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    Predefinito L'ineccepibile relazione del segretario di GayLeft, Andrea Benedino

    ..E NOI RIPARTIAMO DAI PACS
    RELAZIONE DI ANDREA BENEDINO, PORTAVOCE NAZIONALE GAYLEFT ALL’ASSEMBLEA NAZIONALE DI GAYLEFT – CONSULTA LGBT DEMOCRATICI DI SINISTRA SABATO 9 SETTEMBRE 2006

    PESARO, FESTA NAZIONALE DE L’UNITA’

    Care compagne e cari compagni,

    benvenuti a tutti coloro che da molte parti d’Italia sono venuti fin qui a Pesaro per quest’appuntamento politico, l’assemblea nazionale di GAYLEFT, che è ormai diventato una tradizione di fine estate per molti di noi.. non proprio come il Meeting di Rimini ma quasi. Come avrete visto sui manifesti di questa Festa nazionale de l’Unità, lo slogan scelto quest’anno dal partito è IO VADO E RIPARTO DA PESARO, per ricordare quel congresso nazionale dei DS che proprio in questa città si svolse all’indomani della sconfitta elettorale del 2001 e che segnò l’inizio della ripartenza, l’avvio di una strategia politica che ci avrebbe poi portati, qualche anno dopo, a riconquistare il governo del Paese.

    Chi tra noi ha avuto occasione di frequentare le nostre assemblee e i nostri momenti di discussione già da qualche anno sa però che il Congresso di Pesaro fu anche quello che segnò per noi il punto più basso della considerazione in cui questo partito tenne le istanze di cui eravamo portatori. Fu il Congresso in cui non una riga, né una parola in alcuna delle mozioni che furono presentate, sia di maggioranza che di minoranza, seppero affrontare nella giusta chiave le questioni riguardanti i diritti civili e le libertà individuali, né tanto meno si ebbe il coraggio di parlare di noi, della questione omosessuale, direttamente. La nostra posizione in quel Congresso era quella di stare SOTTO AL TAPPETO, come la polvere che si vuole nascondere in casa nei momenti delle pulizie frettolose.

    Eravamo all’indomani di una legislatura in cui il nostro partito era stato costantemente al Governo del Paese e in cui, a differenza con quanto avvenne in quegli anni nel resto d’Europa, non una legge, né una riforma venne varata in nostro favore, con la timida e solitaria eccezione del decreto del Ministro Veronesi sulla donazione del sangue e degli organi.

    Eravamo all’indomani della grande manifestazione del World Pride di Roma del 2000 che cambiò per sempre il modo in cui l’opinione pubblica italiana avrebbe guardato alle nostre proposte, ma che nonostante ciò non riuscì ad avere alcuna ricaduta diretta su un centrosinistra italiano incapace di farsi contaminare da sane battaglie di libertà e di laicità.

    Eravamo all’indomani della prima elezione in Parlamento di Franco Grillini, forse una delle poche conquiste politiche di quel periodo, ma che come molti ricorderanno fu dovuta più ai sensi di colpa di un partito che nulla aveva saputo realizzare su questi temi e alla nostra ferma determinazione nell’ottenerla che non ad un consapevole investimento politico dei DS.

    Ecco perché per noi RIPARTIRE DA PESARO assume un sapore un po’ amaro, appare quasi come la profezia di un incubo che si sta autoavverando, quello cioè di tornare dentro questo partito ad uno stato di semi-clandestinità, in cui i nostri temi sembrano non avere più diritto di cittadinanza, in cui veniamo vissuti come portatori sani di quel virus – il PACS – che potrebbe far cadere il Governo e aprire delle contraddizioni insanabili nel processo dentro al quale si sta avviando la costruzione del futuro partito democratico. Il ricordo va un po’ a quello spot vergognoso di qualche anno fa che rappresentava i sieropositivi con una luce luminosa attorno al corpo con una voce in sottofondo che diceva, parlando del virus: SE LO CONOSCI LO EVITI, SE LO CONOSCI NON TI UCCIDE.

    Purtroppo, però, questa è per molti versi la realtà che stiamo vivendo da quando è iniziata quest’ultima campagna elettorale con la sottoscrizione del programma, per finire ai giorni nostri. Già alla Conferenza programmatica di Firenze alla fine dell’anno scorso, dovemmo urlare la nostra rabbia per reinserire la questione dei PACS nella piattaforma programmatica del partito, e dovemmo farlo platealmente intervenendo con forza in plenaria e forse questo avrebbe dovuto farci capire che per noi il vento stava iniziando a cambiare e che qualcuno preferiva riportarci al nostro posto, SOTTO AL TAPPETO, assieme alla polvere da nascondere.

    Ma voglio dirlo in modo chiaro e forte: noi sotto al tappeto non vogliamo tornarci e non ci torneremo e se qualcuno pensa che ce ne staremo zitti e in disparte, mentre altri costruiscono compromessi al ribasso sulla pelle nostra e della comunità di donne e di uomini di questo Paese che vogliamo rappresentare, si sbaglia di grosso e se ne renderà presto conto.

    Noi siamo qui per richiamare il centrosinistra italiano e i DS in particolare alle loro responsabilità. Noi siamo qui per svolgere la funzione di coscienza critica di questo partito e per esigere che gli impegni che questa coalizione politica si è presa con gli elettori rispetto al riconoscimento delle unioni civili vengano mantenuti e che l’Italia possa fare finalmente un passo in avanti verso la modernità, la giustizia e un’idea più europea di libertà.

