Nell'800 li si chiamava "onorevoli" perché stavano in Parlamento senza essere pagati, per l'"onore di rappresentare il popolo". Così però ci si mettevano solo i ricchi o quelli che ci andavano per "arrotondare". Per evitare il rischio di una agenzia di caporalato politico, gli si è dato uno stipendio che consentisse a chi voleva di resistere alle tentazioni. Lo stipendio è gradualmente aumentato fino a diventare esso stesso una tentazione. Loro però continuano a farsi chiamare "onorevoli", un titolo di cui condividono l'uso ormai solo con i mandarini cinesi e i malavitosi siciliani dei film. Una volta erano eletti dalla gente e la cosa si definiva un po' pomposamente democrazia rappresentativa. Oggi si scelgono fra di loro e non si sa come chiamarla, forse scrannocrazia cooptativa. Il meccanismo è analogo a quello impiegato dai Cavalieri della Tavola Rotonda, dai circoli di buongustai, dalle società segrete e dalle organizzazioni mafiose. Diverso è il criterio di selezione: non serve essere belli, intelligenti, eleganti, coraggiosi, competenti o possedere specifiche abilità. Quello che occorre è essere ossequiosi con i capi, avere lingue e labbra (grandi e piccole) e altre parti adatte alla bisogna. Per ingraziarsi quelli che sono sopra e che possiedono le chiavi del paradiso, gli aspiranti devono anche essere (o fingere di essere) fedeli come Lassie. In genere però - una volta entrati - si dimenticano delle promesse fatte ai benefattori come un tempo quelle fatte agli elettori ma, paradossalmente, è proprio la loro infedeltà a costituire la sola reale prospettiva di libertà per la gente, costretta a sperare che i carcerieri si azzuffino o i picciotti si sparino fra di loro. Vediamo le statistiche e scopriamo cose interessanti. Più del 15% degli attuali parlamentari della Repubblica era funzionario di partito o sindacalista e cioè non ha neppure mai fatto finta di lavorare. Un altro 20 e passa percento "insegnava" e - in un paese che ha solo una università fra le prime duecento del mondo scappa di assimilarli alla stessa categoria. Un quarto del totale è fatto di avvocati soprattutto meridionali (quelli che una volta si chiamavano "paglietta") e di giornalisti (molti dei quali, assiepati nei giornali di partito, sono stati folgorati dal detto che "fare il giornalista è sempre meglio che lavorare"": neppure qui si vedono troppi calli - sia pur metaforici - sulle mani. Si consolida il sospetto che i dipendenti da enti pubblici o politici siano la maggioranza e che i fabbricatori di ricchezza siano abbondantemente sottorappresentati sia per attività e resa economica che per area produttiva. Una sorta di Camera dei fasci e delle corporazioni dei mantenuti. Insomma una bella comitiva che - hanno rivelato le Iene - ha anche più familiarità con le polveri bianche che con quelle sottili, con il nero del Pakistan che con quelli del Darfour. Ma la gente comune è soprattutto indignata per le somme che costoro ricevono per fare o non fare quello che dovrebbero. Ci sarebbe un modo per ristabilire un po' di equità. Non è giusto che fatichino gratis: si proponga che vengano retribuiti sulla base della media delle loro ultime cinque dichiarazioni dei redditi, prima che si "sacrificassero per la collettività". Ognuno sarà rimborsato per il lucro cessante dal suo impegno politico. Ma allora si dirà - dov'è il vantaggio, lo stimolo, a fare il parlamentare? Che si prende lo stesso ma senza lavorare. È una soluzione onorevole?




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