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    VENETO LÌBARO
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    Predefinito 140 da quel plebiscito truffa......

    ciao a tutti
    vi comunico che è disponibile on line tutto il Convegno dal titolo
    1866: IL PLEBISCITO TRUFFA DI ANNESSIONE DEL VENETO ALL'ITALIA
    che si è tenuto il 21 ottobre scorso a Venezia


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  2. #2
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito La grande truffa

    "CHI CONTROLLA IL PASSATO CONTROLLA IL FUTURO, CHI CONTROLLA IL PRESENTE CONTROLLA IL PASSATO." (G. ORWELL)

    Il plebiscito che sancì l'annessione del Veneto all'Italia (*) viene liquidato dai nostri libri di storia in poche battute visto che la storiografia ufficiale sostiene che "tutto si svolse con mirabile ordine e fra universali manifestazioni di gioia" (1).

    Pochi sanno che in realtà fu una colossale truffa, la prima di una serie infinita di truffe perpetrate da Roma e dall’Italia ai danni dei Veneti. Il nostro Veneto in realtà era già stato "passato" dalla Francia all’Italia in una stanza dell’Hotel Europa lungo il Canal Grande, il 19 ottobre. (2) Il generale francese Leboeuf consegnò il Veneto a tre notabili: il conte Luigi Michiel, veneziano, Edoardo De Betta, veronese, Achille Emi-Kelder, mantovano.

    Questi, a loro volta, lo "deposero" nelle mani del commissario del Re conte Genova Thaon di Revel e il giorno dopo sulla "Gazzetta di Venezia" apparve un anonimo trafiletto: "Questa mattina in una camera dell’albergo d’Europa si è fatta la cessione del Veneto" (3).

    Riepilogando: un trattato internazionale (fra Austria e Prussia, 23 agosto a Praga) prevede il passaggio del Veneto alla Francia che poi lo consegnerà ai Savoja; nel trattato di pace di Vienna fra l'Italia e l'Austria del 3 ottobre si parla testualmente di "sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate": un riconoscimento internazionale al diritto all'autodeterminazione del popolo veneto che in quel momento ha la sovranità sul suo territorio. Teniamo anche presente che c'è stata l'ipotesi, come scrisse l'ambasciatore asburgico a Parigi Metternich al suo ministro degli esteri Mensdorff-Pouilly il 3.8.1866, di arrivare a "l'indipendenza della Venezia sotto un governo autonomo com'era la vecchia Repubblica".

    Il plebiscito avrebbe dovuto svolgersi sotto il controllo di una commissione di tre membri che "determinerà, in accordo con le autorità municipali, il modo e l'epoca del plebiscito, che avrà luogo liberamente, col suffragio universale e nel più breve tempo possibile". Così era stato concertato dall'ambasciatore d'Italia a Parigi Costantino Nigra con il governo francese (4), che sembrava determinato a svolgere fino in fondo il proprio ruolo di garante internazionale sancito anche dal trattato di pace fra Prussia e Austria.

    Il governo italiano invece, e in particolare il presidente Bettino Ricasoli interpretava pro domo sua i trattati: "Quando si tratta del plebiscito si tratta di casa nostra; non è già che si faccia il plebiscito per obbedienza o per ottemperare al desiderio di qualche autorità straniera..... La pazienza ha il suo limite. Perbacco! La cessione del Veneto fu nel Parlamento inglese chiamata un insulto all'Italia. Concedendo la presenza del generale francese all'effetto delle fortezze, mi pare di concedere molto" così sosteneva il Barone Ricasoli.(5)

    E così uno sconsolato generale Le Boeuf scrive a La Valette il 15 settembre: "Nutre inquietudini per l'ordine pubblico: le municipalità fanno entrare le truppe italiane o si intendono col re, che governa una gran parte: egli deve lasciar fare. Il plebiscito non si potrà fare che col re e col governo" (6).

    Altro che controlli, altro che garanzie internazionali! Lo stesso generale Le Boeuf annunciava il 18 ottobre a Napoleone III che ha protestato contro il plebiscito decretato dal re d'Italia: Napoleone gli dice di lasciar perdere. (7)

    La Francia praticamente rinuncia al proprio ruolo di garante internazionale e consegna il Veneto ai Savoja. Una quasi unanimità che venne poi rispettata al momento del voto; già, ma anche i numeri non quadrano.

    Il 27 ottobre la Corte d'Appello proclama l'esito della consultazione: "SI 641.758", "NO 69". Nella lapide del Palazzo Ducale si parla di "Pel SI voti 641.758", "Pel NO voti 69", "Nulli 273"; Alvise Zorzi in "Venezia austriaca" (pag. 151) parla di "SI 647.246", "NO 69", Denis Mack Smith "Storia d'Italia 1861-69" parla di "SI 641.000", "NO 69".

