UN’APERTURA A SORPRESA
IL FASCINO DELLA SPERANZA


Umberto Folena
I primi sono i santi Pietro e Paolo: noblesse oblige. L’ultima è la beata Eurosia Fabris, diciamo non il massimo dell’audience, nessuna fiction tv nel carnet. La beata Eurosia chiude la fila infinita di oltre duecento "chiamate", tra profeti, apostoli, martiri, santi e beati. Il convegno ecclesiale comincia così, con i nomi dei nostri santi che salgono nel cielo terso di Verona da un’Arena che, come due mani a coppa, racchiude nel tiepido pomeriggio di ottobre la Chiesa italiana al suo quarto convegno. Martiri, santi e beati: perché? Perché sono la nostra storia. Ieri la Chiesa italiana ha detto a se stessa e al Paese: non sbuchiamo dal nulla, non siamo un soffio di vento passeggero. Questi sono i nostri padri e le nostre madri. Queste le nostre radici. Lo diciamo a voce alta e, appellandoci a loro, affermiamo la nostra ferma volontà di essere, se non alla loro altezza, alla loro scuola.
La Chiesa che si ritrova a Verona è questa. Una Chiesa con un forte senso di responsabilità. Sa di possedere una forte "riserva spirituale ed etica" e che per questo sono tanti, credenti convinti, tiepidi e apparenti miscredenti, a guardare a lei con speranza. Ieri lo dicevano i santi. Ma lo suggerivano infiniti dettagli. Ad esempio i saluti delle autorità, come il presidente della Fiera, che ospita i lavori, il presidente degli industriali e il sindaco di Verona. Ammettiamolo. In genere i saluti sono ascoltati con un orecchio solo, sono atti dovuti di cortesia, un pedaggio da pagare. Ieri invece, chi era abbastanza curioso da stare ad ascoltare tutto nella speranza – eccola, la parola chiave – di essere sorpreso, notava nelle parole delle autorità una sorta di attesa: da voi ci aspettiamo risposte alle grandi domande, da voi ci aspettiamo che vi dimostriate davvero responsabili, in un momento in cui dalle responsabilità si preferisce fuggire.
La Chiesa che in Verona risponde non è né trionfalista né falsamente umile. L’armata di soldatini obbedienti esiste solo nelle caricature dei commenti venati di ideologia; ma neppure si deve pensare a una Chiesa impotente, muta e rassegnata. In che cosa consista la responsabilità lo ricorda il cardinale Tettamanzi. Consiste nell’interpretare sul serio l’invito del Concilio, che nelle prime parole della Gaudium et spes (la Chiesa nel mondo contemporaneo) afferma: le gioie e i dolori, le speranze e le angosce degli uomini appartengono ai cristiani. Lo stile del Concilio è quello della vicinanza e della condivisione. Di qui la responsabilità: non possiamo smettere di pensare, di elaborare pensiero critico, di parlare, di annunciare. Non possiamo tirarci indietro.
Il convegno avrà al centro la speranza. Perché si parlerà non "di" speranza, ma "con" speranza. La speranza come metodo e strumento di lavoro. E quale esempio maggiore di speranza, di appartenenza a un popolo e a una storia dalla lunga memoria, di capacità di andare al di là delle piccole contingenze, di quei santi le cui immagini si illuminano, attorno alla Croce? Quei santi accomodati sulle gradinate dell’Arena. Convocati pure loro. Quale curiosa assemblea. Che dà la parola a santa Sabina e san Valentino, prima e ultima delle 62 "chiamate" di martiri. Che "perde tempo" chiamandoli in causa a dozzine, i santi e i beati. E ad un’Italia che chiede: "Dateci motivi di speranza, diteci qual è la vostra speranza", altro non sa fare che aprire l’album di famiglia. Chi ricorda il film di Spielberg, Salvate il soldato Ryan, sa. Come il tenente interpretato da Tom Hanks, quei santi e quei beati, soprattutto quei martiri ci dicono: vi abbiamo consegnato Cristo e la sua speranza, non sprecate questo dono, e siatene degni.