    Ecco perché preferiamo dire che noi vogliamo RIPARTIRE non da Pesaro, ma un po’ OLTRE, e cioè da quella proposta politica, quella dei Patti Civili di Solidarietà, attorno alla quale negli anni passati abbiamo saputo ricucire un rapporto di fiducia tra i DS e la comunità glbt italiana e con la quale siamo riusciti a ottenere un consenso vastissimo nell’opinione pubblica di questo paese, che si è confermato via via in ogni rilevazione demoscopica e in ogni studio sociologico condotto negli ultimi anni, dimostrando come questa proposta trovi la propria forza nel fatto di riuscire a coniugare l’innovazione con la moderazione, il giusto livello di mediazione con i valori, le sensibilità politiche e religiose diverse dalle nostre con il rispetto dei diritti e della dignità sociale di tutti i cittadini di questo Paese.

    RIPARTIRE DAI PACS, dunque, e non perché preferiamo rifugiarci in un recinto ideologico, né perché temiamo di doverci confrontare con un programma che non cita esplicitamente questa proposta o con degli alleati che la vedono come il fumo negli occhi, ma al contrario proprio perché crediamo che i PACS, comunque li vorremo chiamare, siano una proposta assolutamente coerente con quelle dannate sette righe di programma sulle Unioni Civili, perché pretendiamo che si passi da un confronto – quello sì ideologico e quasi folkloristico – sui nomi e sulle sigle ad un confronto nel merito delle proposte.

    Siamo ancora in attesa che qualcuno da parte della Margherita, di quel partito cioè che tanto si è speso in questi mesi per sottolineare che verranno riconosciuti i diritti dei singoli e non quelli della coppia e che non si cederà a nessuna forma paramatrimoniale, avanzi una proposta di legge su questo tema. Siamo in attesa che i gruppi parlamentari unitari dell’Ulivo individuino delle sedi di confronto per giungere in tempi brevi ad una proposta condivisa. Siamo in attesa perché il confronto noi lo vogliamo, ma lo vogliamo sul merito.

    Vogliamo infatti sapere quali e quanti diritti si pensa possano essere riconosciuti e in quale modo; vogliamo sapere se e come si vorrà “definire (per legge) la natura di tali unioni” (uso volutamente la terminologia del programma); vogliamo sapere se quei diritti verranno riconosciuti in termini esclusivamente privatistici oppure pubblicistici. Vogliamo sapere dai nostri alleati quali e quanti diritti che sono ricompresi nella proposta dei PACS loro non ritengono possano essere riconosciuti alle coppie di fatto italiane: lo dicano chiaramente senza girarci attorno, dicano se vogliono o meno lasciare alla completa clandestinità giuridica milioni di donne e di uomini di questo Paese, avanzino delle proposte di legge se ne sono capaci. Siamo stanchi delle manfrine politiciste e degli slogan, esigiamo rispetto e chiarezza. Noi la nostra proposta l’abbiamo avanzata, altri facciano altrettanto.

    Dico questo e con questa ruvidezza perché sono ormai troppi mesi che cerchiamo costantemente il confronto con loro trovandoci di fronte solo e soltanto dei muri di gomma e degli interlocutori sfuggenti. E giorno dopo giorno, abbiamo come l’impressione di sentirci sempre più soli anche dentro ai DS. Non è un caso che quest’anno sia stato particolarmente difficile per noi ottenere occasioni di dibattito su questi temi nelle Feste dell’Unità. Pochi dibattiti, quasi tutti tra di noi, nessun momento significativo di confronto con gli alleati nell’ambito di questa Festa Nazionale. Qualcuno di voi lo dirà forse più tardi intervenendo, ma la sensazione che abbiamo facendo politica in molte federazioni anche molto importanti di questo Paese è di essere diventati scomodi e ingombranti e questo noi non lo possiamo accettare.

    Per mesi e mesi siamo stati lasciati completamente soli a rispondere a leader di partito alleati che distruggevano con caparbietà il lavoro che durante gli ultimi anni avevamo costruito pazientemente assieme al nostro partito e al resto della comunità glbt. Anche nella fase drammatica e delicata della chiusura del programma, siamo convinti che mentre altri facevano il loro gioco per svuotare di significato quelle dannate sette righe, qualcuno nel nostro partito ha mancato al proprio dovere nel difendere un’interpretazione avanzata di quella proposta. Mentre altri hanno fatto il gioco del bicchiere mezzo vuoto, noi abbiamo mancato il nostro compito di far vedere che quel bicchiere era mezzo pieno.

    Ancora oggi ogni qualvolta ci sia una polemica pubblica che ci riguarda, o interveniamo direttamente per difenderci, o dai dirigenti del nostro partito otteniamo – con rare eccezioni – solo e soltanto silenzio. Basta guardare alla differenza di comportamento che c’è stata a giugno tra la vicenda che ha avuto come protagonista il ministro Mussi rispetto alla sua giusta posizione sulla ricerca scientifica, posizione coraggiosa che ha avuto il plauso, la solidarietà politica e la condivisione dell’intero gruppo dirigente del partito a partire dal segretario, e il modo invece in cui è stata lasciata quasi del tutto da sola la Ministra Pollastrini quando ha deciso con coraggio di partecipare alla splendida manifestazione del Pride di Torino.

    Qualcuno riesce per favore a spiegarci perché chi si schiera con noi, chi decide anche solo di voler aprire un dialogo con questo movimento, poi si ritrova isolato e non meritevole di solidarietà? In quell’occasione la Ministra Pollastrini ha compiuto un gesto coraggioso, ma la solitudine con cui lo stava compiendo e il linciaggio a cui è stata sottoposta senza ricevere alcuna solidarietà è stata del tutto evidente.

