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Discussione: Dossier islam

  1. #1
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    Per amore di Sion, non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finchè non sorga come il sole la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come una fiaccola ardente. Isaia 62.1
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    Predefinito Dossier islam

    Le dichiarazioni dell'imam di Segrate, il fondamentalismo dell'Ucoii, le persecuzioni anticristiane.

    Testata: Il Giornale
    Data: 17 ottobre 2006
    Autore: Paolo Bracalini - Filippo Facci - Massimo Introvigne
    Titolo: «Entro dieci anni l'islam conquisterà l'Italia - Una società con il bollino verde - Uccidono i cristiani e l'Occidente tace»
    Dal GIORNALE del 17 ottobre 2006, un articolo sulle dichiarazioni dell'imam Abu Shwaima, guida spirituale della moschea di Segrate, al settimanale TEMPI :

    Fra dieci anni i musulmani saranno la maggioranza in Italia, e i cristiani una sparuta minoranza religiosa? Ne è convinto l'imam Abu Shwaima, guida spirituale della moschea di Segrate, intervistato dal settimanale Tempi. «L'Islam tra dieci anni sarà nel cuore degli italiani - dice Shwaima -, se i veri musulmani faranno il loro dovere di mostrare il vero volto dell'Islam: quello della pace e del dialogo. L'Islam sarà così chiaro che saranno le persone a volersi convertire, è solo una questione di tempo. Dio ha promesso che in ogni casa entrerà l'Islam con i suoi princìpi e fondamenti, e la minoranza non può nulla contro la forza di Dio. L'Islam è il bene, per questo dominerà il mondo». Non c'è spazio per le altre religioni secondo l'imam di Segrate: «È difficile che chi conosce la chiarezza dell'Islam possa lasciarlo: non si può negare l'evidenza. E per chi lo fa il Corano dice che andrà all'inferno. Abbandonare l'Islam in uno Stato islamico equivale ad alto tradimento». Il Papa a Ratisbona? «Ha sbagliato. Dice che non è stato capito. Se è così allora deve dimostrarlo, cancellando dal testo quella frase sul nostro profeta». Shwaima si lamenta di non avere la moschea che i musulmani di Milano meriterebbero, e di doversi accontentare di quella a Segrate, autorizzata nel 1988. «Il perché bisogna chiederlo a chi decide il piano regolatore di Milano, l'unica metropoli al mondo che non ha una sua moschea. Le autorità così danneggiano la città dal punto di vista economico o commerciale non essendoci nemmeno una moschea come si deve dove andare a pregare». Per ora i cittadini italiani convertiti alla religione islamica sono solo qualche migliaio, ma la comunità musulmana in Italia nel suo complesso conta almeno 900mila persone e pretende con sempre più forza dallo Stato italiano spazi, diritti, moschee. A Genova gli islamici del centro culturale diretto dall'imam Hussein Salah, con il via libera del sindaco ds Pericu e ispirati dall'Ucoii, sembrano aver trovato un accordo con i frati francescani per prendere in permuta una parte del loro terreno e farne una moschea. «La scelta dei francescani - ha commentato l'eurodeputato della Lega Nord Mario Borghezio - fa progredire la marcia islamica verso la conquista del nostro territorio. Sarebbe molto strano, quindi, che risultasse avallata dalla Chiesa». Tensioni anche in Toscana, a Colle Val d'Elsa, dove il locale centro islamico, sostenuto dall'amministrazione comunale di sinistra, vuole far nascere la più grande moschea in Italia. In Lombardia, dove si concentra la più alta percentuale di immigrati musulmani in Italia, sono già 35 i luogi di culto islamico. Oltre alla moschea di Segrate, la comunità musulmana ne chiede una anche a Lodi, contro il parere della cittadinanza che ha fatto saltare l'accordo tra la giunta di centrosinistra. L'intesa sembrava raggiunta sul finire dell'anno scorso, ma dopo un duro scontro in consiglio comunale l'amministrazione locale ha cambiato idea. Ancora in Lombardia, a Como, i musulmani rivendicano da un anno il diritto ad avere una moschea, dopo la chiusura di quella precendente, abusiva. Nel frattempo si sono organizzati come possono, occupando le vie cittadine per pregare all'aperto.

