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    Predefinito feccia sionista / che cosa significa l'entrata di Avigdor Lieberman nel Gabinetto

    Israele. Lieberman fa paura ai laburisti


    • da Il Giornale del 25 ottobre 2006, pag. 13


    di R.A.Segre

    L'entrata di Avigdor Lieberman, leader fondatore del partito «Israele nostra casa» (11 deputati), nel governo israeliano rappresenta anzitutto la trasformazione di una coalizione di centrosinistra (la prima nella storia del Paese con un chiaro programma contrario agli insediamenti) in una di centrodestra che riprende buona parte delle precedenti idee della destra nazionalista, accompagnate da una sfiducia totale nei confronti degli arabi e dal timore di una nuova guerra.



    Per il premier Ehud Olmert e il suo partito senza radici - Kadima - questo allargamento della coalizione rappresenta essenzialmente due cose: un'assicurazione parlamentare contro l'opposizione guidata dal Likud, e una garanzia contro la formazione di una commissione di inchiesta statale - richiesta dall'opinione pubblica - sulle responsabilità della condotta della guerra nel Libano, inchiesta che potrebbe far cadere varie teste al governo e al vertice delle Forze armate.



    Per i laburisti, membri del governo, con un leader - Amir Peretz - che, come ministro della Difesa, si è attirato molte critiche, l'arrivo di Lieberman nel governo potrebbe rivelarsi un colpo mortale. Rischia di dividere definitivamente i resti di quello che fu il grande partito di Ben Gurion in varie fazioni, alcune al governo, altre attirati dal partito di estrema sinistra Meretz.
    Difficile prevedere che cosa farà la nuova coalizione. Molto dipenderà da Lieberman nel ruolo di ministro di un fantomatico ministero per le «Minacce strategiche». Comunque, il suo scopo principale è la conquista della presidenza del governo e la trasformazione del suo partito in un nuovo movimento di maggioranza relativa della destra. Le sue ambizioni non sono infondate. L'attuale dirigenza politica e militare del Paese è screditata, non meno del presidente, Moshe Katsav, coinvolto in uno scandalo sessuale. L'elettorato chiede un cambiamento radicale nella condotta politica e sociale dello Stato, e Lieberman lo promette da tempo, con un vigore ora aumentato dal fatto che, essendo stato all'opposizione, non si porta appresso la responsabilità per la condotta nella guerra del Libano.



    Lieberman - al contrario di Olmert e del sindacalista Peretz - ha dietro di sé un milione di elettori di origine russa, che temono gli arabi e odiano il socialismo. Egli ha preteso e ottenuto di iniziare un processo di riforma del governo verso un governo di tipo presidenziale, facendo piazza pulita dei vecchi partiti corrotti. Nazionalista ebraico, vuole la riforma dello Stato civile per risolvere il problema dei matrimoni misti, che tanto pesano sulle coppie degli immigrati dalla Russia. Una grossa fetta dell'elettorato, poi, concorda con lui nel bisogno di chiarire una volta per tutte l'equivoco degli arabo-israeliani. Dare cioè loro la piena uguaglianza civile ed economica promessa dalla Dichiarazione d'indipendenza in cambio di una scelta precisa: restare israeliani o perdere la cittadinanza, trasferendosi nel futuro Stato palestinese o associandosi «nazionalmente» con questo.



    Oltre alle sue tesi elettorali (annessione delle colonie e, se necessario, trasferimento di una parte del territorio israeliano allo Stato palestinese con i suoi abitanti arabi), Lieberman ritiene indispensabile il ristabilimento, come deterrente nei confronti degli arabi, di un possibile uso della forza, che pure nel Libano ha mostrato tutti i suoi tragici risultati, e addirittura di quello dell'arma nucleare, se l'esistenza dello stesso Stato fosse messa in pericolo. La risposta alla minaccia iraniana è chiara. Certo è che il suo ritorno al potere (era stato brevemente ministro sotto Sharon) non piace a coloro che, a destra e a sinistra, hanno dubbi sulla sua onestà di ministro incappato - ma mai formalmente accusato - in poco chiari affari di diamanti e di rubli. Ma oggi in Israele sono ben pochi i politici che in fatto di quattrini possono «scagliare la prima pietra».

  2. #2
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    Lieberman, Hezbollah e il fattore paura
    Venuta meno la superiorità militare, gli analisti avevano previsto un'apertura alla Siria, ma Olmert ha altre priorità.


    • da Il Riformista del 25 ottobre 2006, pag. 7


    di Anna Momigliano

    Dalla guerra in Libano, catastrofe politica per Gerusalemme e catastrofe umanitaria per Beirut, poteva uscire qualcosa di buono, soprattutto in Israele. Così, evidentemente, non è stato, e l'entrata dell'estrema destra nel governo di Gerusalemme ne è la prova piu lampante.



