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    Predefinito Tra il Papa e l’Islam metti lo Stato laico

    IL DIALOGO TRA LE RELIGIONI È NECESSARIO, MA DEVE FARE RIFERIMENTO A ISTITUZIONI SECOLARIZZATE

    Tra il Papa e l’Islam metti lo Stato laico

    16/10/2006


    di Gian Enrico Rusconi



    La questione-chiave oggi non è il dialogo tra le religioni, per quanto esso sia augurabile e necessario. Ma è la creazione di un quadro istituzionale, solido e condiviso, entro cui convivano tutte le culture e le religioni. Questo quadro può essere assicurato soltanto dallo Stato laico.

    L'Europa ha tutti i requisiti per realizzarlo. Ma il ceto politico europeo è incerto, insicuro. È intimidito dall'affermazione, oggi sempre ripetuta, del «ritorno delle religioni nell'età post-secolare».

    Andiamo a fondo a questa tesi, prendendo spunto dall'episodio del discorso del Papa a Ratisbona. Durante l'incresciosa vicenda che ne è seguita, si è notato imbarazzo negli ambienti politici europei. Sono state date molte spiegazioni, tutte plausibili: dalla tacita disapprovazione della involontaria gaffe del Pontefice, alla discrezione verso una vicenda che soltanto il Vaticano poteva e doveva gestire. Alla fine non sono mancati segni di solidarietà verso il Pontefice quando la reazione dei paesi musulmani ha passato il segno della decenza politica.

    Poteva fare di più l'Europa politica senza rompere il delicato equilibrio con l'autorità religiosa del Vaticano? Senza cioè mettere a repentaglio il principio stesso dello Stato secolarizzato, cioè l'autonomia del religioso dalla politica? Dopo tutto, il discorso di Ratisbona era un messaggio religioso e storico. Non era una presa di posizione politica. Lo è diventata di fatto - al di là delle intenzioni di Ratzinger - proprio perché l'Islam, evocato pesantemente nel discorso, mette a dura prova le nostre distinzioni tra politica e religione.

    Ma schierarsi ufficialmente a fianco del Pontefice - come chiedevano zelanti e maldestri politici nostrani - avrebbe significato cadere in una contraddizione che avrebbe confermato i peggiori pregiudizi «occidentalisti» dell'Islam estremista. Poteva essere frainteso come identificazione dell'Unione Europea con una religione, addirittura con la sua più alta autorità.

    Detto questo, il ceto politico europeo non sembra all'altezza della situazione. Lo confermano le ambiguità davanti all'entrata della Turchia nell'Ue. Sullo sfondo poi c'è la questione della presenza di milioni di musulmani in Europa con le loro esigenze materiali e religiose. Ciascun paese europeo le affronta secondo i propri criteri, per quanto attiene la cittadinanza, l'esposizione dei simboli religiosi, l'accettazione delle norme rituali nell'alimentazione e nel costume ecc.

    Su questi temi non esiste una linea comune in Europa. Le divisioni, le differenze e le incertezze passano attraverso gli Stati nazionali, anche se tutti si riconoscono nell'identico principio della laicità. Ma è diverso persino il lessico, il linguaggio usato. La laïcité francese non ha nulla in comune con il moderato secolarismo tedesco o con le reticenze e gli equivoci della conclamata laicità dello Stato italiano.

    Ma c'è di più. Se in Francia e in Germania la questione della laicità dello Stato riguarda innanzitutto la politica nei riguardi delle culture immigrate, in Italia sono all'ordine del giorno problemi di tutt'altra natura. Qui è ancora in discussione la regolamentazione giuridica delle coppie di fatto, la qualità dell'insegnamento religioso nelle scuole o l'esposizione del crocifisso in luogo pubblico.

    Nulla più della natura di questi problemi mostra quale sfasatura esista tra l'Italia e gli altri paesi europei quando si parla di laicità dello Stato. Mentre in Europa lo Stato secolarizzato deve affrontare al suo interno soprattutto le culture non secolarizzate (come l'islamica), in Italia deve ancora risolvere problemi di etica pubblica che riguardano i suoi stessi cittadini come tali.

    Che cosa c'entra tutto questo con il concetto di «società post-secolare»? Questa espressione segnala che le società europee hanno compiuto il processo storico di secolarizzazione, portando - in modo irreversibile - alla separazione tra Stato e Chiesa, alla netta distinzione delle loro competenze. Lo Stato secolarizzato gode della sua piena autonoma legittimazione, garantisce la più ampia libertà di coscienza di tutti i cittadini senza alcun riferimento religioso o trascendente.

