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    Il VERO antidoto all'integralismo religioso

    IL DIALOGO TRA LE RELIGIONI È NECESSARIO, MA DEVE FARE RIFERIMENTO A ISTITUZIONI SECOLARIZZATE

    Tra il Papa e l’Islam metti lo Stato laico


    16/10/2006

    di Gian Enrico Rusconi



    La questione-chiave oggi non è il dialogo tra le religioni, per quanto esso sia augurabile e necessario. Ma è la creazione di un quadro istituzionale, solido e condiviso, entro cui convivano tutte le culture e le religioni. Questo quadro può essere assicurato soltanto dallo Stato laico.

    L'Europa ha tutti i requisiti per realizzarlo. Ma il ceto politico europeo è incerto, insicuro. È intimidito dall'affermazione, oggi sempre ripetuta, del «ritorno delle religioni nell'età post-secolare».

    Andiamo a fondo a questa tesi, prendendo spunto dall'episodio del discorso del Papa a Ratisbona. Durante l'incresciosa vicenda che ne è seguita, si è notato imbarazzo negli ambienti politici europei. Sono state date molte spiegazioni, tutte plausibili: dalla tacita disapprovazione della involontaria gaffe del Pontefice, alla discrezione verso una vicenda che soltanto il Vaticano poteva e doveva gestire. Alla fine non sono mancati segni di solidarietà verso il Pontefice quando la reazione dei paesi musulmani ha passato il segno della decenza politica.

    Poteva fare di più l'Europa politica senza rompere il delicato equilibrio con l'autorità religiosa del Vaticano? Senza cioè mettere a repentaglio il principio stesso dello Stato secolarizzato, cioè l'autonomia del religioso dalla politica? Dopo tutto, il discorso di Ratisbona era un messaggio religioso e storico. Non era una presa di posizione politica. Lo è diventata di fatto - al di là delle intenzioni di Ratzinger - proprio perché l'Islam, evocato pesantemente nel discorso, mette a dura prova le nostre distinzioni tra politica e religione.

    Ma schierarsi ufficialmente a fianco del Pontefice - come chiedevano zelanti e maldestri politici nostrani - avrebbe significato cadere in una contraddizione che avrebbe confermato i peggiori pregiudizi «occidentalisti» dell'Islam estremista. Poteva essere frainteso come identificazione dell'Unione Europea con una religione, addirittura con la sua più alta autorità.

    Detto questo, il ceto politico europeo non sembra all'altezza della situazione. Lo confermano le ambiguità davanti all'entrata della Turchia nell'Ue. Sullo sfondo poi c'è la questione della presenza di milioni di musulmani in Europa con le loro esigenze materiali e religiose. Ciascun paese europeo le affronta secondo i propri criteri, per quanto attiene la cittadinanza, l'esposizione dei simboli religiosi, l'accettazione delle norme rituali nell'alimentazione e nel costume ecc.

    Su questi temi non esiste una linea comune in Europa. Le divisioni, le differenze e le incertezze passano attraverso gli Stati nazionali, anche se tutti si riconoscono nell'identico principio della laicità. Ma è diverso persino il lessico, il linguaggio usato. La laïcité francese non ha nulla in comune con il moderato secolarismo tedesco o con le reticenze e gli equivoci della conclamata laicità dello Stato italiano.

    Ma c'è di più. Se in Francia e in Germania la questione della laicità dello Stato riguarda innanzitutto la politica nei riguardi delle culture immigrate, in Italia sono all'ordine del giorno problemi di tutt'altra natura. Qui è ancora in discussione la regolamentazione giuridica delle coppie di fatto, la qualità dell'insegnamento religioso nelle scuole o l'esposizione del crocifisso in luogo pubblico.

    Nulla più della natura di questi problemi mostra quale sfasatura esista tra l'Italia e gli altri paesi europei quando si parla di laicità dello Stato. Mentre in Europa lo Stato secolarizzato deve affrontare al suo interno soprattutto le culture non secolarizzate (come l'islamica), in Italia deve ancora risolvere problemi di etica pubblica che riguardano i suoi stessi cittadini come tali.

    Che cosa c'entra tutto questo con il concetto di «società post-secolare»? Questa espressione segnala che le società europee hanno compiuto il processo storico di secolarizzazione, portando - in modo irreversibile - alla separazione tra Stato e Chiesa, alla netta distinzione delle loro competenze. Lo Stato secolarizzato gode della sua piena autonoma legittimazione, garantisce la più ampia libertà di coscienza di tutti i cittadini senza alcun riferimento religioso o trascendente.

    Ma il processo di secolarizzazione, lungi dal cancellare la religione (come preannunciavano alcuni autorevoli analisti) o rinchiuderla strettamente nel privato, oggi sembra invertire la rotta. Si annuncia «la rivincita di Dio» nella sfera pubblica.