    Quanti anni dobbiamo ancora aspettare perché un nostro segretario possa manifestare con orgoglio al nostro fianco ad un Pride? Quanto tempo dovrà ancora passare perché i nostri leader possano usare un linguaggio sui nostri temi anche solo paragonabile a quello di tutti – e dico tutti – i principali leader del socialismo europeo? Scegliete un candidato a caso tra i tanti e le tante del Partito Socialista francese che vogliono concorrere alle prossime presidenziali: ebbene scoprirete che tra di loro sono in disaccordo su molte cose, ma tutti concordano sulla necessità di aprire finalmente in quel Paese al matrimonio e alle adozioni per le coppie omosessuali. E parlo della Francia, il Paese dei PACS. Persino Jospin che aveva manifestato negli anni passati idee diverse al riguardo, nel recente incontro de La Rochelle ha dovuto ricredersi. E noi stiamo ancora a discutere se i PACS sono troppo avanzati per una società come quella italiana? Stiamo ancora a perdere tempo in un’interpretazione capziosa dell’art. 29 della Costituzione? Ma lo sapete cosa dicono le Costituzioni tedesca e spagnola sul matrimonio? Affermano che è formato da un uomo e una donna. E allora perché in quei Paesi è stato possibile porre la rivendicazione della parità di diritti mentre in Italia no?

    Guardiamo a quello che è successo in Spagna negli ultimi anni, leggiamoci le parole usate da un leader della sinistra europea riformista e moderata come Zapatero (moderato, sì, perché nel suo Paese Zapatero rappresenta una sinistra riformista, democratica e moderata, tutt’altro che estremista e radicale) e poi chiediamoci perché i nostri leader non possono avere lo stesso coraggio e la stessa determinazione. Zapatero ci ha insegnato che “ci sono utopie che meritano di essere sognate. Forse non le realizzeremo tutte, ma saranno loro a indicarci la rotta da seguire”. Ma perché noi in Italia di queste utopie non riusciamo mai a realizzarne nemmeno una?

    Abbiamo dovuto attendere lo stupro brutale di una ragazza lesbica a Torre Del Lago per sentir dire da un Ministro degli Interni italiano che sì, forse la legge Mancino può essere modificata e ricomprendere anche le fattispecie dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Non bastava il Parlamento europeo con la risoluzione di gennaio contro l’omofobia, non bastavano le nostre rivendicazioni di anni e anni: dovevamo aspettare la recrudescenza della violenza omofoba che in questi anni ha visto morire decine di omosessuali e transessuali in questo Paese vittime di delitti motivati dall’odio omofobico e transfobico. Quanti altri morti, quanti altri stupri, quante altre violenze dovremo aspettare perché il Parlamento italiano possa varare una legge contro le discriminazioni? In Francia questa legge l’ha fatta il governo di destra: perché in Italia non può essere varata da un Governo come il nostro? Cosa impedisce ai nostri leader di sposare queste battaglie e di inserirle nell’agenda politica almeno con la stessa veemenza con la quale alcuni nostri alleati si accaniscono quotidianamente contro i nostri diritti?

    Qualche mese fa una grande notista politica, Barbara Spinelli, che di tutto penso possa essere tacciata tranne che di essere un’estremista, commentava con grande acutezza in uno splendido articolo sulla Stampa intitolato “L’allergia italiana a Zapatero” i motivi che spingono la politica italiana e lo stesso centrosinistra a guardare al premier spagnolo con grande sospetto. Voglio citare solo qualche parola della Spinelli: “Indispettisce (di Zapatero) lo spazio dato alla società civile e ai diritti, a scapito non solo della centralità dell'economia ma dei poteri partitici. Indispettisce quella che per Zapatero è etica politica irrinunciabile: «Mantenere la parola data, fare quel che si dice e dire quel che si farà». Indispettisce, più ancora forse del ritiro dall'Iraq e della strategia latino-americana, l'autonomia dalla Chiesa. Resistere al Papa e alle Conferenze episcopali è inconcepibile, oggi in Italia. Tutti in Italia hanno bisogno di ottenere l'imprimatur da una forza esterna, tutti si sentono in qualche modo minorenni e illegittimi - non solo i Ds - e la Chiesa diventa tutore che non si osa contestare. Ogni riformista deve fare da noi concessioni sulla laicità: Zapatero problemi simili non ne ha. È alle correnti conciliari che egli s'appoggia, a teologi come Enrique Miret Magdalena che nel laico argomentare somiglia al nostro Enzo Bianchi. Solo che Miret Magdalena non è ingiuriato quando ricorda che lo Stato e l'Europa sono aconfessionali, e che fin dalla teologia cinquecentesca di Domingo De Soto o padre Molina «la legge civile è fatta per garantire la convivenza tra i cittadini, non per garantire la morale cattolica». In Spagna è pietra di scandalo che il Papa parli di silenzio di Dio a Auschwitz, e appena nove giorni dopo lasci che lo stesso concetto («eclissi di Dio») sia applicato dal Vaticano a unioni di fatto o matrimoni omosessuali. Non da noi.”

    Come ha scritto qualche giorno fa Aurelio Mancuso sull’Unità a proposito del partito democratico, il conflitto che stiamo vivendo non è tra laici e cattolici, “ma tra neoclericali (molti dei quali non pervasi da alcun sentimento religioso) e i propugnatori di una democrazia matura ed autonoma (tra cui si trovano benissimo moltissimi credenti che testimoniano la propria fede con i fatti e non sulle copertine dei rotocalchi)”.

