazione.

Sotto questo segno si configurano le storia buffe e drammatiche di canne, sniffate, pillole e anche siringhe. Dall'esilarante episodio dei biscottini di "Nonna Canapa", una vecchietta radicale che ne confezionò un vassoio poi misteriosamente svuotato da ignari parlamentari e funzionari all'interno di Montecitorio (alcuni dicono Palazzo Madama), comunque con effetti pazzeschi proprio durante l'approvazione della legge Vassalli-Jervolino. Fino alla tragedia di un giovane e brillante deputato craxiano di Genova stroncato da una overdose nel bagno di casa sua, solo come un cane, dopo tribolazioni, e vergogne, e i consueti impicci finanziari che comporta la tossicodipendenza.

Agguati, poi, e strumentalizzazioni, omertà e farsa. Dallo spinello del giovane delfino a Malindi (con tanto di vignette sui quotidiani kenioti: "Ciao Kenya, wonderfulla cannabisa!" gli facevano esclamare) a più di un sospetto di polvere bianca nel caso Vallettopoli numero uno; da un certo tramestio registrato a posteriori nella Villa Altachiara della povera contessa, villa dove pure si tentò di aggiustare sul terreno finanziario l'incombente disastro del Psi, all'ipotetico "zafferano" avventurosamente ritrovato - non s'è mai capito bene se nel frigo, in cassaforte o in un tubetto di dentifricio - durante una perquisizione a casa del senatore e produttore cinematografico. E si può andare avanti parecchio, perché con gli anni la casistica s'è fatta ricca. Dall'indubbia nomea e dalle singolari frequentazioni di un assai promettente vice-ministro all'economia a quelle di un ex sottosegretario udc habituè dei locali notturni, per gli spacciatori "Pino il politico".

Per arrivare, in gloria, a un ultraottantenne ex costituente e insospettabile senatore a vita, fin troppo arzillo, e tuttavia come gli altri meritevole di rispetto, o forse di umanità.

E insomma, per dirla tutta: anche senza i tamponi delle Iene (e di quell'altra droga traditrice che è il video); anche senza le ambigue confessioni adolescenziali su spinelli sfumacchiati in Giamaica o sui prati di Bologna; anche senza criptiche e torve minacce o le patetiche messe di mani avanti; anche senza le auto-confessioni che a partire dal 1988 aprono squarci sul tema droga & Palazzo; ecco, per chi abbia speso qualche tempo a guardare nelle pieghe della vita pubblica ce n'era, anzi ce n'è davvero quanto basta per sospettare un uso, una consuetudine, un costume abbastanza diffusi. Decisamente troppo diffusi per una classe politica che a maggioranza mesi orsono ha approvato una legge che non solo proclamava "tolleranza zero", ma era del tutto inapplicabile. Una legge a suo modo drogata. Una legge da "tamponare" presto anche lei: a 60 anni, ormai, dall'infelice avventura dell'onorevole Cocò.