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    Predefinito Il Papa a Mosca: missione possibile entro il 2007

    Il Papa a Mosca
    missione possibile entro il 2007


    Il viaggio che a Wojtyla rimase proibito si avvicina

    15/10/2006 di Giacomo Galeazzi

    CITTA’DEL VATICANO. Il Papa a Mosca. Il sogno irrealizzato di Giovanni Paolo II sta per diventare realtà con il suo successore. La storica visita al Patriarcato ortodosso è il principale obiettivo di Benedetto XVI e la Segreteria di Stato è al lavoro, in maniera febbrile ma nel massimo riserbo, per rimuovere gli ultimi ostacoli.

    Il dialogo tra la diplomazia pontificia e quella del Patriarca ortodosso Alessio II non è mai stato così intenso e dalla Russia arrivano in Vaticano «straordinari segnali di apertura e disponibilità», tanto da spingere le feluche d’Oltretevere a ipotizzare un’«accelerazione dei tempi» e a delineare persino lo scenario di un viaggio papale entro il 2007. Il patchwork di contatti informali, dialoghi sotto traccia, incontri tra delegazioni potrebbe presto consentire la tanto sospirata visita di Joseph Ratzinger nella «Terza Roma».

    Dopo una lunga fase di gelo, infatti, il riavvicinamento procede a tappe forzate. Dal 18 al 25 settembre due delegazioni, cattolica ed ortodossa, si sono riunite a Belgrado, in Serbia, per riprendere ufficialmente le discussioni teologiche interrotte sei anni fa. Il 2 ottobre il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano e uomo di punta della politica papale del dialogo con l’ortodossia, ha incontrato a Mosca il patriarca Alessio II e ha pronunciato un apprezzato «mea culpa» sul proselitismo occidentale in terra russa dei preti polacchi.

    L’inviato pontificio ha auspicato il superamento delle conseguenze della divisione e le battute d’arresto nel movimento ecumenico. «E’ per noi motivo di sofferenza sapere che ci sono stati cristiani d’occidente, e tra questi anche cattolici, che non hanno saputo discernere e riconoscere l’ineguagliabile ricchezza spirituale della santa Russia, né rispettare e valorizzare il patrimonio religioso e culturale della grande Tradizione ortodossa - ha affermato il porporato, riecheggiando un’accusa più volte ribadita da Mosca nei confronti di Roma. Proprio a questa disattenzione alla vita dello Spirito risale la causa di quel proselitismo denunciato da più voci, non solo ortodosse, ma anche cattoliche».

    Un segno atteso dal Patriarcato e salutato da Alessio II come «un ulteriore sviluppo del sostegno reciproco». Un clima «che dalla distensione trascolora nella collaborazione», osserva l’arcivescovo curiale ed esperto di ecumenismo Francesco Gioia. «Fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile che Benedetto XVI visitasse in casa sua il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I eppure ciò accadrà nel viaggio in Turchia a fine novembre», spiega Gioia.

    In questo momento, anche in risposta alla questione islamica, le distanze nel mappamondo cristiano si sono ridotte. E i canali ecumenici si sono riattivati rapidamente l’uno dopo l’altro». Perciò la stima degli ortodossi per il Pontefice contribuisce a rendere Mosca una tappa imminente. «Benedetto XVI e Alessio II sono accomunati dalla certezza che nella preghiera si trova l’unità - puntualizza l’arcivescovo - Attendiamo sviluppi incoraggianti in tempi ragionevoli». Un momento propizio, quindi, una proficua convergenza «che lascia ben sperare nel superamento di antiche difficoltà», chiarisce un protagonista della «Ostpolitik» pontificia come il cardinale Achille Silvestrini. «Ci sono punti di contatto (l’attenzione alla vita interiore, alla liturgia, al culto) che incidono positivamente», aggiunge il prefetto emerito della congregazione per le Chiese Orientali ed ex ministro degli Esteri vaticano.

