"...reminiscenza di quelle cose che la nostra anima ha visto, quando procedeva al seguito di un Dio e guardava dall'alto le cose che diciamo che sono essere..." (Fedro).


L’anàmnesis platonica non va confusa con il semplice ricordo, con la mnème.
Essa infatti, pur essendo un ‘rimemorare’, non consiste, come la memoria, in un semplice serbare le tracce di impressioni o accadimenti succedutisi nella vita del corpo, quanto in un ‘richiamare alla mente’ gli enti intelligibili contemplati dall'anima prima di legarsi ad un corpo e dimenticati al momento dell'incarnazione. In teoria perciò, tutti gli uomini sono capaci di anàmnesis, in quanto l'anima che si incarna in un corpo umano ha avuto, in modo più o meno chiaro, contatto con le realtà supreme.

Diverso è anche l’oggetto della reminiscenza e del ricordo: la mnème si limita a conservare sensazioni e avvenimenti della vita corporea (tutte cose di cui l’anima – dirà Plotino - si spoglia con facilità) e si rivolge al solo mondo sensibile, la reminiscenza giunge invece alle idee e all’intelligibile. Essa rimemora ciò che i sensi non possono arrivare a cogliere - l'intelligibile - facendone la facoltà conoscitiva umana per eccellenza: "ogni nostro apprendimento non è altro, in realtà, che reminiscenza [dell'intelligibile]".

L’anàmnesis platonica non è legata a ciò che è nel tempo, come il ricordo, in quanto essa è rimemorazione di una realtà intemporale, sottratta al divenire. Se il ricordo può scorrere il tempo umano, ripercorrerlo, trarlo dall’oblio, reminiscenza è rivivere l’immutabile.