    Vedete, io ritengo che il problema non sia la nascita o meno del partito democratico, ma il modo in cui questo partito sta nascendo. E il problema non è soltanto quello di scegliere se limitare il nostro campo visivo alle forze del socialismo europeo oppure allargarlo anche a forze come il Partito Democratico degli USA. Io sarei il primo ad esempio a volere in Italia un partito democratico come quello americano, perché è noto e risaputo che in tutti gli Stati Uniti d’America è proprio il partito democratico il principale punto di riferimento politico delle battaglie del movimento glbt americano.

    Qualcuno per cortesia può spiegare però ai nostri amici della Margherita, ma anche a tante e tanti dirigenti di questo partito, che qualche settimana fa il comitato centrale del partito democratico americano ha deciso a voto unanime dei 447 delegati di rendere obbligatori i cosiddetti “inclusion programs” ovvero di aumentare il numero di delegati GLBT per la convention del 2008? Glielo spieghi perchè sarà la prima cosa che chiederemo nello Statuto del nuovo partito.

    Certo quella delle “quote gay” in Italia appare davvero un’utopia lontana, soprattutto per noi che ben sappiamo quanto sia difficile in questo Paese far eleggere anche solo in un comune o in una provincia i nostri migliori dirigenti. Emblematica è stata la vicenda delle elezioni comunali di Milano in cui la miopia politica e le piccole guerre di potere di un gruppo dirigente del partito incapace di sintonizzarsi con la città che pretendeva di amministrare ha reso impossibile la rappresentanza politica in Consiglio Comunale della più grande comunità glbt italiana. E lo stesso è avvenuto a Roma e lo stesso accade ormai quasi sempre in ogni realtà piccola e grande di questo Paese.

    Ma vedete, il problema non è tanto quello della rappresentanza politica della questione omosessuale – problema che c’è naturalmente – il problema è quello della rappresentanza e dell’agibilità politica di una grande sensibilità sociale e culturale di questo paese, di quella vasta area di elettori e di cittadini che crede in quel “socialismo dei diritti” e in quel “liberalismo laico” che in tutto il mondo costituiscono la forza dell’emancipazione dalla clandestinità sociale di milioni di donne e di uomini, la forza della modernità, la forza della libertà.

    Nella parola socialdemocratico - dice Zapatero - è il democratico che prevale. La sua è un'idea di libertà né liberista né socialista: è un'idea più esigente della libertà negativa (libertà dall'interferenza); e meno comunitarista della libertà positiva, che persegue fini collettivi o statali in nome di tutti.

    La domanda che poniamo al nostro partito in vista del processo che si sta aprendo è quindi molto semplice: quale spazio avranno nel nuovo soggetto politico queste idee che in tutta Europa e in tutto il mondo (potrei citare per esempio il programma politico della neopresidente del Cile Michelle Bachelet) costituiscono la base del progetto delle forze riformiste e democratiche? Saranno sacrificate sull’altare di un nuovo compromesso storico oppure verrà data loro l’agibilità politica per essere portate avanti con forza? E noi in tutto questo quale ruolo avremo?

    Io personalmente sono sempre stato contrario al fatto che come consulta noi si debba aderire o sostenere questa o quella mozione congressuale, così come sono perplesso e diffidente quando i nostri temi e le nostre battaglie vengono riscoperti solo in vista dei congressi per essere usati come bandiere in modo strumentale da una parte o dall’altra. Però al tempo stesso io credo che poiché questa volta al centro di questo congresso rischiamo di esserci noi, con le nostre vite, le nostre idee e le nostre coscienze, o saremo in grado di ottenere che il congresso divenga l’occasione per favorire una soluzione ai nodi controversi, oppure noi non potremo tacere. Ho sentito dire da qualche nostro autorevole leader, come il sindaco di Roma Veltroni, che per fare il nuovo partito basta che partiamo da ciò che ci unisce e che mettiamo da parte ciò che ci divide, che dobbiamo mettere da parte l’identità. Ebbene, noi ad essere messi da parte non ci stiamo.

    Non ci stiamo perché siamo convinti che abbiamo molto da dire e molto da dare sia al nostro partito che al futuro soggetto politico. Non ci stiamo, perché sappiamo bene – per usare l’immagine del virus che avevo citato prima – di essere portatori sani di modernità, di Europa, di giustizia sociale, di laicità, di libertà, tutte malattie da cui il centrosinistra italiano e il futuro partito democratico hanno un gran bisogno di essere contagiati. Non ci stiamo, perché – peccando di immodestia - siamo convinti che non potremo che fare del bene a questo nuovo soggetto politico. Ma certo, per farlo, abbiamo bisogno di essere messi nelle condizioni di svolgere un ruolo proficuo, non abbiamo certo bisogno di un partito che ci veda come un problema da accantonare, da nascondere sotto al tappeto.

    Per questo crediamo che ci sia bisogno di un grande lavoro politico da fare sul tema dei diritti civili e delle libertà individuali, un lavoro che sappia porre questi temi al centro della nostra identità, al centro del confronto coi nostri alleati, al centro della rivoluzione culturale e sociale che il nostro Governo dovrà promuovere in Italia nei prossimi anni. Un lavoro politico che sappia tenere assieme il partito nelle sue varie componenti, dai parlamentari, agli amministratori, ai membri del governo, ai rappresentanti dei movimenti.

    Noi per parte nostra ci abbiamo provato promuovendo a luglio un Forum sulle Unioni Civili con i parlamentari del centrosinistra. Forse quell’esperienza non ha funzionato come avremmo voluto, forse abbiamo peccato di presunzione, forse dovremo rilanciarla in futuro in modo differente, ma resta il fatto che sia necessario che partano al più presto dei tavoli nella coalizione su questo e su altri temi controversi, che le diverse proposte escano allo scoperto, che si passi da uno scontro ideologico ad un confronto sui contenuti.