    Ma il processo di secolarizzazione, lungi dal cancellare la religione (come preannunciavano alcuni autorevoli analisti) o rinchiuderla strettamente nel privato, oggi sembra invertire la rotta. Si annuncia «la rivincita di Dio» nella sfera pubblica.

    In realtà non è chiaro «quale Dio» prenda la sua rivincita.

    Il post-secolarismo infatti non coincide affatto con un ritorno di pratica religiosa, tanto meno con un arricchimento teologico, ma con il diffondersi di un generico soggettivismo di stampo religioso.

    Il «ritorno delle religioni» avviene in coincidenza con l'acutizzarsi di questioni morali collegate alle problematiche bioetiche e alle biotecnologie, ai mutamenti delle condotte sessuali e della concezione della famiglia. Oppure come contraccolpo identitario di fronte alle sfide dell'Islam.

    A questo punto le Chiese e le loro agenzie si sentono deputate o sollecitate a offrire indicazioni di etica pubblica, riproponendo le proprie dottrine tradizionali, assicurando nel contempo di voler mantenere integre le istituzioni laiche o secolari.

    Ma qui nascono problemi nuovi. Uno dei prodotti della secolarizzazione, infatti, è la pluralità degli stili di vita morali e degli ethos. Mentre le religioni, in particolare la cattolica, rivendicano per sé il monopolio della morale «vera» e/o «naturale» ovvero la promozione di un ethos comune, da sostenere anche con dispositivi di legge vincolanti per tutti.

    Che accade a questo punto alla laicità della democrazia? Per democrazia intendiamo lo spazio istituzionale entro cui tutti i cittadini, credenti, non credenti e diversamente credenti confrontano i loro argomenti, affermano le loro identità e rivendicano il diritto di orientare liberamente la loro vita - senza ledere l'analogo diritto degli altri. Si crea così un delicato equilibrio garantito da un insieme di procedure consensuali di decisione che impediscono il prevalere autoritativo di talune pretese di verità o di comportamento su altre. Questa è la democrazia laica.

    In essa è lecito che il credente, che si attiene alle indicazioni della Chiesa, avanzi la richiesta che la sua «verità» sia riconosciuta come momento costitutivo della sua stessa identità di cittadino. Rivendica una sorta di «cittadinanza religiosa».

    Si badi che da parte del credente la sua richiesta di riconoscimento identitario non si riferisce qui alla libertà di espressione e di comportamento, che nessuno contesta nello Stato secolarizzato. Ma riguarda il diritto di influire secondo i propri convincimenti sul processo legislativo valido per tutti i cittadini.

    Siamo così al cuore del problema. Le massime autorità della Chiesa insistono oggi nel reclamare alle posizioni religiose l'accesso senza restrizioni al discorso pubblico - vedendo in questa rivendicazione l'essenza stessa l'età post-secolare. Quasi che bastasse l'accesso alla sfera pubblica perché le posizioni motivate religiosamente si affermino. Come se l'incidente papale a Ratisbona non fosse avvenuto proprio nel pieno della sfera pubblica...

    Non è questo il punto, tanto meno in Italia. Qui si cela un equivoco. Si mette sullo stesso piano l'accesso alla sfera pubblica, aperta per definizione a tutti, con il discorso pubblico che invece (in Italia soprattutto) mira a sostenere politicamente richieste di identità particolari.

    Il discorso pubblico coincide con il confronto/scontro degli argomenti e delle ragioni da cui nasce il pluralismo garantito dalla Costituzione. Da qui segue poi la deliberazione politica vera e propria, che ha valore di vincolo generale.

    La democrazia si gioca a tutti questi livelli. Ma il livello decisivo è l'ultimo: la decisione deliberativa che produce le leggi, secondo i meccanismi della maggioranza/minoranza, del primato dei diritti fondamentali, del rispetto del pluralismo, del controllo di costituzionalità ecc.

    In questa ottica la cittadinanza religiosa deve cedere il passo alla cittadinanza costituzionale tout-court che non può essere se non rigorosamente secolarizzata. Anche nell'età post-secolare.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Mica tanto. L'ateismo e la perversione degli Occidentali è proprio ciò che fa ringalluzzire gli islamici, che si sentono quindi in diritto di venirci a conquistare e convertire.