    Di seguito, un'inchiesta di Filippo Facci sull'Ucoii:

    La sigla Ucoii sta per Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia, e, senza giri di parole, è l'Islam non moderato. In pratica è la filiazione italiana dei cosiddetti «Fratelli musulmani», una setta che in Italia, appunto nelle file dell'Ucoii, ospita profughi che risultano ricercati in Siria e in Egitto. Dovrebbe essere un movimento ecclesiale, ma in sostanza è un movimento politico che prende posizioni ed emette comunicati su tutto, tanto da suggerire il voto per certi partiti politici (per esempio i Comunisti italiani) e in pratica da usare le moschee al posto delle sezioni di partito, così da imporsi come egemone su tutti i musulmani del Paese. Sono una minoranza che diviene maggioranza per militanza e intraprendenza, sicché una buona parte delle moschee italiane, farlocche o simil-garage che siano, è gestita da un'organizzazione, questa, che legittima il terrorismo suicida iracheno e palestinese, da una onlus i cui dirigenti aderirono al «Campo antimperialista» che raccolse fondi in favore dei terroristi-partigiani iracheni, da chi esaltò il successo elettorale di Hamas e solidarizza con Ahmadinejad nel dichiarare che Israele non ha diritto di esistere; sono coloro che incolparono l'invadenza italiana dopo la strage di Nassirya, e che la scorsa estate, in un annuncio sui giornali, paragonarono Israele a Hitler. Ecco chi sono. Gli esponenti dell'Ucoii sono coloro cui il giornalista Magdi Allam addebitò le minacce per le quali oggi è pluri-scortato, peraltro mai ufficialmente smentito. Sono molte cose, i signori dell'Ucoii: il loro leader, Hamza Roberto Piccardo, è colui che nel commento introduttivo del Corano più venduto d'Italia (Newton Compton editore) scrisse che gli ebrei sono truffatori scimmie, porci, usurai e inventori dell'Olocausto: parole di cui il medesimo Piccardo, nel maggio 2005, dovette chiedere ammenda. Ma ammende e buonismi non sono un problema per l'Ucoii: nel luglio 2005 pubblicarono addirittura un «Manifesto contro il terrorismo», anche se non fu chiaro di che terrorismo parlassero. L'Ucoii è l'organizzazione che ha fatto saltare il tavolo della famosa Consulta islamica, organo del ministero dell'Interno composto da sedici rappresentanti di comunità islamiche italiane. Souad Sbai, presidentessa dell'associazione donne marocchine, aveva presentato un documento che condannava l'estremismo, auspicava integrazione in fedeltà alla Costituzione, difendeva il pluralismo anche all'interno dei vari Paesi musulmani, legittimava Israele, proponeva l'apprendimento della cultura italiana da parte degli immigrati, trasparenza nella gestione delle moschee, sermoni anche in lingua italiana: troppo, per l'Ucoii. Le loro controproposte sono state queste, e preparatevi: 8 per mille agli islamici, mense islamiche a scuola e nelle fabbriche e nelle carceri e negli ospedali, «cancellazione di notizie false sull'Islam dai libri scolastici», un bollino verde per cibi e merendine islamicamente corrette, ora di religione islamica, venerdì libero per la preghiera, lingua araba come opzione a livello nazionale, e ancora: banca islamica, mutui islamici, agevolazioni per le moschee, osservatori sulle discriminazioni dell'Islam: in altre parole, l'Islam. L'Islam ma senza di noi, senza la nostra legge fondamentale: «l'Ucoii non rispetta la Costituzione», ha detto più volte la moderata Souad Sbai, «e se andiano a vedere nelle loro comunità, troviamo per esempio matrimoni poligamici, in sostanza due leggi». Due leggi soprattutto per quanto riguarda le donne, che in ossequio al Corano sono considerate inferiori a tutti gli effetti. È stata la questione femminile l'affronto più indigeribile per l'Ucoii: pretendere che loro, duri e puri, accettassero un'identità islamica non separata e conflittuale anche per quanto riguarda il ruolo della donna e della famiglia: quindi niente discriminazione, niente matrimoni combinati, no alla poligamia, al ripudio delle mogli e all'obbligo di indossare il velo. Inaccettabile. È ben altra cosa l'Italia islamizzata che piacerebbe all'Ucoii. Nel loro sito internet si auspica che le donne islamiche incinte non debbano andare in ospedale, luogo impuro, bensì che lo Stato fornisca loro una speciale assistenza sociale a domicilio: «Non si vede perché la si debba violentare con la stolidità dell'organizzazione di sala parto, che impone turni rigidi e aprioristici». Parto in casa, dunque, perché è a casa che la donna deve stare: «Occorre ripensare al suo diritto di essere tranquillamente madre ed educatrice dei suoi figli, anche se questo comporta la perdita di uno stipendio». Stia quindi a casa, la donna, e ben sorvegli l'educazione islamica mal impartita dalla scuola italiana: «La prima preoccupazione è che i figli non divengano oggetto di propaganda cristiana o atea, tendente a confondere i suoi principi dottrinali». «Giù le mani dai nostri bambini» ha perciò risposto Souad Sbai a Porta a Porta. E a ruota: l'Ucoii sia sciolta per legge, le hanno fatto eco la maggior parte delle organizzazioni islamiche moderate, peraltro non da sole. Ma l'Ucoii appare imperturbabile. Il Paese, a sentirli, è cosa loro o presto lo sarà: «Nel 2010 ci saranno cinque milioni di musulmani», scrivono nel loro sito, e «considerando che tutti gli indicatori demoscopici non cessano di registrare la diminuzione e l'invecchiamento della popolazione italiana, ci pare evidente che il ruolo che la comunità islamica svolgerà in questo Paese, proiettato come un ponte naturale tra le due sponde del Mediterraneo, sarà inshallah notevole». Inshallah. Così parla un movimento che di fatto è l'emanazione di movimenti integralisti islamici internazionali. La democrazia, questo orpello provvisorio, permette loro questo e altro. Con la nostra sentita collaborazione.