    Per concludere, compagne e compagni, sono del tutto consapevole che in questa relazione ho posto molte questioni senza dare molte risposte. Non siamo noi però a dover dare queste risposte. Noi siamo qui, al servizio di questo partito, almeno fino a quando ci saranno le condizioni minime per poter portare avanti i nostri ideali. Almeno fino a quando ancora un poco ci crederemo. Queste risposte però le esigiamo. Esigiamo di sapere quale ruolo ci verrà chiesto di svolgere nei prossimi mesi. Esigiamo di sapere in che modo si pensa di riuscire ad attuare quanto ci siamo impegnati a fare col programma che abbiamo presentato agli elettori. Esigiamo di conoscere quanto il nostro partito, i Democratici di Sinistra, avverta l’urgenza di stare al nostro fianco e di non lasciarci soli.

  2. #2
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    Considerazioni personali
    1. a nessuna festa unità al gruppo gay(prima CODS, poi GAYLEFT) è stato riservato molto spazio, mai dibattiti a cui ci fossero invitati importanti, mai la possibilità di essere inseriti in uno spazio importante, sempre e solo 1 dirigente nazionale(diverso ogni volta, forse non a caso) che prometteva e prometteva. E la platea? Gay Lesbiche iscritti al partito e militanti...nessun altro, anke xke l'evento era come detto tenuto ben nascosto, in qualche rada nascosta di festaunità
    2. quest'anno lo stesso degli anni passati e a completare il quadro un intervento della dirigente nazionale di turno, questa volta la simpatica burocrate umbra Marina Sereni, che non dice niente, ci definisce OPZIONI sessuali e, dulcis in fundo(anzi l'ha detto all'inizio) ragiona in modo gramsciano dicendo che la società non è matura per i diritti civili e che queste cose le capisce solo un'elitè intellettuale.
    Inoltre la signora asserisce che il limite ai PACS non è nella contrarietà di ruini ma proprio nella società italiana poco matura. Ma mi domando: ci è o ci fa?

    Mi domando se il trio da pensione che gestisce il partito, bravi quanto volete, ma ormai vecchi e quindi non piu atti a rappresentare la società italiana e nemmeno la sinistra riformista di cui mi VANTO di essere parte,se ne andrà senza distruggere le esigue speranze di laicità che ancora nutro.
    (informo il signor veltroni che perdere le radici x entrare nel partito democratico, come continua a dire, vuol dire non costruire un partito del riformismo ,della dialettica e del confronto come invece bersani dice spesso, ma un partito di classi dirigenti con una base che non ha partecipato al processo costitutivo e quindi sfiduciata. Un partito del compromesso storico e dei poteri, non un partito della gente, quindi in questo caso un partito che non mi interesserebbe...)

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Alberich Visualizza Messaggio
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    Predefinito La dura vita dei gay tra Ds e Margherita

    di Andrea Benedino

    Sono ormai passati più di quattro mesi da quando Gayleft, la Consulta nazionale lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (lgbt) dei Ds, ha posto ufficialmente ai Democratici di Sinistra la questione della cittadinanza politica dei gay e delle lesbiche nel partito attraverso una valorizzazione dei suoi quadri politici negli organismi nazionali dei Ds, soprattutto in vista del percorso che potrebbe portare entro pochi mesi alla nascita del partito democratico. Non si tratta di una questione di poco conto, in quanto la scomodità del tema dei diritti delle persone omosessuali e transessuali va di pari passo con le discriminazioni quotidiane dirette e indirette che i dirigenti e gli attivisti lgbt dentro ai Ds devono subire per la loro scelta di essere visibili nelle loro battaglie. E la mancanza fino ad ora nel gruppo dirigente del partito nazionale di qualsiasi ipotesi di valorizzazione dei quadri politici espressione di questo movimento rischia di rappresentare un segnale chiaro dell'intenzione di nascondere la "questione lgbt" sotto al tappeto, come la polvere che si vuole nascondere in casa nei momenti delle pulizie frettolose.

    Il paradosso di questi giorni è che persino per rivendicare una responsabilità rispetto al tema dei "diritti civili" ci si deve quasi giustificare per il fatto di essersi occupati per lungo tempo nella vita dei diritti degli omosessuali, il che rischia di essere un pò un controsenso.

    Evidentemente hanno ragione quelli che definiscono i diritti degli omosessuali come dei diritti scomodi, dei "diritti difficili" per citare una definizione che utilizzò anni fa Piero Fassino a un congresso nazionale dell'Arcigay. E se la situazione nazionale non lascia molto da sperare, quella che si vive a livello locale rischia di non essere da meno. Non c'è comune in questo Paese in cui la scelta di investire politicamente su quadri politici che arrivano dal nostro movimento non venga vissuta dal partito come una "scelta difficile", che crea problemi coi nostri alleati, che rischia di compromettere gli equilibri delle alleanze. E nelle rare occasioni in cui si è scelto di dare spazio a noi, solitamente questo ha comportato il sacrificio di una rappresentanza femminile, riproponendo di fatto quel meccanismo infernale, di cui speravamo si fosse persa ogni traccia, della "guerra tra poveri" tra gay e donne per spartirsi piccole riserve indiane di rappresentanza sociale.

    Una guerra che abbiamo tentato di arginare e di superare negli ultimi anni proponendo alle donne del partito un "patto" tra di noi, che ha comportato per esempio l'elezione di due portavoce nazionali, di cui un uomo e una donna (unico caso negli organismi dirigenti dei Ds), ma che alla prova dei fatti ha stentato a decollare. Milano e Roma, le due città metropolitane in cui risiedono le più numerose comunità omosessuali del nostro Paese sono da anni prive di una rappresentanza politica nei consigli comunali perché i Ds hanno scelto di non voler fare nessun investimento in tal senso, evidentemente ritenendo che queste comunità non meritassero una rappresentanza nelle istituzioni.