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    L'ideologia cattolica, che è sorella di quella islamica in quanto a mentalità, vorrebbe annullare la più grande conquista di civilità dell'occidente, che è il principio di laicità delle istituzioni.
    Facndo questo, non si rende conto di essere la migliore alleata dell'integralismo islamico, poichè per assecondare i capricci dei cattolici sarà inevitabile assecondare anche quelli dei musulmani, con tutto quello che ne consegue.

  4. #4
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    Il jihad trova uno strano avvocato: “La Civiltà Cattolica”




    di Sandro Magister



    http://www.chiesa.espressonline.it/r...image&id=95501

    ROMA, 8 novembre 2006 – L’ultimo numero di ottobre della “Civiltà Cattolica” – l’autorevole rivista dei gesuiti di Roma stampata con il controllo e l’autorizzazione delle autorità vaticane – apre con un editoriale sull’islam che lascia allibiti.

    L’editoriale fornisce una descrizione molto dettagliata e allarmante dell’islam fondamentalista e terrorista, dietro il quale “ci sono grandi e potenti stati islamici” : un islam proiettato alla conquista del mondo e nutrito di violenza “per la causa di Allah”.

    Ma lo fa senza un solo cenno di critica a questo nesso tra la violenza e la fede.

    E come se questo nesso fosse un dato ineluttabile, contro il quale l’Occidente e la Chiesa poco o niente dovrebbero fare: poco sul terreno pratico – basti vedere la pochezza delle misure antiterroristiche suggerite – e niente su quello teorico.

    Soprattutto, è come se Benedetto XVI non avesse neppure pronunciato, il 12 settembre scorso, la sua lezione di Ratisbona.

    In essa papa Joseph Ratzinger mirava proprio a liberare la fede – ogni fede – dal legame con la violenza e a unirla invece indissolubilmente alla ragione: ai fini di un dialogo positivo e costruttivo tra il cristianesimo e le altre culture e religioni, islam compreso.

    L’editoriale della “Civiltà Cattolica” appare invece come un manifesto delle teorie multiculturali: l’islam è fatto così e va accettato per quello che è.

    Ma vediamo più in dettaglio che cosa scrive “La Civiltà Cattolica” nel suo editoriale non firmato dal titolo “Quale lotta al terrorismo? Cinque anni dopo l’11 settembre 2001”.


    * * *
    L’editoriale registra che dopo l’11 settembre 2001 “gli atti di terrorismo si sono moltiplicati”.

    Questa “recrudescenza” del terrorismo islamista – a giudizio della “Civiltà Cattolica” – è principalmente una “conseguenza” della guerra mossa dagli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq.

    Che la guerra in Iraq fosse considerata sbagliata dalla Santa Sede è risaputo. Ma l’editoriale della “Civiltà Cattolica” arriva a fissare una regola generale. Scrive che ogni guerra a “paesi che ospitano gruppi terroristi, li finanziano e li addestrano” è sempre un “grave errore politico”.

    E così spiega il suo assunto:

    “Il motivo è semplice: l’invasione militare di un paese islamico, come l’Afghanistan o l’Iraq, è considerata da tutta l’umma islamica come un’offesa grave ad Allah, perché è una negazione dei suoi diritti e un’usurpazione della sua autorità, la quale si esprime nella sharia.

    “Di qui la necessità, per l’islam fondamentalista, della ‘lotta armata’ (al-jihad bi-l-saif) contro coloro che aggrediscono uno stato islamico col pretesto di farne uno stato ‘democratico’: lo stato islamico, secondo l’interpretazione radicale, è per sua natura ‘teocratico’, cioè retto soltanto dal Corano e dalla Sunna, e quindi, secondo gli estremisti, non può essere ‘democratico’ e tanto meno ‘laico’, né può non dichiarare l’islam ‘religione dello stato’. È detto nella Dichiarazione Islamica universale, approvata nel 1980 dal Consiglio Islamico d’Europa: ‘L’assoggettamento dei popoli musulmani e l’occupazione delle loro terre in alcune parti del mondo è per noi materia di grave preoccupazione. La più penosa di queste è l’usurpazione e l’occupazione della santa città di Gerusalemme (al-Quds). È sacro dovere della umma mobilitare tutte le sue forze e combattere senza sosta per liberare Gerusalemme e tutte le altre terre musulmane. I paesi musulmani considerano l’aggressione contro uno di essi come un’aggressione contro l’intero mondo musulmano’.