    Da pagina 13, un intervento di Massimo Introvigne sulle persecuzioni anticristiane nel mondo islamico:

    In Indonesia è stato ucciso con due colpi alla nuca il reverendo Irianto Kongoli, segretario generale della Comunione delle chiese indonesiane per le isole Sulawesi (o Celebes) centrali, un'associazione ecumenica cristiana. Senza dubbio il suo assassinio è anche una risposta alle proteste internazionali per l'esecuzione della condanna a morte di tre attivisti cristiani, avvenuta lo scorso 22 settembre. Ma anche in Indonesia c'erano state proteste dopo il discorso del Papa. In visita in Marocco, sono stato accolto all'aeroporto di Casablanca da locandine con la provocatoria prima pagina di uno dei più diffusi settimanali locali, Perspectives du Maghreb. Una grande foto di Benedetto XVI raccolto in preghiera è coperta da un titolo provocatorio: «E se il Papa avesse ragione?». Il ragionamento dell'editorialista marocchino può essere così riassunto: Benedetto XVI, secondo molti, ha offeso l'islam affermando che il divorzio fra fede e ragione che si è verificato nella storia musulmana alla fine del XII secolo rischia di giustificare la violenza. I musulmani offesi hanno risposto con il consueto slogan secondo cui l'islam è una religione di pace e i terroristi sono estranei alla vera fede musulmana. Per dimostrare che l'islam è una religione di pace hanno assalito chiese, bruciato sedi di organizzazioni cattoliche, ucciso una suora e - per non sbagliare - massacrato religiosi ortodossi e pastori protestanti, anche se i protestanti e gli ortodossi ovviamente non dipendono dal Papa. Né si tratta solo del Papa. Dopo le fin troppo famose vignette danesi, è capitato che Robert Redeker, un professore di liceo francese, abbia scritto un articolo, pubblicato su un quotidiano nazionale, Le Figaro, per dar ragione al Papa, con qualche espressione un po' pepata alla Oriana Fallaci. Il professore è stato minacciato di morte da una tempestiva fatwa, ha dovuto lasciare il suo liceo e il suo domicilio: vive protetto dalla polizia in semi-clandestinità, non senza che un pavido ministro dell'Educazione, esprimendogli una blanda solidarietà, abbia pure osservato che dopo tutto Redeker se l'è cercata evitando le sane regole della prudenza. In Pakistan l'arcivescovo di Lahore denuncia l'arresto di un cristiano, Younis Masih, sfuggito a stento a un tentativo di linciaggio durante le proteste contro il discorso del Papa. In Irak la settimana scorsa un sacerdote ortodosso, padre Paulos Eskandar, è stato decapitato per essersi rifiutato di affiggere all' esterno della sua chiesa un manifesto di scuse per le parole del Papa a Ratisbona (e di pagare alla cosiddetta «resistenza » irakena, che non manca mai di mostrare il suo lato banditesco, anche un «risarcimento » di trecentomila dollari). A Bassora un ragazzo cristiano è stato crocefisso e diverse ragazze cristiane violentate. E si potrebbe continuare. Il giornale marocchino ha ragione, e sono la nostra stampa e i nostri politici a non sottolineare sufficientemente il paradosso. Per protestare contro il Papa che ha indicato nelle fonti originarie dell'islam il rischio della violenza e dimostrare che l'islam è una «religione di pace » si uccide con il colpo alla nuca, si decapita, si crocifigge, si violenta. Si conferma così, purtroppo, che Benedetto XVI, tra i pochi ad avere il coraggio di parlare, ha indicato un problema assolutamente reale. I musulmani devono trovare al loro interno la forza di affrontarlo senza reticenza. L'Occidente non li aiuta se si rifiuta di vedere l'ovvio; e nasconde la viltà dietro una presunta prudenza.