    E su questi numeri si impongono almeno due considerazioni: i voti favorevoli sono attorno al 99,99 %: una percentuale che non fu ottenuta neppure dai regimi più feroci, da Stalin a Hitler.

    Di sicuro il plebiscito venne "preceduto da una vera campagna di stampa intimidatoria dei fogli cittadini, preoccupatissimi per l'influenza che il clero manteneva nelle zone rurali dove, aveva scritto in settembre il "Giornale di Vicenza", i campagnoli furono lasciati nell'ignoranza o nell'apatia d'ogni civile concetto, educati all'indifferenza per ogni sorta di governo" (9)

    Si scriveva ad esempio "ricordino essi (i Parroci e i Cooperatori dei ns. villaggi) che ove in alcuna parrocchia questo voto non fosse sì aperto, sì pieno quale lo esige l'onore delle Venezie e dell'Italia, sarebbe assai difficile non farne mallevadrice la suddetta influenza clericale, e contenere l'offeso sentimento nazionale dal prendere contro i preti di quelle parrocchie qualche pubblica e dolorosa soddisfazione". (10)

    Questa politica intimidatoria tuttavia non ebbe grossi effetti sulla partecipazione popolare: "A Valdagno, ad esempio nonostante il plebiscito venisse decantato non come semplice formalità e cerimonia, ma una festa, una gara, solo circa il 30% sulla complessiva popolazione del Comune si recò a votare, mentre un buon 70%, per chissà quale motivo, preferì continuare ad occuparsi dei fatti propri, indifferente all'avvenimento. Analogamente in tutti i distretti....." (11)

    E' la conferma del fatto che il cosiddetto risorgimento fu nel Veneto un momento al quale la stragrande maggioranza del nostro popolo partecipò con grande indifferenza, passiva. E questo ce lo conferma Mack Smith che scrive "Garibaldi si infuriò perchè i Veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo".

    Sulla libertà del voto e sulla segretezza dello stesso ci illumina la lettura di "Malo 1866" di Silvio Eupani: "Le autorità comunali avevano preparato e distribuito dei biglietti col si e col no di colore diverso; inoltre, ogni elettore, presentandosi ai componenti del seggio, pronunciava il proprio nome e consegnava il biglietto al presidente che lo depositava nell'urna".

    E Federico Bozzini così descrive nel suo "L'arciprete e il cavaliere" quanto avvene a Cerea: "Come già si disse -continua il commissario- vi devono essere due urne separate, una sopra un tavolo, l'altra sopra l'altro. Se per caso non avesse urne apposite, potrà adoperare due misure di capacità pei grani, cioè una quarta od un quartarolo. Sopra una sarà scritto ben chiaro il SI, sopra l'altra il NO". E più avanti: "I protocolli sono due, -uno pei votanti che presentano il viglietto del SI, l'altro dei votanti che presentano il viglietto del NO, per modo che il numero complessivo dei viglietti che, finita la votazione, si troveranno in ciascheduna urna, dovrà corrispondere all'ultimo numero progressivo del protocollo. Nel protocollo pei viglietti del NO si dirà: votarono negativamente i seguenti cittadini. La piena pubblicità del voto rende inutile lo spoglio finale." E alla fine: "La commissione quindi conclude il presente Protocollo gridando: Viva l'Italia unita sotto lo scettro della Casa di Savoja".

    Di particolare interesse, sempre sul volume del Bozzini, la citazione della Gazzetta di Verona del 17 ottobre 1866: "Si, vuol dire essere italiano ed adempire al voto dell'Italia. No, vuol dire restare veneto e contraddire al voto dell'Italia".

    Una sottolineatura di straordinaria importanza: già allora qualcuno aveva capito che una cosa erano i veneti e un'altra gli italiani e che gli interessi degli uni raramente coincidevano con gli interessi degli altri. Cosa che del resto aveva ben capito Napoleone Bonaparte quando consigliava al figliastro di non ascoltare chi gli suggeriva di dare a Venezia un po’ più di autonomia, invitandolo, invece, a mandare "degli italiani a Venezia e dei Veneziani in Italia" (12).


