Riflettere sulla lingua latina non è un mero episodio di antiquariato letterario e neppure è un lezioso e snobistico cercare ciò che non esiste.

È piuttosto un andare alle radici del nostro sapere per porci delle domande, degli interrogativi – talora inquietanti – e magari per darsi qualche risposta. Sia gli interrogativi che le risposte vertono su ciò che siamo, in un momento in cui le ombre della crisi dell’Occidente si allungano sull’uomo e sull’umanità tutta. Così, cercare ciò che si è, andando alla base della parola – e la lingua latina è la certa base della nostra parola– significa essere convinti che esiste un senso ed un centro nascosto e che entrambi devono essere ritrovati: ad ogni costo. Ripensare il ruolo, il significato e l’importanza della lingua latina equivale, allora, a ripensare le proprie origini, la propria identità e le proprie certezze, ma significa anche ripensare, con esse, il proprio presente e il proprio futuro.

Di questa speranza si nutrono i legionari che seguono: a questa speranza credono coloro che non rinunciano alla Storia, nè all'Avvenire del proprio Popolo.




Prof. C CLAUDIO BONVECCHIO

Filosofia delle Scienze sociali

Università dell'Insubria (Varese)

LA LATINITAS E L’IMPERO

Quando ci si accosta alla lingua latina non in chiave semplicemente grammaticale, linguistica o letteraria si rischia di cadere in una dimensione di obsolescenza. Sembra, insomma, di varcare la soglia di una stanza polverosa, piena di anticaglie dove i pochi, sofisticati e vetusti abitatori maneggiano, con cura, fragili e preziosi oggetti destinati non ad un uso comune e quotidiano, ma piuttosto ad essere, silenziosamente, ammirati.

Alternativamente – sempre in riferimento alla lingua latina – ci si può trovare catapultati in una dimensione non meno sociologicamente singolare: una dimensione in cui il passato viene, artificialmente, mantenuto in vita. È quello spazio ideale dove – con una certa dose di humor e di bizzarro anticonformismo – simpatici laudatores antiquitatis si dilettano a tradurre in latino, scambiandoseli poi tra di loro, testi moderni, giornali, riviste e persino fumetti. Cosa questa che è avvenuta, ad esempio, con Asterix o con Topolino. La si può considerare come la richiesta, spasmodica, di adattare il latino ad un mondo – il nostro – che, storicamente, sembra essere a loro del tutto estraneo: un mondo che rifiuta il latino perché non lo sente più a sé consonante, perché lo sente obsoleto. Fa, ovviamente, eccezione, la tradizione ecclesiastica della Chiesa Cattolica Romana in cui il latino – seppure marginalmente rispetto al passato – mantiene ancora un ruolo liturgico, così come conserva inalterata una valenza comunicativa a livello della Curia Romana, delle Sedi Generalizie degli ordini Religiosi, dei suoi documenti ufficiali e delle sue manifestazioni solenni.

Tuttavia, se si prescinde da questi casi marginali – e forse ancora dagli sforzi di alcuni rari e appassionati studiosi – rimane solo l’insegnamento liceale ed universitario a tenere vivo, si fa per dire, la tradizione della lingua latina. Non risuona, insomma, più lo splendido idioma ciceroniano e della straordinaria cultura di cui è stato lo storico veicolo ben poco è sopravvissuto di vivo e di vitale. Ma con la quasi pressoché totale estinzione della lingua latina – ben più che la scomparsa di una lingua o di una letteratura "morta" – è venuto meno il collante della stessa civiltà d’Occidente. Una lingua è infatti, come è noto, l’ossatura di una civiltà, per molti aspetti, la sua stessa ragion d’essere.

A fronte a questa realtà storica – per alcuni triste, per altri segno del progresso, per i più del tutto indifferente – è possibile formulare molte ed interessanti riflessioni. Due però s’impongono e richiedono di essere – seppur sinteticamente – considerate con una qualche attenzione. La prima riflessione inerisce al significato profondo della lingua latina che è qualcosa di più – e non si può non riconoscerlo – di una semplice forma linguistica. È piuttosto qualcosa che si radica nel sentire e nel pensare collettivo: qualcosa che ha plasmato una cultura ed un modo di essere. La seconda riflessione inerisce al valore storico e politico del latino, su cui ci si soffermerà. Sulla base di entrambi si può dedurre se ha ancora un senso e significato difenderne l’esistenza e l’eventuale uso o se è il caso di rassegnarsi, definitivamente, alla sua estinzione: come è, di fatto, avvenuto per tanti nobili e famosi idiomi. Idiomi che sono scomparsi come le civiltà che ne erano portatore: come è avvenuto per la lingua egizia, per il greco antico, per le lingua maya, azteche, nauatli, celtiche ed altre che – insieme ai regni, agli imperi e alle culture in cui venivano parlate – sono state inghiottite nel gorgo del tempo e oggi mostrano solo un esclusivo valore archeo-linguistico.

