Draghi e TPS


Uno è nel pieno esercizio del
mestiere che sa fare, l’altro parla
come un cigiellino qualunque





E dire che si vive in anni posseduti dalla
demonìa delle percentuali, e i cervelli
di tutti sono ormai in calcolo perpetuo e
senza pace. E le tecnicità sono inoltre complicate
nel caso dei conti pubblici da odi,
preconcetti, umori. E l’argomento della Finanziaria
somma il peggio dei conti più
astratti a un pregiudizio
politico e inevitabile.
Quindi già mi rassegnavo
a dover fare i
conti sul reddito disponibile
delle famiglie
del 2007, mostrare di quanto diminuirà
e via dicendo. Per quanto, devo ammetterlo,
il biasimo dedicato a chicchessia, e persino
a questi poveretti al governo, mi dispiace.
Tuttavia i miei articoli alimentari richiedono
anche i conti, dunque mi ero rassegnato
ai calcoli. Fino a quando invece
che ti scopro sui giornali? Le due foto accanto
di Draghi e Padoa-Schioppa; e m’accorgo:
parlano da sole e mi riconfortano.
Giacché confermano che la vita per fortuna
è ancora sempre affare di caratteri e di destini,
quindi di sguardi e distanze. Qualunque
evento, persino il più econometrico, è
meglio spiegato dalle anime di ciascuno,
dal loro colore e dal destino che inevitabile
vi si incastra.
Chi metta in fila le gesta di Padoa-Schioppa
in questi mesi, vi ritroverà il carattere di
chi purtroppo a fare il ministro ha sbagliato
mestiere. Mettersi al di là del bene e del
male, in tono di insofferenza con quelle
agenzie di rating, che possono togliere il
sonno a chiunque sieda in Via XX Settembre,
è già gesto molto imprudente. Ma farlo
inoltre seguire al direttorio di Confindustria,
quindi a casa degli altri, da un tono
sdegnato da aut aut tra il Tfr o il cuneo, è
peggio. Come è troppo poi reagire alle verità
palmari di Draghi sulla Finanziaria fatta
di tasse promettendo, come un cigiellino
qualunque, meno tasse solo se tutti le pagano.
E’ troppo per la realtà. Del resto la vita
non appartiene al genere realistico, ma a
quello fantastico. E lo conferma il fatto che
in pochi giorni colui che doveva essere misura
di fredda tecnicità, prestata al governo,
infili invece tanti umori ed errori in fila. L’agire
del ministro pare obbedire a un caso
letterario o teatrale, come quello di un personaggio
che agisca in una sorta d’inclinazione
perpetua alla nobiltà offesa. Che nel
caso sarebbe la sacralità per alta carica di
un dignitario statale, il quale non vuole proprio
mai essere contraddetto. E sparla. Perché
una cosa è la burocrazia e il privilegio
di una carriera riparata; ben altra fare il
ministro dell’Economia e agire in stato di
permalosità verbosa.
Chi non sa granché parlare e ha breve
paziena come il ministro dell’Economia,
meglio insomma farebbe a tacere. E invece
egli somiglia sempre più a un fragile personaggio
di Italo Svevo. Il che ingentilisce
certo le questioni economiche, con dei tic
letterari eleganti, ma anche per il povero
Prodi diventa alla lunga un disastro. Il borghese
di ottime parentele e carriere burocratiche,
ma deriso e pessimo nella parola
va bene per Svevo. Ma Prodi aveva bisogno
di un politico fine come Ciampi, non di un
caso letterario. E la cosa risulta tanto più
palese nel confronto con Draghi: lui sì ch’è
nel pieno esercizio del mestiere che sa fare.
E per il quale appunto da banchiere vero
ha imparato a non sprecare neppure una
vocale, evitando ogni strafare. In Draghi ci
sono le due virtù che mancano del tutto all’altro,
quelle dello sguardo e della distanza.
Mai si lascia trascinare fuori misura. Come
del resto prevedono anche le arti marziali
giapponesi più nobili ed efficaci, secondo
le quali l’attitudine del viso e distanza
dall’avversario decidono tra la vita e
la morte. In un paese infido e direi per natura
incline alle spiate ai tradimenti e ai
mutamenti d’umore improvvisi, come il nostro,
sono virtù non meno preziose che nel
Giappone medievale. E il carattere di Draghi
ne dimostra tutta l’efficacia: egli si è
mosso con perfetta misura: per contrasto
coi difetti dell’altro fa già pensare che lui sì
sarebbe, come in fondo è stato Ciampi, il
ministro del Tesoro ideale.
Insomma chi vuole bene a questo attuale
ministro dell’Economia, che si agita come
un sottosegretario di Visco in un romanzo
senile di Svevo, gli consigli di dimettersi.
Non è proprio il suo mestiere, s’è
messo nella parte letteraria sbagliata per
quello che dovrebbe fare. E si sta facendo
del male, maturo per essere fatto fuori. Ma
tornando anche a badare ai numeri, si deve
inoltre dire ne ha già dati troppi. E doveva
fare i tagli delle spese, invece ha fatto
contenti solo gli statali, ed Epifani.

Geminello Alvi