    (*) Il plebiscito riguardò il Veneto, il Friuli (le attuali province di
    Pordenone e Udine) e la provincia di Mantova
    (1) A. Saitta - Storia illustrata 06/1966 Mondadori
    (2) G. Distefano - G. Paladini - Storia di Venezia 1797-1997 - II Supernova
    pag. 274
    (3) Thaon di Revel Genova - La cessione del Veneto - Firenze 1906
    (4) M.A.E., Corr. pol., Consults Autrische, vol 27, pagg. 225-229
    (5) Lettere e documenti del Barone Bettino Ricasoli, a cura di Tabarrini e
    Gotti, Firenze 1893
    (6) Les Origines, Xii, 297 ss, n. 2596-2597
    (7) M.A.E. Corr. pol., Consults Autrische, vol 27, pag. 284
    (8) Antonio Roldo Dolomiti O8/93
    (9) E. Franzina - Vicenza storia di una città- Neri Pozza editore p. 700
    (10) A. Navarotto - Ottocento vicentino Padova 1937
    (11) A. Kozlovic - Immagini del risorgimento vicentino - Pasqualotto 1982
    (12) A. Zorzi - Venezia Austriaca pag.32 - Laterza

    ETORE BEJATO (Ettore Beggiato)



    Ogni anno - Dal 1876 al 1880, emigravano 35 veneti ogni 1 siciliano, 41 ogni 1 pugliese; dal 1881 al 1890, 12 veneti ogni 1 siciliano, 25 ogni 1 pugliese, 125 ogni 1 umbro; dal 1891 al 1900, 18 veneti ogni 1 pugliese, 25 veneti ogni 1 laziale, 39 ogni 1 sardo. Nei 24 anni emigrarono 1.385.000 Veneti. Nei tre periodi ogni anno rispettivamente 11,98 abitanti ogni 1000 - 20,31 - 33,85.

    "Savoja, Savoja, intanto noaltri...andemo via... vaca troja..."

  3. #3
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito La grande truffa - 2

    Del resto, che i brogli elettorali fossero prassi diffusa ce lo conferma perfino il buon Garibaldi sostenendo che "la corruzione dei pubblicisti, nei plebisciti, nei collegi elettorali, nella Camera, nei Ministeri, nei Tribunali fu alzata a sistema di governo".

    Illuminante è il seguente dialogo tratto da "Le elezioni comunali in villa" nelle quali il Pittarini descrive i fatti tragicomici che caratterizzarono le elezioni post 1866:

    1° contadino: Ciò, chi ghetu metesto ti sulle schede?
    2° contadino: Mi gniente, me la ga consegnà el cursore scrite e tutto.
    1° contadino: E anca mi isteso, manco fadiga.
    2° contadino: Manco secade.


    Mi sembra giusto sottolineare che il Pittarini, fu membro del Comitato Liberale Vicentino e che fu arrestato dalle autorità austriache nel 1859: non siamo dunque di fronte ad un austriacante, bensì a un liberale veneto che si accorgeva d'avere semplicemente cambiato padrone e di aver cambiato in peggio.

    Inquietanti sono poi le analogie con il plebiscito che si svolse nel Regno delle Due Sicilie il 21 ottobre 1860; stesse schede prestampate, stessi risultati (e soprattutto in Sicilia), stessi subdoli "avvertimenti" pre-elettorali.

    Dopo queste rivelazioni sull'estrema correttezza elettorale del nuovo regno italico, vale forse la pena di fare un piccolo passo indietro.

    E' infatti tutto da dimostrare che il popolo veneto (che aveva dimostrato sventolando la bandiera nazionale con il Leone di S. Marco tutto il proprio valore ed ardimento sia nel 1809-10 sia nel 1848) fosse così ansioso di essere "liberato" dai Savoia. Non si riesce altrimenti a capire che necessità ci fosse di far precedere il plebiscito da "una vera campagna-stampa intimidatoria dei fogli cittadini".

    La stessa "Arena di Verona" giornale da sempre nazional-tricolore fu costretta a denunciare il 9 gennaio 1868: "Fra le mille ragioni per cui noi aborrivamo l'austriaco regime ci infastidiva sommamente la complicazione e il profluvio delle leggi e dei regolamenti, l'eccessivo numero di impiegati e specialmente di guardie e di gendarmi, di poliziotti e di spie. Chi di noi avrebbe mai atteso che il governo italiano avesse tre volte tanto di regolamenti, tre volte tanto di personale di pubblica sicurezza, di carabinieri, ecc. .....?".

    I liberatori "tagliani" arrivarono al punto di proibire le tradizionali processioni religiose in quanto "assembramento pericoloso per l'ordine pubblico", imposero la coscrizione obbligatoria, aumentarono vertiginosamente le tasse e introdussero quella famigerata sul macinato portando il Veneto ad uno stato di miseria e di disperazione come mai nella sua storia.