    La settimana scorsa Benedetto XVI ha inviato un messaggio alla prima assemblea plenaria dei presidenti delle Conferenze episcopali europee (Ccee) per sollecitare «incoraggiamento per la testimonianza e il contributo della Chiesa cattolica nell’ecumenismo e nella collaborazione tra le confessioni cristiane». E il 9 ottobre, significativamente, il patriarca ortodosso Alessio II ha mandato anch’egli una lettera al meeting dei vescovi europei per esprimere la «sincera speranza» che l’iniziativa della Santa Sede «diventi un altro gradino sulla strada dello sviluppo della cooperazione».

    «A Karol Wojtyla la via verso Mosca era sbarrata da secolari conflitti di etnia slava e da accuse di invasioni di campo tra polacchi e russi - analizza il teologo don Gianni Baget Bozzo. Giovanni Paolo II si proponeva di incidere sulla storia, l’approccio teologico di Ratzinger, invece, supera questioni concrete come le proprietà contese agli Uniati. Le affinità culturali avvicinano Benedetto XVI al Patriarcato e possono consentirgli di ricucire e dare una svolta epocale alla millenaria separazione tra cattolici e ortodossi».

    Una sintonia testimoniata pure «dagli accordi Roma-Mosca sugli archivi e dalla recente pubblicazione di numerosi testi sull’ecumenismo da parte della Libreria editrice vaticana», evidenzia monsignor Vittorino Grossi, segretario del Pontificio comitato di Scienze storiche, docente di patrologia all’Augustinianum e all’Università Lateranense. Barriere che cadono e motivi d’intralcio storici e psicologici che vengono superati in vista, dopo dieci secoli, della «riconciliazione tra i fedeli di Cristo e la proclamazione unitaria del Vangelo nel mondo».


    http://www.lastampa.it/redazione/cms...2212girata.asp

  2. #2
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    Un tedesco dove non potè un polacco
    15/10/2006
    di Enzo Bettiza

    BENEDETTO XVI a Mosca? O sarebbe meglio specificare che il protagonista di un possibile o, secondo voci sempre più insistenti, probabile pellegrinaggio nella Terza Roma, cuore della slavità ortodossa, sarà l’insigne teologo bavarese Joseph Ratzinger?

    Nel tentativo di dare maggiore consistenza esplorativa alle voci che filtrano da più parti, non possiamo esimerci dal supporre che i diffidenti e oggi potenti custodi dell’ortodossia russa stiano forse preparandosi all’incontro ecumenico con un papa tedesco, proprio perché tedesco, dopo averlo negato con tanta pervicace ostinazione al papa polacco proprio perché polacco. Per cogliere il senso dello storico giro di boa con cui l’alto clero moscovita sembra disposto ad avvicinarsi ora al nuovo pontefice, è necessario riandare alle complicate ostilità non solo confessionali, ma interetniche, che da secoli oppongono la cristianità russa a quella polacca legata a Roma e all’Occidente. Ratzinger, ripetiamo, non proviene dalla cattolicità slava come Karol Wojtyla. Ratzinger inoltre è soltanto un figlio della lontana e mite Baviera, non è un prussiano, uno che possa evocare le violente scorribande battesimali dei cavalieri teutonici tra i paganeggianti contadini slavi.

    Con Wojtyla, per i russi ortodossi, il discorso si faceva insidiosamente parentale e, quindi, insidiosamente complicato. Giovanni Paolo II, visto da Mosca, appariva quasi un mezzo russo. Era figlio di un padre polacco e di una madre ucraina; per di più, parlava alla perfezione la lingua di Tolstoj, leggeva il cirillico, conosceva nei minimi dettagli l’apparato liturgico ortodosso, la sapeva lunga sugli uniati e sui cattolici di rito latino dell’Est.

