da: www.area-online.it
“La rivolta dei ceti medi”: con questa formula suggestiva in molti, dentro e fuori Alleanza nazionale, hanno dato una etichetta alle tante proteste di categoria che sono esplose contro il decreto Bersani-Visco e il governo Prodi. In realtà non si tratta di una novità visto che proprio nello stesso modo furono titolati una copertina e un focus di Area di dieci anni fa. Il fatto che, dopo dieci anni, ritorni lo stesso titolo significa semplicemente che il centrosinistra, sia quello del primo governo Prodi che del secondo, sta replicando lo stesso identico copione in campo economico-sociale.
Lo schema ideologico su cui si muove l’alleanza che tiene insieme le sinistre italiane con una parte di centro moderato è molto semplice: difesa dei ceti popolari di lavoratori dipendenti, insieme a un’intesa con i grandi gruppi economico-finanziari e con i principali centri di produzione intellettuale.
Rimangono tagliati fuori, appunto, i ceti medi, quelli dei lavoratori autonomi, dei professionisti, dei piccoli e medi imprenditori e di tutti coloro che, giovani o anziani, cercano di superare il precariato “mettendosi in proprio”. Questi ceti, motore dei successi elettorali della Casa delle libertà e dell’esistenza stessa di Forza Italia, sono al contrario elevati a nemico politico e sociale delle sinistre.
Evasori fiscali, difensori corporativi di interessi particolari, speculatori sul passaggio dalla lira all’euro, ignoranti nazionalisti ed euroscettici, avventurieri politici, individualisti e familisti: questa è l’immagine distorta dei ceti medi che gli “intellettuali organici” dipingono attraverso quasi tutti gli organi di diffusione culturale. “Popolo delle partite Iva”, ceti produttivi, vittime dell’oppressione fiscale, “popolo delle libertà”, rispondono i pochi trombettieri del centrodestra.
Fin troppe volte lo scontro politico nel bipolarismo italiano ha assunto le tinte di una presunta “lotta di classe” tra due blocchi sociali contrapposti: lavoratori autonomi contro lavoratori dipendenti, piccola e media impresa contro grandi gruppi economici, intellettuali contro imprenditori, eccetera.
Non sono poche le messe a punto che bisogna fare. Innanzitutto le sinistre sbagliano, per la seconda volta gravemente, a giudicare in maniera regressiva e minoritaria i ceti medi. Già Giuseppe De Rita, in un suo libro, aveva descritto la “cetomedizzazione” della società italiana: una condizione da ceto medio che si dilata fino ad assorbire quasi tutte le fasce sociali, comprese le classi operaie tanto care alla sinistra. Emblematico fu l’episodio di Francesco Rutelli, fischiato ad uno degli ultimi congressi del Partito popolare di Gerardo Bianco, quando propose la reintroduzione della tassa di successione: pensava appunto che i “popolari” sarebbero stati favorevoli a questa misura che lui riteneva punitiva solo per i ricchi, mentre la possibilità e il desiderio di lasciare ai propri figli anche un piccolo patrimonio è comune a quasi tutti i ceti sociali.
A questo allargamento della condizione di ceto medio, noi aggiungiamo un’altra caratteristica: quella della mobilità emergente. Insomma, i ceti medi non sono una grande sacca di parassitismo e di regressività sociale, ma una condizione che tende a diventare maggioritaria nel Paese come effetto di una mobilità sociale positiva ed emergente. Il lavoratore dipendente che, magari guadagnando con un doppio lavoro, fa sacrifici per mandare i propri figli a studiare o per far aprire alla moglie un piccolo esercizio commerciale, l’operaio che “si mette in proprio” con una piccola officina, la famiglia che ha avuto una piccola eredità, l’impiegato e il funzionario che trovano un riconoscimento anche economico per il loro impegno, il meridionale che ha mantenuto in produzione un pezzo di terreno agricolo, chiunque tenta l’avventura di una partita Iva, anche per reagire a situazioni di disagio economico, tutti questi entrano “magicamente” a far parte del ceto medio aumentando la produttività e i consumi del nostro Paese.
Per questi motivi il centrosinistra, probabilmente non rendendosene conto, mette in grave pericolo la sua già risicata maggioranza ripetendo il vecchio schema dell’assalto concentrico ai “ceti di mezzo”. Ma questo non significa che la nostra risposta possa essere quella di chiuderci a riccio in una altrettanto unilaterale difesa di queste categorie.
I ceti medi, per la loro natura fluida e mobile, si incrociano con le altre fasce sociali dando vita ad influssi reciproci che rendono instabili le scelte politiche ed elettorali. In questo gioco vince chi fa alleanze, chi riesce a creare blocchi sociali veramente interclassisti, chi non gioca sulla parodia della lotta di classe pensando di creare contrapposizioni sociali rigide e schematiche.
Per questo noi ribadiamo la necessità di costruire un blocco sociale che rappresenti l’alleanza tra ceti medi e ceti popolari e che incarni forti valori di appartenenza. Non esaltiamoci con facili e unilaterali appelli al “popolo delle partite Iva”, non trascuriamo il radicamento e il dialogo con i sindacati dei lavoratori dipendenti, non demonizziamo genericamente tutti i grandi gruppi imprenditoriali (anche perché Berlusconi non è propriamente un piccolo o medio imprenditore…) con la facile retorica sui “poteri forti”, non dimentichiamoci che non esistono solo le cooperative rosse o speculative, ma anche quelle bianche (e pure quelle tricolori) o altamente produttive.
Insomma, non facciamo i “marxisti” a scoppio ritardato, immaginando una lotta di classe basata solo sulle conflittualità economiche e sociali; il nostro blocco sociale si deve qualificare soprattutto per i valori a cui fa riferimento: la lotta alle rendite parassitarie, il merito, l’unità e il valore del lavoro, la partecipazione e la sussidiarietà, il radicamento nell’identità nazionale, la legalità, i valori della vita e della famiglia. Gestiamo la rivolta dei ceti medi, costruiamo l’alleanza con i ceti popolari, ma senza mai dimenticare che per noi la politica è superiore all’economia e i valori sono più determinanti degli interessi.
di Gianni Alemanno


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