    “Si comprende perciò come l’’aggressione’ di due paesi musulmani – Afghanistan e Iraq – abbia mobilitato i movimenti radicali islamici spingendoli a intraprendere ‘la militanza armata per la causa di Allah’ (jihad fi sabil Allah), che gli occidentali ‘crociati’ chiamano ‘terrorismo’, ma che, per i musulmani radicali, è un’azione doverosa di difesa dei diritti di Dio e della ‘Casa dell’islam’ (Dar al-islam). Tale difesa è un ‘dovere’ individuale, di cui ogni musulmano deve farsi carico, fino al sacrificio della vita, quando un paese islamico è aggredito dagli ebrei e dai ‘crociati’; può esigere anche la propria morte, che, subita per la ‘causa di Allah’ e per la difesa dei suoi diritti, è propriamente un ‘martirio’, che apre le porte del paradiso (sure 3, 140 e 191; 9, 111; 61, 12-13).

    “Bisogna infine rendersi conto che, per i movimenti radicali islamici, l’Occidente con i suoi stili di vita libertari e edonistici esercita un fortissimo richiamo sulle masse islamiche e, in particolare, sui giovani. Perciò, il loro timore è che l’Occidente contamini l’islam e lo renda ‘miscredente’ e ‘corrotto’. L’Occidente rappresenta per i movimenti islamici radicali un pericolo gravissimo, mortale, per la stessa sopravvivenza dell’islam. Di qui lo sforzo sia per ‘re-islamizzare’ i musulmani emigrati nei paesi occidentali e impedire che essi si integrino nelle società occidentali, assorbendone l’ideologia contraria alla lettera e allo spirito dell’islam, sia per combattere i paesi islamici ‘amici’ degli Stati Uniti e dell’Europa”.


    * * *
    Più avanti l’editoriale della “Civiltà Cattolica” precisa che l’ideologia sopra descritta “non è di tutti i musulmani e neppure della grande maggioranza di essi”. Ma ne sottolinea comunque la grande influenza:

    “Da una parte, dietro le ideologie terroriste, che si ispirano ai Fratelli Musulmani di al-Banna e di al-Qutb, alla Jama’at-i-Islami di Mawdudi e alla Salafiyya, ci sono grandi e potenti stati islamici, che hanno interesse a combattere l’Occidente e, dall’altra, c’è una forte avversione contro l’Occidente.

    “Non va dimenticato che, secondo il pensiero dei musulmani, l’Occidente, nei secoli XIX e XX, si è impadronito dei territori musulmani, sfruttandone le ricchezze; soprattutto ha cercato di diffondere tra i popoli islamici la propria religione, le proprie istituzioni politiche e i propri stili di vita a scapito della religione islamica e della sua istituzione politica, il califfato. Ciò ha costituito per i popoli dell’islam una fitna (una tentazione, una prova) per la loro fede, che dev’essere cancellata, secondo i fondamentalisti, con la lotta con tro l’Occidente e con la sua sottomissione all’islam”.

    Forti di questa loro ideologia religiosa – nota ancora “La Civiltà cattolica” – le organizzazioni terroristiche islamiche “riescono a reclutare molti giovani di condizione culturalmente e socialmente elevata e di profonda fede religiosa e ad avviarli alla ‘militanza armata per la causa di Dio’ e a farne ‘combattenti per Dio’ (mujahidin) fino al sacrificio della vita”.


    * * *
    In conclusione, l’editoriale della “Civiltà Cattolica” fissa in cinque punti il “che fare per combattere efficacemente il terrorismo”, una volta esclusa la guerra.

    Primo: “intessere [con l’islam] legami di amicizia e di collaborazione per la soluzione dei grandi problemi di oggi e instaurare un dialogo interculturale sereno e leale”.