    Ai veneti non resta che emigrare. E' un vero e proprio esodo biblico quello che si abbatte nelle nostre campagne. E la rabbia dei veneti viene mirabilmente descritta in un passo de "I va in Merica" una poesia di Berto Barbarani: - "Porca Italia" i bastiema "andemo via!" -

    E l'ira della nostra gente, che tante volte viene accompagnata da una buona dose di ironia, fu espressa in tutta una serie di filastrocche, alcune delle quali ancora oggi molto popolari.

    "Viva Savoia! Chè i n'à portà 'na fame roya" si diceva, mentre Dino Durante scriveva nel "Strologo 88":

    "Eco na strofeta che nell''800 cantava i veneti i quali, evidentemente, no gera tuti amanti dell'Italia: Co le teste dei taliani zogaremo le borele (bocce) e Vittorio Manuele metaremo par balin".

    Alberto Benedetti nel suo "Montagne e montagnari tra Verona e Kufstein" scrive testualmente: "Quassù erano così infervorati della liberazione e dell'Italia unita che cantavano spesso: -
    Vegnerà Vitorio Manuele
    se patirà nà stissa de coele
    'l vegnarà con mostaci e barbeta
    se patirà 'na fame maledeta
    e più avanti
    - Se dura il furor dei monumenti
    un monumento avrà Quintino Sella
    che con un tratto di saggezza rara
    la polenta ci ha resa assai più cara".

    Sempre a Verona, un battagliero giornale satirico dell'epoca, "L'asino", commentava così l'unità:

    "Noi l'abbiam fatta! l'abbiam fatta noi!
    - dicono in coro gli italiani eroi -
    l'avete fatta, è vero, ma per Dio,
    puzza che leva il fiato! dico io".


    E tutto questo tenendo conto che come giustamente scrive Federico Bozzini nel suo "L'Arciprete e il cavaliere":

    "C'è stato dopo il 1866 un concorso generale a truccare e a italianizzare ex post tutti i brandelli di storia dell'opposizione veneta al dominio austriaco".

    Altrettanto interessante quanto scrive nel 1903 lo storico Luigi Sutto di Rovigo, incaricato dal costituendo Museo del Risorgimento "Carlo Alberto", di ricostruire dati ed episodi del Plebiscito. L'insuccesso del suo impegno durato qualche anno fu quasi totale. Il decreto sulle norme del Plebiscito prevedeva che i pretori trasmettessero alla Corte d'Appello i verbali dei risultati Comune per Comune del referendum. Il nostro ebbe apprezzamenti e consigli anche in sede ministeriale, ma non ebbe mai in visione i fascicoli. E annota sconsolato che nè pretura nè Municipi li hanno! Sutto scrive: "Nelle mie ricerche e investigazioni... ho potuto conoscere solamente i voti dei singoli Comuni del Friuli, nessun giornale del Veneto fece altrettanto, nemmeno la Gazzetta di Venezia, che neppure pubblicò i voti dei Comuni appartenenti alla provincia di Venezia.... Ho voluto scrivere tutto ciò perchè sarebbe interessante conoscere i voti del Plebiscito dati dal 1866 da ciascun Comune del Veneto. Però da biasimare la nostra ignoranza e la nostra noncuranza: è deplorevole che i Comuni non conoscano i voti che essi hanno dato per la loro unione alla Patria, voti che in pari tempo indicano la fine della dominazione straniera".

    Un altro episodio che la dice lunga sul patriottismo tricolore dei veneti accade a Bolzano Vicentino nel corso del Consiglio comunale del 19.05.1875. Il Sindaco Giacomo Giaretta faceva presente dell'opportunità di acquistare un fascia tricolore per portarla nelle pubbliche manifestazioni. Messa ai voti la proposta, si trovò con nove contrari e un sol favorevole!

    E allora non può non venirci in mente quanto Mario Zocaro, pseudonimo di Pietro Zenari, per lunghi anni parroco a Caldiero (VR), fa dire al contadino Zelipo in una commedia:

    "Coss'ela sta Italia, sta patria, compare
    coss'è ste cose che ghemo da amare?"

  4. #4
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    Complimenti e grazie mille, sicuramente nei prossimi giorni lo ascolterò con attenzione.

    W il Leon!

  5. #5
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    A San Marco!

  6. #6
    VENETO LÌBARO
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    Grasie pal rilievo!

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  7. #7
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  8. #8
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    Anche la Comunità Antagonista Padana dell'Università Cattolica ha ricordato l'infausto anniversario con ampia cartellonistica.

    Luca
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  9. #9
    VENETO LÌBARO
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    Grandi! E' possibile avere una foto in alta risoluzione (meglio se a 300dpi) della parete della Università Cattolica ?
    Ciao

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da DVD Visualizza Messaggio
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