    Agli occhi del chiuso patriarcato nazionalistico di Mosca, oggi vicinissimo a Putin, il ruolo svolto da Wojtyla nella battaglia politica e ideologica contro il comunismo era stato certo importante, ma solo fino ad un certo punto. Al di là del quale l’ottica si rovesciava e s’incattiviva. Un pugnace prete cattolico di Cracovia che diventa addirittura un papa vittorioso, fomentatore del patriottismo polacco, pericoloso distruttore dell’impero comunista che era anche impero granderusso, sostenitore dei croati contro i serbi ortodossi, non poteva che ridestare l’atavica antipatia della Chiesa nazionale russa per i cattolici d’origine slava considerati miscredenti e transfughi. Crollato l’impero ateo dei bolscevichi, che paradossalmente era stato insieme una prigione e una fortezza difensiva della solitaria Chiesa russa, l’ecumenismo pancristiano di Wojtyla appariva facilmente al cipiglio dei prelati ortodossi come una forma di apostolato proselitistico e subdolo.

    Il pontefice romano che dalla vicinissima Vilnius volgeva lo sguardo a Oriente, lanciando il grido cecoviano «Moskva Moskva!», infastidiva, irritava, quasi spaventava i barbuti difensori della sacra autocefalia della vecchia Moscovia ortodossa. Quando Wojtyla osò mettere piede a Kiev, il patriarca Alessio II, antipapista tradizionale nonché alleato nazionalista di Putin, si spostò in Bielorussia e da quella repubblica veterostalinista bollò come «incursione cattolica» il pellegrinaggio ucraino del pontefice.

    Il polacco Wojtyla, pur onusto di tanti successi politici e apostolici, considerò sempre una sconfitta, la più cocente della sua lunga vita, il «niet» oppostogli con reiterata acrimonia dal patriarca russo. Egli aveva già visitato la Romania, la Grecia, la Georgia ortodosse. Ma Kiev, radice e chiave della storia russa, avrebbe dovuto essere per lui, anziché luogo di disputa, anche la chiave del ricongiungimento con la confessione e la nazione russe. Un naturale portale d’accesso alla Terza Roma, un avvio alla chiusura della profonda ferita scismatica fra i popoli slavi.

    Ratzinger, il tedesco, anzi il bavarese che di scismi e di lacerazioni intergermaniche se ne intende, che delle diversità religiose e culturali è un dotto esegeta, potrà forse riuscire laddove il troppo passionale e troppo slavo Wojtyla non riuscì. Probabilmente nella spaccatura, ch’egli desiderava sanare, tra cristianità ortodossa e cristianità cattolica, Wojtyla vedeva soprattutto una sfortunata e spesso cruenta separazione religiosa tra slavi orientali e occidentali. Le lunghe tensioni tra polacchi, ucraini e russi, i ripetuti massacri tra croati e serbi nel secolo scorso, ne sono stati ai suoi occhi una triste prova. E’ possibile ritenere che invece, nell’ottica storicizzante e filosofica di Ratzinger, lo scisma stia perdendo gran parte dei suoi connotati etnici contingenti per assumere quelli di un cortocircuito millenario più ampio, ma ormai spento e freddo, tra Oriente bizantino e Occidente europeo: ed è quindi possibile che Alessio II percepisca in Benedetto XVI ciò che non riusciva a scorgere in Giovanni Paolo II: un interlocutore più distaccato e non coinvolto, personalmente, nelle propaggini slave di un’antichissima faglia teologica e culturale paneuropea. Detto questo, riusciremo davvero a vedere un giorno il pallido Benedetto e l’arcigno Alessio officiare insieme il servizio divino nella cattedrale di San Basilio a ridosso del Cremlino?

    http://www.lastampa.it/cmstp/rubrich...colo=1782&tp=C

  3. #3
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    Che ne pensate???
    Quello riportato da La Stampa di oggi è uno scoop eccezionale... Speriamo venga confermato!!!

  4. #4
    email non funzionante
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    speriamo sia la volta buona!
    NOI SIAMO LA VERA ITALIA !
    RICOSTRUIAMO LA NOSTRA PATRIA !

  5. #5
    Veritas liberabit vos
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    Citazione Originariamente Scritto da Gilbert I Visualizza Messaggio
    speriamo sia la volta buona!
    Concordo con Gilbert, ma visto i precedenti la prudenza non è mai troppa

 

 

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