  2. #2
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    La missione "equivicina" sta fallendo
    ed Hezbollah si sta riarmando

    Testata:Fondazione Magna Carta
    Autore: Emiliano Stornelli
    Titolo: «Il riarmo di Hezbollah e la missione equivicina»
    Dal sito della Fondazione Magna Carta:

    Le notizie provenienti dal Libano mettono in cattiva luce l’operato dell’UNIFIL. La Risoluzione 1701 che ne aggiorna il mandato prescrive a chiare lettere la creazione di una fascia di sicurezza tra la Blue Line e il fiume Litani “free of any armed personnel, assets and weapons other than those of the Government of Lebanon and of UNIFIL”. Perché, allora, l’UNIFIL ha assistito inerte al reinsediamento di Hezbollah nelle postazioni da dove, nel conflitto di luglio-agosto, venivano lanciati i missili contro Israele?
    La risposta l’ha data il generale francese Pellegrini, capo della missione ONU, in un’intervista al Jerusalem Post del 22 settembre: «We first will observe and then inform the Lebanese army […]. If we see something dangerous we will inform the Lebanese army and it will decide whether it will act independently or consider having a joint reaction together with us». Significa che il compito della forza multinazionale consiste non nel prevenire possibili azioni ostili di Hezbollah, quanto nello stare a guardare ciò che accade e segnalarlo all’esercito libanese, il quale a sua volta rimetterà ogni decisione al vertice politico. L’esegesi della Risoluzione 1701 formulata da Pellegrini appare, tuttavia, più diplomatica che letterale. A conti fatti, il Partito di Dio ha rioccupato i suoi avamposti territoriali alla faccia dell’UNIFIL e con l’accondiscendenza dei militari e del governo del Libano, ma il verificarsi di tale scempio è imputabile al profilo basso (nel senso di meschino) assunto dai responsabili politici dei contingenti sin qui schierati, tra cui l’italiano è il più numeroso, e non al mancato potenziamento delle regole d’ingaggio, che invece c’è stato, finalmente, sebbene viste le circostanze solo sulla carta. Tante chiacchiere e belle parole, come d’abitudine, senza sporcarsi le mani per non urtare la sensibilità della piazza. È questo il multilateralismo? Come dovrà comportarsi Israele, secondo la Farnesina, nel caso di future e prevedibili incursioni delle milizie sciite oltre la Blue Line e l’UNIFIL non dovesse intervenire? Sarà onesto biasimare nuovamente Tsahal per una reazione «sproporzionata»? Quando arriveranno i cinesi, gli indonesiani e i bengalesi con i tappeti rossi per Hezbollah?
    Al momento le unità sul campo sono poco più di un terzo delle 15 mila previste dal Consiglio di Sicurezza, mentre quelle libanesi, di cui si richiede un uguale ammontare, sono anche meno. Il grave ritardo nel dispiegamento dei soldati pregiudica il controllo dell’entroterra e Hezbollah ne approfitta per proseguire liberamente nei soliti traffici. Un rapporto dell’intelligence militare israeliano ha dimostrato con prove inconfutabili la cadenza quotidiana delle consegne di armi ai guerriglieri, che dal nord della Siria giungono a destinazione nel sudovest del Libano. Assad, il presidente siriano, spalleggiato da Russia e Cina, si è opposto allo schieramento delle truppe ONU lungo la frontiera e per i soli libanesi è impresa ardua presidiare i 375 km di confine. Eppure, Pellegrini nega l’esistenza del problema («This border is airtight and hermetically closed by the Lebanese army») e intanto l’UNIFIL, sul Corriere della Sera dell’11 ottobre, prende ordini da Nabil