    Secondo: “evitare gesti politici e militari che possano apparire come azioni dirette a combattere, umiliare e irridere i popoli islamici. In particolare, bisogna cercare di trovare una soluzione equa alla questione conflittuale israelo-palestinese, che, secondo il pensiero comune a tutto il mondo islamico, è una grave ferita, perché l’Occidente ha sottratto un territorio islamico, e quindi ‘sacro’ ad Allah e di proprietà islamica ‘per diritto divino’ fino alla fine dei tempi, per darlo agli ebrei. È vero che una parte dell’autorità e del popolo palestinese sono disposti ad accettare l’esistenza dello stato di Israele, ma si può ricordare che lo statuto di Hamas, del 18 agosto 1988, dice all’articolo 15: ‘Quando i nemici usurpano un pezzo di terra islamica, il jihad diventa un obbligo individuale (cioè personale, a cui non è possibile sottrarsi) per ogni musulmano. Di fronte all’usurpazione della Palestina da parte degli ebrei dobbiamo in nalzare la bandiera del jihad’. Questo può esigere non il suicidio – che è proibito dall’islam – ma il ‘martirio’ che, a differenza del suicidio, ritenuto un gesto egoistico, è un gesto altruistico, compiuto per difendere l’onore di Allah e i diritti, conculcati, dell’islam: è un gesto ‘religioso’ che Allah compensa col paradiso”.

    Terzo: “abbandonare l’idea d’imporre ai popoli islamici la democrazia, intesa in senso occidentale, perché, in quanto è fondata sul suffragio popolare, come fonte dell’autorità, nega, secondo i fondamentalisti, l’autorità assoluta di Allah sui ‘credenti’ e fa del consenso popolare la forza delle leggi: per l’islam Allah è la fonte delle leggi, che sono leggi divine, rivelate a Maometto e codificate nella sharia. Si può certo auspicare che nei paesi islamici si diffonda il sistema democratico, ma ciò deve avvenire con il consenso e per iniziativa degli stessi popoli islamici, nel rispetto della loro cultura e dei loro valori”.

    Quarto: “privilegiare le misure di polizia e soprattutto di intelligence”.

    Quinto: privare il terrorismo “dei grandi finanziamenti di cui gode attualmente: finanziamenti che provengono sia da grandi banche islamiche, sia dall’elemosina rituale (zakat) raccolta nelle moschee, sia da alcune compagnie petrolifere, sia da ONG islamiche”.


    * * *
    Fin qui l’editoriale della “Civiltà Cattolica” su come contrastare l’offensiva islamica.

    Se per sconfiggere un nemico occorre innanzi tutto conoscerlo, l’editoriale è perfetto: descrive la logica di violenza presente nell’islam – sia quello terrorista e fondamentalista, sia quello della intera umma – con una precisione scientifica.

    Ma descrive così bene tale logica di violenza da darle praticamente ragione su tutto. Fino a sconfessare chi, tra i musulmani, si discosti dalla dottrina ortodossa. I paragrafi su Israele sono esemplari: quei palestinesi che ne accettano l’esistenza sappiano che “il pensiero comune a tutto il mondo islamico” è opposto e che Hamas e i suoi “martiri” lo rappresentano molto più coerentemente; Israele va estirpato da una terra che è “di proprietà islamica ‘per diritto divino’ fino alla fine dei tempi”.

    I passaggi sulla democrazia sono anch’essi indicativi. “La Civiltà Cattolica” rifiuta che la si imponga ai popoli islamici, ma “auspica” che essi se la diano di loro iniziativa. In un altro passaggio lo stesso editoriale sostiene però che la democrazia è incompatibile con l’islam. Un precedente editoriale del 2 febbraio 2004 la definiva addirittura “offensiva per la comunità islamica”.

    Contraddittorio appare anche l’auspicio di tagliare i finanziamenti alle formazioni terroristiche. Dopo aver argomentato, per pagine e pagine, che il mondo musulmano è un tutto inviolabile e non va toccato, non si capisce come nelle ultime righe “La Civiltà Cattolica” proponga di intervenire con la forza nelle moschee e nelle associazioni caritative della mezzaluna, da cui proverrebbero i finanziamenti.

    Ma la contraddizione più lampante è nel primo dei cinque punti finali: là dove “La Civiltà Cattolica” invoca “un dialogo interculturale sereno e leale” con l’islam.

    Se un esempio di dialogo è dato da questo editoriale, in realtà esso ne è la negazione.

    In nove pagine non una sola riga, non una sola parola sottopongono a critica “secondo ragione” l’impressionante plesso tra fede e violenza descritto come presente nell’islam d’oggi.

    A Ratisbona Benedetto XVI questo ha fatto, con raro coraggio.

