L'errore di Benedetto XVIScritto da Henri Pena-Ruiz, scrittore e filosofo. venerdì 22 settembre 2006 (tratto da Liberation)
Da quale parte, nella storia dell'umanità, si sono trovati il rifiuto della ragione e il ricorso alla violenza per imporre la religione? Pretendere, come ha fatto papa Benedetto XVI a Ratisbonne, che soltanto l'Islam sia la causa di ciò, si risolve in una singolare mistificazione. In primo luogo, è evidentemente ingiusto confondere Islam e islamismo. Come lo sarebbe confondere la fede cristiana e il clericalismo cattolico, ispiratore delle guerre di religione, delle crociate, dei roghi dell'Inquisizione, dell'Indice dei libri vietati, e dell'anti-giudaismo tramutatosi in antisemitismo senza che una tale degenerazione sia mai stata denunciata.
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Secondariamente, non si può obliterare la circostanza che l'idea di diffondere la fede con la spada è stata sostenuta dai teologi cristiani quanto da certi islamisti. Lo stesso Sant'Anselmo affermava che la Chiesa deve usare due spade: la spada spirituale della scomunica e la spada temporale del castigo corporale, arrivando persino alla condanna a morte degli eretici e dei miscredenti. «Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi»: è la risposta data del legato del papa, Arnaud Amaury, a quelli che, durante l'assedio di Béziers, nel 1209, volevano distinguere i cattolici dagli eretici. Si trova la stessa grande espressione nella penna di San Paolo: «Il Signore conosce i suoi» (IIa Epistola a Timoteo). Sant'Agostino d’Ippona, che non era da meno, affermava: «C'è una persecuzione giusta, quella che fanno le Chiese di Cristo agli empi... La Chiesa perseguita per amore e gli empi per crudeltà.»
Se il cristianesimo è religione di pace e di dialogo razionale, come giustificare che, durante i quindici secoli della sua dominazione temporale, la Chiesa, che affermava di volersene inspirare, abbia potuto coprire tante violenze che sono state arrecate ad uomini che non credevano come si doveva? Emanuele Kant, che Benedetto XVI cita nella sua conferenza, stende un bilancio ragionato della storia reale del cristianesimo e lo confronta con l'orientazione morale che attribuisce a Gesù Cristo. «Questa storia del cristianesimo, [...] quando la si valuta con un solo colpo d'occhio, come con un quadro, potrebbe ben giustificare l'esclamazione "Tantum religio potuit suadere malorum" ("La religione ha potuto ispirare tanti mali"), se l'istituzione del cristianesimo non mostrava sempre in un modo abbastanza chiaro, che non ebbe all'inizio altro scopo se non quello di introdurre una pura fede religiosa» (la Religione nei limiti della semplice ragione).
Quanto a Vittore Hugo, credente, anch'egli non transige: «Noi conosciamo il partito clericale. È un vecchio partito che ha degli stati di servizio. È lui che fa la guarda alla porta dell'ortodossia. È lui che vieta alla scienza e al genio di andare aldilà del messale, e che vuole chiudere il pensiero nella clausura nel dogma. Tutti i passi che ha fatto l'intelligenza in Europa, li ha fatti nonostante lui. La sua storia è scritta nella storia del progresso umano, ma è scritta al contrario» (discorso del 20 gennaio 1850).
Come si vede, è un abuso affermare che la religione cristiana ha rispettato la ragione, quando al contrario, da molto tempo, i suoi stessi rappresentanti ufficiali ne hanno ammesso la possibilità di utilizzarla soltanto entro i limiti del dogma, come lo dimostra la condanna a morte, nel 1600, a Roma, di Giordano Bruno, e, trentatré anni dopo, la condanna di Galileo da parte dell'Inquisizione. Quanto ai filosofi greci, è grazie al lavoro di pensatori arabi, come Averroe, che si deve in larga misura il salvataggio della loro eredità, in un'epoca in cui il cristianesimo non salvava di essi solo ciò che poteva concordare con la dottrina religiosa. Cosi, l'idea che il mondo non è stato creato, cara a molti filosofi greci, fu a lungo censurata, e si ammetteva d'Aristotele solo ciò che poteva servire la teologia.La stessa ragione veniva osteggiata in modo singolare, come da Sant'Agostino d’Ippona : «Credo quia absurdum» («Credo perché è assurdo»).
Il contrasto messo in evidenza da Benedetto XVI si regge dunque solo su due argomenti nient'affatto accettabili: da una parte, la tesi della solidarietà storica tra cristianesimo e ragione. Dall'altra parte, l'obliterazione dell'islam dei Lumi, particolarmente quello d'Averroe, che riconosceva alla ragione umana il potere d'interpretare i versetti del Corano quando il loro significato letterale contrastava con essa (vedere il Discorso decisivo).
Quanto alla recente dichiarazione attribuita ad Al-Qaeda, che si scaglia contro la laicità, ravvisandovi un'invenzione dei crociati, essa manifesta allo stesso modo un singolare errore storico. L'ideale laico, lo si sa, professa l'uguaglianza dei diversi credenti, degli atei e degli agnostici, e allo stesso tempo la loro libertà di coscienza. Esso fu conquistato, in Francia, non contro il cristianesimo, ma contro il clericalismo cattolico che pretendeva di dettare legge in nome d'una fede. In sintesi, se si vuole, contro i moderni crociati. Le leggi laiche di separazione hanno ricondotto la manifestazione della fede nella sfera privata, individuale o collettiva, dei soli fedeli. Quello che dipende dalla fede di qualcuno, non può essere imposto a tutti. Con questo spirito i crocifissi, in particolare, furono rimossi dagli edifici pubblici, affinché tutti i cittadini, quale che sia il proprio convincimento spirituale, possano riconoscersi nello stesso modo in uno spazio comune, sottratto alla tutela privilegiata di una sola confessione. L'esigenza di neutralità delle istituzioni, comune a tutti, permette di capire appieno la sua ragione d'essere : promuovere quello che l'interesse comune. Non è dunque esatto vedere in una tale conquista una vittoria dei crociati.
Qual è l'errore comune al papa e ad Al-Qaeda? Quello rappresentato dal riferimento a tradizioni chiuse, territorializzate, e che confonde le civilizzazioni con le religioni. Pretendere che i buoni valori provengano solo da un luogo particolare, è inaccettabile. Si tende cosi ad aizzare, gli uni contro gli altri, i gruppi umani, come lo fa l'opera dell'ideologo americano Samuel Huntington, Lo scontro delle civiltà, il quale valuta in modo gerarchico le culture, trattate come blocchi monolitici. Si riallaccia cosi implicitamente con la tesi etnocentrista da poco denunciata da Lévi-Strauss, nella sua conferenza Razza e Storia. Si attribuiscono storie peculiari, enfatizzate contro le storie degli altri, e il disprezzo segreto o manifesto, allora, non è altro che la conseguenza d'un siffatto spirito campanilistico.
I diritti dell'uomo, la democrazia, gli ideali di libertà e d'uguaglianza, di pace e di fraternità, l'emancipazione laica, NON sono i prodotti d'una storia o d'una civilizzazione particolari, ANCORA MENO l'eredità d'una religione. Sono conquiste dell'umanità che ha rifiutato l'oppressione, conquistate sovente nel sangue e con le lacrime, a discapito delle tradizioni contrarie (anche religiose). La loro portata universale trascende tutte le eredità e risiede nell'esigenza d'una vita umana dignitosa, libera da qualsiasi schiavitù.





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