Che cosa ha significato, dunque, e che cosa può ancora significare il latino per il moderno uomo dell’Occidente: per il suo sapere e per la sua esistenza?

Nel rispondere a questi interrogativi, originati da quanto sopra ricordato è il caso – subito – di precisare che la lingua latina, ben più di quella greca, ha voluto significare universalità e sacralità. Senza voler, qui, precisare compiutamente – cosa per altro quasi impossibile – quale è stato l’esatto apporto linguistico e culturale della lingua latina rispetto a quella greca e, pur riconoscendo l’indubbia influenza esercitata dal greco sul latino, soprattutto in epoca romana, è indubbio che il latino ha avuto una diffusione ed un ruolo culturale, sociale e politico superiore a quello svolto dal greco. Lo dimostra la tradizione universale della Romanitas, dell’Imperialità Romana, che – diffusa in tutto il mondo antico – non è stato solo il tramite linguistico dell’espansione territoriale di una potenza politica e militare quale è stata Roma, ma soprattutto il mezzo primario di una presenza e di uno stile: lo stile di Roma, appunto.

Per ciò che attiene la presenza, Roma e la Romanitas – a differenza di altre antiche potenze imperiali, seppur meno importanti ed estese – hanno lasciato, a tutt’oggi, tracce visibilissime. Non solo ancora si possono scorgere – ovunque, materialmente, in Italia, in Europa e in Oriente – statue, strade, acquedotti, mura, templi ed edifici aere perennius. Ma accanto a queste testimonianze – e forse in maniera ancora più pregnante – sono ancora presenti, visibili ed operanti i grandi impianti urbanistici, il sistema fognario e viabilistico di molte città e di molte nazioni. Ad esse si aggiungono l’eredità romanistica (e quindi latina) delle strutture giuridiche e normative dei codici, le strutture linguistiche delle lingue romanze classiche e delle loro moderne eredi (l’italiano, il francese, il rumeno, lo spagnolo e così via) e, da non dimenticarsi, le strutture politiche amministrative. Infatti, la divisioni politica ed amministrativa in comuni, province e regioni (unitamente ad altre forme di organizzazione, come ad esempio quella del censimento o quella tributaria) tutt’ora presenti – seppure con nomi diversi – ovunque in Europa, rappresentano una classica eredità del mondo romano e latino e della sua alta capacità amministrativa. Una capacità che si è mantenuta inalterata ed esemplare attraverso i secoli. A ciò si unisce una non meno importante eredità nell’organizzazione militare, di cui Roma è stata indubbiamente maestra e di cui ha fornito un modello di persistente validità. Ma – oltre a tutto ciò e ben più palpabile di questa concreta e materiale presenza – l’eredità più importante di Roma e della latinitas è stato lo stile: lo stile della latinitas.

Tale stile coincide con quell’universalismo che era il carattere precipuo e caratterizzante il potere romano. Un potere che si sforzava d’inglobare – anche con durezza, se necessario – i popoli che via via conquistava senza mai però operare cesure ed esclusioni: sforzandosi d’unire piuttosto che dividere. Roma, proprio in virtù dello spirito della latinitas, accoglieva tutti i popoli conquistati, senza rifiutarne le singole specificità religiose, politiche, culturali e costumali. Certo, l’unico vincolo richiesto, indiscutibile e indiscusso, era la dichiarazione dell’unità con Roma. Dichiarazione che si esprimeva nell’ubbidienza di alcune leggi di grandi rilievo, nell’accoglimento della tassazione, ma soprattutto nel culto della figura unificante dell’Imperatore: il simbolo di Roma e del suo destino. Era l’Imperialità l’espressione più alta dello stile della latinitas e del suo modus operandi verso tutti i non latini: Imperialità che si è tramutata, poi, in quel possente e forte modello culturale impersonato sia dall’universalismo della Grande Chiesa Cattolica sia dall’universalismo del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica, che è giunto sino alle soglie del milleottocento: sino alle soglie della nostra età.