    Nelle federazioni provinciali minori, tranne rare eccezioni, i Ds non sono un "partito friendly", un partito cioè in cui un gay o una lesbica possano dichiarare pubblicamente il loro orientamento sessuale senza correre il rischio dell'emarginazione politica; e se anche vengono accettati, non correranno quasi mai il rischio di essere chiamati a ruoli di responsabilità dentro il partito o nelle istituzioni.

    Persino nella Sinistra giovanile c'è ormai una paura diffusa tra i dirigenti omosessuali a dichiararsi tali per il timore che questo possa essere usato contro di loro come un'arma nella battaglia interna. Ciò è peraltro comprensibile se si pensa che numerosissimi esponenti politici nostri alleati, persino di quelle forze che con i Ds dovrebbero contribuire alla costruzione del partito democratico, teorizzano ormai apertamente che gli omosessuali debbano essere per lo Stato italiano cittadini di serie B, con meno diritti ma uguali doveri. Le questioni che poniamo sono quindi eminentemente politiche e non personali.

    Ci chiediamo quale ruolo intendano svolgere i Democratici di sinistra per invertire una situazione che ormai è di estrema criticità, quali iniziative intendano assumere, quali risposte intendano dare a quei militanti e dirigenti omosessuali che non vogliono doversi nascondere persino nel partito in cui hanno scelto di militare.

    In questo senso siamo molto preoccupati e intendiamo lanciare un segnale d'allarme. Abbiamo ormai la diffusa sensazione che il partito democratico lo si voglia costruire non sul modello di quelle forze riformiste e democratiche internazionali come i partiti che in Europa aderiscono al Pse o come negli Usa il partito democratico americano (che - detto per inciso - ha votato all'unanimità nel proprio Statuto gli "inclusion programs", ovvero le quote di rappresentanza per le minoranze, compresa quella omosessuale), ma sul modello di un rinnovato compromesso storico tra ex comunisti e post-democristiani che vede posare le fondamenta del nuovo partito sui cadaveri delle rivendicazioni sociali di un movimento come il nostro. Le settimane che ci aspettano ci vedranno sommersi da seminari, dibattiti e convegni sulla questione cattolica rispetto al partito democratico: ne discuteranno ad Assisi i cristiano sociali, a Chianciano i popolari, a Roma i "Teo-Dem" di Bobba e della Binetti. Sulla questione laica invece solo il silenzio. Sulla questione omosessuale men che meno.

    Non è un caso che da febbraio a oggi, da quando cioè fu varato il programma dell'Unione che conteneva l'ambiguo e deludente compromesso sulle unioni civili, l'iniziativa politica dei Ds su questo tema sia praticamente scomparsa nel silenzio tombale dei suoi dirigenti nazionali e la parola Pacs sia diventata per i dirigenti nazionali diessini quasi impronunciabile, nonostante non ci sia stato ancora spiegato in quale punto tale proposta sia contraddittoria col programma dell'Unione. Noi per parte nostra continuiamo ad essere qui, al servizio di questo partito, almeno fino a quando ci saranno le condizioni minime per poter portare avanti i nostri ideali. Almeno fino a quando ancora un poco ci crederemo. Delle risposte però le esigiamo. Esigiamo di sapere quale ruolo ci verrà chiesto di svolgere nei prossimi mesi. Esigiamo di sapere in che modo si pensa di riuscire ad attuare quanto ci siamo impegnati a fare col programma che abbiamo presentato agli elettori. Esigiamo di conoscere quanto il nostro partito, i Democratici di sinistra, avverta l'urgenza di stare al nostro fianco e di non lasciarci soli.

    Il Riformista, 28 settembre 2006

  6. #6
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    Predefinito GayLeft chiede a Rutelli di ispirarsi a Bayrou sulle coppie gay

    Alla vigilia del seminario di Orvieto che ha l'obiettivo di definire il progetto del futuro partito democratico, nonchè la cornice dei valori e degli ideali entro i quali si muoverà il nuovo partito, invitiamo con forza gli amici della Margherita, nei suoi vari petali teo-con (Bobba-Binetti-Rutelli) e teo-pop (Franceschini-Marini-Castagnetti) a leggere con attenzione quanto ha dichiarato il leader dell'Udf francese François Bayrou - così come riportato oggi sul Riformista - a proposito delle coppie omosessuali, rispetto alle quali egli si dice favorevole al riconoscimento di "unioni legali", nonchè della possibilità di "adottare" bambini. Non sono quindi più soltanto le forze del PSE a sostenere la necessità di un ampliamento dei diritti degli omosessuali. Ora a dire queste cose sono persino gli alleati europei del partito di Rutelli, quelli a cui la Margherita dice di volersi ispirare nell'approdo europeo in alternativa alle forze socialiste. A questo punto ci chiediamo - e chiediamo a Rutelli - quale sia l'impedimento affinchè anche nel Partito Democratico in salsa italiana si possa discutere di questi temi senza indossare i paraocchi, inserendo la questione del riconoscimento delle coppie omosessuali e della lotta contro l'omofobia tra i valori di un partito riformista moderno ed europeo.