Kaouk, uno dei leader più vicini a Nasrallah («Se l’Unifil nei suoi pattugliamenti sul territorio dovesse vedere convogli di armi potrebbe allora segnalare all’esercito libanese di requisirle. Ma, ne sono certo, nessuno vedrà mai le nostre armi. Queste al momento sono le regole sul campo»)e ne subisce le intimidazioni («Guai se i contingenti internazionali in Libano dovessero venire usati per isolare o condizionare l’Hezbollah»). La premiata ditta Damasco-Teheran, insomma, non incontra ostacoli e riuscirà a rimpinguare il già nutrito arsenale dei guerriglieri prima che l’UNIFIL e l’esercito di Beirut avranno conseguito la piena operatività.
    Sul punto più caldo, il disarmo di Hezbollah, Pellegrini ha precisato che rientra nei compiti dei libanesi; i caschi blu offriranno semplicemente assistenza, fedeli alla linea di rimanere alla larga dai miliziani in “un quieto modus vivendi” (Toni Capuozzo, Il Foglio, 6 ottobre). Il capo dell’UNIFIL, in sostanza, ha rassicurato gli uomini di Nasrallah che non verrà torto loro neppure un capello. L’esercito regolare non ha la forza di disarmarli e nemmeno la volontà: il Partito di Dio riscuote forti simpatie all’interno della sua componente maggioritaria sciita e molti generali sono anti-israeliani e fedeli al presidente Lahud, filosiriano. Come se non bastasse, la tenuta istituzionale e sociale del Libano è estremamente fragile e a perenne rischio di disgregazione. Il premier Siniora guida un esecutivo privo di autorevolezza, che nonostante il ritiro militare di Damasco soffre tuttora delle ingerenze siriane e non è in grado di sfidare Hezbollah in un gioco a somma zero qual è il disarmo. Si vocifera, infatti, di un accordo informale tra il governo ed emissari di Nasrallah che permette alla guerriglia, in violazione della Risoluzione 1701, di conservare le armi purché non le mostri in pubblico e le tenga nascoste nei depositi sotterranei a ridosso d’Israele, nella Valle della Bekaa, nei sobborghi delle città e nei campi profughi palestinesi, luoghi proibiti per l’esercito libanese e per l’UNIFIL, dove accade l’inimmaginabile. «Le vostre armi sono anche nelle zone controllate dall’Unifil a sud del fiume Litani?», Nabil Kaouk conferma: «Senza dubbio. Ma sono nascoste bene, nessuno può vederle. E non sta all’Unifil venirle a cercare o spiare i nostri movimenti».
    Sulla questione del disarmo è l’intera comunità internazionale a muoversi con grande cautela. Hezbollah non accetterà mai di deporre le armi: sarebbe la fine di quel colossale imbroglio che è la resistenza antisraeliana e l’organizzazione perderebbe la ragione di esistere. Messa sotto pressione potrebbe radicalizzare le sue posizioni verso gli «imbelli» - stando alla dicitura di Nasrallah - che governano il Libano, col rischio di mettere in moto un processo destabilizzante anticamera del ritorno alla guerra civile. Ma è proprio in tal senso che si dirige la proposta, avanzata da Siniora, d’integrare i miliziani nell’esercito allo scopo di contenerli cooptandoli: non tutti i militari accetterebbero l’istituzionalizzazione della resistenza e un eventuale sfaldamento delle forze armate su base confessionale ricondurrebbe il Libano alla conflittualità interreligiosa dei tempi passati, un supplizio ingiusto per un paese martoriato dalle vicende storiche, che all’epoca della preminenza cristiana era indubbiamente il più moderno e avanzato del mondo arabo.
