di Giuliano Ferrara
Tratto da Il Foglio del 9 ottobre 2006
Non credo, signor presidente della Repubblica, che il problema dei problemi, parlando della denatalità, sia quello dei servizi che mancano e dei trasferimenti di reddito a sostegno della famiglia. Il servizio serve, direbbe Totò, e un reddito familiare più cospicuo è un buon incentivo.
Ma senza evocare spiriti apocalittici, c'è chiaramente dell'altro. Lei poi questo lo riconosce, ma sceglie di far titolo su servizi e redditi, perché non si deve violare, e capisco anche la sua prudenza, il tabù dei tabù. I figli si fanno poco perché si pensa molto a se stessi, e il se stessi a cui si pensa è un se stessi senza progenie e senza futuro. Un se stessi allocato nel presente, dimentico del tempo passato e del tempo a venire. Un se stessi riassunto dalla folgorante battuta di Woody Allen in Scoop: «Sì, sono nato di confessione ebraica, ma più tardi mi sono convertito al narcisismo».
Moralismo? Lamento occidentalista? Valorismo neocristiano? Neanche per sogno. Ragiono a freddo, calcolo a freddo, per quanto posso. Sono un maschio senza figli, per esempio, perché nel mio tempo i figli non erano contemplati come necessità culturale, come culto dell'origine, come creazionismo e senso del mistero. Erano considerati una variante dell'organizzazione sociale matura, capitalistica o socialista poco importa, una pezzatura possibile ma casuale dell'evoluzione. Averli da giovani era una scelta demografica qualunque, e anche molto rischiosa per il destino personale e del gruppo a cui appartenevi, non una dolce vocazione senza pretese pedagogiche alla paternità e alla maternità.
La famiglia ha perso stabilità con il divorzio, vogliamo dirlo?, e trent'anni dopo nel mio ceto, nei licei classici romani, i figli di coppie regolarmente unite sono mosche bianche. L'ideologia dei diritti ha i suoi costi, è un dato obiettivo, e cancella il senso dei doveri naturali, ti rende libero in senso totale, assoluto, libero di annullare la tua specie. Ora è una corsa morbosa ai surrogati, in vitro o adottivi, ma è la corsa dei disperati, sebbene i sentimenti di mancata filiazione siano tutti e sempre rispettabili, sebbene certo i diritti siano un gigantesco problema nel senso che devono divenire compatibili con una buona vita, non possono essere rinnegati con un tratto di ideologia e un bandire moralisticamente i valori.
Lo stesso vale per l'aborto. Il diritto di aver figli, quando e come si vuole e a qualunque prezzo, è il rovescio speculare del diritto di non averli. Mancano quelle cose se vuole banali, caro presidente, di cui parlano i preti, i filosofi e i politici conservatori: il senso dell'attesa, del dono e della stuporosa necessità, al posto della fabbricazione della specie. Manca la virtù, viviamo dopo la virtù, come dice Alastair McIntyre, la manliness è degradata a vizio, come dice Harvey Mansfield, la femminilità si confonde con la beauty farm di ogni angolo di strada, con la fitness. Ripeto: non è moralismo del nonno, per quanto il nonno sia pure lui rispettabile. Perché alla fine non so immaginare un mondo diverso da questo, e che non sia puro regresso, e nella piccola apocalissi del tempo moderno in tanti ci troviamo in fondo assai bene, benone, mica male. Poi uno trova la sua via di espiazione nei rapporti umani, nella politica, nella cultura, nel pensiero di quel che non è e non sarà per la semplice ragione che non è stato.
Ma è insano saltare la questione con l'asta o l'assicella del pensiero positivo. Non è dagli asili nido o dai matrimoni omosessuali o dalla cultura metrosexual che verrà quella strana carica di amore e insieme di egoismo di specie che ha consentito al nostro genere di sopravvivere alla peste, alle cattive maniere d'antan, alle oppressioni sociali, nella sicurezza che al di là di tutto c'era l'atto naturale di aver figli, per quanto sfortunati e in attesa di un destino benevolo, come testimonianze del continuum, se non vogliamo tirare in ballo quella speranza di cui si abusa spesso nel linguaggio e nel sentimento della realtà. Lo sa anche lei, caro presidente, i figli sono un controsenso, letteralmente, rispetto al nostro modo di vivere e alla sua direzione, per questo se ne fanno troppo pochi per sopravvivere come identità, come cultura. L'assenza di bambini tra di noi è diventata uno spettacolo, e la presenza formicolante di bambini nel mondo terzo è uno spettacolo anch'essa, il teatro dell'arcaico, di usi e costumi superati, o almeno così noi la sentiamo.
Dopodiché non è detto che le cose andranno come le immagina Cormack McCarthy nel suo ultimo romanzo, The Road. Sebbene il sospetto che il mondo abbia già perso i suoi colori e stia diventano o sia già diventato una palla cinerea, e che l'ultima lattina di Coca Cola passata da un anonimo padre a un anonimo figlio in cerca di niente, forti solo di amore e di stupefazione ("frizza" dice il bambino), sia davvero l'ultima, bè, questo sospetto è meglio della litania sulla mancanza di asili nido e sulla imprescindibile necessità di politiche per la famiglia. Quale famiglia? Dove? Come giustificata? Sostenuta da quale intuzione della vita, insomma, da quale fede?




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