In virtù di questo atteggiamento tollerante e disponibile, l’uso unificante della lingua latina utilizzato dalla politica – ed in seguito trasformatosi nel linguaggio religioso-amministrativo – si è tradotto in quello dei dotti che se volevano farsi capire in tutto l’impero e comunicare tra loro non avevano altro mezzo che utilizzare il latino. Così, il latino da lingua solenne e senatoria della citta di Roma si è trasformato nella grande lingua melodiosa e poetica, di odi e di carmi. Ma ha assunto– oltre a quello, sofisticato, della scienza – anche il tono burlesco della satira e degli epigrammi: è diventata la lingua, duttile e plasmabile dei grandi storici, è diventata la lingua aperta e plastica dei Padri della Chiesa, dei dottori e dei Teologi, è diventata la lingua solenne ed essenziale delle formule regali e del comando.

Nel nome del motto "latina lingua loquimur" , gli africani sono stati accomunati ai romani, gli illiri ai pannoni, ai celti, gli angli agli ispanici e alle infinite popolazioni che si sono storicamente riconosciute nella comune eredità universalistica della lingua latina. Una eredità fortissima che dai labari delle legioni romane è transitata ai volumina, ai libri che hanno tramandato il sapere di tutti i popoli della romanità e hanno costruito – a partire dalla gloria di Roma – quella dell’intellettualità europea. Ancora negli anni cinquanta del millenovecento si poteva udire in congressi umanistici e scientifici, il fluente idioma latino esprimere conquiste tecniche, e intellettuali, scoperte mediche e biologiche, senza per questo causare nessun disagio e nessuna difficoltà. Si trattava della stessa lingua di Cicerone, di Cesare, di Virgilio, di Tacito, di Sant’Agostino, di Anselmo d’Aosta, di Sant’Tommmaso, ma anche di Marsilio Ficino, di Erasmo da Rotterdam, di Pico della Mirandola e che aveva consentito – anche nei momenti più bui della storia del mondo e di quella europea – di tenere viva e vitale l’idea e l’ideale di una casa comune. Una casa comune che non poteva che essere abitata da uomini alieni da preclusioni ideologiche. Uomini che – votati alla ricerca, all’interiorità, al bene e al bello – mantenevano alta ed incorrotta la speranza di una totalità che doveva informare di sé l’ecumene: il mondo intero. Era la speranza di conservare – tramite la lingua e indipendentemente da guerre, disagi, violenze e crudeltà – un luogo ideale ed elettivo, ma nel contempo sommamente reale in cui, come scriveva Machiavelli, indossati "panni regali e curiali" ricostituire l’Arcadia perduta: quell’armonico ricettacolo di dotti in cui tutti sono di pari rango e dove vigono soltanto le virtutes. Dove nessuno domina perché è conscio che i dominatori troppo spesso diventano dominati e i dominati, altrettanto facilmente, si cangiano in dominatori.