    Andrea Benedino e Anna Paola Concia (portavoce nazionali GayLeft, Consulta lgbt Ds)

  7. #7
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    Predefinito Ds e "questione omosessuale", anche il linguaggio è annacquato

    di Alessandro Zan (Consigliere comunale Ds di Padova, già responsabile nazionale campagna per il Pacs)

    Opzione sessuale. Queste due parole apparentemente così insignificanti costituiscono un piccolo scandalo e un grave segnale di arretratezza del mio partito, i DS, sul fronte della battaglia per il riconoscimento dei diritti civili nel nostro paese. Spiego perché. Questa è l’espressione usata da una dirigente nazionale del partito, Marina Sereni, in occasione dell’assemblea annuale della consulta gay dei DS, Gayleft.

    È gravissimo per due motivi: primo perché in nessun paese civile nessuno usa più questo termine da decenni (gay non si diventa per scelta, è una condizione dell’essere umano), secondo perchè palesa l'arretratezza anche in termini di conoscenza e oserei dire di cultura dei diritti del principale partito della coalizione di governo. Né si può dire che questa è solamente una svista, un errore dovuto alla concitazione di un dibattito. Parlerei piuttosto di una scelta, nel tentativo goffo e inaccettabile di annacquare la questione omosessuale, privandola di qualsiasi indice di priorità al solo scopo di compiacere alcuni omofobi (per puro calcolo elettorale, e pure sbagliato, io credo) presenti nel centrosinistra.

    Il movimento gay, lesbico, bisessuale e transessuale ha sempre affermato che i diritti civili sono una sorta di «cartina al tornasole» del grado di civiltà di un paese. Se applichiamo, quasi come in un esperimento scientifico, lo stesso principio ai Democratici di Sinistra il risultato non è per nulla positivo. Ha fatto bene Andrea Benedino, portavoce nazionale di «GayLeft» a portare sulle colonne di questo giornale le prove concrete di una realtà che viene negata nei principi e affermata dai fatti. Lo dimostra il numero di dirigenti e militanti del partito che temono discriminazioni nel caso in cui dichiarassero la propria omosessualità. Sono tantissimi, diffusi in tutte le federazioni e in tutto il paese. Ormai si dichiarano cantanti, artisti, attori, e ogni tipo di personaggio pubblico. Non nel nostro partito.

    Lo dimostra anche il «timoroso» sostegno che in questi anni è stato dato alla questione dei diritti civili, e a quelli delle coppie di fatto in particolare. Nel 2003 quando partì la campagna di Arcigay per il PACS nessuno conosceva questa parola: il movimento omosessuale italiano l’ha fatta sua e l’ha responsabilmente sostenuta, fino a farla diventare una parola d’ordine della discussione politica nel paese. Fino a farla diventare sinonimo di convivenza, nel linguaggio parlato dagli italiani. Tardi è arrivata la campagna di comunicazione del partito, tardive le prese di posizione. Tant’è che un istituto giuridico che riguarda tutte le coppie di fatto, che per la stragrande maggioranza sono eterosessuali, viene interpretato esclusivamente come il riconoscimento di diritti alle coppie gay.

    Quello che stupisce, in un partito moderno della socialdemocrazia europea, è che a volte alcuni dirigenti sono desolatamente privi di una minima conoscenza non solo delle tematiche glbt, ma addirittura del linguaggio adatto per parlarne. Il movimento femminista ha dimostrato quanto il lunguaggio sia portatore di cultura ma anche veicolo di stereotipi. Sono sprofondato nella sedia quando all’ultima assemblea nazionale della consulta gay Ds, Marina Sereni ha parlato di «opzione sessuale» anziché di «orientamento sessuale». Perché è un errore fondamentale? Perché il termine «opzione» fa apparire l’omosessualità come una condizione scelta volontariamente dall’individuo, mentre l’orientamento sessuale è una condizione che fa degli omosessuali quella che in termini accademici viene definita una «minoranza fondata su un’identità ascritta». Dunque manca un glossario adeguato, manca una cultura delle differenze e delle ricchezze di cui queste sono portatrici. Contro affermazioni come questa il movimento omosessuale lottava ancora negli anni ’70: diventa difficile accettarle da una compagna di partito. Nello stesso discorso Marina Sereni sosteneva che il capitolo sulle unioni civili inserito nel programma dell’Unione fosse un atto di grande coraggio e lungimiranza, perché la società civile non è ancora pronta ad accettare questo tipo di diritti. Anche in questo caso il disagio che ho provato mi ha costretto a stringere le spalle e respirare: tutti i sondaggi e gli studi d’opinione affermano che la stragrande maggioranza degli italiani è favorevole al riconoscimento delle coppie di fatto, e che lo è persino la maggioranza di coloro che si dichiarano cattolici. Senza contare che sono diritti sanciti nella Carta fondamentale dei diritti dell’Unione Europea, la Carta di Nizza, ratificata nella Costituzione europea votata da tutte le forze politiche del nostro Parlamento. Con grande acume Stefano Rodotà giudica incostituzionale il non riconoscimento delle coppie di fatto nel nostro paese. L’impostazione giuridica europea è molto chiara. All’art. 9 la Carta di Nizza riconosce a ogni cittadino il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia. Dunque accanto al matrimonio tradizionale vi è il riconoscimento delle coppie di fatto.

    I DS quale risposta intendono dare sul fatto che in Italia vengono ancora negati diritti che in Europa vengono considerati fondamentali?

    E allora il disagio aumenta sempre più quando partecipo agli appuntamenti del partito. Sommo la difficoltà che molti militanti, anche i più giovani, hanno a dichiararsi gay e lesbiche. Aggiungo l’assoluto silenzio sulle questioni della laicità nel dibattito che dovrebbe precedere la creazione del partito democratico. E infine ci unisco le difficoltà che come consigliere comunale sto affrontando per far approvare alla maggioranza di centro sinistra di Padova una mozione che riconosca, a livello amministrativo, le coppie di fatto. Il risultato? La possibilità di abbandonare il «gruppo unico» tra Ds e Margherita, costituito da poco nel consiglio comunale della mia città, e la possibilità di abbandonare questo partito.

