
Originariamente Scritto da
Roberto Mime
E così al Senato si consumerà la fine del suo governo.
Per far passare la Finanziaria senza stravoglimenti ed evitare che Tommaso Padoa Schioppa (unico ministro di questo governo che abbia una forte credibilità internazionale) mandi tutti a quel Paese, si compri un volpino e passi le sue giornate ai giardinetti, Prodi intende blindare la manovra con la fiducia. Ma, se lo fa, il suo governo rischia di morire al Senato. El senador Luigi Pallaro ha già fatto sapere che la Finanziaria, così com'è, lui non la vota. 'O senatore Sergio De Gregorio idem. Francesco Cossiga non sta mandando messaggi tranquillizzanti all'Unione. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, l'ha presa molto male. I parlamentari dei Ds e della Margherita masticano amaro: solo pochi tra loro, quelli che fanno parte delle commissioni Bilancio di Senato e Camera, potranno provare a emendare la manovra, col rischio concreto di vedere poi i loro emendamenti cancellati dal governo, che probabilmente metterà la fiducia su un maxi-emendamento che ridisegnerà la manovra secondo gli intenti dell'esecutivo, peraltro già cambiati rispetto alla stesura originaria varata dal consiglio dei ministri. Il malumore della maggioranza nei confronti di Prodi è fortissimo, e i capigruppo di Camera e Senato fanno fatica a tenere buone le truppe. Certo non contribuiscono a migliorare la situazione i sondaggi disastrosi, il deteriorarsi dei rapporti col Quirinale, il declassamento del rating e la bocciatura della manovra da parte di due agenzie internazionali su tre, il malumore crescente nei confronti della Finanziaria e le forti perplessità di parte della maggioranza sull'impatto che le nuove aliquote Irpef avranno sulle tasche e sull'umore degli elettori.
I Ds la gravità della situazione l'hanno molto ben presente. Non a caso il povero Piero Fassino, interpretando per una volta le preoccupazioni dell'intero stato maggiore del suo partito, ha messo le mani avanti, impegnandosi davanti ai contribuenti imbufaliti a restituire il maltolto a partire dal 2008. Nella relazione (tutta da leggere) presentata sabato 21 ottobre alla direzione nazionale dei Ds, Fassino ha messo nero su bianco le perplessità del suo partito. Impressionante, soprattutto, l'avvertimento, diretto a Prodi, che i Ds non possono «guardare con sufficienza al malessere e ai dissensi manifestati in particolare da settori di ceto medio – dipendente e autonomo – e nel nord del Paese»: una chiara ammissione che nei riguardi di queste aree dell'elettorato, in questi pochi mesi di governo, è stato sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare. Al governo, Fassino e i Ds chiedono formalmente, tra le altre cose, «una verifica degli effetti della rimodulazione fiscale, tenendo maggiormente conto dei nuclei monoparentali e degli effetti prodotti su tutti i redditi dalle addizionali locali» e «un regime dell’imposta di successione che effettivamente sia coerente con l’impegno assunto in campagna elettorale di concentrare il prelievo su patrimoni e ricchezze di grande entità». Il che, tradotto, vuol dire: meno tasse sulle famiglie del ceto medio, sia perché avevamo promesso di non infierire su costoro, sia perché sennò andiamo a schiantarci contro un muro.