Purtroppo, questo modello di vita o forse questo sogno che sembrava eterno si è infranto e, in sua vece, si è sostituita una realtà che non è stata certo la migliore possibile: purtroppo non solo nel linguaggio. Lo prova la lingua inglese che oggi, forzosamente, viene considerata "lingua universale": la lingua che ha scalzato, progressivamente, il latino dal suo ruolo. È, infatti, l’inglese – la lingua dei dominatori dei mercati e delle finanze – che, con tracotante alterigia, si è imposto in tutto il mondo in nome dell’economia, del guadagno e del denaro. L’inglese si presenta – nella sua semplicità costitutiva e nella sua informalità lessicale – come la lingua dei mercanti, la lingua che impone la massificazione e l’omologazione: è la lingua del particolarismo individualista della società e non già della comunità, qual’era il latino. È, ancora, la lingua che pretende di omologare (a forza) e di conformare ognuno, in ogni parte del mondo, alle sue regole irrispettose dell’altrui cultura e dell’altrui storia. Un esempio vale per tutti: nell’inglese i nomi stranieri vengono arbitrariamente inglesizzati al punto che il filosofo Kant è conosciuto come "Kent" e David come "Devid". Con il che tutto viene abbattuto (o musealizzato) in nome del cosmopolitismo del consumo e in spregio dell’universalismo dello spirito. Quell’universalismo che, al contrario, la latinitas ha sempre mantenuto e accresciuto, a qualsiasi prezzo, come il dono più prezioso in possesso dell’umanità e ad essa dato dagli dei. Ma tale universalismo – che ha caratterizzato l’Europa e gli uomini che in essa si riconoscevano – non è stato solo il carattere perspicuo di una esteriorità che ha forgiato la cultura dell’Occidente, affinando nel superamento delle divisioni geopolitiche, culturali e religiose, la forza della ricerca e dell’approfondimento. L’universalismo ereditato dalla latinitas è stato anche il segno distintivo dell’interiorità. Il latino, d’altronde, è una lingua sacra: è stata (ed è) la lingua sia dei rituali religiosi della romanità che di quelli della tradizione cristiana. Il che non significa soltanto essere l’idioma della liturgia formale ed esteriore ma l’idioma con cui – da tempo immemorabile ed indipendentemente dalle transeunti formule religiose – sono state innalzate al divino preghiere ed invocazioni. Insieme al greco, al cirillico è la lingua in cui lo spirito ha parlato all’uomo occidentale ed europeo ed in cui si sono coniugati contenuti religiosi e contenuti umanistici. È la lingua che ha permesso che – in pacifica continuità – si potesse passare dal mondo pagano a quello cristiano.

È, sostanzialmente, la vera, unica lingua dell’Europa e l’espressione intellettualmente più alta dei valori di cui è (stata) portatrice. All’universalismo della lingua corrisponde, infatti, anche l’universalismo di chi la parla, ma universalità significa totalità e totalità, a sua volta, equivale ad una visione unitaria e super partes. Equivale a perseguire un modello d’interazione profonda tra uomo e uomo e tra uomo e cosmo. Vuol dire perseguire, nella sua interezza, l’uomo come meta, come valore unico e supremo. È evidente che raggiungere tale vertice significa inaugurare una dimensione di equilibrio ed armonia in cui tutti gli opposti sono perfettamente e compiutamente compensati. Cosa questa che difficilmente un’altra lingua – e tanto meno l’inglese – poteva (e può) offrire.

Va da sé che tale compiuto equilibrio, tale complexio oppositorum – di cui la lingua è l’espressione materiale – trova il suo pendant politico nella forma universalistica, per eccellenza: ossia nell’imperialità. Ma l’imperialità, con una evidente circolarità, rimanda storicamente, come si è detto, alla lingua latina che è la lingua di tutti, la lingua super partes di coloro che riconoscono nell’autorità l’espressione del Sacro e dell’uomo e non del dominio fine a se stesso. Perseguire il concetto d’Imperialità come l’unica forma di governo in grado di prevalere sulla generale dispersione della società e degli uomini è l’identica cosa del perseguire il latino. D’altraparte, un potere per essere il tramite di una più alta e trascendente autorità non può che essere universale come la lingua, valorizzando le singole differenze che si devono dissolvere nell’unità – ut unum sint – mantenendo ed accrescendo la propria specificità. Non è casuale che siano state le divisioni – materiali, politiche ed ideologiche – ad uccidere il principio dell’Imperialità e, con essa, la lingua latina. Oggi dell’imperialità, come del latino, come dell’Europa nulla più resta se non vuoti e astratti simulacri, vuote formule, vuote leggi ed astratte speranze, ma anche l’uomo tende, sempre più, ad essere l’astratto e vano simulacro di se stesso. D’altronde, è assodato che dove manca l’universalità non c’è l’uomo.

Il che assume una particolare importanza se si riporta tutto ciò al futuro dell’Europa e del mondo intero: se si vuole avere un futuro, se si vuole avere un destino. Il futuro destino dell’Europa e del mondo – se mai esisterà ancora una Europa ed un mondo degni di questo nome – come passa per il recupero di un governo europeo prima e planetario poi segnato dall’Imperialità, passa anche per l’idea di una forma linguistica che non sia quella di banchieri tracotanti, finanzieri o di dominatori neo-colonialisti: passa per una lingua che non omogeneizzi ma esalti la diversità nell’unità e l’unità nella diversità. La scelta potrebbe essere ancora il latino: ma questa scelta è, ad un tempo, sfida e decisione.