    Israele, nel 2000, ritirandosi dalla zona occupata, aveva creato le condizioni affinché Beirut potesse estendere al sud la sua sovranità territoriale: la stessa logica alla base della Risoluzione 1701. Purtroppo, a colmare il vuoto lasciato da Gerusalemme non è stato l’esercito regolare bensì Hezbollah, che ha dato inizio allo stillicidio di provocazioni durato sei anni che Tsahal, invano, ha cercato di stroncare con le operazioni militari di luglio-agosto. Beirut, sprecando un’occasione forse irripetibile, non è stata allora capace di garantire la sicurezza d’Israele e lo è tanto meno adesso. Le responsabilità di cui la Risoluzione 1701 investe il governo Siniora rientrano nell’ordine degli auspici e delle buone intenzioni. Non va dimenticato che già la Risoluzione 1559 del settembre 2004 stabiliva il disarmo del movimento sciita e lo schieramento dell’esercito nel sud del Libano. Siniora non ha alcuna influenza su Hezbollah, che oltretutto vanta tre ministri nell’esecutivo e trentacinque parlamentari, e anzi deve temerne l’ascesa sull’onda della crescente popolarità. La combinazione di forza politica e militare, moltiplicata per l’alleanza organica con Iran e Siria, autorizza la sua leadership a puntare ai massimi traguardi, magari riuscendo a imporre un governo di unità nazionale e una modifica della costituzione che consenta agli sciiti di esprimere il capo del governo, per poi andare alle elezioni e vincerle nelle vesti di partito patriottico antisraeliano. A tal fine, la propaganda incentrata sulla resistenza armata nei confronti del Piccolo Satana è un argomento ideologico irrinunciabile, seppure totalmente infondato. La rivendicazione delle fattorie di Shebaa è un mero pretesto: è innegabile che Israele le occupi, ma a detta persino dell’ONU sono territorio siriano e non libanese in quanto parte delle Alture del Golan.
    La verità è che Hezbollah non è un movimento di paladini della libertà che combatte per l’autodeterminazione del proprio popolo contro uno stato oppressore, come tanto piace alla vulgata antimperialista e terzomondista italiana ed europea (la medesima, ignorante e sciocca fascinazione che induce a tifare per Hamas e a scambiare per eroe un essere immondo qual è stato Arafat). Hezbollah non ha neanche origini libanesi, è in tutto e per tutto una creatura dell’Iran trapiantata nella terra dei cedri con la funzione di combattere Israele al servizio delle ambizioni geopolitiche degli ayatollah. Grazie alle scelte inopinate di Beirut e all’abilità di Nasrallah, che Teheran continua a sponsorizzare senza risparmio, negli anni l’organizzazione si è radicata tra gli sciiti, specie al sud, dandosi un connotato politico-sociale, e ha avuto gioco facile nello scagliarne la frustrazione e il risentimento esistenziale verso il Piccolo Satana. Nasrallah ora mira più in alto, a rendere lo spirito jihadista antiebraico consustanziale all’identità libanese, così da trascendere le divisioni etniche e religiose, compattare ideologicamente il paese e volgerlo in blocco all’attacco d’Israele, seguendo le linee espansionistiche che dipartono da Teheran, attraversano Damasco, approdano a Beirut e vorrebbero spingersi fino a Gerusalemme. Se il bene del Libano e dei libanesi è vivere al fianco d’Israele in spirito di cooperazione e amicizia, Hezbollah opera per il loro male, perché vuole un Libano jihadista pedina dell’Iran, votato fisiologicamente alla distruzione dello stato ebraico; come non operano certamente per il bene l’Unione Europea, che non ha il coraggio d’iscrivere il Partito di Dio nella lista nera delle organizzazioni terroristiche, e l’Italia del presente governo, «il nostro partner europeo più prossimo» (Nabil Kaouk).
