Cari amici,
a proposito del mio ultimo intervento a favore del ritiro delle truppe, posto alcuni stralci di un'intervista rilascita da Russell Kirk a Marco Respinti.

Profonda, attualissima, illuminante. E i suoi riferimenti alla prima guerra del Golfo sono perfettamente applicabili allo scenario odierno. I princìpi conservatori sono eterni, immutabili, sebbene un manipolo di esaltati marxisti intenda stravolgerli.

La Destra sta morendo: non voglio assistere inerte alla sua agonia.

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D. Quali sono stati, a suo avviso, i motivi che hanno spinto il governo degli Stati Uniti a entrare tanto sollecitamente in guerra alla testa della coalizione delle Nazioni Unite contro la Repubblica Democratica Popolare Irakena?

All’inizio era implicito l’interesse americano per le risorse petrolifere, in un momento in cui l’economia nazionale richiedeva bassi prezzi per questo prodotto: perciò, se necessario, occorreva colpire duramente. Poiché la guerra per un barile di petrolio non pareva popolare, il presidente George Bush si è trasformato in moralista, dichiarando di impegnarsi in una guerra per la redenzione del sangue sparso. La distruzione dell’Irak doveva essere l’inizio di un "benefico" Nuovo Ordine Mondiale.All’inizio era implicito l’interesse americano per le risorse petrolifere, in un momento in cui l’economia nazionale richiedeva bassi prezzi per questo prodotto: perciò, se necessario, occorreva colpire duramente. Poiché la guerra per un barile di petrolio non pareva popolare, il presidente George Bush si è trasformato in moralista, dichiarando di impegnarsi in una guerra per la redenzione del sangue sparso.
La distruzione dell’Irak doveva essere l’inizio di un "benefico" Nuovo Ordine Mondiale.Tutto questo mi ricorda il rimprovero che il pensatore irlandese Edmund Burke rivolse al governo inglese del primo ministro William Pitt nel 1795, quando sembrava che la Gran Bretagna stesse per entrare in guerra con la Francia a causa dei problemi sorti per la navigazione del fiume Schelda, in Olanda. "Una guerra per la Schelda? Una guerra per un catino?", esclamava. Ora si potrebbe dire: "Una guerra per il Kuwait? Una guerra per un barile di petrolio?".
Edmund Burke era favorevole a una dichiarazione di guerra da parte dell’Inghilterra alla Francia che minacciava l’ordine civile con la Rivoluzione; ma si oppose a una guerra eventualmente scatenata per puri scopi commerciali.
Così, oggi, dovrebbero comportarsi gli uomini politici del Partito Repubblicano. Senza dubbio il leader irakeno Saddam Hussein è un uomo ingiusto, ma certo non è l’unico despota nel mondo. Molti paesi dell’Africa sono amministrati da governi ingiusti; al Cremlino siedono ancora dei "duri"; la Cina è tuttora governata da torvi ideologi; e abbiamo forse dimenticato Fidel Castro a Cuba? Ritengo che anche nel mondo politico statunitense vi siano uomini ingiusti. Dovremmo riempire di bombe la maggior parte dell’Asia e dell’Africa per portare questi paesi alla giustizia, alla libertà e alla democrazia?


Si parla molto di Nuovo Ordine Mondiale e l’azione del governo americano sembra orientata verso la costruzione di un ordine politico sovranazionale a guida unica. Lei ha affrontato questo tema nella sua patria e anche in Italia, in occasione della conferenza organizzata da Alleanza Cattolica a Milano, il 5 giugno 1991. Cosa pensa del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale?

L’espressione "Nuovo Ordine Mondiale" risale alla prima guerra mondiale. Il contenuto dell’espressione, per quel che riguarda l’attualità, sembra essere la spinta verso un’"americanizzazione" forzata dell’intero pianeta, voluta — si dice — per portare la democrazia a popoli e in luoghi che non l’hanno mai conosciuta, almeno nell’accezione odierna. Una sorta di "dispotismo democratico", insomma. In quest’ottica gli Stati Uniti sembrano diventare i propagatori di un’ideologia radicale che vuole cambiare il mondo piuttosto che i difensori di un pensiero di natura conservatrice. Questa nuova ideologia avanza di pari passo con la massiccia industrializzazione e con la distruzione di tutto quanto essa trova sul proprio cammino.

Ha definito la cosiddetta "americanizzazione" un’ideologia imperialistica americana. Ma la filosofia politica tradizionale dell’America, quella espressa anche dal Conservative Movement, ha una matrice diversa: qual’è la radice culturale di tale "ideologia americana"?

Essa ha origine nel pensiero del filosofo e pedagogista statunitense John Dewey, all’inizio del Novecento. Negli anni Trenta i pedagogisti della sua scuola avevano già trionfato nei settori dell’educazione pubblica americana. I seguaci di John Dewey erano sistematicamente ostili alla dottrina cristiana e tentavano di separare l’ordine politico da quello religioso. "Democrazia" fu un termine esaltato dalla scuola di John Dewey e inteso come uguaglianza di condizione: una piattaforma sociale e intellettuale assai vicina al "dispotismo democratico" denunciato negli scritti dello storico e uomo politico francese del secolo scorso Alexis de Tocqueville. I pragmatisti deweyani disprezzavano il passato e guardavano a una democrazia universalistica e utilitaristica. Avevano costruito un sistema di umanesimo secolarizzato.

Dunque, il sistema deweyano origina una sorta di "pragmatismo ideologico", ben diverso dal realismo tipico della politica americana, che pure spesso viene definito con il termine "pragmatismo"... In molti studi recenti, Lei ha affrontato il delicato tema della democrazia, un tema tornato di grande attualità dopo la Guerra del Golfo, anche secondo quanto ha detto in merito all’"americanizzazione" del pianeta. Può riassumere schematicamente il suo pensiero in proposito?

Le dottrine di John Dewey hanno introdotto in America un linguaggio nuovo. Si è iniziato a intendere la democrazia come qualcosa di automaticamente buono, virtualmente senza errore, e dunque a giudicare le altre forme di governo, passate o presenti, come cattive.
Tutte le ideologie, compresa quella democratica, portano i loro seguaci all’intolleranza. Questo accade perché ideologia comporta fanatismo e irrealismo; l’ideologia democratica, lungi dal preservare le nostre libertà, indebolisce la struttura costituzionale americana e, per il futuro, arrecherà danno alla causa della libertà ordinata.
In generale, la forma di governo più indicata per un popolo dipende necessariamente dalla storia, dal costume, dalla fede, dalla condizione della cultura, dalla legislazione precedente e dalle circostanze materiali di quel singolo popolo; e queste variano da territorio a territorio, da epoca a epoca. Per esempio, la monarchia può difendere l’ordine nel più alto grado, nonché la giustizia e la libertà della gente; l’aristocrazia, in altre circostanze, può risultare più vantaggiosa per il benessere generale... Il modello politico statunitense, certo, non potrebbe tradursi come tale in Uganda o in Indonesia.


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L'unico rimpianto è che non sia più tra noi...