    “La Civiltà Cattolica” – che per statuto dovrebbe riflettere il pensiero del papa e farne l’apologia – non l’ha nemmeno citato.

    Né poteva farlo, in un editoriale che nel mondo islamico può esser letto solo come un atto di resa.

  5. #5
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    E' del tutto evidente che la fede e la religione non è un "capriccio", ma un'esigenza fondamentale dell'uomo - dell'uomo che giustamente riconosce che se vive lo deve a Qualcun'Altro.

    Ed è altrettanto chiaro che se vi è un nemico principale è chi cerca di privare l'uomo della religione (o chi la falsifica per scopi illeciti).
    Ergo: non vi è alcun dubbio che di fronte ad un possibile colpo di mano ateistico - come mi sembra di capire ti auguri tu - cattolici e musulmani lavoreranno insieme per fare pulizia.

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    Citazione Originariamente Scritto da Ormriauga Visualizza Messaggio
    E' del tutto evidente che la fede e la religione non è un "capriccio", ma un'esigenza fondamentale dell'uomo - dell'uomo che giustamente riconosce che se vive lo deve a Qualcun'Altro.
    Aspetta un momento, tu però stai dicendo almeno 2 cose false:

    1- Non è assolutamente vero che la religione (nel senso di culto ISTITUZIONALIZZATO) è un'esigenza fondamentale dell'Uomo. Prima di tutto perchè circa il 10% degli uomini è ateo, inoltre perchè anche tra chi dice di essere "religioso" vi è gente che non sente il bisogno di seguire una delle tradizionali religioni istituzionalizzate esistenti.

    2- Non è assolutamente vero che se l'Uomo vive, allora è perchè "lo deve a Qualcun'Altro", o quantomeno mi sembra che tu non possa dimostrare un'effermazione del genere, mentre tu mi sembra che la stia assumendo per certa in senso assoluto. Così facendo non porti rispetto a chi non la pensa in questo modo, ovvero agli atei, la cui idea di "vita" ha senz'altro la stessa dignità e la stessa grado di dimostrabilità dell'idea che ne hanno i credenti.


    Citazione Originariamente Scritto da Ormriauga Visualizza Messaggio
    Ed è altrettanto chiaro che se vi è un nemico principale è chi cerca di privare l'uomo della religione (o chi la falsifica per scopi illeciti).
    Nemico principale di chi?? Non certo nemico dell'uomo, in quanto ti ho già detto che la religione ha la stessa dignità di qualunqua altra ideologia, e comunque non tutti gli uomini sono credenti.

    Citazione Originariamente Scritto da Ormriauga Visualizza Messaggio
    Ergo: non vi è alcun dubbio che di fronte ad un possibile colpo di mano ateistico - come mi sembra di capire ti auguri tu - cattolici e musulmani lavoreranno insieme per fare pulizia.
    Io ho letto l'articolo che apre questo topic.
    Esso non mi sembra che aspiri a nessun colpo di mano ateistico, mi sembra invece che aspiri ad una sana e legittima laicità, proprio cò che ci è necessario per fare pulizia degli integralsimi, cattolici o musulmani che siano.
    Se cattolicesimo e islam si fonderanno in un unico grande integralismo (come mi sembra auspichi tu), non c'è alcun dubbio, allora, che per il bene degli Uomini TUTTI (stavolta) la gente debbe operare sulla via di una sana laicità e neutralità degli Stati.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Ormriauga Visualizza Messaggio
    Mica tanto. L'ateismo e la perversione degli Occidentali è proprio ciò che fa ringalluzzire gli islamici, che si sentono quindi in diritto di venirci a conquistare e convertire.
    A parte che questo "diritto" esiste solo nella loro testa, quello che vorrei sottolineare è che non è affatto vero che la "perversione", come concetto, è qualcosa di connesso esclusivamente all'occidente. I signori musulmani, al contrario di quello che vogliono far credere, hanno anche le loro "perversioni" e le imperfezioni occidentali non sono più gravi di quelle che risiedono nell'islam.

    Una "perversione" non diventa "virtù" solo per il fatto di essere prevista dal Corano. E gli harem di certi signori musulmani, con dentro venti o trenta mogli e concubine per il sollazzo di costoro, si spiega solo col fatto della poligamia. Che da noi è una "perversione", oltre che un reato. Da loro è una possibilità lecita e consentita dal Corano.

 

 

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