    Nelle grandi democrazie le battaglie sul riconoscimento dei diritti costituiscono il primo passo dei governi riformisti. Non citerò il solito Zapatero, di esempi ce ne sono molti in Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda, Danimarca, Belgio e altri. Non è una battaglia elitaria, non è un caso a beneficio di una sola minoranza. E’ una delle più importanti battaglie riformatrici. Ed è ben strano che il principale partito di una coalizione riformista adotti strategie conservatrici. Una simile contraddizione non porta verso un nuovo partito ma verso una ulteriore diaspora nel nome della laicità.

    Il Riformista, 3 ottobre 2006

  8. #8
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    Predefinito

    Alessandro ha fatto benissimo, è un caro amico e ne abbiamo discusso assieme di quella riunione e di quella affermazione(quelle affermazioni) di marina sereni!
    Ovvio che sn d'accordo riga su riga.

  9. #9
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    Predefinito GayLeft: siamo la prima vittima del Partito Democratico

    Ricordate la pubblicità di una famosa acqua minerale che vede una particella di sodio sola rinchiusa dentro una bottiglia? La particella disperata chiama per sapere se c'è qualcuno che l'ascolta. Non sa che è sola e parla al vuoto e continua a chiamare.

    Ecco, noi di Gayleft dei Ds ci sentiamo come tante particelle di sodio rinchiuse dentro una bottiglia senza la possibilità di essere ascoltati.

    I gay e le lesbiche di questo partito sono stati rinchiusi dentro una bottiglia e stanno per essere buttati al mare dalla nave che (forse) porterà alla nascita del Partito democratico.

    Amici e amiche, la prima vittima immolata sull'altare di questo fantomatico Pd già c'è e sono i diritti civili e con loro i gay le lesbiche i bisessuali e transessuali italiani.

    Sicuramente la nave sarà più leggera, più semplice da gestire più eterea e meno legata a quella cosa così fastidiosa che tutti vorrebbero rimuovere e buttare via, e che sono i valori fondanti della sinistra nel mondo.

    Cari dirigenti di Ds e Margherita, questa navicella si alleggerirà pure della presenza ingombrante degli omosessuali, ma, sappiate che nasce senz'anima. E questo volerlo senz'anima, comincio a sospettare che sia un disegno.

    Faccio parte di quelle circa 500 donne e uomini di Ds e Margherita che si incontreranno nei prossimi giorni a Orvieto per discutere del Partito democratico. Ci arrivo sfinita, depressa, incattivita e avvilita. Questo giornale con grande generosità ha ospitato la richiesta di GayLeft di sollevare una questione politica fondamentale: la cittadinanza politica dei diritti degli omosessuali dentro il (futuro) Partito democratico.

    Andrea Benedino, che con me condivide la responsabilità di portavoce di GayLeft dentro i DS, ha scritto un articolo accorato, duro ma aperto al confronto. L'ennesima richiesta di confronto come ne facciamo da molti mesi ormai. Una richiesta che si caratterizza semplicemente nel mettere i temi dei diritti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali al centro dibattito sulla costruzione dei valori fondanti il futuro Partito democratico, senza voler dividere ma cercando quella via "politica" alla ricerca di soluzioni che diano risposte a tanti cittadini/e a alla loro vita materiale. Abbiamo chiesto troppo? Abbiamo fatto una richiesta oscena? Altri interventi su questo giornale hanno sollecitato, con toni accesi, i vertici dei Ds a dare delle risposte. Addirittura lo stesso giornale ha scritto un articolo per sollecitare una risposta.

    Silenzio, silenzio, silenzio. Conosciamo questa tecnica, essendo dentro questo partito da molti anni. Si chiama la tecnica del "muro di gomma" che facendo finta di non ascoltare ti delegittima. Noi siamo abituati alla vita difficile, senza fare le vittime, sappiamo che vuol dire crescere e vivere in un società piena di pregiudizi, in una società che per fortuna, però, nel senso comune diffuso, si è evoluta, ma che vede una classe politica diffusa a destra e a sinistra sorda a qualsiasi sollecitazione e soprattutto ad accettare che la realtà è cambiata e la politica ha il dovere di aiutare e sostenere i processi di cambiamento, altrimenti è lontana dalla realtà.

    Noi siamo abituati combattere per affermare i nostri diritti, che sono i diritti a essere riconosciuti cittadini come tutti gli altri.

    Non molliamo facilmente, siamo cresciuti dentro questo partito, a questo partito abbiamo regalato la nostra passione, le nostre energie, ma questo silenzio è come una pugnalata alla schiena, una cosa che fa molto più male di un colpo dato in pieno viso perché sembra essere figlio di una volontà precisa di volersi disfare di noi, di persone portatrici di modernità, libertà, civiltà. Non vorremmo dare ragione a questo giornale che ipotizzava che dietro il silenzio dei dirigenti Ds c'è all'orizzonte la sconfitta politica delle nostre battaglie dentro il partito. Se questo fosse vero, però, ci piacerebbe che si avesse il coraggio di dirlo apertamente, guardandoci in faccia, possibilmente.


    Anna Paola Concia (Portavoce nazionale Gayleft)

  10. #10
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    Predefinito GayLeft: siamo la prima vittima del Partito Democratico

    Già. Insieme con i ricercatori.

 

 
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