    Attualmente, l’unica via alternativa alla guerra davvero praticabile è il mantenimento di un costante stato di tensione caratterizzato da minacce, incidenti, atti di forza dimostrativi, che non sfoci in autentica belligeranza. Si tratta, in pratica, di ristabilire lo status quo ante bellum, finché dura. L’UNIFIL contribuirà a dilatare tale spazio di tempo, ma a beneficio di Hezbollah e a danno d’Israele. La sua presenza a ranghi completi non sarà d’ostacolo alla guerriglia islamista, che una volta riorganizzata riprenderà impunemente la campagna antisionista con la regia di Teheran, mentre lo sarà per Gerusalemme sia in quanto scudo umano alle attività dei miliziani, che ulteriore elemento di pressione politica teso a soffocare la sua sacrosanta libertà di difendersi. Pellegrini ha già dato prova di atteggiamento ostile, criticando aspramente le violazioni dello spazio aereo libanese ad opera di velivoli dell’intelligence israeliano («These violations are not justifiable with the deployment of the Lebanese army and the enhancement of UNIFIL. This is not justified any longer») e non proferendo parola sul Partito di Dio che proprio sotto il suo naso si riarma e si riappropria delle postazioni militari. Se il buon giorno si vede dal mattino, la nuova UNIFIL per spirito è identica alla vecchia. A Israele non resta che conservare l’autocontrollo e insistere perché i soldati libanesi e i contingenti multinazionali diano attuazione alle previsioni della Risoluzione 1701, altrimenti la mossa successiva potrebbe essere l’intervento diretto, con gravi complicazioni politiche e militari: come insegna l’esperienza dell’estate scorsa, l’attacco metterebbe in serio pericolo l’incolumità dei caschi blu, italiani inclusi, e i governi che partecipano alla missione potrebbero anche decidere di ritirarli di fronte a una massiccia iniziativa israeliana, sancendo il fallimento dell’UNIFIL e svelando così l’inconsistenza del loro impegno in Libano. Gerusalemme rimarrebbe isolata diplomaticamente, eccezion fatta per gli Stati Uniti, ma avrebbe l’opportunità di chiudere definitivamente il fronte settentrionale prima che l’Iran completi la fabbricazione della bomba atomica e magari la rechi in dono a Hezbollah tramite la Siria con l’UNIFIL a far da spettatore. Per Israele, inoltre, certi interlocutori è meglio perderli che averli equivicini.
    Gli Stati Uniti, alla luce della drammatica situazione in Iraq, hanno accuratamente evitato di sovresporsi nella vicenda. All’inizio del conflitto hanno lasciato carta bianca a Tsahal, con la speranza che riuscisse ad affondare il colpo nei confronti di Hezbollah. Preso atto dell’insuccesso, con Gerusalemme ha optato per un congelamento della situazione giocando la carta dell’UNIFIL e lasciando sfogare l’ardore multilateralista e propagandistico di D’Alema, dal quale persino Chirac si è tenuto alla larga. Washington, tuttavia, sa che le milizie sciite se ne infischiano delle truppe ONU e che invece di disarmare si rafforzeranno. Pertanto, a salvaguardia del governo Siniora da possibili macchinazioni ispirate da Teheran e Damasco, mantiene al largo della costa libanese la Joint Task Force Lebabon, pronta a entrare in azione in caso di necessità in quello che il presidente Bush ha definito il terzo fronte della guerra al terrorismo, insieme a Iraq e Afghanistan

  3. #3
    NonNobisDomine
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    Andate a cagare, merde !

 

 

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