    A un certo punto, subito dopo il cessate il fuoco, ci avevano creduto in molti: il mito della superiorità militare di Tsahal è caduto, si diceva, la Siria è ritornata prepotentemente sulla scena delle relazioni internazionali, e Israele dovrà decidersi a intavolare negoziati con il regime di Sadat. E’ il famoso parallelo con la Guerra del Kippur - quando Israele, mossa a più miti consigli da una vittoria di Pirro con tre eserciti arabi, firmo la storica pace con l'Egitto - divenuto quasi un mantra per analisti e commentatori. Ora, si pensava, è il momento di aprire i negoziati con la Siria: l'ipotesi non sembrava poi così peregrina, perché se c'è una cosa che la campagna libanese ha dimostrato è che la via delle armi non è piu sicura per garantire la sicurezza, e per un certo momento i fatti sembravano confermare questa prospettiva: negli ambienti vicini al governo israeliano si cominciava a prendere in considerazione la restituzione del Golan, se la Siria si fosse impegnata a interrompere il sostegno a Hezbollah e Hamas; dal canto suo, lo stesso Bashir el Assad, tra una provocazione e l'altra, lanciava qualche segnale mentre aperture esplicite a Damasco provenivano dal ministro della Difesa Amir Peretz, dal ministro della Sicurezza Avi Dichter e, con toni assai più tiepidi, dal vicepremier Shimon Peres. Gli elementi per pensare a un cambiamento di rotta sul dossier siriano, che è evidentemente al centro della contesa tra Gerusalemme e Hezbollah, c'erano tutti.



    Più della teoria, però, conta la pratica. E i fatti parlano chiaro: la sconfitta morale non ha mosso Israele a più miti consigli, nè ha aperto la strada per un ricambio politico costruttivo. Al contrario, sentendosi sotto pressione, il premier Ehud Olmert ha deciso di aprire le porte ad Avigdor Lieberman - neoministro con un portafoglio - che è tutto un programma. Minacce strategiche - e alla sua formazione ultra nazionalista "Yisrael Beitenu", che fin dal periodo elettorale rappresentava lo spauracchio più temuto nelle consultazioni per la formazione della coalizione di governo: a metà strada tra l'estrema destra di stampo europeo e l'ala più oltranzista del Likud, "Yisrael Beitenu" ha fatto proprie idee impresentabili (come il «trasferimento», di fatto la deportazione, degli arabi israeliani), flirta con l'ebraismo ultra-ortodosso nonostante rappresenti la comunità russa che è tutto fuorchè ortodossa.



    "Yisrael Beitenu" è insomma la scheggia impazzita della destra israeliana, e il suo ingresso nel governo rischia di dividere le due principali anime della coalizione, Labour e Kadima. Poco entusiasta della mossa di Olmert, il leader laburista Peretz ha incontrato ieri il primo ministro per chiedere chiarimenti e il comitato centrale del partito si riunirà la prossima settimana per decidere sul da farsi. Nessuno, almeno a breve termine vuole fare cadere il governo in un periodo di incertezze, e tanto più quando non si scorge alcuna alternativa all'attuale formazione se non una coalizione guidata dalla destra "tradizionale" del Likud. Ma è vero anche che il Labour è messo alle corde, che la coalizione con Lieberman costerebbe l'ultimo residuo di credibilità.



    Una cosa, per ora, sembra chiara: un governo di "unità nazionale" (termine che rischia di essere fuorviante) formato da Kadima, Labour, estrema destra e dagli ultraortodossi di Shas difficilmente potrà aprire i negoziati con la Siria. Si dirà che, come la storia insegna, in Israele la destra ha gioco facile a fare la pace molto più della sinistra, che leader come Ariel Sharon, Yitzhak Rabin e Menachem Begin si trovavano con un governo di minoranza quando hanno compiuto passi storici. Ma questa volta non c'è nessun Rabin e nessun Begin: al governo c'è Ehud Olmert, che si è già rivelato una guida debole e inefficace. Difficilmente questo governo avrà la capacità o la volontà di scelte radicali, e la decisione di includere Lieberman sembra dettata da un unico fattore: la paura.



    Ed è forse il "fattore paura" l'elemento che gli analisti hanno finora sottovalutato. Tutto, in Israele, dagli equilibri della Knesset all'opinione pubblica, è condizionato dal senso di profonda insicurezza: una paura profonda che, sotto molti aspetti, va al di là del senso di vulnerabilità generato dalla guerra del Kippur, che genera dubbi sulla sopravvivenza stessa dello Stato ebraico, e che trova la sua incarnazione in una potenza molto vicina, l'Iran. Anche l'ascesa dell'estrema destra in questi giorni non va confusa con il consolidamento della destra storica negli anni Settanta, che portò alla pace dell'Egitto: visto da sinistra, il Likud può non piacere, ma rimane un partito dalle solide credenziali pragmatiste, mentre la formazione di Lieberman racchiude in sé alcuni elementi irrazionali dell'ideologia volkisch. Chi sperava che «la lezione libanese» avrebbe convinto Israele ad abbandonare la via militare per garantire la propria sicurezza, si è dovuto sbagliare. La paura è sempre cattiva consigliera.

 

 

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