    In realtà non è chiaro «quale Dio» prenda la sua rivincita.

    Il post-secolarismo infatti non coincide affatto con un ritorno di pratica religiosa, tanto meno con un arricchimento teologico, ma con il diffondersi di un generico soggettivismo di stampo religioso.

    Il «ritorno delle religioni» avviene in coincidenza con l'acutizzarsi di questioni morali collegate alle problematiche bioetiche e alle biotecnologie, ai mutamenti delle condotte sessuali e della concezione della famiglia. Oppure come contraccolpo identitario di fronte alle sfide dell'Islam.

    A questo punto le Chiese e le loro agenzie si sentono deputate o sollecitate a offrire indicazioni di etica pubblica, riproponendo le proprie dottrine tradizionali, assicurando nel contempo di voler mantenere integre le istituzioni laiche o secolari.

    Ma qui nascono problemi nuovi. Uno dei prodotti della secolarizzazione, infatti, è la pluralità degli stili di vita morali e degli ethos. Mentre le religioni, in particolare la cattolica, rivendicano per sé il monopolio della morale «vera» e/o «naturale» ovvero la promozione di un ethos comune, da sostenere anche con dispositivi di legge vincolanti per tutti.

    Che accade a questo punto alla laicità della democrazia? Per democrazia intendiamo lo spazio istituzionale entro cui tutti i cittadini, credenti, non credenti e diversamente credenti confrontano i loro argomenti, affermano le loro identità e rivendicano il diritto di orientare liberamente la loro vita - senza ledere l'analogo diritto degli altri. Si crea così un delicato equilibrio garantito da un insieme di procedure consensuali di decisione che impediscono il prevalere autoritativo di talune pretese di verità o di comportamento su altre. Questa è la democrazia laica.

    In essa è lecito che il credente, che si attiene alle indicazioni della Chiesa, avanzi la richiesta che la sua «verità» sia riconosciuta come momento costitutivo della sua stessa identità di cittadino. Rivendica una sorta di «cittadinanza religiosa».

    Si badi che da parte del credente la sua richiesta di riconoscimento identitario non si riferisce qui alla libertà di espressione e di comportamento, che nessuno contesta nello Stato secolarizzato. Ma riguarda il diritto di influire secondo i propri convincimenti sul processo legislativo valido per tutti i cittadini.

    Siamo così al cuore del problema. Le massime autorità della Chiesa insistono oggi nel reclamare alle posizioni religiose l'accesso senza restrizioni al discorso pubblico - vedendo in questa rivendicazione l'essenza stessa l'età post-secolare. Quasi che bastasse l'accesso alla sfera pubblica perché le posizioni motivate religiosamente si affermino. Come se l'incidente papale a Ratisbona non fosse avvenuto proprio nel pieno della sfera pubblica...

    Non è questo il punto, tanto meno in Italia. Qui si cela un equivoco. Si mette sullo stesso piano l'accesso alla sfera pubblica, aperta per definizione a tutti, con il discorso pubblico che invece (in Italia soprattutto) mira a sostenere politicamente richieste di identità particolari.

    Il discorso pubblico coincide con il confronto/scontro degli argomenti e delle ragioni da cui nasce il pluralismo garantito dalla Costituzione. Da qui segue poi la deliberazione politica vera e propria, che ha valore di vincolo generale.

    La democrazia si gioca a tutti questi livelli. Ma il livello decisivo è l'ultimo: la decisione deliberativa che produce le leggi, secondo i meccanismi della maggioranza/minoranza, del primato dei diritti fondamentali, del rispetto del pluralismo, del controllo di costituzionalità ecc.

    In questa ottica la cittadinanza religiosa deve cedere il passo alla cittadinanza costituzionale tout-court che non può essere se non rigorosamente secolarizzata. Anche nell'età post-secolare.


  2. #2
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    Tanto per capirci, è inutile contrapporre al fondamentalismo islamico un fondamentalismo cristiano (come vorrebbe fare Ratzinger e una parte della destra italiana).
    L'unico vero antidoto a tutti i fondamentalismi è il non venir meno all'irrinunicabile principio di laicità, ovvero di NEUTRALITA' dello Stato.

  3. #3
    kalashnikov47
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    Citazione Originariamente Scritto da Morghen Visualizza Messaggio
    Tanto per capirci, è inutile contrapporre al fondamentalismo islamico un fondamentalismo cristiano (come vorrebbe fare Ratzinger e una parte della destra italiana).
    L'unico vero antidoto a tutti i fondamentalismi è il non venir meno all'irrinunicabile principio di laicità, ovvero di NEUTRALITA' dello Stato.





  4. #4
    Forumista senior
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    Cavoli, io propongo soluzioni solide e concrete al fondamentalismo e qua mi si risponde per immagini enigmatiche.
    Qualcuno che sappia argomentare esiste?

 

 

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